In casa

Tragica Rebibbia

di Antonella Soldo

murale di Bifido

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Ivan è venuto al mondo da quattro giorni. La sua pelle sottile che profuma di latte e di nuova vita è arrossata, violacea. Sua madre lo tiene avvolto in una coperta sul suo petto, e gli soffia sul viso l’aria dalla sua bocca per riscaldarlo un poco. È la vigilia di Natale di alcuni anni fa, nel carcere di Foggia ci sono dei guasti e i riscaldamenti restano accesi solo un’ora al giorno. Non basta per rendere gli ambienti ampi di quel palazzone almeno tiepidi. La donna, una bulgara incensurata e in attesa di giudizio è stata arrestata che ancora era incinta, e detenuta nel carcere di Bari fino al momento del parto. Dopo di ché portata direttamente dall’ospedale al penitenziario foggiano, perché qui risulta esserci un nido per i minori. Questo “nido”, se così si può chiamare, è una stanza vuota, con le pareti colorate da chi è passata prima, un lettino di ferro e una culla. E una stufa elettrica aggiunta all’ultimo. La madre stringe il fagotto sul petto e fa per ritrarsi in un angolo del letto, gli occhi di sbieco, di un animale ferito. Non dice una parola. Per lei urla il suo sgomento un’agente di polizia penitenziaria donna: vi sembra normale che un bambino così piccolo sia qui dentro? La madre non poteva salire nemmeno le scale! è diventato viola per il freddo! Lo prende in braccio, cullandolo avvolto dal tessuto cerato della divisa blu. Ivan è il bambino più piccolo che abbia mai visto in carcere, e molto probabilmente è il più piccolo che vi sia entrato. Andando via mi viene da pensare alla triste coincidenza natalizia di quel neonato Gesù scaldato dal fiato della mamma: almeno quello vero aveva il bue e l’asinello.

Ogni anno ci sono tra i trenta e i settanta bambini che entrano ed escono con le loro mamme dalle carceri italiane. Nel momento in cui scrivo sono 59: 31 italiani, 28 stranieri. Tra qualche giorno potrebbero essere alcuni in più o in meno, ma sempre di un flusso di poche decine si tratta: per la gran parte sono figli di donne con pene non molto lunghe (sotto i quattro anni) o addirittura in attesa di giudizio. Dunque, la questione dei minori in carcere è un problema piccolo, di minuscole dimensioni (che cos’è un numero tra i trenta e i settanta bambini se rapportato a una popolazione detenuta di 59mila unità?) che riguarda minuscoli attori (bambini fino a 6 anni). Eppure questo non la rende meno grave. Al contrario è l’oscenità più grande della sclerotizzata gestione della giustizia italiana. Si sente spesso parlare dell’infantilizazzione dei detenuti in carcere, ovvero di come all’interno di questa struttura siano messe in atto tutta una serie di misure per trattare il detenuto come un minore, e di come ciò avvenga a partire dall’uso di un linguaggio che privilegia il diminuitivo (la “domandina”, lo “spesino”, il “cancellino”). Ma qui siamo al cortocircuito: alla carcerizzazione di quelli che minori lo sono già, gli infanti. Un dolore inferto a un numero limitato di individui per un tempo limitato lo rende più tollerabile? No: lo rende più pesante, più ingiustificabile, più crudele. E proprio perché è incomprensibile come la struttura di uno stato non trovi una soluzione e lasci – per usare il gergo dell’ottusa burocrazia – la “questione aperta”, comunque “all’attenzione del Ministro competente”. Uno stato che manda questi pochi piccoli innocenti in cella ogni anno, dimostra la sua impotenza e la sua ferocia. Il suo confondersi col criminale a ogni passo. Dal 2001 (anno di introduzione della legge Finocchiaro che favorisce l’accesso delle mamme con minori a carico alle misure cautelari alternative al carcere) si sono succeduti sette ministri della Giustizia (Piero Fassino, Roberto Castelli, Clemente Mastella, Angelino Alfano Paola Severino, Maria Cancellieri Andrea Orlando). Tutti hanno avuto sulla propria scrivania il dossier, hanno fatto ore e giorni di discussioni con i propri staff, approfondimenti, dibattiti, dichiarazioni. Eppure quei bambini sono ancora dietro le sbarre. Quel flusso esilissimo e continuo di ingiusta, ingiustissima detenzione non si ferma. L’ultimo ministro, Andrea Orlando, aveva fatto una promessa: “Entro la fine dell’anno nessun bambino sarà più detenuto. Sarà la fine di questa vergogna contro il senso di umanità”. Era il 21 luglio del 2015, durante un convegno sul tema organizzato nel carcere di Rebibbia dalla Commissione diritti umani presieduta dal senatore Luigi Manconi. Nel momento in cui Orlando pronunciava quelle parole i bambini detenuti erano 34.

 

La giusta quantità di dolore

A portare al centro dell’attenzione pubblica – per poche ore, forse qualche giorno – il tema dei bambini in carcere è stata, come spesso accade, una tragedia. Quella di Alice Sebesta, cittadina tedesca in attesa di giudizio nel carcere di Rebibbia, che lo scorso 18 settembre ha ucciso scaraventandoli dalle scale del penitenziario i suoi due piccoli, Faith, 6 mesi, e Divine, 2 anni. La Sebesta era in carcere dal 28 agosto perché trovata in poossesso di 10kg di marijuana che aveva nascosto tra i pannolini dei figli mentre era in auto nei pressi della stazione Termini con due nigeriani. Si potrebbe dire che il suo è il profilo del “detenuto tipo”: un terzo della popolazione si trova in carcere per reati collegati alla droga, un terzo è in attesa di giudizio, un terzo è di nazionalità straniera. Di “atipico” nel suo caso c’erano i due bambini, la cui presenza avrebbe dovuto far considerare ogni cosa diversamente. Infatti, secondo la legge 62/2011 per madri con bambini piccoli il carcere può essere applicato in misura cautelare solo se sussistono esigenze di eccezionale rilevanza, per esempio quando si è in presenza di reati gravi come mafia o terrorismo. L’avvocato della Sebesta, Andrea Palmiero, aveva chiesto per lei la custodia cautelare ai domiciliari ma questa istanza era stata rigettata due volte, la prima perché la donna, non trovandosi nel proprio paese non aveva un domicilio. La seconda perché il domicilio che nel frattempo era stato trovato, presso la casa di un amico, era ritenuto non idoneo: l’abitazione era di un uomo incensurato, ma nigeriano, ovvero della stessa nazionalità delle persone accusate insieme alla Sebesta di detenzione e spaccio. Come se la nazionalità possa costituire un crimine in sé.

Oltre ai domiciliari la legge dispone altre due alternative al carcere. La prima è quella degli Istituti a custodia attenuata (Icam), dove i bambini possono rimanere fino a 6 anni di età e possono frequentare scuole e asili esterni. Al momento sono cinque: a Torino, Milano, Venezia, Cagliari e Lauro. La seconda opzione è quella delle case famiglia protette: vere e proprie case fuori dal carcere, dove i bambini possono restare fino a 10 anni. Non ci sono sbarre, le madri vivono in appartamenti e i loro figli sono inseriti nel tessuto della città. In Italia ce ne sono solo due, una a Milano e l’altra a Roma, la Casa di Leda. Proprio qui al momento della morte di Faith e Divine c’erano 3 posti disponibili su 6. Infatti, come ha ricordato il Garante delle persone private della libertà della regione Lazio, Stefano Anastasia: “succede frequentemente che ci siano posti liberi perché i giudici concedono la casa famiglia in misura solo eccezionale In realtà dovrebbe essere il contrario: assegnare il carcere in casi eccezionali”.

In casa

Sotto il ponte, dentro Genova

di don Giacomo Martino
incontro con Giacomo D’Alessandro

foto di Pom’

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A Genova il 16 agosto scorso è crollato improvvisamente il Ponte Morandi, viadotto autostradale che sovrasta la val Polcevera nel quartiere di Rivarolo. 43 persone sono morte, tra chi si trovava in auto a un’ora di consueto trafficata del mattino, e chi abitava, lavorava o semplicemente passava sotto al ponte, il cui tratto crollato è precipitato su una parte di ferrovia in funzione, un’ampia parte di ferrovia dismessa e di argine del torrente Polcevera, e su alcuni dei palazzi che esistevano già quando il Ponte fu costruito, negli anni ’70. Lasciando per una volta da parte il vespaio di polemiche subito alzatosi a proposito delle colpe, delle mancanze, degli allarmi ignorati, della manutenzione carente, come anche la fiumana indigesta delle retoriche a effetto emotivo sulla città ferita che muore o si rialza, vogliamo qui raccontare scorci dell’umanità reale che questa vicenda ha coinvolto. E lo facciamo attraverso gli occhi di un prete, don Giacomo Martino, responsabile di Migrantes e delegato della Diocesi per l’emergenza Ponte Morandi.

Ero al campo parrocchiale con le famiglie, quando è successo. Mi è sembrato di rivivere l’11 settembre: lo abbiamo visto prima sui cellulari, poi abbiamo acceso una vecchia televisione con il segnale che andava e veniva. Notizie a rilento. Incredulità. Poi mi è scattata l’operatività, come ho imparato lavorando sulle navi. Ho chiamato il cardinale e ho chiesto se potevamo dare disponibilità immediata. Abbiamo offerto subito 120 posti letto, non sapendo niente, sperando contro ogni speranza che non si fosse fatto male nessuno. E onestamente, pensando a quel ponte, ci aspettavamo le peggio cose. Da varie zone circostanti mi hanno scritto amici che vedevano la nube di polvere, e non capivano cosa fosse successo. Da quando sono arrivato sul posto ho vissuto insieme le due cose: la voglia di fare e la capacità – che ho imparato nell’occasione dell’emergenza Concordia e del crollo Torre Piloti – di stare al mio posto e non fare scemenze. Bisogna saper essere “servi inutili” se occorre.

Quando poi il cardinale mi ha chiesto di seguire l’organizzazione dei funerali, primissimo pensiero sono state le famiglie. Perché ho sperimentato che esserci, essere identificabile come prete, in certe situazioni offre alle persone uno sfogo istintivo, un riferimento immediato. Ho contattato quattro amici preti e ho chiesto loro di lavorare in team per essere presenti tra le famiglie coinvolte. Non era scontato, i preti sono una razza particolare, ma abbiamo lavorato bene, senza obiezioni o divergenze, ciascuno sul pezzo.

Inizialmente le autorità volevano fare il funerale in chiesa a tutti i costi. Il cardinale ha chiesto invece che ci fosse lo spazio per mettere tutte le vittime sulla stessa fila, senza primi e secondi. Alla riunione con le istituzioni c’erano 45 persone, i referenti di qualsiasi ente, e regnava il caos. Dopo lunghe discussioni ho chiesto di ricordarci perché eravamo lì, di rendere il funerale meno faticoso possibile per le famiglie. Da quel momento, ricentrati, abbiamo lavorato fino a notte fonda dell’ultimo giorno senza perdere tempo.

A Genova le persone coinvolte da questa vicenda sono tutte. Ciascuno sente delle responsabilità dirette o indirette. Si sente toccato. Ci sono le vittime e lo strazio di una fine inaccettabile. Ci sono gli sfollati che hanno perso tutto. Questo l’ho già vissuto durante l’alluvione: sembra esagerato, ma perdere le cose di casa viene vissuta come una violazione personale enorme. Nelle cose c’è la nostra storia, esserne privati genera un forte disorientamento. Ci sono poi le persone che hanno perso definitivamente la casa, e che hanno paura di essere fregate, di essere allontanate dal proprio quartiere, di ricevere rassicurazioni per poi venire abbandonate in qualche posto che doveva essere temporaneo. Insomma, accanto ai cittadini coinvolti a diversi livelli stiamo constatando tutta una serie di incertezze, di incapacità nel capire come e dove organizzarsi, perché non esiste un’esperienza pregressa in queste cose. E poi assistiamo agli stadi dell’accettazione del lutto, dove comincia a uscire la rabbia, lo shock, i traumi, in maniera spesso incontrollata.

Giorni dopo ho chiamato uno a uno i preti che mi hanno affiancato nell’emergenza, per offrire un momento di confronto e di sfogo. È importante “soccorrere i soccorritori” per evitare che l’accumulo emotivo sia trascurato e degeneri. Quando ai funerali sono entrati i vigili del fuoco ed è partito l’applauso, guardandoli in faccia stravolti, occhi lucidi, ho sentito un’empatia fortissima. Ho visto non dei personaggi in vena di sfilate, ma dei cittadini intrisi di passione, umanità, disperazione e dedizione.

Mi sento di poter dire che per ora anche le istituzioni si sono mosse bene. Conosco di persona alcuni dirigenti che seguono la crisi e li ho visti spendersi a fondo nelle ore più drammatiche. Ho visto mettere da parte le divisioni partitiche e i confronti politici, per occuparsi della città e dei cittadini. Questo è un bel segno. Nel corso degli anni mi sono fatto l’idea che in questo genere di emergenze le misure vadano prese subito, magari poche e precise, ma subito. Quando si entra nel pantano delle responsabilità e delle cause in tribunale, è sicuro che ci rivediamo tra 20 anni, e intanto la gente rimane per strada. Ora è su questo che bisogna esigere impegno e dedicare attenzione e intelligenza: prevenire il rischio di far soffrire ulteriormente tante persone, a partire dalle più fragili e meno visibili. Per esempio pare che nel novero degli sfollati ce ne siano alcuni che non avrebbero diritto allo stesso trattamento di altri, quanto a risarcimenti, alloggio, assistenza, perché non direttamente riguardati dal crollo. È su queste casistiche nel limbo che bisogna fare attenzione a non negare supporto e attenzione. Questo ci stiamo impegnando a fare come diocesi, capire chi è ultimo tra gli ultimi, a seconda della situazione, e offrire quella mano in più dove lo Stato non dovesse arrivare.

È un lutto cittadino. Siamo ancora tra la fase dello stupore, dell’incredulità, e la fase della rabbia, le punte più dolorose, la reazione di cominciare a realizzare. Forse uno dei momenti più difficili, perché facilmente incontrollabile. La terza fase sarà quella della contrattazione, la ricerca di modi per convivere con questo lutto. Infine si diffonderà una depressione impotente ma anche la consapevolezza che non ha colpito solo me: mal comune, mezzo gaudio; potremo trovare nella solidarietà la forza per arrivare all’accettazione e alla ripresa della vita. Siamo ancora in una fase di stordimento. Io stesso abituato a muovermi per strutture da una parte all’altra della città spesso mi accorgo di fare i calcoli delle tempistiche come se ci fosse ancora il ponte. E invece non c’è più. Tutti gli spostamenti si raddoppiano. Non abbiamo ancora la consuetudine, più di un mese dopo, e in qualche modo siamo tutti vittime di questo sbigottimento. Per Genova sono momenti di grande debolezza nei quali chi governa la città deve adottare una particolare attenzione, comprensione del fenomeno e di tutte le persone coinvolte. Chi viveva sotto il ponte la propria normalità, penso ai commercianti, farà fatica. Abbiamo istituito in questi ultimi giorni un fondo per sostenere chi deve risollevare la propria attività, e ha bisogno subito di liquidità.

Tutti quelli che si muovono su Genova si stanno rendendo conto che l’economia della città era dipendente da un unico passaggio (a pagamento). Ce ne siamo accorti solo adesso che la città è spezzata in due. Questo sarà uno degli elementi di rabbia, perché non si risolverà tanto presto. Allora diventa palese che regole basilari del costruire bene, secondo criteri armonici, sicuri e vivibili, non sono mai state utilizzate. Oggi tutta una città viene stravolta, tutto il traffico cambiato, tutta la viabilità rallentata, e questo si traduce in ore di vita umana distratte, sprecate per tanti lavoratori che passeranno meno tempo con la famiglia. Tutto questo fa pensare, fa riflettere su che cosa siamo diventati, da che cosa dipendiamo, in che cosa siamo stati e siamo miopi.

Genova è una città che amo infinitamente, l’ho sempre pensata una balena spiaggiata, che purtroppo si risveglia nelle tragedie, e ricorda di essere una bella addormentata. Ha potenzialità enormi e si perde nelle chiacchiere, nei mugugni. Io vorrei che diventasse la “Zena la bella” che ci ricordava il rappresentante dei musulmani ai funerali. Abbiamo bellezza in quantità, e gente che si è scoperta ancora capace di solidarietà. Dobbiamo smettere di vivere i rapporti superficiali o virtuali. Questo crollo ci ha costretto a scendere in strada, a camminare, a singhiozzare di fronte a un ponte crollato, perché quello è anche il simbolo di tutte le chiacchiere che abbiamo fatto e che in qualche modo rende ciascuno di noi responsabile. È una città crocevia di culture, di popoli, vocata per natura all’internazionalità, ma che ancora troppo vive lasciandosi vivere. Spero che sapremo non sprecare questo momento per accorgerci che i rapporti sono più importanti, come lo è vivere la piazza, la cittadinanza, gestire le povertà, le periferie… Proprio in una periferia non gestita è successo questo. Ed è solo la cura dei deboli che fa una città forte.

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In casa

Un giornale decente in un paese indecente

di Marco Tarquinio

incontro con Goffredo Fofi

murale di The Tanster

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I cattolici e la politica

Ripensiamo agli inizi del Novecento italiano ed europeo: stavano nascendo grandi partiti popolari, come il Partito popolare e il Partito socialista, grandi forze vive che si misuravano con nazionalismi bellicisti, che si sarebbero come inabissate durante la notte incombente del fascismo e avrebbero propiziato e accompagnato il ritorno alla democrazia, anzi la sua vera e piena conquista, dopo la dittatura, una guerra di aggressione persa e una guerra di resistenza vinta. Oggi siamo in un incipit di secolo simile a quello, altrettanto drammatico ma più concitato, vittime e protagonisti di una notte della libertà e della giustizia agghindata di liberismo e libertinismo. C’è stata una secolarizzazione a molte facce che ha toccato tutti i valori fondamentali religiosi e laici che davamo per assodati, persino per intoccabili. Radici che non sono state riconosciute e che, con le lame affilate della perdita di memoria, abbiamo poco a poco sfibrato, minando le basi della civile convivenza. Ci sono dei grumi di resistenza e di pensiero, grazie a Dio e alla buona volontà di tanti. Ma c’è, soprattutto, un fenomeno che mi preoccupa moltissimo: il disgusto e il disprezzo per la politica, che si fa distanza netta e apparentemente incolmabile dall’impegno personale e comune. Conosco tante persone, cattoliche e laiche, che “lavorano” nel sociale, ma che non riescono più a concepire quest’altro impegno pubblico. Eppure loro e le loro associazioni, le loro imprese, le loro cooperative sono un giacimento di energie e di idee. C’è un vuoto che si sente… E c’è tutto un mondo di buoni cittadini, giovani e no, che rischia di prendere derive strane, di essere colonizzato da parole d’ordine distruttive o dal disimpegno o dall’illusione di costruirsi un “mondo a parte”. Temo anche un ritiro spiritualista o una militanza solo moralista. E penso che non può darsi in una stagione come questa. Credo che qualcosa di meglio debba accadere, debba esser fatto accadere. Non penso a un’opposizione sistematica e “a prescindere” agli attuali assetti di potere, ma a una vigile intelligenza delle cose e a una resistenza attiva. A più voci, più mani e più ispirazioni bisogna saper costruire, ricominciando l’umanesimo forte del “noi”, alternativa seria e buona alle democrazie illiberali, al mercato selvaggio, al cielo grigio dei valori deboli e ormai piegati all’autoreferenzialità di individui, fazioni e gruppi etnici, un cielo dove un’“io” sospettoso e repulsivo troneggia come dio.

 

Un giornale decente in un paese indecente

Fare un giornale che non segua l’“agenda di tutti gli altri” è l’obiettivo a cui tengo maggiormente. E non per stravaganza, ma per insoddisfazione dello sguardo che da cronisti esercitiamo sulla società, sui poteri, sulla gente. Quando sono arrivato a questa responsabilità qui ad “Avvenire” – ho appena compiuto il nono anno di direzione – mi sono posto l’obiettivo di fare un giornale di attualità in grado di stare nell’attualità più viva e stringente senza farsi trascinare dalla corrente dell’informazione mainstream, che ogni giorno ci colpisce e minaccia di ottunderci e di travolgerci. Questo risultato non è centrato del tutto, ma in buona parte sì. Ne sono contento e grato ai miei colleghi e all’editore che ci consente di seguire questa strada molto bella e niente affatto facile. Naturalmente, come tutti, anche con la nostra agenda diversa, dobbiamo fare i conti con le notizie “ufficiali”, ma seguiamo percorsi di indagine sulle cose importanti, serie, gravi e buone che accadono qui e ora, lontano dai riflettori, e che hanno per protagonisti donne e uomini senza cittadinanza mediatica. A chi mi chiede come si fa a fare un giornale, io rispondo che esiste un solo modo: guardando la realtà con rispetto e raccontandola con responsabilità e senza paure. Questo significa cercare di non avere uno sguardo selettivo, che escluda sistematicamente tutta una parte di quella stessa realtà. In questo momento ci sono due aspetti della realtà, che vengono troppo poco considerati: il primo la condizione dei più poveri nella nostra società, il grande fenomeno di questo tempo è l’aumento delle diseguaglianze e quindi l’immiserimento; il secondo aspetto è il disastro ecologico, che alle diseguaglianze è strettamente collegato. Infatti l’aumento delle diseguaglianze è legato a fattori ambientali, di diverso tipo, provocati dall’uomo, sia rispetto all’ambiente naturale, sia rispetto all’ambiente civile. Ci siamo illusi nel 1948 con la Carta dei diritti dell’uomo di aver dato una cornice stabile allo sviluppo umano ed economico… Non è così, come possiamo capire sempre meglio, se appena lo vogliamo. Eppure le ferite all’umanità e alla Terra vanno solo sporadicamente in prima pagina, come un rimpianto fine a se stesso che si esaurisce nel commento di giornata. Penso che invece debbano essere temi permanenti di indagine e di mobilitazione anche informativa. L’alternativa a tutto ciò c’è. Va fatta conoscere, va motivata. Molto si muove in silenzio costruendo questa alternativa in un mondo pieno di periferie vivissime e assediate e “Avvenire” cerca di dare spazio a tutti quelli – i resistenti, i resilienti – che pensano e fanno un’altra economia, un altro modo di costruire le relazioni sociali, che s’ingegnano per proporre politiche che organizzano in modo più giusto le società. Bisogna prendere atto di tutto ciò che ci incalza e ci inquieta e bisogna essere consapevoli di ciò che possiamo fare… Non dobbiamo solo subire… Fare un giornale in questo tempo, con questi due punti chiari, porta a prendere posizioni nette. Non amo prendere posizioni “contro” questo o quel leader, ma sulle scelte che costoro fanno, e che hanno conseguenze sugli altri, offro giudizi forti e chiari, sempre. Per questo non ho mai fatto una copertina come quella del “Vade retro Salvini” di “Famiglia Cristiana”, per questo faccio prime pagine a ripetizione sulla scelta sbagliata di Matteo Salvini, ministro dell’Interno e azionista di rilievo del governo pentaleghista che guida l’Italia del 2018, di fare una guerra di parole e gesti contro i poveri “migranti” e di spingere i poveri di diverse origini a una sorta di guerra civile degli scartati. Qualcuno dice che è troppo, che ci occupiamo troppo dei poveri e soprattutto ci preoccupiamo troppo di quelli che vengono da altre parti del mondo. È un’accusa senza consistenza. Ma soprattutto non è un’accusa che mi inquieta. Siamo in campagna da anni su questo, non smetteremo, non ci stancheremo.

In casa

Il “caso Brescia” e l’ipocrisia del Pd

di Marino Ruzzenenti

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Nelle ultime tornate di elezioni, in generale catastrofiche per il Partito democratico, il rinnovo dell’amministrazione al Comune di Brescia è apparso come un’eccezione, dunque un “caso virtuoso” per la rinascita della “sinistra” in Italia.

In effetti qui lo schieramento composto da Pd e Leu, nonché da numerose liste civiche, e guidato dal sindaco uscente Emilio Del Bono, si è imposto al primo turno sbaragliando la destra, in una Regione, la Lombardia, che da tempo immemorabile la stessa governa con una netta egemonia leghista.

Ripartire da Brescia” è dunque sembrato naturale al gruppo dirigente nazionale del Pd e a molti osservatori politici per tentare di ricostruire un’alternativa democratica e di sinistra all’attuale “strana” maggioranza “giallo-verde” al governo del Paese.

Può essere dunque di qualche interesse scandagliare un po’ in profondità il “caso Brescia” per verificare se questo possa rappresentare davvero un modello virtuoso utile per le sorti generali della nostra acciaccata Italia.

Innanzitutto occorre chiarire le contingenze favorevoli, del tutto fortuite, che hanno aiutato l’esito della recente tornata elettorale a Brescia: un Movimento 5 stelle strutturalmente fragile, che per di più ha presentato un candidato imbarazzante, pur brava persona, ma del tutto sconosciuta e inconsapevole delle problematiche della città; una candidata del Centrodestra, conosciuta e per questo debole, esponente di Forza Italia proprio all’indomani del crollo rovinoso e irreversibile di questa formazione, certificato dai risultati del 4 marzo. Insomma la percezione di gran parte dell’opinione pubblica è stata che non ci fosse partita, tanto è vero che la partecipazione al voto è crollata a un livello preoccupante per le tradizioni bresciane, poco sopra il 57%, pericolosamente vicina a quel 50% sotto il quale la partita sarebbe stata nulla. Sicché Del Bono vince al primo turno, ma con meno voti del secondo turno della tornata precedente, con un consenso reale rispetto agli elettori di circa il 30%.

Ma questo è comunque un aspetto secondario. È il “sistema Brescia” che fa davvero la differenza: un’economia florida, la terza area più industrializzata a livello europeo, di fatto con la piena occupazione, compresa una quota considerevole di immigrati stranieri che sorreggono interi settori, come la metallurgia, l’edilizia, l’abnorme impiantistica dei rifiuti, l’agricoltura, il turismo, oltre alla cura degli anziani. Da qui una ricchezza relativamente diffusa garantita dal “sistema”, a sua volta garantito dalla precedente amministrazione Del Bono, sostenuta, dunque, dallo stesso “sistema” con forza e convinzione anche in occasione dell’attuale rinnovo, ricevendo un riscontro positivo da quel 30% della popolazione maggiormente soddisfatto di come vanno le cose. Ovviamente in questo contesto, i cavalli di battaglia dei partiti “antisistema”, innanzitutto il reddito di cittadinanza e il contenimento drastico dei “migranti economici”, non potevano sfondare.

Il primo interrogativo da porsi è se “il sistema Brescia”, una sorta di pezzo di Germania incuneato al di qua delle Alpi, sia assimilabile all’intero Paese.

Uno sguardo a volo d’uccello lungo lo stivale ci suggerisce, ovviamente, una risposta del tutto negativa.

Ma se a tutto ciò aggiungiamo una pur sommaria analisi qualitativa dell’amministrazione Del Bono gli entusiasmi per il “modello Brescia” sono destinati a smorzarsi ancor più.

Ovviamente questa analisi qualitativa presuppone che un’alternativa democratica e di sinistra ai “giallo-verdi” al potere abbia alcuni punti fermi rispetto a quello che un tempo si chiamava “modello di sviluppo” auspicabile della società: la realizzazione di profitti e la crescita di ricchezza non sono di per sé buoni e desiderabili, a prescindere da che cosa e da come si produce, dunque non sono le priorità cui tutto subordinare; l’obiettivo principe, invece, è, come indicava Langer, la “conversione” dell’economia verso la valorizzazione di tutte le esistenze umane e la salvaguardia della natura e del vivente in generale.

In casa

A volte ritornano

di Gad Lerner

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Sono consapevole di essermi scelto un titolo più adatto a un’opera di “horror fiction” alla Stephen King che non a un convegno di storici. Ma credo che, al di là della semplificazione giornalistica di una materia complessa, sia utile un tentativo di comparazione che evidenzi le analogie e le differenze fra il razzismo di Stato dell’Italia fascista e le pulsioni xenofobe alimentate (anche, non solo) dall’alto nel tempo presente.

Ciò rende necessario confrontarsi, ottant’anni dopo, con il classico espediente retorico che consiste nell’apparente capovolgimento di quasi tutti gli argomenti di senso comune impiegati nel discorso pubblico a proposito di “noi” e “loro”; gli italiani e gli stranieri; gli autonominati portavoce del popolo contrapposti a chi non è considerato degno di farne parte.

Esaminerò alcuni di questi capovolgimenti che sembrano rendere molto distante dalla realtà odierna il 1938, senza dimenticare che noi lo reinterpretiamo alla luce dei terribili sette anni di persecuzione che gli seguirono e che allora in pochi avrebbero previsto. La supina accettazione delle leggi razziali rimane peraltro un evento considerato inspiegabile dall’italiano medio, che non riesce quasi a credere sia potuto davvero accadere in un paese come il nostro al tempo dei suoi genitori o dei suoi nonni. Capita così che molti si indispettiscono quando gli viene suggerito che la cosa migliore – se si vuole comprendere come sia stato possibile che il paese applicasse con zelo quelle normative razziste – è osservare con sguardo distaccato la cronaca quotidiana odierna, con la sequenza di invettive xenofobe e episodi di violenza spicciola che la contraddistingue.

Assai banale è il primo capovolgimento retorico con cui dobbiamo fare i conti: oggi dire a qualcuno che è razzista equivale a offenderlo. Denigrazione aggravata dal ricorso a formule generiche, come quando in televisione si sollevano sdegno e ironia adombrando che addirittura l’Italia intera sia diventata o ritornata a essere un paese razzista.

Nel 1938, con una campagna propagandistica lanciata a freddo, il razzismo fu pianificato e indicato come virtù nazionale. Semmai erano gli antirazzisti a doversi vergognare: ricordo una copertina gialla de “La Difesa della Razza” del marzo 1939 che ritraeva brutti e vestiti in modo ridicolo l’ebreo, il nero e il meticcio, cioè i soggetti da stigmatizzare, con un titolo che gli faceva il verso: “Antirazzisti di tutto il mondo, unitevi!”. Prendiamone nota, perché questa cifra del sarcasmo – ammantare d’ironia la stigmatizzazione del bersaglio prescelto – è un espediente retorico, questo sì, che si ripropone uguale identico ottant’anni dopo.

Comunque sia, solo sparute minoranze di fanatici brandiscono ancora in pubblico gli argomenti pseudo-scientifici del razzismo biologico, ovvero la superiorità degli ariani sui semiti, o la convinzione di Robert Knox secondo cui “le razze scure sono ferme, quelle chiare progrediscono”.

Il razzismo contemporaneo, che rifiuta di essere rappresentato come tale, ricorre preferibilmente a argomenti di natura storica, culturale o religiosa. Gli uomini sono tutti uguali ma il mondo andrebbe meglio se ciascuno stesse a casa sua, specie se gli intrusi arrivano dall’Africa e senza un soldo in tasca. Quanto ai musulmani, rimasti indietro di alcuni secoli, essi non sarebbero integrabili nelle nostre società occidentali.

Chi oggi predica l’ostilità nei confronti dello straniero, si guarda bene dal teorizzare la superiorità o l’inferiorità di una “razza” nei confronti delle altre. Solo nei confronti dei rom e dei sinti è ancora esteso un compiaciuto ricorso abusivo alle teorie del razzismo biologico: gli “zingari” avrebbero il furto e il vagabondaggio inscritti nel loro Dna; dunque sarebbero portatori di una malattia sociale ereditaria, come tale da estirpare. Sarebbero l’eccezione che conferma la regola secondo cui siamo diventati tutti antirazzisti.

Vi è poi un secondo, diffusissimo capovolgimento retorico nell’armamentario della propaganda dei post-razzisti: essi fanno propria e riproducono, assoggettandola ai propri fini, la terminologia entrata nel linguaggio comune per evocare la memoria delle persecuzioni del secolo scorso. Si proclamano paladini di quella memoria, trasformandola in autocommiserazione. Cito testualmente da un’intervista che il ministro dell’Interno e vicepremier, Matteo Salvini, mi ha concesso in mezzo a una baraccopoli sorta a opera di migliaia di braccianti africani che in Calabria trovano lavoro alla giornata, per raccogliere le arance, ma non ricevono un alloggio dignitoso.

Salvini: “Dove sta il razzismo in Italia? Io non lo vedo. Il vero razzismo, che alimenta altro razzismo, è quello che dice ‘avanti tutti’, immigrazione libera”. Lo sentiamo dire sempre più spesso: se c’è un razzismo, è il razzismo contro gli italiani. Siamo noi le vittime, il popolo minacciato.

Ancora più significativa, in proposito è la parola-chiave ripetutamente utilizzata in televisione da Salvini e altri, quando affermano, testuale, riguardo al flusso migratorio: “È in atto un tentativo di genocidio delle popolazioni che abitano l’Italia” o, a seconda dei casi, “dei popoli europei”. Genocidio, una parola terribile che scuote le coscienze. Siamo noi italiani i nuovi ebrei, i perseguitati di oggi.

Non può stupire, a questo punto, che rimuovendo la memoria del genocidio di cui furono vittime i rom e i sinti europei, venga pubblicamente manifestato fastidio per il fatto che gli appartenenti a quelle etnie di cittadinanza italiana non sono espellibili dal territorio nazionale. Quelli, testuale, “purtroppo, ce li dobbiamo tenere”… e pare quasi una sofferta deroga rispetto al buon principio dell’eliminazione fisica.

Né stupisce che il sindaco di Trieste abbia voluto prendere le distanze dal manifesto con cui un liceo pubblicizzava una mostra sulle leggi razziali, riproducendo la prima pagina del giornale cittadino del 1938 sormontata da questo titolo: “Completa eliminazione dalla scuola fascista degli insegnanti e degli alunni ebrei”. Troppo crudo, per il sindaco Dipiazza. Sentite le sue parole: “Su questi temi non dobbiamo accendere il fuoco. Il Novecento va rispettato, dobbiamo tutti metterci sull’attenti e chiedere scusa, da una parte e dall’altra: ma se ognuno mi fa da distributore di benzina, non la finiamo più”. Chiedere scusa da una parte e dall’altra. Non è ben chiaro di cosa dovrebbero chiedere scusa gli ebrei espulsi dalle scuole, se non di essere nati. Qui davvero ci soccorre la citazione del filologo Cesare Segre opportunamente proposta a noi poco fa dal rettore Paolo Mancarella, a proposito di un paese “uscito senza rossore dalla vergogna”. Il sindaco di Trieste ha maldestramente impersonato il buonsenso codardo di un paese che fascista lo è già stato, e non se ne è mai dispiaciuto troppo.

Il terzo espediente retorico che va per la maggiore, è il cospirazionismo. Vorrei tornare per un attimo al “tentativo di genocidio dei popoli europei in atto”, da cui Salvini pretenderebbe di mettere in guardia la cittadinanza. Non sarebbe giusto lasciarlo in sospeso. Come è noto, oggi i nuovi guardiani della civiltà europea usano definirla “giudaico-cristiana”, includendovi disinvoltamente con quella lineetta o trattino di punteggiatura l’ebraismo additato nel 1938 come suprema minaccia. Ebbene, sarà interessante rilevare che, guarda caso, il principale artefice di questo disegno criminoso di “sostituzione etnica”, cioè del cosiddetto piano immigrazionista volto ad abbattere il costo della manodopera e a sradicare le identità culturali d’Europa, sarebbe di nuovo un ebreo cosmopolita: Gyorgy Schwartz, nato a Budapest nel 1930 e residente a New York dal 1956. Meglio noto come George Soros, finanziere dal patrimonio valutato intorno ai 23 miliardi di dollari, che ne ha investiti 12 per promuovere una “società aperta e liberale in tutto il mondo”. Che coincidenza, è di nuovo lui la bestia nera. Ci sono parlamentari del nostro partito di maggioranza relativa che definiscono apertamente Soros come “un criminale” che, se rimettesse piede nella nostra penisola, dovrebbe essere arrestato.

Noi commemoriamo qui l’espulsione di docenti e studenti ebrei dalle università italiane nel 1938.

A Budapest in questi stessi giorni il governo sta adottando provvedimenti al fine di espellere dal territorio ungherese una università intera, la Ceu (Università dell’europa centrale) fondata da Soros e presieduta da Michael Ignatieff. Ai suoi studenti e ai suoi docenti credo debba giungere la nostra piena solidarietà.

L’accusa non è più quella esplicitamente antisemita di far parte di una cospirazione demoplutomassonicogiudaica. L’accusa ora è di essere mondialisti, o globalisti. Nel suo paese natale, Soros è accusato da testi di propaganda governativa fatti pervenire a tutte le famiglie di voler portare in Europa un milione di migranti all’anno, finanziandoli con 30 mila euro a testa. Per questo avrebbe assoldato tante organizzazioni non governative; e naturalmente tanti propagandisti del verbo immigrazionista, come il sottoscritto. L’inverosimiglianza di tali accuse evoca, per analogia, I protocolli dei savi di Sion, ma, nondimeno, le hanno fatte proprie tutti i movimenti sovranisti europei.

Si arriva così inevitabilmente al quarto capovolgimento retorico, che è anche il più classico, fin dai tempi di Esopo e della favola del lupo e dell’agnello: il vittimismo. Gli stranieri sono i privilegiati, il popolo italiano ne è la vittima.

Nel 1938 i giornali cercavano di dimostrare, sotto dettatura del regime, l’esistenza di una minaccia alla nazione rappresentata dallo “strapotere ebraico”. Avidi detentori delle leve dell’economia, o sovversivi “giudeobolscevichi” che fossero, ben presto venne fatta cadere anche la distinzione fra ebrei di cittadinanza italiana e i profughi dall’Europa centrale, perché tutti dovevano essere considerati estranei al corpo sano della nazione. La Chiesa stessa condivideva l’argomento secondo cui gli ebrei erano sovra-rappresentati nella finanza, nell’editoria, nelle professioni e nell’università, dunque occorreva discriminarli fino a ristabilire le giuste proporzioni etniche.

Oggi che gli ebrei vengono incorporati d’ufficio nel novero della “civiltà europea”, è nei confronti degli immigrati extracomunitari che si fa circolare la falsa idea secondo cui i nuovi arrivati godrebbero di sussidi economici e prestazioni di welfare in misura maggiore rispetto agli italiani con basso reddito. Falso, ma fa molta presa.

Riecheggiano i luoghi comuni tipici dell’Italia di un secolo fa, soprattutto degli anni immediatamente precedenti e successivi alla prima guerra mondiale, quando l’autocommiserazione trovava i suoi cantori in Giovanni Pascoli e Gabriele D’Annunzio. Fu il primo a proporre l’annullamento delle classi sociali nell’indistinto patriottico della Grande Proletaria; e fu il secondo a cavalcare il revanscismo della Vittoria Mutilata.

Oggi come allora, chi si sottrae a tale declinazione vittimistica del patriottismo è esposto all’accusa di slealtà nei confronti della nazione. Tornano gli elenchi di intellettuali e avversari politici definiti spregiativamente “apolidi”, prezzolati dalle tecnocrazie sovranazionali, traditori degli interessi del popolo.

Tutto questo all’insegna di un ritrovato superomismo maschile, perché non è faccenda da signorine guidare il popolo nella sfida contro i suoi nemici esterni, che siano i burocrati di Bruxelles o i falsi profughi dei barconi, ora non più “scortati” dalle navi delle ong, dispregiativamente ribattezzate “taxi del mare”.

La potenza di tale offensiva ideologica rende arduo, se non impossibile, un processo di identificazione solidale tra i migranti di ieri e quelli di oggi; tra i profughi di ieri e quelli di oggi.

Come è noto nel secolo successivo alla sua fondazione come regno unitario nel 1861 l’Italia ha avuto circa 27 milioni di emigranti. Ma anche fra loro e i loro discendenti è facile sentirti obiettare: “Come ti permetti di fare il paragone? Questa gentaglia non è come noi. Questi rubano e violentano le donne, noi volevamo solo lavorare”. E quanto ai profughi ebrei che nel 1938 a centinaia di migliaia cercavano ospitalità in Europa, la loro innocente rispettabilità viene definita incomparabile con i fuggiaschi del tempo contemporaneo. Solo alcuni testimoni sopravvissuti della Shoah insistono nel richiamare i meccanismi dell’indifferenza che stritolarono le loro esistenze e che oggi vedono ricomparire.

La retrocessione di status e le decurtazioni di reddito avviate già prima della grande recessione del 2008, hanno favorito la diffusione del falso luogo comune secondo cui l’unica maniera efficace di difendersi sarebbe circoscrivere ai soli cittadini italiani l’assegnazione dei posti di lavoro, delle case popolari e delle tutele del welfare.

Forse, nel mio tentativo di comparazione storica fra il 1938 e il 2018, questa è la nota più amara: tanto fu pianificato a freddo, dall’alto, il razzismo biologico di Stato del regime fascista, tanto il razzismo culturale odierno si avvale di una poderosa spinta dal basso, di un consenso popolare che di recente ha rotto gli argini sentendosi libero di manifestarsi, finalmente, come l’esistenza di tabù consolidati non gli aveva consentito fino a qualche anno fa.

Ci è voluto del tempo, una lunga e metodica preparazione, affinché nel dibattito pubblico italiano conquistasse vittoriosa il centro della scena la tracotante iattura del “politicamente scorretto”. Contribuendo in maniera decisiva alla diffusione della xenofobia e all’odio per gli stranieri che nel nostro paese sta passando rapidamente dalle parole ai fatti.

Qui torna molto utile il riferimento agli intellettuali che negli anni venti e trenta del secolo scorso prepararono l’avvento della persecuzione razzista. Perché le analogie tra il linguaggio che essi adoperavano e quello adoperato da alcuni loro colleghi contemporanei, pur nella diversità dei mezzi a disposizione, sono impressionanti.

Allora come oggi la sfida viene lanciata contro un codice linguistico – irriso come “politicamente corretto” – liquidato in quanto inadeguato a esprimere le vere pulsioni del popolo, perché imprigionato nella gabbia del potere culturale e finanziario. Loro sì che hanno il coraggio di dire “pane al pane e vino al vino”, senza paura delle trasgressioni e delle invettive necessarie, senza guardare in faccia nessuno.

Telesio Interlandi, Giorgio Almirante, Giovanni Preziosi, ma anche il più algido filonazista Julius Evola e il popolarissimo Giovannino Guareschi, si presentavano come giornalisti brillanti e anticonformisti, polemisti anti-establishment, col gusto della provocazione e della battuta di spirito, con quel pizzico di eresia anche nei confronti del Partito nazionale fascista che non guastava. Prima su “Il Tevere” e sul settimanale “Il Travaso delle Idee”, poi su “La Difesa della Razza” e su tutta la grande stampa, fecero largo uso della satira, con rime e vignette che schernivano l’avarizia degli ebrei, l’eccessivo potere di Toeplitz e della sua Banca commerciale, le usanze dei neri africani cannibali primitivi e il richiamo sessuale rappresentato dalle loro donne.

Ma si fa per scherzo, non sarete così poco spiritosi da non distinguere una provocazione da un discorso serio? Ce lo sentiamo ripetere di nuovo oggi.