In casa

I fuochi dell’estate

di Alessandro Coletti

disegno di Lorenzo Mattotti

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 degli Asini: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Come ogni anno, le notizie del periodo estivo riguardano l’emergenza incendi, e le teorie più strampalate si diffondono come fossero verità assolute. “Sono i pastori ad appiccare gli incendi nei boschi, perché vogliono pascoli nuovi e freschi ogni anno”, è questa la litania che sento ogni estate da decenni, a giustificare i costanti roghi boschivi che (da quando ne ho memoria) condizionano il paesaggio dei luoghi in cui sono cresciuto. Peccato che di pastori nel nostro paese ce ne siano sempre meno e che bruciare un bosco non vuol dire necessariamente nuovi pascoli, anzi. Anche quest’anno nessuna eccezione alla regola: le regioni del sud sono state le più colpite anche a causa delle avverse condizioni meteorologiche. Bruciano interi boschi montani, aree protette del demanio, ma anche terreni destinati a colture che costeggiano strade, autostrade e ferrovie, depositi di rifiuti stoccati e siti illegali di smaltimento, attività commerciali che maneggiano materiali infiammabili o pericolosi.

La particolare situazione di siccità prolungata in quest’anno solare è la variabile di fondo che, secondo gli opinionisti della stampa mainstream, avrebbe aumentato l’efficacia e la diffusione delle diverse attività incendiarie. Sul banco degli imputati c’è anzitutto l’azione involontaria degli italiani che mostra sempre più incuranza nella tutela e nella cura delle risorse ambientali. C’è chi, invece, agisce in piena consapevolezza per modificare in maniera più o meno massiccia interi paesaggi utilizzando il fuoco. Di questi disegni criminosi vengono additati come responsabili semplici criminali e appartenenti alle organizzazioni mafiose italiane che storicamente hanno utilizzato e utilizzano l’incendio doloso come efficace pratica di persuasione. A seguire, le colpe vengono addossate ai lavoratori stagionali e della (ormai ex) forestale, che appiccherebbero roghi per guadagnare qualche ora di lavoro in più nel loro spegnimento.

In casa

I paradossi dell’emergenza idrica

di Paolo Carsetti

disegno di Alessandro Sanna

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 degli Asini: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Quella dell’emergenza idrica è ormai un’evidenza conclamata, con effetti nefasti sulla disponibilità per uso umano, sull’agricoltura e più in generale sull’ambiente. Purtroppo, l’attuale dibattito pubblico è piegato agli interessi delle grandi lobby economico-finanziarie che perseverano nella strategia volta alla definitiva mercificazione del bene acqua.

Per l’ennesima volta si prova a cancellare con un tratto di penna e a rimuovere dalla coscienza delle persone le reali cause di una crisi che, come scriveva Vandana Shiva nel 2003 nel libro Le guerre dell’acqua (Feltrinelli), è una crisi ecologica che ha cause commerciali ma non soluzioni di mercato. Addirittura si arriva a prospettare come cura esattamente la causa scatenante della malattia, ossia la sottomissione dell’acqua alle regole del mercato, del profitto e della concorrenza.

In realtà è evidente come la crisi idrica globale sia il risultato del matrimonio tra il ciclo dell’acqua e il ciclo economico. Essa è dovuta principalmente alla scarsità di questa risorsa. Scarsità man-made, cioè prodotta dall’uomo, a partire dall’alterazione del ciclo idrico. Per cui all’emergenza climatica globale si somma una decennale mancanza di pianificazione e investimenti infrastrutturali legata alla politica monopolistica e privatistica con cui viene gestita l’acqua.

Inoltre, la concomitanza di diversi fattori (quali il riscaldamento globale, la caratteristica intrinseca dell’acqua di essere risorsa vitale ripartita in modo ineguale sul nostro pianeta, la rapida crescita demografica mondiale, l’incremento dei consumi, i pericolosi nazionalismi, l’essere diventato fattore economico determinante) ha fatto sì che l’acqua sia e sarà sempre più scarsa e, quindi, obiettivo della politica nazionale e internazionale.

È proprio nel momento in cui l’acqua esce dalla sua dimensione naturale e diviene “scarsa” che ancor di più si concentrano su di essa le attenzioni del mercato, trasformandola così da bene comune a bene commerciabile.

Le politiche nazionali e internazionali, invece, dovrebbero garantire la disponibilità e l’accesso individuale e collettivo all’acqua potabile in quanto diritti inalienabili e inviolabili della persona. Ciò a partire dalla consapevolezza che l’acqua è un bene finito, indispensabile all’esistenza di tutti gli esseri viventi, oltre a essere una risorsa che va salvaguardata e utilizzata secondo criteri di solidarietà. Qualsiasi uso delle acque deve essere effettuato garantendo le aspettative e i diritti delle generazioni future a fruire di un integro patrimonio ambientale.

La Terra è il pianeta dell’acqua, ma si tratta di un’abbondanza solo apparente. Infatti, il 97% risiede tra oceani, calotte glaciali e sottosuolo, cosicché per l’uso umano ne rimane meno dell’1%, disponibile in laghi, fiumi e falde di acqua dolce facilmente accessibili. Da un certo punto di vista, l’acqua mondiale è come la ricchezza mondiale: in termini globali, infatti, la quantità è più che sufficiente; il vero problema è che alcuni paesi ne dispongono in quantità ben maggiori rispetto ad altri. Eppure il nostro pianeta dispone di una quantità maggiore della soglia minima dei 1700 metri cubi a persona annui definiti come quantità minima necessaria per produrre cibo, sostenere le industrie e conservare l’ambiente.

Ma cosa accade quando vengono violati i limiti dell’uso sostenibile dell’acqua? L’integrità degli ecosistemi e in ultima analisi la vita umana risulta compromessa. La scarsità di questo bene sta provocando e genererà sempre più l’esclusione dalla possibilità di accedervi per centinaia di milioni di persone con conseguenti migrazioni di proporzioni imprevedibili. Inoltre, guerre e conflitti per l’acqua si sono succeduti a un ritmo sempre più incessante nel secolo scorso e si avviano a contraddistinguere ancor più questo secolo. In questi conflitti l’acqua viene utilizzata come strumento bellico di pressione-oppressione e di potere.

Nel frattempo il mondo si sta riscaldando. Nel Ventesimo secolo, l’attività umana ha portato a un aumento della presenza nell’atmosfera dei gas a effetto serra. Questo incremento avrà conseguenze importantissime su tutti gli ecosistemi. Il processo di riscaldamento globale è già in atto. Ma l’innalzamento delle temperature di proporzioni molto maggiori, che si prevede avrà luogo nel corso del Ventunesimo secolo, produrrà grossi cambiamenti in particolare sulla risorsa idrica in termini di evaporazione e precipitazioni, con una conseguente minore prevedibilità del ciclo idrico. Provocherà un incremento del fenomeno dell’evaporazione degli oceani e dell’acqua sulla terraferma, intensificando e accelerando il ciclo dell’acqua. Tali cambiamenti saranno accompagnati da nuovi regimi pluviometrici e da eventi meteorologici sempre più estremi (alluvioni e piogge flash), tra l’altro su suoli sempre più cementificati e aridi, che non potendo trattenere l’acqua, tendono a farla tornare velocemente in mare ed evaporare. Il cambiamento climatico rappresenta oggi una minaccia senza uguali per la vita sul pianeta.

Come effetto complessivo si avrà un acuirsi del rischio e della vulnerabilità, che metterà a repentaglio i mezzi di sostentamento, la salute e la sicurezza di milioni di persone. Gli studi scientifici convergono sul fatto che le zone aride diventeranno più aride e quelle umide diventeranno più umide, con importanti conseguenze per la distribuzione della produzione agricola.

Per una gran parte delle persone che vivono nei paesi del Sud del mondo, le proiezioni relative al cambiamento del clima indicano una minore sicurezza dei mezzi di sussistenza, una maggiore vulnerabilità alla fame e alla povertà, un peggioramento delle disuguaglianze sociali e un maggiore degrado ambientale.

I cambiamenti climatici minacciano non una catastrofe unica, bensì un disastro che va lentamente dispiegandosi. Nonostante sia possibile attenuare il cambiamento climatico futuro, abbiamo comunque già oltrepassato il punto di non ritorno e le pericolose variazioni del clima appaiono oggi inevitabili. La risposta che saprà dare la comunità internazionale determinerà le prospettive per le generazioni di oggi e per quelle future.

In questo senso sarà importante l’esito del Forum alternativo mondiale dell’acqua che si svolgerà a Brasilia nel marzo del 2018. Un appuntamento che, come al solito, viene costruito dai movimenti sociali in opposizione al Forum mondiale dell’acqua, evento organizzato dal Consiglio mondiale dell’acqua, di fatto controllato dalle multinazionali. Sarà un appuntamento importante anche per il particolare periodo storico che sta attraversando il Brasile, oramai sempre più avvitato in una perversa spirale reazionaria.

Il tema dei cambiamenti climatici è un tema globale ma con ricadute drammatiche a livello locale ed è strettamente connesso alle battaglie in difesa dell’acqua e dei beni comuni che si stanno giocando nel nostro paese.

Per queste ragioni è opportuno provare a individuare gli elementi critici e i nodi da sciogliere per giungere finalmente a una reale tutela di questo bene e a una sua gestione pubblica e partecipativa, l’unico vero antidoto a una crisi che non farà altro che approfondirsi nel tempo. La conferma che una delle cause dell’emergenza idrica sia almeno in parte da addebitare alla privatizzazione ci viene anche dall’analisi dello stato dell’arte del sistema idrico italiano da cui emergono dati alquanto sconcertanti: bassi investimenti, reti vecchie con dispersione elevatissima e ritardi nella depurazione. Delineando così un sistema gravemente malato.

I fautori dell’ingresso dei privati nella gestione dell’acqua utilizzano da sempre come argomento forte la grande opportunità di apporto di capitali per rendere più efficiente il servizio, per ristrutturare le reti e costruire gli impianti di depurazione. Inoltre, grazie al mercato e alla concorrenza, si sarebbe dovuta garantire una maggiore economicità per i cittadini. La proposta comprendeva anche l’ovvio benificio per l’ambiente visto che si sarebbe salvaguardata maggiormente la risorsa.

Ancora oggi le ragioni addotte per sostenere le privatizzazioni sono le stesse, ma colpevolmente dimenticano che il 12 e 13 giugno 2011 oltre 26 milioni di elettori si sono pronunciati attraverso due referendum contro la privatizzazione dell’acqua e di tutti i servizi pubblici locali (primo quesito) e per l’eliminazione dei profitti dalla gestione dell’acqua (secondo quesito), in quella che è stata un’esperienza di partecipazione democratica dal basso senza precedenti che ha imposto il paradigma dei beni comuni contro il pensiero unico del mercato. L’esito di tali referendum è stato prima disconosciuto, poi disatteso e infine è stata messa in campo, da parte di tutti i governi che si sono succeduti alla guida del paese, compreso l’attuale, una rinnovata strategia con l’obiettivo di rilanciare i processi di privatizzazione del servizio idrico e degli altri servizi pubblici locali, oltre a reinserire in tariffa la voce che garantisce il profitto ai gestori. Il combinato disposto di diversi provvedimenti approvati negli ultimi anni punta a costruire un meccanismo per cui, attraverso processi di aggregazione e fusione, i quattro colossi multiutility attuali – A2a, Iren, Hera e Acea – già collocati in borsa, potranno inglobare tutte le società di gestione dei servizi idrici, ambientali ed energetici, divenendo i “campioni” nazionali in grado di competere sul mercato globale. Senza contare i tentativi in atto di privatizzare l’Acquedotto pugliese, il più grande d’Europa. 

Ciò si configurerebbe come una reale regressione ai primi del Novecento, quando a gestire l’acqua e i servizi pubblici erano pochi monopoli privati. Inoltre, attraverso il metodo tariffario predisposto dall’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico (Aeegsi) si stanno facendo rientrare dalla finestra i profitti garantiti per i gestori sotto la denominazione di “costo della risorsa finanziaria”. Tale metodo, riproponendo la copertura tramite tariffa di una percentuale standard del capitale investito, sostanzialmente non sta facendo altro che reintrodurre lo stesso meccanismo della remunerazione del capitale investito eludendo così l’esito del secondo quesito referendario.

Il movimento per l’acqua si è attivato sin dall’autunno 2011 lanciando la campagna di “Obbedienza civile” la quale consiste nel pagare le bollette applicando una riduzione pari alla componente del profitto. È stata chiamata di “Obbedienza civile” perché non si tratta di “disobbedire” a una legge ingiusta, ma di “obbedire” alle leggi in vigore, così come modificate dagli esiti referendari. Con la mobilitazione attiva di migliaia di cittadini ci si è proposti di attivare una forma diretta di democrazia dal basso, autoorganizzata, consapevole e indisponibile a piegare la testa ai diktat dei poteri forti di turno.

Il movimento per l’acqua, inoltre, insieme alla Federconsumatori, ha promosso ricorso contro tale metodo tariffario, ma prima il Tar e poi il Conisglio di Stato lo hanno respinto. Le pronunce affermano che la copertura integrale dei costi del servizio comprende anche il “costo” del capitale proprio investito, giustificando tale scelta con il fatto che l’orientamento pressoché generale della scienza economica fa rientrare nella nozione di “costo” anche quello di “costo-opportunità”, nel senso del valore del mancato impiego del fattore produttivo in altra attività comunque profittevole.

A questo punto, però, la giustizia amministrativa dimentica di rilevare, o fa finta di non comprendere, che, sulla base della normativa e della stessa teoria economica dominante, questa nozione di “costo economico” equivale nella sostanza alla remunerazione abrogata con il referendum.

Altro passaggio significativo rispetto alla pervicacia con cui si sta contraddicendo la volontà popolare è quanto avvenuto alla Camera nell’aprile 2016, quando il Pd e la maggioranza hanno stravolto la legge sulla gestione pubblica del servizio idrico approvando un testo che, a partire dalla soppressione dell’articolo 6 che disciplinava i processi di ripubblicizzazione, ne ha ribaltato il senso. Di fatto se ne è svuotato l’impianto generale e ne sono stati travisati i principi essenziali. Ciò è gravissimo anche perché si è snaturata una proposta di legge che ha una storia e un percorso peculiare, essendo nata nel 2007 come d’iniziativa popolare con oltre 400mila firme a sostegno, e depositata dall’intergruppo parlamentare per l’acqua bene comune, in versione aggiornata, a marzo 2014.

Oggi i fautori del mercato e delle privatizzazioni, non contenti del permanere in tariffa, sotto mentite spoglie, della remunerazione del capitale investito abrogata dal referendum, sostengono che le tariffe non forniscono abbastanza soldi per fare gli investimenti per cui devono essere ulteriormente innalzate fino ad allinearsi ai livelli europei.

Sul tema degli investimenti e della tariffa va ricordato che il finanziamento del servizio idrico integrato ha dimostrato il suo fallimento dal momento in cui – a metà anni Novanta – è tramontato il ruolo della finanza e dell’intervento pubblico (la fiscalità generale non sostiene più economicamente il servizio) e al principio secondo cui il costo totale del servizio deve essere interamente coperto dalla tariffa (cosiddetto “full cost recovery”) si è associato l’affidamento a soggetti privati.

I dati in tal senso parlano chiaro: a partire dagli stessi anni, ovvero il periodo in cui si attua la “grande trasformazione” dalle gestioni delle aziende municipalizzate al nuovo assetto fondato sulla gestione da parte delle società di capitali, gli investimenti nel settore idrico sono crollati, toccando punte di oltre il 70%, flettendo da circa 2 miliardi di euro a circa 600 milioni annui, per poi risalire ma mantenendo sempre un abbassamento di poco inferiore al 50%.

Sulle tariffe idriche tutti gli studi sono concordi nell’indicare aumenti assai consistenti, tra i più rilevanti nel panorama europeo e tra i più elevati rispetto agli altri servizi pubblici locali: + 85,2 % tra il 2004 e il 2014 a fronte di un incremento dell’inflazione nello stesso periodo che in Italia è stato del 23,1 % (dati Cgia di Mestre Luglio 2014). Ciò sta provocando un aggravio soprattutto per quelle fasce della popolazione fortemente toccate dalla crisi che è giunto al limite della sostenibilità economica. D’altra parte il quadro che emerge rispetto alla distribuzione dei dividendi e degli utili realizzati in sette anni tra il 2010 e il 2016 dalle quattro grandi multiutility (A2a, Iren, Hera e Acea), ossia i modelli che si vorrebbe esportare su tutto il territorio nazionale, è assolutamente esplicito e chiarisce ogni dubbio rispetto a quella che è la vera finalità di queste aziende. Il dato che si evince è più che eclatante: queste aziende, cumulativamente, nel periodo indicato hanno realizzato utili per circa 3 miliardi di euro e distribuito circa 2,5 miliardi di euro di dividendi. La loro vocazione, dunque, non è produrre servizi pubblici, ma distribuire dividendi ai soci. È noto, infatti che fare investimenti nel servizio idrico richiede risorse notevoli e ha ritorni scarsi e di lungo periodo. Questo fatto dovrebbe chiudere ogni discussione su ciò che muove questo assetto costruito attorno alle grandi multiutility e anche sul fatto che, per garantire una quota significativa di dividendi, si indebitano scaricando sulle generazioni future i risultati di oggi.

Di fronte a questi dati eloquenti allora la soluzione non può essere ancora una volta quella dell’ulteriore rilancio dei processi di privatizzazione e aggregazione, visto che negli anni in cui si è andata generando e approfondendo questa crisi del sistema idrico la maggior parte della popolazione italiana è stata servita dalle quattro multiutility sopracitate.

La cosiddetta “cura” si dimostrerebbe una prosecuzione della malattia. Infatti, è proprio la scelta, insita nel sistema, di mettere in capo ai soggetti gestori di natura privatistica la responsabilità dell’effettuazione degli investimenti che determina, stante il loro obiettivo di massimizzazione dei profitti, un’oggettiva subordinazione della decisione di investimento a quella priorità. Ciò, ovviamente, ha anche una ricaduta nefasta sulle perdite delle reti che rimangono a percentuali insostenibili, producendo anche danni pesantissimi all’ambiente a causa della mancata depurazione delle acque. Ad esempio la fatiscenza degli acquedotti causa, al centro e al sud, una percentuale di perdite nella rete di rispettivamente 46% e 45%. Percentuale che invece si abbassa molto al nord, attestandosi al 26%.

Non si sfugge al fatto che, per avviare un ciclo di investimenti significativo con l’obiettivo di realizzare l’ammodernamento degli acquedotti, occorre progettare un nuovo sistema di finanziamento che sia basato sul ruolo fondamentale, oltre che della leva tariffaria, della finanza pubblica e della fiscalità generale.

La finalità prioritaria deve essere quella di dare certezze e produrre un’accelerazione degli investimenti previsti e di indirizzarli prevalentemente verso la ristrutturazione della rete idrica, con l’obiettivo di ridurre strutturalmente le perdite, e verso le nuove opere, in particolare del sistema di depurazione e di fognatura.

Quello che, ad esempio, il movimento per l’acqua propone da anni è un piano straordinario di investimenti nel settore idrico che non può che passare sia dalla ridefinizione del meccanismo tariffario che dalla messa a disposizione di nuove risorse pubbliche, ovvero il servizio idrico deve tornare a essere una delle priorità nel bilancio statale. E che, dunque, non può essere concepito se non dentro a un quadro di nuova gestione pubblica del servizio. Un piano straordinario di investimenti che potrebbe produrre anche un incremento di centinaia di migliaia di posti di lavoro nei prossimi anni, svolgendo un’utile funzione anticiclica rispetto alla crisi stessa.

È necessaria dunque una radicale inversione di tendenza. Parte integrante di questo nuovo modello di gestione pubblica è la predisposizione di un Piano nazionale per la ristrutturazione delle reti idriche.

In coerenza con quest’impostazione, a fronte della situazione di emergenza idrica che si è evidenziata in quest’ultimo periodo e che comunque ha caratteristiche strutturali, occorre mettere in campo rapidamente alcuni interventi in grado di aggredirla e dare a essa soluzioni utili. In particolare, tre sono le misure prioritarie che si possono assumere in tempi brevi:

– la destinazione degli utili delle aziende che gestiscono il servizio idrico alla ristrutturazione delle reti idriche, sulla base del Piano nazionale a esso dedicato;

– incentivi all’ammodernamento degli impianti di irrigazione in agricoltura (ad esempio irrigazione a goccia) e all’utilizzo delle acque piovane;

– incentivi alla realizzazione di reti idriche duali e all’installazione di dispositivi per il risparmio idrico nell’edilizia di servizio, residenziale e produttiva.

Diviene, quindi, irrinunciabile e urgente un cambiamento del sistema passando dalla pianificazione dell’offerta alla pianificazione e gestione della domanda, rimettendo al centro la tutela e gestione partecipativa dell’acqua e dei beni comuni.

 

 

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In casa

17 milioni di italiani giocano d’azzardo

di Alberto Grossi

illustrazione di Marco Smacchia

La bottega del caffè è una delle commedie più riuscite e al tempo stesso più cupe di Carlo Goldoni. Siamo nel 1750 e Goldoni mette in scena una Venezia in piena decadenza, corrotta da vizi e maldicenze, dove in sordide taverne si raccolgono nottetempo gonzi e infelici che al gioco sfidano la sorte, illusi di risollevare affari che languono e lenire le miserie del quotidiano. Un paragone coi nostri tempi è immediato, forse anche facile: mai come oggi l’Italia annaspa nel gioco d’azzardo, la cui capacità attrattiva in termini di spesa e di penetrazione capillare sul territorio è senza eguali. Pensate al vostro quartiere, pensate a quante possibilità intorno a voi si hanno per giocare, dai semplici “grattini” che si comprano in tabaccheria ai locali di slot machine e videolotterie aperti 24 ore al giorno. Lontani sono i tempi delle estrazioni del lotto al sabato e della schedina totocalcio la domenica, oggi si gioca sempre e ovunque, si può scommettere su tutto, persino alla cassa dell’autogrill c’è un signore sorridente che ti propone una qualche lotteria istantanea.

Un gigantesco esercito di diciassette milioni di persone. Diciassette milioni di italiani tra i 15 e i 64 anni che hanno giocato almeno una volta nell’ultimo anno. Una pandemia, appunto. Con le più svariate intenzioni: c’è chi gioca per passare il tempo, chi per noia, chi per sfidarsi con altri, chi per sognare mucchi di soldi e un improbabile cambio di vita, chi per non lavorare più e chi per autodistruggersi e basta. La trasversalità è assoluta, dal nord al sud dell’Italia, benestanti e disoccupati, a tutte le latitudini e senza distinzioni sociali. L’Italia di oggi riflessa allo specchio del gioco d’azzardo è sempre quella di Goldoni, infelice, gonza, illusa, cinica, un po’ disperata, sostanzialmente irresponsabile.

 

La febbre

Nel 2016, in Italia, per il gioco d’azzardo si sono spesi complessivamente 95,9 miliardi di euro, l’8% in più rispetto agli 88 miliardi del 2015. Una cifra monstre, l’equivalente di diverse manovre finanziarie, quasi il doppio rispetto ai 54,6 miliardi di euro spesi nel 2015 per beni di consumo durevoli (automobili, moto, mobili, elettrodomestici, ecc). Una crescita all’apparenza inarrestabile, nonostante l’impegno di tanti Comuni e alcune Regioni per limitare la diffusione di sale da gioco e nonostante il proficuo lavoro di sensibilizzazione e prevenzione messo in atto da molte organizzazioni del terzo settore. Il confronto temporale è impietoso: se nel 1997 per il gioco d’azzardo abbiamo speso 17 miliardi di euro a valori correnti, in meno di vent’anni la cifra è aumentata di oltre il 450%. Di questa gigantesca massa di denaro spendiamo il 51% alle macchinette, ovvero slot machine e videolottery (Vlt), mentre il restante 49% esce dalle nostre tasche per skill games, lotterie, lotto, giochi a base sportiva, bingo, superenalotto, scommesse virtuali, giochi a base ippica, euro jackpot e winforlife. Con la rete Internet nei panni del grande facilitatore, ma anche canali televisivi in chiaro sul digitale terrestre a rendere il gioco colorato e sorridente come la soubrette che lo presenta. Il principio è semplice: nessuna abilità è richiesta, invoca la dea fortuna ad assisterti. Così facendo, un quotidiano stillicidio sposta sempre più risorse dall’economia reale e dalle disponibilità delle famiglie a favore del super profittevole gioco d’azzardo.

I segnali di questo cambiamento sono un po’ ovunque, anche nel nostro lessico quotidiano: vocaboli come ludopatia o giocatore patologico fanno oramai parte del nostro quotidiano. E se la maggior parte dei 17 milioni di giocatori, tra cui molti occasionali, non corre il rischio di diventare dipendente, convivono tra noi 2 milioni di italiani per i quali un rischio, anche minimo, esiste. In fondo alla scala quasi un milione di persone sono coloro che vengono definiti giocatori d’azzardo ad alto rischio: circa 700 mila sono le persone in cui non si è ancora instaurata una dipendenza ma a rischio di una possibile progressione verso la malattia. Infine, 250 mila sono i giocatori già patologici, persone che hanno instaurato una dipendenza che compromette lo stato di salute fisica e psichica secondo la classificazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Dalla dipendenza alla cura. Secondo la “Relazione sullo stato delle tossicodipendenze in Italia 2016”, le persone che nel 2015 hanno fatto domanda di trattamento presso i Ser.D. per gioco d’azzardo patologico sono state 13136. Un fenomeno crescente ma naturalmente sottostimato rispetto al reale bisogno perché è evidente a tutti che le persone che bussano alla porta dei servizi sono solo una piccola parte del totale.

In casa

La povertà in Italia secondo l’Istat

di Andrea Toma

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Le famiglie italiane che versano in una condizione di povertà assoluta sono oggi un milione e 619mila. All’interno di queste famiglie vivono 4 milioni e 742mila persone (8 individui su 100; Istat, La povertà in Italia – anno 2016, report diffuso il 13 luglio 2017). Sul totale delle famiglie italiane, le famiglie povere sono il 6,3%, dato questo leggermente superiore di qualche decimo di punto rispetto al 2014 e al 2015, ma sostanzialmente allineato a quanto succedeva nel 2013.

Fra le diverse parti d’Italia è il Mezzogiorno l’area più esposta alla povertà assoluta, anche se nel 2016 si è ridotta la quota di famiglie povere rispetto ai due anni precedenti. Al contrario, nelle regioni centrali il dato è in crescita, sebbene si mantenga sotto la media nazionale (5,9% contro il 6,3%).

Un altro indicatore significativo è dato dal peggioramento della condizione delle famiglie residenti nei comuni fino a 50mila abitanti poco fuori le aree metropolitane (7,1% nel 2016 contro il 6% del 2015). Per i grandi centri il dato di confronto fra gli ultimi due anni è positivo, con una riduzione di 2,2 punti percentuali, mentre nei restanti comuni fino a 50mila abitanti, non prossimi alle aree metropolitane, la situazione si aggrava in tutte le ripartizioni, settentrionale, centrale e meridionale.

Se la quota di individui poveri a livello nazionale è del 7,9%, fra i giovani fino a 17 anni sale al 12,5% e si attesta al 10% fra le persone con un’età compresa fra i 18 e i 34 anni. Le classi più anziane, con almeno 65 anni, restano molto al di sotto del dato nazionale: sono il 3,8%. Non raggiungono il dato medio anche le famiglie composte da persone sole con meno di 65 anni e quelle formate da coppie la cui persona di riferimento ha più di 65 anni. Le famiglie con anziani in casa sono ugualmente meno esposte alla povertà assoluta.

Sempre nel confronto fra il 2015 e il 2016, cresce soprattutto al nord la quota di famiglie miste in condizione di povertà (dal 14,1% al 27,4%), mentre diminuisce di qualche punto la percentuale delle famiglie di soli stranieri, pur restando su una quota molto elevate (dal 28,3% del 2015 al 25,7% dell’anno successivo).

Doppia e in peggioramento è invece la quota di famiglie in cui la persona di riferimento è un operaio (12,6% nel 2016). Aumenta ovviamente fra i disoccupati, mentre tende a diminuire fra i pensionati.

Accanto all’incidenza della povertà assoluta, il fenomeno del disagio economico può essere letto attraverso l’incidenza della povertà relativa.² In questo caso il numero delle famiglie povere in termini relativi ha raggiunto il 10,6% delle famiglie italiane (circa 2 milioni e 742mila) e il 14,0% delle persone residenti (8 milioni e 465mila individui). In entrambi i casi, rispetto al 2015 si è registrato un incremento di 2-3 decimi di punto. Questa tipologia di disagio trova ancora una volta più esposti i giovani sotto i 35 anni, le famiglie di operai, i residenti nel Mezzogiorno, le famiglie con più di due componenti, la famiglie miste o composte da soli stranieri.

Un posto a parte nelle analisi lo occupano i minori e l’area dell’infanzia.

La Caritas segnala che l’Italia occupa il 33° posto fra i 41 paesi più ricchi per quanto riguarda il tasso di povertà minorile: circa un terzo dei minori in Italia può essere collocato all’interno di quest’area di sofferenza. Alla condizione di vulnerabilità economica si aggiungono anche le dimensioni della povertà educativa e della povertà sanitaria, fattori questi che contribuiscono a restringere, e in molti casi ad annullare, le chance di uscita dalla bassa disponibilità di reddito. Ma in generale sono le famiglie con minori a mostrare una maggiore fragilità. Nel 2016 l’incidenza della povertà assoluta ha raggiunto il 26,8% per la famiglie con tre o più figli minori, con un aumento di 8,5 punti percentuali rispetto al 2015. In ogni caso la povertà assoluta si correla sempre di più alla presenza di minori in famiglia. Eurostat afferma che il 28,7% della popolazione italiana è oggi a rischio povertà ed esclusione sociale, intendendo con questo indicatore anche altri fattori di vulnerabilità oltre all’elemento reddituale, e cioè aspetti come la bassa intensità lavorativa o la deprivazione materiale che si collega all’indisponibilità di servizi come il telefono, la televisione, il frigorifero, il riscaldamento, all’impossibilità di nutrirsi in maniera adeguata, di andare in vacanza per almeno una settimana all’anno, di affrontare spese impreviste o essere in arretrato nel pagamento di bollette, affitti, mutui o prestiti. Se letti in termini assoluti i dati indicati ci parlano di 17,4 milioni di persone in totale, di cui 9,3 milioni donne. Rispetto al 2008 si è registrato un incremento di oltre tre punti percentuali. A livello europeo il dato si attesta al 23,7% e corrisponde a poco meno di 120 milioni di persone.

Fra le persone con meno di 16 anni l’esposizione alla povertà e all’esclusione sociale sale al 33,4% (tre milioni e 97mila giovani) contro il 26,4% del dato europeo (circa 22 milioni di individui). Circa due punti separano, In Italia, i minori maschi dalle femmine, ovviamente a svantaggio di queste ultime.

Volendo tirare le somme da questa sequenza di dati, emergono alcuni fenomeni per certi versi inediti, ma che hanno radici profonde nelle vicende economiche e politiche di più di venti anni, e non sono quindi riconducibili esclusivamente agli effetti della lunga recessione iniziata nel 2007. La società italiana, in sostanza, ha smesso di essere inclusiva da molto tempo.

Il dato sui giovani poveri è il riflesso di una costante strutturale italiana che richiama la disoccupazione giovanile, mai seriamente affrontata. È anche il segnale che le politiche di flessibilità del lavoro non hanno creato le opportunità attese, anzi hanno via via reso strutturale il fenomeno della precarizzazione e della frammentazione delle prestazioni lavorative, contro cui anche l’investimento in istruzione ha cessato di produrre effetti duraturi e positivi. Nonostante il calo demografico, la porta dell’accesso al lavoro si è fatta sempre più stretta, condizionando in questo modo anche le prospettive di sostenibilità della protezione sociale che dovrebbe garantire le persone sia nei momenti di mancanza del lavoro, sia nel momento in cui, giunta la soglia della vecchiaia, si possa disporre di una pensione in linea con gli accantonamenti contributivi versati nel corso del proprio percorso lavorativo e professionale.

Del resto non deve ingannare il dato sugli anziani, oggi meno esposti di altri al fenomeno della povertà. Se le cose non cambiano, gli anziani di domani – un domani abbastanza prossimo – andranno di nuovo a infoltire le schiere della povertà, non potendo contare su entrate adeguate e dignitose.

Alla precarizzazione del lavoro, e al presagio di povertà che ne deriva, si deve anche aggiungere la progressiva esposizione al rischio di povertà cui anche il lavoro standard, alle dipendenze, a tempo indeterminato non risulta più al riparo.

La perdita di significato e di efficacia che la contrattazione collettiva nazionale ha patito negli ultimi due decenni, si è tradotta in uno slittamento verso il basso delle garanzie che il lavoro dipendente assicurava. L’erosione del potere contrattuale del lavoro dipendente ha congelato i redditi, innescando una caduta nei consumi e nella capacità di spesa della classe media, la componente che da sempre ha costituito l’ossatura della produzione di reddito nazionale. Questa è in sostanza la causa principale del Pil che non cresce e che sarebbe ipocrita oggi attribuire alla crisi finanziaria globale del 2007.

Un’altra frattura, evidente come quella che pone in conflitto le generazioni dei giovani e quelle, più garantite, degli anziani, è quella che separa il centro dalla periferia, i quartieri più serviti da quelli lasciati ai margini da interventi di manutenzione o di infrastrutturazione.

La povertà si addensa lungo il perimetro delle aree metropolitane e contagia i comuni limitrofi, in cui il costo relativamente più basso delle abitazioni è più che compensato da un prezzo sempre più salato in termini di qualità scadente della vita, di scarso accesso ai servizi, di assenza di opportunità, di progressivo degrado.

E non è un caso se proprio in questa “cintura del disagio” si concentrano gli stranieri ormai residenti, i quali a fronte di un’integrazione “monca” e di una marginalizzazione in lavori non qualificati e insicuri rappresentano paradossalmente, secondo quanto dichiarato dall’Inps, l’ancora di salvataggio per il nostro sistema previdenziale, garantendo ogni anno diversi miliardi di versamenti contributivi, anche in assenza di certezza nell’accesso futuro alla previdenza.

L’assestamento verso il basso di tutti gli standard di riferimento cui eravamo abituati (lavoro, disponibilità di servizi, previdenza e assistenza, salute, istruzione, infrastrutture) è il risultato inevitabile dell’assenza di una politica di redistribuzione che avrebbe dovuto compensare, sostenere e includere quelle parti della società italiana in sofferenza rispetto a fenomeni economici critici, collettivi o individuali che fossero. Gli alibi del debito pubblico e dei vincoli di bilancio non riescono più a coprire la debolezza dell’azione politica nel contrasto alla povertà e all’impoverimento, aspetti questi che vanno ben oltre i quattro o gli otto milioni di poveri assoluti o relativi di cui si discute e ci si scandalizza.

Il nodo inestricabile delle responsabilità fra livello europeo, nazionale e locale ha occupato spazio e tempo dell’opinione pubblica senza, ad esempio, che si fosse giunti a soluzioni condivise sui meccanismi di integrazione del reddito o di sostituzione all’assenza di reddito. Abbiamo in pratica assistito a un profondo processo di de-istituzionalizzazione che ha interessato molti ambiti della vita lavorativa e sociale, senza che si fosse, nello stesso tempo, avviato un processo di re-istituzionalizzazione, senza creare nuovi strumenti di inclusione da opporre a fenomeni nuovi o a condizioni che si andavano consolidando nel tempo (ce ne sono molti: dalla denatalità alla bassa partecipazione al lavoro delle donne, dalla digitalizzazione e automazione delle attività lavorative all’inadeguatezza dei processi formativi, dalla mancata adozione di processi produttivi a basso utilizzo di energia alla devastazione dei beni comuni e all’abbandono dei territori esposti al dissesto idrogeologico).

È l’impoverimento – sociale, collettivo, istituzionale – il fenomeno di lungo periodo più importante su cui lavorare da oggi e per i prossimi anni: un’ipoteca accesa sulla testa delle prossime generazioni che qualche punto percentuale in più di pil all’anno da solo non riuscirà a risolvere.

1.Si fa riferimento all’incidenza della povertà assoluta, data dal rapporto fra il numero di famiglie con una spesa media mensile per consumi pari o al di sotto della soglia di povertà e il totale delle famiglie residenti. Per soglia di povertà assoluta si intende la spesa minima necessaria per acquisire i beni e i servizi inseriti nel paniere di povertà assoluta. La soglia di povertà assoluta varia, per costruzione, in base alla dimensione della famiglia, alla sua composizione per età alla ripartizione geografica e alla dimensione del comune di residenza. Il paniere di povertà assoluta rappresenta l’insieme dei beni e dei servizi che, nel contesto italiano, vengono considerati essenziali per una determinata famiglia per conseguire uno standard di vita minimamente accettabile (Glossario Istat in La povertà in Italia – anno 2016).

2.La stima dell’incidenza della povertà relativa, data dal rapporto fra famiglie povere e totale delle famiglie, è calcolata sulla base di una soglia convenzionale che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita povera in termini relativi. Ad esempio, la soglia convenzionale per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media mensile pro capite nel Paese, che nel 2016 è risultata di 1.061,50 euro. Le famiglie composte da due persone che hanno una spesa mensile pari o inferiore a tale valore sono classificate come povere. Per famiglie con un numero di componenti diverso è assegnata un valore diverso, opportunamente individuato attraverso una scala di equivalenza che tiene conto delle economie di scala realizzabili all’aumentare del numero di componenti (Glossario Istat in La povertà in Italia – anno 2016). Le stime della povertà assoluta e della povertà relativa sono realizzate in base a definizioni e metodologie diverse: per questo motivo le dimensioni ottenute (numero di famiglie e numero di persone povere in termini assoluti e relativi) non possono essere sommati.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 degli Asini: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

In casa

Sgomberi estivi. Roma

di Sara Nunzi

illustrazione di Roberto Innocenti

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Lo sgambetto che Roma e le sue istituzioni hanno teso agli 800 rifugiati che abitavano nel palazzo di piazza Indipendenza è ormai tristemente noto, la caduta è stata violenta e rumorosa, l’atterraggio, che non è stato attutito da nulla, si è trasformato nello schianto di 800 persone in caduta libera verso il basso. L’analisi delle forze in gioco che avrebbero potuto attenuare questa caduta è facile da compiere: le istituzioni latitano o sono in vacanza, non hanno interesse alcuno nell’agire.

Il palazzo di piazza Indipendenza, abitato da 800 persone, che da anni si autogestivano in maniera ottima ed erano assolutamente integrati all’interno del quartiere, è stato sgomberato all’alba del 19 agosto. Centinaia di agenti in tenuta antisommossa si sono calati dall’alto, rompendo finestre e porte e hanno fatto irruzione in quello che forse pensavano essere un fortino inespugnabile. Probabilmente sarebbero bastati meno agenti, meno violenza, meno tattica spicciola. Ma siamo a Roma e a Roma “famo come ce pare”. Abbiamo fatto come ci pareva anche all’alba del 24 agosto quando, dopo cinque giorni di materassi per terra e valigie usate come cuscini, si è deciso di “sgomberare gli sgomberati” anche dai fatiscenti giardinetti al centro della piazza, e sempre perché ce pareva così, abbiamo cacciato dallo stabile anche le donne incinte, i bimbi, e gli invalidi. Gli idranti hanno schiaffeggiato violentemente tutti i presenti, le camionette, gli scudi, i manganelli, e i caschi hanno invaso una piazza dormiente.