In casa

L’argent!

di Walter Siti

Incontro con Goffredo Fofi

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Il testo che segue è la parziale registrazione di una conversazione tenuta da Walter Siti a Lecce il 17 marzo scorso, stimolato da Goffredo Fofi in occasione della pubblicazione del suo agile libro Pagare o non pagare edito da nottetempo. La conversazione fa parte di un ciclo di “Lezioni italiane” organizzato dal gruppo teatrale Koreja con la collaborazione dell’assessorato alla cultura della Regione Puglia e del Comune di Lecce. Ringraziamo in particolare per la loro collaborazione Marco Chiffi, Luigi De Luca, Salvatore Tramacere.

Walter Siti, che è stato tra l’altro il curatore delle opere di Pasolini e ha insegnato a L’Aquila e ora a Milano la storia della nostra letteratura, ha scritto romanzi di assoluto rilievo nel quadro contemporaneo, che hanno saputo scavare nella realtà romana e di recente in quella milanese e nella radicale mutazione economica e antropologica della nostra società e del pianeta con la forza del narratore di qualità e del saggista involontario. Ci pare, con pochissimi altri, la conferma della convinzione di molti, me compreso, che si può essere oggi bravi romanzieri solo se si è anche grandi intellettuali, perché il mondo nuovo in cui viviamo non è più raccontabile e interpretabile con i soli mezzi dell’ispirazione e dell’esperienza. La letteratura odierna nel nostro paese è fatta di tarde commedie all’italiana e di eterni ritorni del nazional-popolare, con la sola novità di un diffuso narcisismo negli autori e di un grande cinismo degli editori, che pubblicano di tutto seguendo i dettami delle banche e sempre più indifferenti al rilievo di ciò che finirà per pochi giorni sui banconi delle grandi librerie. Tutti scrivono e pochi studiano, pensano, confrontano, sanno reagire dandosi gli strumenti adeguati all’epoca che attraversiamo, ai modelli di vita di pensiero di consumo che ci vengono imposti. Né la situazione è tanto migliore altrove. È del piccolo libro appena uscito di Walter Siti edito da nottetempo che ci incuriosisce trattare, ascoltando quel che ha da dircene il suo autore, che vi rivela o vi conferma una straordinaria intelligenza di quanto riguarda l’economia, un campo di cui subiamo le scelte ma ignoriamo perlopiù i meccanismi, pur intuendone le finalità.

Pagare o non pagare non è narrativa, ma è un libro che mi è stato chiesto dall’editore per fare il punto sul tema del pagare e soprattutto del gratis. Dico subito che è molto diverso scrivere un libretto di questo tipo, per il quale devi avere le idee il più possibile chiare per metterle su carta e far sì che il risultato sia il più possibile simile a quello che avevi in progetto, mentre quando scrivi un romanzo il procedimento è diverso, hai le idee molto chiare all’inizio e quando però cominci a raccontare una storia e immaginare dei personaggi accade che dopo un po’ essi ti portano anche dove non pensavi di dover andare. Da questo punto di vista il romanzo può essere più ricco di sorprese e in questo senso più “profetico”, ma anche meno controllabile e controllato. In Pagare o non pagare c’è solo un momento in cui ho deciso di lasciare il timone alla mia parte narrativa ed è nella nota finale, nelle cinque o sei righe in fondo, perché dopo aver fatto un discorso che riguarda i giovani ho capito che si trattava di un punto di vista di una persona di settantuno anni e che di conseguenza non sa più cosa i giovani pensano e desiderano oggi. Mi sentivo un po’ come un moralista barboso nel tirare certe conclusioni e mi ha invece salvato un piccolissimo episodio, di quelli che possono succederti nella vita di tutti i giorni: stavo andando verso casa e mi facevano male le gambe, come succede alle persone anziane, e così mi sono seduto su una panchina per riposarle e dopo un po’ è arrivata una ragazza, molto carina e nel fiore della gioventù, che un po’ imbarazzata ha sorriso e mi ha detto: “Ho perso una scommessa e devo baciare un vecchio”, e si è avvicinata e mi ha appoggiato le labbra su una guancia ed è corsa via con gli amici che l’aspettavano ridacchiando.

Questa mi è sembrata la conclusione giusta, perché era come se a un certo punto la giovinezza si fosse ripresa il suo spazio, come è giusto che se lo riprenda. Quindi tutti i discorsi che io ho fatto nel libro non so se poi davvero mordono su quello che sono i giovani adesso, che fanno e faranno, che sentono. Quello che mi veniva da pensare guardando i giovani dall’esterno a proposito del tema del pagare o non pagare era questo: quando io ero giovane (stiamo parlando degli anni sessanta, io sono nato nel 1947), quindi quando facevo il liceo o i primi anni di università, essendo figlio di poveri usufruivo di quello che una volta si chiamava ascensore sociale: borse di studio, e la Scuola Normale Superiore di Pisa. A un certo punto mi sono trovato a vivere, almeno superficialmente, la vita di quelli la cui mamma, se fossimo vissuti nello stesso paesino, sarebbe stata una padrona mentre la mia una serva. Ho fatto una specie di ascesa sociale, almeno apparente, perché poi è chiaro che i ricchi avevano le case e io no, avevano le librerie di famiglia e io no, anche se in apparenza vestivamo più o meno allo stesso modo, pensavamo le stesse cose, professavamo le stesse ideologie. Vivendo in un momento in cui l’ascensore sociale funzionava, ricordo molto nettamente il piacere che provavo nel pagare. I primi stipendi, che erano anche abbastanza alti perché la mia carriera universitaria è stata piuttosto veloce, avrei potuto farmeli accreditare sul mio conto, ma preferivo andare ogni fine del mese a ritirarli personalmente allo sportello della banca, guardando l’impiegato che mi contava le carte da 100 mila lire. E subito dopo, con quelli, correvo a pagarmi qualche piccolo lusso, che so?, regalare a mia madre qualcosa che lei non si aspettava, permettermi io qualcosa di un po’ sfizioso. Era veramente un piacere, pagare con dei soldi guadagnati da me. Per me era anche un rito di passaggio. La prima Cinquecento Fiat pagata con i miei soldi significava che ero davvero diventato adulto. Mio nipote, che adesso di anni ne ha già 26, che a me sembrano tantissimi mentre lui si ritiene all’inizio della vita, mi dice: “ma zio perché comprare una macchina tanto con BlaBlaCar, con le varie possibilità di avere un passaggio, qualcuno che ti porta lo trovi sempre”. Allora ho cominciato a ragionare su questo e ho cominciato a ragionare sull’ideologia del free, cioè delle cose che ti danno gratis. Con tutta l’ambiguità che in inglese ha la parola free, che significa libero ma anche gratis.

Alcune cose ti fanno pensare: ci sono delle grandi aziende che hanno degli uffici apposta per pensare a cosa si può dare gratis alla gente. Il fatto che i ragazzi per esempio possano crackare i programmi e quindi averli gratis mentre invece dovrebbero pagarli – e quindi tutto lo spettro della pirateria – era nato fortemente antagonista rispetto al potere. Lo stesso Steve Jobs aveva cominciato con una cosa che si chiamava BlueBox che consisteva nel fare un numero verde, che era gratuito, per poi dirottare la telefonata su un altro numero, facendo uno scherzo alla AT&T, la grande compagnia dei telefoni americana. Tu potevi telefonare anche lontanissimo, e gratis. Lo stesso Jobs ha detto che senza BlueBox non ci sarebbe stato Apple. All’inizio c’era dunque l’idea che avere le cose gratis fosse un atto di insubordinazione rispetto al potere, ma quando hanno detto al proprietario di Microsoft che in Cina stavano piratando tutti i loro programmi, Bill Gates ha detto: “Preferisco che rubino i nostri piuttosto che quelli dei nostri concorrenti”. Perché effettivamente dare delle cose gratis significa fidelizzare le persone a cui dai le cose gratuitamente. Da una parte i giovani possono avere molte più cose gratis di quelle che potevo avere io, possono scaricare la musica gratis, possono avere i film gratis, possono viaggiare gratis con le tecniche del couch surfing, e qualcuno che ti permette di dormire a casa sua in cambio di un po’ di compagnia lo trovi a Instanbul come a Bogotà… Certe forme di compartecipazione, di condivisione, BlaBlaCar e cose del genere, siti tipo “te lo regalo se te lo vieni a prendere”… Cosa però ti chiede in contraccambio questa società? Noi ti diamo molte cose gratis, ma in compenso non ti paghiamo per molte cose che tu fai, come le varie forme di stage, di apprendistati dove effettivamente tu lavori per ore e ore e non vieni pagato. E ci sono tutti i contenuti che fornisci a internet: Google sta facendo il suo megadizionario traduttore in tutte le lingue da tutte le lingue utilizzando il materiale che man mano noi forniamo tutte le volte che facciamo degli interventi sulla piattaforma, o tutte le volte che forniamo contenuti a Youtube, tutte le notizie che diamo alle varie aziende quando mettiamo i nostri profili su Facebook. Per cui, a un certo punto, loro sanno quali pubblicità conviene mandarti e insomma entri in una banca dati che costerebbe un sacco di soldi se l’azienda dovesse farsela di punto in bianco mentre tu gliela fornisci gratis… Tutte le volte che fai il check-in on-line ovviamente fai risparmiare alla compagnia aerea una persona che dovrebbe stare lì a farlo… È come se ai giovani dicessero qualcosa come: “è vero che non ti paghiamo per il lavoro che fai, ma in compenso puoi avere molte cose gratis e dunque non ti lamentare troppo perché se rovesci questo sistema, in realtà sarà peggio per te”.

Una delle cose che oggi mi colpisce sono le contraddizioni del tipo “non mi pagano”. Forse bisognerebbe tassare quelli che fanno i big data, oppure cercare di capire quanto costano veramente le cose, il prezzo di una cosa non è mai chiarissimo, perché nel prezzo ci devi mettere dentro tutti i suoi costi sociali. Ci sono molti libri che trattano il tema del “true cost”, per esempio quanto costa davvero una maglietta se conti lo sfruttamento minorile nel posto dove la fanno, se conti il fatto che le aziende delocalizzano lì, e che questo comporta dei licenziamenti nei paesi diciamo sviluppati. Qualcuno avrà notato che ad esempio il salmone nei supermercati da un po’ di tempo costa meno, e costa molto meno perché non lo fanno più in Norvegia ma lo fanno in Cile, perché i fiordi del Cile sono più o meno come i fiordi della Norvegia e i salmoni ci si trovano bene lo stesso e si riproducono uguale, salvo che la società americana che produce salmoni in Cile se ne frega dei fondali e di tutto il veleno che ci va a finire, del cibo marcio che ci va a finire e che li sta avvelenando, e non ci pensa minimamente a fare pulizia e che di conseguenza il costo sociale del fatto che le coste del Cile diventeranno invivibili dovrebbe ovviamente essere messo sul costo del salmone ma questo non avviene, e dunque ho l’impressione che tutta una serie di cose nascoste, questo sistema ci tenga a mantenerle tali, non dicendoti mai: “guarda, questa è la situazione, ti sta bene o no?”.

Il patto non viene formulato apertamente, e tutto passa sotto silenzio. Come tu dici ai giovani: “guarda, io non ti pago, però ti cedo un po’ di cose gratis”, così a tutta una serie di persone puoi dire: “guarda, io ti do dei servizi scadenti, però dato che non paghi le tasse non faccio ricerche approfondite” e quindi si trova un aggiustamento: “io sto zitto e tu stai zitto”. Mi pare che questa sia una società dove domina questa specie di omertà condivisa, ed è un fatto curioso perché questa omertà condivisa coincide con un discorso pubblico dove invece si esalta lo streaming, il fatto che tutto deve essere alla luce del sole, che siamo in una casa di vetro, che bisogna mettere in chiaro le telefonate quando vengono registrate e che vanno subito rese pubbliche, e quindi c’è un’apparenza di democrazia e di pubblicità in ogni cosa… “Intercettateci tutti” era diventato a un certo punto uno slogan, ed è una follia perché se mi intercettassero per davvero mi metterebbero in galera. Credo che sia un diritto di ciascuno conservare una zona segreta di se stessi, così come in politica è del tutto evidente che non la si può fare in streaming, perché se devi fare dei compromessi non li puoi fare davanti a una macchina da presa, li devi fare in separata sede, in silenzio. Di conseguenza è come se ci fosse una cappa enorme di ipocrisia che copre i reali meccanismi di funzionamento di questa società.

Un’altra frase che si sente sempre dire è che “la vita non ha prezzo”: “la morte di un bambino vale tutti i quadri del Louvre più tutti i quadri del British Museum”, “niente può pagare una vita umana”… Poi se vai a vedere tutte le vite hanno un prezzo! Una cosa che non sapevo, e che ho imparato facendo questo libro, è che quando gli americani si sono trovati a dover ricompensare le famiglie che avevano avuto dei morti nel crollo delle Torri Gemelle, pur avendo a disposizione un budget illimitato, perché così aveva deciso il Congresso, hanno dovuto darsi delle regole. C’è un libro del tipo che dirigeva questa commissione, che ha per titolo Quanto costa una vita umana dove dice che la regola che si erano dati era di ricompensare le famiglie in ragione di quanto il congiunto morto avrebbe guadagnato nel resto della sua vita. Di conseguenza i giovani sono stati ricompensati più dei vecchi, i maschi più delle femmine, i dirigenti più delle persone che lavoravano in ruoli di secondo grado… e c’è stata dunque una vera e propria graduatoria di quanto costavano le singole vite umane. Anche questo è un dato, come dire, di ipocrisia totale.

Un altro dato di cui non si dice è quello sul lavoro, che mancherà sempre di più perché con lo sviluppo della tecnologia tantissimi lavori potranno essere fatti dalle macchine e non dagli uomini, non solo i lavori materiali, come sta già accadendo. Non solo ci sono le macchine che si guidano da sole, ma ci sono anche molti lavori intellettuali per cui hanno già provato a far fare alle macchine degli articoli sportivi che risultano assolutamente indistinguibili da quelli che potrebbe fare una persona in carne e ossa, perché vengono fatti più o meno standard. Lo stesso per il lavoro dei medici o dei giuristi. È chiaro che, se un avvocato deve esaminare una causa e ha a disposizione nella sua testa, con i suoi studi, ad esempio 1.500 precedenti su cui lavorare, un computer che ne ha a disposizione 800mila senza mai sbagliarsi, è evidentemente più efficiente; ed è lo stesso se deve fare una diagnosi basandosi su un’anamnesi avendo a disposizione 200 volte i dati a disposizione di un medico vero e proprio. Di conseguenza i lavori saranno sempre di meno e sempre più aleatori, più strani e curiosi. Ad esempio due ragazze americane hanno inventato una app, e ci hanno fatto dei soldi che dice alle donne che vanno in giro per le città americane, non qual è il percorso più breve o più veloce per arrivare a casa, ma quello più sicuro… Anche questo è un lavoro, ma mi chiedo quanto sia un lavoro produttivo. Evidentemente siamo in una fase in cui o diminuiscono drasticamente le ore di lavoro, oppure la disoccupazione sarà sempre maggiore. Però la politica non ce lo dice, e via col concertone del Primo Maggio! E con tutti che dicono: “il lavoro ci sarà, ce ne sarà di più, ci sarà la ripresa, basta trovare la strada giusta, fare prodotti di alta gamma perché quelli di bassa gamma li fanno i paesi meno sviluppati di noi eccetera eccetera”, ma si tratta di palliativi e nessuno va a vedere le cause alla radice.

Il mio è dunque un libriccino che non ha nulla a che fare con la parte che io considero veramente creativa, quella dove vai a esplorare delle cose che tu stesso non sai di te stesso o della società, però mi andava di farlo, perché da romanziere mi interessa cosa sta diventando il cervello delle persone e quindi quell’enorme rimozione collettiva a proposito del denaro, per cui sembra che se ne possa fare a meno, sembra che si sia volatilizzato, che sia evaporato, che stia diventando una specie di cosa intangibile, ed è questo infine che veramente ci frega, che non ci fa vedere l’enorme divario economico esistente tra le classi sociali. Venendo da povera gente io ragiono ancora in termini di denaro tangibile, e parlando con un amico ricco che è poi quello che mi ha aiutato quando ho scritto il libro sulla finanza, lui mi dice che più o meno gli entrano in tasca ogni anno tra gli 8 e 9 milioni di euro, che a me sembra tantissimo. Ma lui mi dice: “Guarda che rispetto ai miei compagni di squash, io sono un miserabile!” e ha probabilmente ragione perché è tutta gente che ragiona in termini di 300 milioni di euro l’anno, o perfino di un miliardo di euro l’anno. E tutto questo non è tangibile, perché circola nelle banche, perché è denaro detto e non visto. Nessuno di loro tocca mai un soldo, il denaro liquido non sanno più cosa sia, vivono in un mondo in cui il denaro è diventato qualcosa di puramente nominale o appunto virtuale, come si dice adesso delle macchine eccetera. Mi interessava vedere che riflesso può avere tutto questo nella testa delle persone. La gente come mio nipote che denaro non ne vede, però può fare delle cose che gli danno quasi l’illusione di essere un benestante perché se ne va in giro per l’Europa e per il mondo spendendo pochissimo, quando torna a casa non ha una macchina, non si è pagato niente di veramente suo, continua a vivere con i genitori. Lo so, certo, che alla fine troverà probabilmente il modo di avere i suoi bravi riti di passaggio molto diversi da quelli che sono stati i miei, però mi chiedo come, e mi pare che effettivamente ci si dovrebbe fare questa domanda.

C’è l’illusione della globalizzazione felice per cui tutti i ragazzi del mondo si possono unire in una specie di anelito di libertà, ma se poi andiamo a toccare come è davvero questa realtà constatiamo che è un disastro. Una cosa che mi colpì molto quando era di moda l’“occupy”, Occupy Wall Street e poi i vari Occupy London o altro, fu che i ragazzi dicevano: “siamo il 99% e la finanza è solo l’1%”, tutti uniti e la finanza finirebbe in fumo. A Londra c’era un’occupazione sotto la Cattedrale di Saint Paul, e ricordo di aver visto un’intervista dove una ragazza finlandese era lì con la tenda e stava occupando, bellissima e piena di speranza, con dei fantastici occhi azzurri. Diceva che grazie a internet si era fatta un’amica in Siria che viveva quotidianamente sotto le bombe nella periferia di Damasco. Si sentiva “sorella” di questa ragazza, ma quando le hanno chiesto se si sarebbe fermata a dormire lì la notte ha detto: “Mah, no, resto fino alle dieci di sera perché poi vado a dormire da una mia amica perché qui c’è la campana di Saint Paul che suona tutte le ore e non mi fa dormire”. Ed era ovvio chiedersi se questa ragazza che viene disturbata dalla campana di Saint Paul che batte una volta all’ora, e l’amica siriana che è sotto le bombe fossero poi così sorelle! È come se ci fossero due strati, uno ideologico di ottimismo volontaristico e uno dove invece la tenaglia tra poveri e ricchi si sta disperatamente allargando, suscitando l’impressione che mai più possa ricongiungersi.

In quel bellissimo saggio di E. M. Forster, Aspetti del romanzo (1927), i primi aspetti sono del tutto comprensibili – la trama, l’intreccio, i personaggi, eccetera – ma a un certo punto c’è un capitoletto che si chiama Profezia che io non avevo capito, perché mi ero detto: “ma che diavolo è la profezia in un romanzo?”. Rileggendolo di recente per delle lezioni in una scuola di scrittura, credo di avere finalmente capito, forse perché nel frattempo avevo fatto il percorso di questo librettino. Forster mette a confronto due passi, uno di George Eliot e uno di Dostoevskij. Sono due passi che riguardano il perdono, uno in Adam Bede di Eliot, ed è un passo religioso, molto convinto, in cui c’è una peccatrice che sta in carcere e una signora credente la va a trovare e le dice che per ottenere il perdono deve davvero essere convinta delle sue colpe, le offre una specie di consolazione ed è tutto molto funzionante, è un’ottima cosa da romanzo realista dell’Ottocento. Poi c’è il passo famoso del finale dei Fratelli Karamazov di quando Mitja sta andando verso la Siberia: i forzati si fermano per dormire una notte, lui si addormenta, e svegliandosi la mattina si accorge che un’anima buona gli ha messo un cuscino sotto la testa e dice: “Allora ci sono ancora delle persone buone a questo mondo”, e racconta il sogno che ha fatto, che è il sogno di un villaggio di gente poverissima, di un ragazzino morto in sostanza di fame e di miseria e di lui che continua a chiedersi come un pazzo, sempre nel sogno: “Ma perché devono esserci dei bambini che muoiono di fame, perché ci devono essere queste disuguaglianze, perché c’è la povertà?”. E non riesce a darsi una risposta, ma avverte dentro di sé la sensazione di qualcosa di enormemente vivo che si sta muovendo, che si sta agitando. Si sveglia, si accorge del cuscino che gli hanno messo e con un sorriso, sapendo di essere stato condannato ingiustamente, che è preda di un errore giudiziario, che a causa di questo errore giudiziario se ne andrà in Siberia a scontare i lavori forzati, sorride e dice: “Signori, ho fatto un bellissimo sogno.”

Cos’è dunque la profezia? È questo, è il cominciare a porsi domande martellanti anche senza sapersi dare una risposta ma sapendo che non potrai mai smettere di porti queste domande. Mentre nell’altro testo, che non era profetico, ma era semplicemente molto convintamente religioso, George Eliot lo sapeva quali erano le verità, e sapeva di conseguenza quale parte far fare a ciascun personaggio. Dall’altra parte c’era invece una domanda posta ossessivamente in modo angosciante. Credo che la profezia sia questo, il fatto che se tu affronti dentro un tuo romanzo una cosa che ti ha continuamente assillato, devi fare lo sforzo di inventare un personaggio che si butti a capofitto dentro questa cosa e senza sapere cosa succederà. Dopo che ho fatto fare a quel prete di Bruciare tutto la fine che ha fatto, ho capito che non potevo evitare di scrivere dopo una cosa, che è quella che sto scrivendo adesso, che sarà molto più breve, un racconto lungo o un romanzo breve, e che però non può intitolarsi che Bontà.

In casa

A Rosarno, la tendopoli delle donne

di Marina Galati

disegno di Mara Cerri

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Becky Moses, giovane nigeriana, muore carbonizzata in un ennesimo incendio scoppiato nella tendopoli di San Ferdinando a Rosarno. Questa volta è una donna, non è una bracciante e non raccoglie arance. Finora il popolo della tendopoli innalzato alle cronache è maschio, bracciante impiegato nella raccolta degli agrumi.

Le immagini che ci accompagnano dalla famosa rivolta del 2010 sono di centinaia di migranti uomini africani scesi in piazza, per le vie del paese, pieni di rabbia, per protestare contro le violenze fisiche subite, lo sfruttamento nei campi e la vita da bestie vissuta in casupole fatiscenti sparse nelle campagne della piana di Rosarno e Gioia Tauro. In seguito alla rivolta l’anno dopo viene allestita la prima tendopoli a San Ferdinando, lontano dal paese, nella zona industriale, fatta di capannoni vuoti e abbandonati realizzati con la legge 488, ma le cui attività produttive non sono mai partite.

Rosarno è da tempo conosciuta come la tendopoli più grande di Italia. Nei periodi di raccolta delle arance, da ottobre a marzo, vi vivono circa 2.500 immigrati e tanti di loro oggi vi risiedono in modo permanente anche tutto l’anno. Da anni si ricercano soluzioni, si investono finanziamenti ma di fatto si moltiplicano solo campi mai del tutto attrezzati. Inconcepibilmente l’ultima tendopoli è stata costruita priva di spazi dove poter cucinare mentre era previsto un servizio di catering, scelta insensata se pensiamo che ad abitare questa tendopoli vi sono una ventina di etnie con culture sul cibo tra loro diversissime. Il cibo, come si sa, è uno degli elementi che permette di mantenere la propria identità. E le persone, nei loro processi migratori, hanno bisogno di poter continuare a prepararsi un pasto secondo le proprie usanze e culture, e molte volte questo contribuisce un po’ ad alleviare le sofferenze che le migrazioni portano con sé, a rimanere ancorati alle proprie identità e radici culturali.

In casa

Chi comanda a Torino?

di Giorgio Morbello

illustrazione di Sebastiano Ranchetti

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Sembrano i simboli delle farmacie aperte in città: sono più di cento i circoletti verdi con una croce al centro che compaiono sulla schermata di Torino di Google Maps dopo aver aperto la pagina “Interventi Principali” dalla home page della Compagnia di San Paolo. Se si passa il mouse sui circoletti compare una foto con il titolo dell’iniziativa, cliccando si apre il link con la spiegazione. Andiamo a caso: Cascina Roccafranca, Yepp Falchera, Salone del libro, Centro studi Sereno Regis, Rinascimenti Sociali e così via, seguendo i circoletti. Qui c’è un contributo per una ristrutturazione o per un restauro, lì un progetto di accoglienza sociale, verso nord lo spazio di comunità di un quartiere, per non parlare delle partecipazioni più istituzionali come Teatro Regio o Salone del libro. Sembra di un entrare in un universo parallelo, o meglio in una città parallela, e le foto ci parlano di visi sorridenti, arredi moderni, efficienti e di design, chiese barocche tirate a lucido, studenti chini su libri e ipad, famiglie che partecipano a un incontro, ambulatori medici…. immagini da catalogo Ikea dove non manca nessuna delle declinazione del vivere culturale e sociale di una città.

La Compagnia di San Paolo di Torino è forse la Fondazione bancaria più importante d’Italia, sicuramente quella che riversa sul territorio del capoluogo e della sua provincia più denaro di quanto faccia qualunque altra Fondazione nel nostro Paese. Il bilancio parla chiaro: “536 milioni di euro di erogazioni nel periodo 201215; oltre 3.200 progetti sostenuti; 14% il peso della Compagnia sul totale Fondazioni ex bancarie, sia in termini di patrimonio che di erogazioni (media 201314); 80% dell’erogato si concentra in Piemonte, con focus sulla Città Metropolitana di Torino”. Se si mettono insieme le iniziative culturali con quelle sociali e sanitarie, le risorse messe in campo dalla Compagnia sono assolutamente paragonabili a quelle nel bilancio del Comune di Torino. Si può dire tranquillamente che in città non esista iniziativa in questi campi di intervento che non veda associato il simbolo della Città con quello della Compagnia. Si aggiunga poi il contributo di altre fondazioni con minore peso (bancarie e non) come la Fondazione Crt (che pure è la terza in Italia per erogazione di fondi) e la Fondazione Agnelli per arrivare a un totale davvero consistente. Se venisse meno l’intervento di tali soggetti non è affatto esagerato dire che le politiche sociali e culturali della città, così come sono oggi, crollerebbero. Dalla stagione lirica del Teatro Regio al Teatro stabile, dal Salone del libro a Settembre Musica, dal Museo Egizio al Torino film festival fino al più piccolo progetto di periferia che è riuscito a vincere un bando e ad avere un contributo: la Compagnia è ovunque. Nel capoluogo piemontese questo rapporto tra fondazioni e città è particolarmente forte non solo in termini di volume di denaro, ma anche perché qui si sta costruendo un nuovo modello di gestione della città, quasi un laboratorio politico, fondato su una partnership sostanzialmente alla pari tra un’amministrazione pubblica e un ente di diritto privato. Esistono dinamiche simili anche in altre città come a Milano con la Cariplo o a Genova con la Fondazione Carige, ma a Torino appaiono nella loro dimensione più compiuta.

 

Utili

Di fronte a questo sostegno economico così importante, la domanda è d’obbligo: ma da dove arrivano tutti questi soldi? Recita il bilancio: “Alla fine del 2016 il valore di mercato complessivo del portafoglio di attività finanziarie detenuto dalla Compagnia di San Paolo ammontava a 6,8 miliardi di euro. Al 31/12/2016 la partecipazione in Intesa Sanpaolo pesava per il 52,9% circa sul totale delle attività finanziarie, in diminuzione rispetto al 59,7% dell’anno precedente. La parte “diversificata” del portafoglio complessivo, rappresentata dall’investimento in fondi comuni costituiva il 39,6% circa del totale; completava l’allocazione il residuo 7,5%, rappresentato da altre partecipazioni e attività”. Con questo portfolio la Compagnia si colloca come primo azionista della banca Intesa Sanpaolo, possedendone circa l’8% delle azioni. Gli utili derivanti da tale proprietà finanziarie sono quelli destinati al territorio torinese. Ma perché solo Torino? Lo prevede la legge: le fondazioni bancarie devono operare a sostegno prevalente dei propri territori. Non ci si lasci ingannare: questa disposizione racchiude una profonda ingiustizia, in quanto le fondazioni bancarie sono maggiormente concentrate al nord, ma le banche che ne determinano la maggior parte della ricchezza sono in tutta Italia, e così un correntista di Intesa Sanpaolo di Perugia, che quindi porta ricchezza alla banca e alla fondazione, ben difficilmente vedrà in Umbria un intervento della Compagnia.

In casa

La mafia, una violenza piena di futuro

di Isaia Sales

disegno di Mara Cerri

Esiste una continuità di pensiero tra alcuni grandi personaggi della cultura siciliana, tra i quali anche Sciascia: chi vuole capire la mafia fuori dalla Sicilia non è il benvenuto. Quando un problema lo vedi troppo da vicino, non riesci a comprenderlo. Naturalmente noi dobbiamo molto agli storici siciliani, ma credo sia stato un gravissimo errore separare lo studio delle tre mafie italiane, come se avesse dignità di studio e di esistenza solo la siciliana. Le tre mafie italiane sono nate nello stesso periodo storico e sotto lo stesso regime politico istituzionale, e hanno avuto nel tempo gli stessi modi di agire. Com’è possibile che gli storici italiani non abbiano colto questa unicità del fenomeno? Si tratta di “tre sorelle” che hanno però dei caratteri diversi, influenzate dal contesto in cui si sono trovate a vivere. Per esempio, i siciliani non accettano che sia nata prima la camorra della mafia (cosa storicamente certa) e che alcune parole di quel mondo, come “pizzo” e “omertà”, non siano parole siciliane. Pizzo è il giaciglio che nelle carceri i camorristi offrivano a pagamento ai nuovi arrivati. Pizzo in napoletano vuol dire un piccolo luogo quasi nascosto, oppure quello in cui il camorrista si piazzava per estorcere; era il “pizzo” da cui controllava i mercati dove estorceva.

Basta leggere il libro di Francesco Benigno, La mala setta. Alle origini di mafia e camorra. 18591878 (Einaudi 2015). I camorristi sono stati i primi mafiosi: la loro nascita come setta risale al 1820 e nel 1842 hanno avuto un primo statuto. Le mafie sono nate nelle carceri e nell’esercito. E nelle carceri i napoletani erano di più, per un fatto naturale dovuto alla sovrappopolazione di una grande metropoli, che produceva necessariamente più criminali. Mentre nell’esercito si sviluppava una dimestichezza con le armi e con la violenza. L’influenza della camorra ottocentesca è riscontrabile negli attuali riti di iniziazione della ’ndrangheta, uguali a quelli della camorra all’inizio dell’Ottocento. Il primo testo siciliano che parla di mafia è I mafiusi de la Vicaria, un’opera teatrale scritta in dialetto nel 1863 da Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca. Ebbene, il protagonista è un camorrista napoletano rinchiuso nel carcere di Palermo.

In casa

L’Italia s’è destra

di Piergiorgio Giacchè

 

illustrazione di Claudia Palmarucci

Prima del voto

Gennaio 2018

Siamo sempre in “campagna”. Dalle precedenti elezioni alle nuove elezioni è stata tutta una campagna, in cui la discussione e la definitiva approvazione di una nuova legge elettorale ha tenuto tutti i banchi del parlamento. L’accordo è stato infine raggiunto con un generale disaccordo: battezzata con il solito nomignolo in latino maccheronico – stavolta “rosatellum” da certo Rosato – la legge non ha nessuna rosea speranza di durare. Non c’è partito che non abbia messo al primo punto della prossima legislatura, una nuova legge elettorale… Sempre che un governo riesca a formarsi e che il parlamento riesca a durare il tempo di rifare la legge, inseguendo il solito inganno di una Rappresentanza che garantisca la Governabilità: due corni di un dilemma che solo in Italia non si riesce a sciogliere, ma che per fortuna si riesce a ignorare.

Non c’è Paese d’Europa e forse del mondo, in cui a ogni elezione cambiano le regole, producendo nella gente un disadattamento cognitivo che è forse più forte della disaffezione politica. A ogni tornata – e in Italia non si fa che tornare – prima ancora di decidere “per chi”, bisogna imparare daccapo il “come” si vota… Certo, fare una croce è facile per un popolo ridotto allo stato di analfabetismo politico, ma poi – fra voto disgiunto proibito, parziale maggioritario e maggioranza proporzionale, uninominale e stavolta perfino plurinominale, liste che corrono da sole e coalizioni che marciano insieme per forza (Italia) o per amore (dell’Europa), leader plurimi con tutti i nomi in locandina oppure simboli senza nomi e partiti senza leader… – nessun elettore può immaginare come si farà la conta, ma sa già che non finirà mai… Questa è appunto la nostra “croce”, ma questo è anche il grande “patto” (altro che inciucio) fra tutti i partiti, anzi i partenti per la gara del 4 marzo: no, non si deve conoscere “la sera stessa delle elezioni” chi va al governo, perché soltanto così tutti possono da subito cantar vittoria!

Un tempo, era dopo i risultati che tutti giuravano di aver vinto, ma adesso appena aperta la campagna, tutti assicurano di avere già vinto: è la vittoria la premessa e la promessa di ogni partito. Restano piccoli dubbi a destra su chi prenderà un voto in più e dunque tutto il cucuzzaro, mentre a sinistra (si fa per dire) il Pd non si fa questione di nomi ma pubblicità della “squadra”: e poi c’è anche chi la squadra dei ministri l’ha già presentata al Presidente della Repubblica e magari sta già governando… sia pure virtualmente.

Ebbene, hanno tutti ragione: siamo l’unico paese in cui chi si candida è già vincente, perché si è messo in lista – sia pure d’attesa – nel più grande mercato della repubblica “fondata sul lavoro”. Da noi “partecipare” non ha valore olimpico, ma equivale all’iscrizione a un concorso di stato che vale più di quello degli insegnanti o degli infermieri e perfino della fuga dei cervelli all’estero e dei camerieri a Londra… La scadenza e la sentenza del 4 marzo non darà un seggio a tutti, ma, nella “politica all’italiana”, rientrare fra i papabili anche se non si esce papa fa già curriculum, promette già una carriera. Sarà per questo che, con grande vanto dei partiti, le liste sono piene di nuovi volti ancora senza volto. E se – fra la verde età e la quota rosa – le new entry entreranno davvero, si potrà dire che siamo una democrazia avanzata, anzi rigenerata.