In casa

Politica e formiche. Una lettera dalla Puglia

di Fulvio Colucci

Mario Nardulli

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Il rombo delle ruspe a Borgo Mezzanone copre le parole. Accade mentre riavvolgiamo il nastro delle riflessioni sulla politica pugliese, maturate nel seminario degli “Asini” di Lamezia Terme a gennaio. È inevitabile quel rombo sovrasti l’analisi politica sul futuro della regione, ingoiando la storia, la cronaca, i destini.

Proprio a Lamezia, affrontando il tema di una Puglia che rischiava di cambiar pelle scartando, nella sua mutazione, le spoglie della Primavera vendoliana per vestire le nuove bluse military style care a Salvini, preannunciavamo i pericoli politici alimentati dalla pulsione leghista locale. L’intervento delle ruspe alla baraccopoli in provincia di Foggia è stato invocato dai dirigenti pugliesi del partito al governo col Movimento 5 Stelle. Le ruspe sono arrivate.

Non si discute l’esigenza di legalità nella Capitanata “rossa” di schiavitù del pomodoro. Il dubbio è che si potesse arrivare, prima dello schianto, per altra via. Spuntando ogni arma razzista. E si poteva. La notizia di Borgo Mezzanone apre di fatto la campagna elettorale per le regionali in Puglia del 2020. Un centrodestra arrembante vuol vincere e chiudere l’esperienza di governo del centrosinistra durata quindici anni (prima con Vendola, poi con Emiliano). Tutto “serve”, a partire dalle ronde di Fratelli d’Italia. Sempre a Borgo Mezzanone, gli iscritti accompagnano donne, ragazze e bambine a casa nei luoghi dov’è scarsa o assente la pubblica illuminazione, agitando la paura dell’“uomo nero” incarnato nel buio.

Si preannuncia una campagna elettorale aggressiva. La destra tiene in scacco il suo centro: vecchi dominus come Raffaele Fitto costretti a federarsi con Fratelli d’Italia, i giovani azzurri al congresso nazionale orfani del loro coordinatore regionale passato armi e bagagli con Salvini. Nel centro-sinistra il governatore uscente Emiliano “flirta” con i moderati ed è distante anni luce dalla sinistra che promuove le “primarie delle idee”.

Nei dieci anni del governo Vendola (20052015) la Regione Puglia ha speso oltre 200 milioni per i master post-laurea, ma la maggioranza dei ragazzi impegnati nell’attività formativa non è tornata a casa smentendo le attese di chi riteneva vincente la scelta politica del centrosinistra di contrastare così la “fuga” delle giovani generazioni. Certo, l’impegno della Regione è indiscutibile, ma i numeri appaiono inesorabili. Nel rapporto Svimez del 2018 si parla di calo demografico in Puglia facendo riferimento alla differenza tra saldo naturale (i nati vivi e i morti) e saldo migratorio. Secondo l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno la tendenza produrrà, nel 2065, un milione di abitanti in meno (la regione passerà da quattro a tre milioni). La conferma di una progressione negativa inesorabile per tutto il sud.

Di fronte alle ronde anti-immigrati a Borgo Mezzanone, di fronte alle ruspe, di fronte alla marea montante del leghismo, di fronte alla fine della “stagione delle idee” e all’avvento del contraddittorio duopolio reddito di cittadinanza-startup innovative (ma nell’accezione di destra che si dà alla cultura d’impresa), chi resta in Puglia cosa deve fare? Che fare? L’interrogativo di Cernyševskij, risuonato a Lamezia, ha una risposta nella resistenza politica suggerita da Gaetano Salvemini: “Fai ciò che devi, accada quel che può”. Chi resta in Puglia deve resistere. Anzitutto al trasformismo, vecchia piaga sempre nuova che Tommaso Fiore definiva così: “È come a carnevale vestirsi da cinesi”. In Puglia il trasformismo è da sempre una centrifuga nucleare e tende a ricavare materiale instabile dalla politica a vantaggio delle pratiche di potere. Coinvolge tutte le forze partitiche, nessuna esclusa. A marzo dello scorso anno il presidente della Regione, Michele Emiliano, eletto governatore nel 2015 da candidato di uno schieramento di centro-sinistra, ha nominato alla presidenza dell’Acquedotto Pugliese Simeone Di Cagno Abbrescia, ex sindaco forzista di Bari. La centrifuga gira sempre più vorticosamente, lo dimostra il duello di parole tra l’ex presidente della Regione Nichi Vendola e l’attuale governatore Michele Emiliano. Parole che imbarazzano il centrosinistra e che alla matrice del trasformismo vanno ascritte in pieno. Emiliano ha accusato Vendola di allearsi con l’ormai arcinemico Matteo Renzi. Obiettivo: creare il terzo polo erodendo consensi nel bacino elettorale del governatore uscente. Una manovra senza prospettive di successo, a detta di Emiliano, e che anzi “consegnerebbe la Puglia a Salvini”. Dal canto suo Vendola ha replicato con durezza: “Mi accusa di complottare un giorno con Renzi e il giorno dopo addirittura con Salvini. Mi lancia addosso addirittura l’insinuazione calunniosa che possa agire per conto della lobby dei rifiuti. Mi rammarico di aver sostenuto chi sta tradendo le ragioni del sud”.

In casa

Dal dio Po all’“autonomia differenziata”

di Rinaldo Gianola

Andreco

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Mentre leggete queste righe nessuno ancora sa bene come finirà la partita politica della cosiddetta “autonomia differenziata”, una diavoleria partorita nelle pieghe dello sciagurato “contratto di governo” tra Lega e Movimento 5 Stelle. Un progetto politico finalizzato a garantire a Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, le prime tre regioni che l’hanno chiesta ma altre stanno seguendo, una strisciante secessione all’interno dello Stato nazionale, resa possibile da una deriva culturale e istituzionale che mette in discussione non solo l’unità del Paese, ma distrugge il principio costituzionale di eguaglianza e taglia le radici del nostro stato sociale.

A ben vedere questa “autonomia differenziata” raggiunge l’obiettivo della “secessione”, della “devoluzione”, dell’“indipendenza” delle regioni più ricche, la separazione del Nord opulento e produttivo diventa una conquista a portata di mano per gli eredi di Umberto Bossi: niente più ridicoli riti con le ampolle dell’acqua del Po, niente comitive sul Monviso o sul prato di Pontida a implorare l’indipendenza come in Braveheart, ma una vera manovra di potere, politica, con tanto di sostegno dei referendum consultivi (Lombardia e Veneto) perché è “il popolo” che vuole scegliere e “il popolo”, con i suoi rappresentanti in parlamento, preferisce l’egoismo alla solidarietà, quando si tratta dei propri interessi e privilegi.

È davvero scandaloso anche solo pensare che regioni ricche ed efficienti come Lombardia,Veneto ed Emilia Romagna stiano procedendo spedite verso questo processo di disgregazione nazionale, scatenando una faida tra i territori, un festival degli egoismi locali. Ma non c’è nulla di casuale. Sono trent’anni che l’organizzazione dello Stato, il governo, i suoi poteri vengono discussi e minacciati, senza che si sia potuto realizzare una qualche riforma che accompagnasse l’evoluzione, anche economica, sociale, del Paese. Oggi il nuovo triangolo industriale è quello tra Milano-Treviso-Bologna, un’area ricca, industrializzata, innovativa, con scuole, università, centri di ricerca, in particolare Milano, riconosciuta ormai in Europa come una delle capitali dell’economia della conoscenza.

In questi territori – Lombardia e Veneto governate dalla Lega e dalla destra, ma Emilia Romagna sempre dalla sinistra e dai suoi cascami – matura la voglia di andarsene, di fare da sé, di cercare e garantirsi nuove efficienze e nuovi privilegi, di rendersi autonomi e indipendenti pur nel contesto di un simulacro di unità nazionale. Il delirio sembra generalizzato. Anche le regioni del Sud, Campania e Puglia in testa con i loro esagerati governatori, si sono aggregate a questa carovana che porta dritti allo schianto. Forse qualcuno ci ripenserà, speriamo, ma la realtà è davvero deprimente. Ci sono 13 regioni su 15 che hanno avviato l’iter per ottenere maggiori poteri e competenze, come le 5 regioni a statuto speciale.

Le competenze richieste dalle regioni sono varie ma importanti, Lombardia e Veneto sono le regioni che giocano pesante: vogliono il controllo totale del personale sanitario sul territorio, compresa la regolamentazione dell’attività libero-professionale, oltre alle competenze già esistenti in materia di sanità, la voce più rilevante del bilancio delle regioni. Attorno alla sanità, e ai suoi scandali che hanno portato in carcere Roberto Formigoni per diciotto anni alla guida della Lombardia, si giocano interessi enormi ed è uno di quei settori dove la teoria dell’efficienza e della concorrenza ha preso il dominio sui trattamenti, l’assistenza, la solidarietà. Il malato deve fare i conti col mercato e se vive nella regione sbagliata si deve arrangiare.

In casa

Perché abbiamo bisogno di una sinistra

di Oreste Pivetta

quadro di Silvano Spaccesi

 

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Non mi sarei mai immaginato che sarebbe finita così, inseguendo la sinistra o qualcosa che ci lasci credere che la sinistra esista, senza aver più idea di che cosa sia la sinistra, malgrado le rassicurazioni di molti dei suoi non sempre convinti o sinceri sbandieratori, ex o recenti, malgrado i suggerimenti, i consigli, le proposte di tanti altri, un drappello di leader politici in concorrenza l’uno con l’altro, con le soluzioni pronte, una folla di voci. Le speranze sono deboli e confuse, malgrado la fatica, l’orgoglio o la sicumera e magari semplicemente la buona volontà e l’onestà di chi le propone. Sarebbe però semplice e inutile rassegnarsi e liquidare come “inesistente” o immaginaria la sinistra. C’è pur bisogno che qualcuno ci governi e che ci governi meno peggio di altri.

Mi sono trovato su un tram a Milano quando un immigrato nero è salito e ha cominciato a chiedere qualche soldo. Lamentoso, non disturbava nessuno. Una signora malmessa s’è alzata e ha cominciato a inveire contro di lui, mostrando la bocca sdentata e un’espressione che mi ha ricordato le vecchie streghe di Dickens. Poi s’è rivolta agli altri viaggiatori, urlando gongolante: “Vada a chiedere al Pd”. A quel punto è diventato chiaro, forse non solo a me, quanto il Pd, la sinistra, l’arcipelago semisommerso di una sinistra o di un centrosinistra, siano necessari non solo per me ma anche per quella donna, per liberarla da un clamoroso equivoco. Penso a una “sinistra”, che è di partiti, ma è soprattutto di gruppi, di persone, di coscienze, di sentimenti, di quanti ancora, tra compromessi, errori, nefandezze varie, si riflettono in certi princìpi, mostrano una certa coscienza del proprio impegno disinteressato, possono rappresentare qualche cosa di buono in questo paese, che per lo più vegeta grigio nelle sue miserie morali, ogni tanto si scuote, rialza la testa, riscopre il senso dello stare assieme. Giorgio Bocca sosteneva come tutto questo fosse accaduto una sola volta, durante la lotta di Liberazione dai nazifascisti, quando forze diverse si ritrovarono vicine verso un traguardo comune di libertà. Forse era ingeneroso nei confronti degli anni e degli avvenimenti che si sarebbero succeduti. C’è stato dell’altro…

Ero convinto che al principio della sinistra ci fossero alcuni valori. Lo credo ancora: eguaglianza, solidarietà, giustizia, libertà… Resto convinto che tutto debba ricominciare così. Ma come tradurre in politica quei termini, come reintrodurli nella lingua quotidiana della nostra società e delle sue maggioranze?

Si dovrebbe intanto coltivare la certezza che “non tutto è perduto”, perché è vero che il fascioconsumismo ha preso epidermicamente il sopravvento, in virtù anche della dilagante presenza mediatica dei suoi capi e capetti, che hanno invaso ogni angolo della tv pubblica (a mie spese) e della tv privata, della propaganda più smaccata, degli slogan più assordanti e accattivanti per un certo tipo di pubblico, affascinato dalle divise e dalle semplificazioni, ma è altrettanto vero che una opposizione diffusa ha ripreso cuore e si conta nelle piazze, in dimensioni che è difficile misurare, perché non è semplice sommare tutto e perché un’altra volta capita che sia in difetto e complice il sistema dell’informazione. Come è possibile che migliaia di lavoratori in corteo a Roma non abbiano meritato neppure un richiamo sulla prima pagina del “Corriere”?

Qualche cosa si muove, in questo paese allucinato dalla tv, dal conformismo, dai miraggi scontati di Amazon, piegato dalle paure e dall’indifferenza, quando s’abbassa il senso comune e il senso morale, quando si spegne la luce dell’umanità e un ministro raccatta voti chiudendo porti, promettendo armi a tutti, immunità a chi spara… Mi ripeto: quante proteste antirazziste si sono contate in questi ultimi mesi, in tutta Italia, da Milano a Riace, a Milano ancora, pochi giorni fa, in una straordinaria festa di duecentomila o duecentocinquanta mila persone (ridotte dai tg nazionali a “migliaia di persone”).

In casa

Qualcosa di nostrum nel mare vuoto e ostile

di Gianfranco Bettin

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 63-64 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Sarà ricordata come una delle infamie peggiori del nostro tempo, la campagna di criminalizzazione delle ONG avviata sul finire della scorsa legislatura, con la partecipazione attiva di almeno una parte del centrosinistra allora al governo ma di cui memorabile soprattutto resterà la fetida battuta made in 5 Stelle sui “taxi dei trafficanti” (detta da chi si è ritrovato a fare – ma davvero! – da taxi ai fascisti).

Quella campagna ha fatto da preludio al concreto boicottaggio e, di fatto, all’impedimento generalizzato al soccorso in mare da parte delle ONG, che quando hanno potuto, quando hanno disobbedito al diktat, hanno dovuto affrontare una vera e propria guerriglia operativa nonché una successiva persecuzione giudiziaria scatenatagli contro dal nuovo governo Lega-M5S.

Nel frattempo, nei lager libici si torturava, stuprava, affliggeva in ogni modo l’umanità che vi era finita prigioniera. E chi riusciva a sfuggire, o a eludere il bracconaggio e i rastrellamenti di esseri umani, veniva lasciato naufragare e annegare nel fu mare nostrum. Il tutto, va ricordato, tra diffusi e spesso scroscianti applausi del popolo elettore o consultato dai sondaggi.

L’infamia consapevole di una discreta parte di questo cosiddetto popolo sarà ricordata, nel tempo, come l’infamia delle folle plaudenti al duce che proclama l’Impero, che trascina il paese (e da esso si fa trascinare osannato) alla guerra, che approva le leggi razziali (razziste). Solo che quel popolo, ancorché bue la sua parte, ne sapeva delle trame del fascio molto meno di quanto chiunque oggi, appena volendo, può sapere sulla realtà effettiva delle migrazioni e, in particolare, di quanto succede di orrendo in Libia e di tragico nel Mediterraneo. Le sanno, costoro, queste cose, e gli va bene così.

Dobbiamo prenderne atto. E costruire una politica alternativa, anzi antagonista, combattivamente antagonista a quella prevalente. Con argomenti precisi, certo; e ce ne sono numerosi che immagino troppo noti ai lettori, per doverli ricordare qui. Peraltro, vengono continuamente ricordati nei dibattiti che su ogni rete televisiva, o sui social, si programmano o si accendono spontanei. Non c’è forse argomento più discusso e per fortuna, da qualche tempo, la scena non è più soltanto dominata dai fan di Salvini. Una parte, almeno, di chi ne contesta la politica ha alzato la testa e ha cominciato a ribattere colpo su colpo. Con non troppa fortuna, sicuramente, almeno a giudicare dai sondaggi (e dalle elezioni tenutesi fin qui, su scala locale e regionale, in attesa delle europee), ma le voci contrarie si sentono più spesso e più forte che in passato. Segno che un limite è stato varcato, che l’allarme e il disgusto, la vergogna, sono a livelli mai toccati prima. Potrebbero essere la materia prima emotiva e il complesso di ragioni lucide e argomentate da porre alla base di una visione diversa, di una possibile politica da opporre a questo governo, a questo senso comune raccapricciante. A cominciare dalla decostruzione del pacchetto di leggi e provvedimenti approvato dal governo finora, che al suo centro pone la restrizione dei diritti e l’occlusione dei percorsi di accoglienza e integrazione, con l’indecente abolizione del diritto d’asilo per motivi umanitari, l’irresponsabile chiusura degli Sprar e la trasformazione di decine e presto di centinaia di migliaia di immigrati finora censiti e tutelati in altrettanti irregolari alla mercé della sorte.

Del resto, su questi temi, la destra ha sempre due carte da giocarsi: quella di risolvere il problema, e quella di aggravarlo. Se risolve il problema – ma non ce la fa – lo ha appunto risolto. Se invece, come in realtà accade, lo aggrava con le sue politiche, di questo aggravarsi si giova lo stesso. Ne fa denuncia, accusa i governi precedenti, i buonisti, l’Europa, papa Francesco e chi e quant’altro. Ha buone possibilità di non perdere troppi voti comunque, su questo.

Vale la pena, perciò, di non avere molte remore ad attaccare frontalmente su questo versante, remore – e pavidità, e miopi opportunismi – che spesso hanno frenato non solo sacrosante iniziative di legge, come lo ius soli ad esempio, ma sui diritti hanno fatto appena balbettare a fronte dell’aggressività e della volgarità imperanti e promosse direttamente dalla maggioranza parlamentare e dal governo (per non dire di ampia parte della stampa di destra e di centro e dei loro megafoni nelle tv, nelle radio, sui social e in rete).

Tra le risposte a viso aperto a questa canea spesso schifosamente in malafede e beceramente sguaiata nel diffondere falsità, bufale, nell’involgarire il linguaggio oltre ogni limite, è stata felicemente sorprendente per la sua coraggiosa concretezza e per il carattere anche simbolico, evocativo, del suo progetto, comunque strenuamente operativo e pratico, l’iniziativa dell’associazione Mediterranea che ha messo in mare una nave, la “Mare Jonio” – un rimorchiatore ristrutturato – ed è andata in cerca di naufraghi da salvare, come la “Rachele” in cerca degli Ismaele alla deriva.

In casa

L’Italia non è un paese povero

di Andrea Toma

Zocar

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L’Italia non è un paese povero e gli italiani, se parliamo di ricchezza materiale, reale e finanziaria, sono fra i più ricchi del mondo. L’Italia è un paese impoverito da dieci anni di crisi e dalla quale non ne è per nulla uscita, e gli italiani hanno scontato più di altri – per colpe proprie o per colpe altrui – l’assenza di efficaci politiche di ripresa. L’Italia è un paese povero – e gli italiani si percepiscono poveri – se guardiamo le cose dal punto di vista delle opportunità e delle disuguaglianze che la selezione e la concentrazione non trasparente delle opportunità producono su vari livelli, creando vere e proprie classi di rentiers che contrastano la possibilità di fare redistribuzione della ricchezza e che aumentano la sfiducia di chi si sente bloccato in un circolo vizioso di aspettative declinanti.

Ma l’Italia è un paese opportunista – e gli italiani sono maestri nell’arte dell’opportunismo – che sceglie spesso di utilizzare scappatoie, deroghe, proroghe, espedienti che sembra risolvano i problemi nel breve, ma che scaricano le conseguenze e i costi a distanza di tempo, creando diritti acquisiti per pochi e costi sopportati da molti. E’ anche un paese che ha fatto dell’adattamento “furbo” la sua strategia principale, con una grande capacità di piegare regole, norme e comportamenti a egoismi individuali o a diretto vantaggio di ristrette cerchi di privilegiati, spacciando questa furbizia per interesse generale.

Nel 2017 la ricchezza lorda delle famiglie italiane ammontava a 10mila 700 miliardi di euro, di cui 6mila 300 in ricchezza reale (fatta prevalentemente di case e terreni di proprietà, per un importo di 5.300 miliardi) e 4mila 400 miliardi in ricchezza finanziaria (1.200 miliardi in depositi, 1.000 in azioni e partecipazioni, altri 1.500 miliardi in assicurazioni, fondi comuni e fondi pensione, e oltre 160 miliardi in cash, biglietti e monete; dati Banca d’Italia, 2018).

Se al totale della ricchezza lorda si sottrae l’ammontare dei debiti contratti dalle famiglie, si ottiene la ricchezza netta, pari a 9mila 800 miliardi e cioè 5,7 volte il prodotto interno lordo realizzato dall’Italia nel corso del 2017 (1.725 miliardi).

Se si confronta la ricchezza con il reddito disponibile delle famiglie italiane – cioè quanto guadagnano nel corso dell’anno lavorando, producendo, ricavando entrate da affitti, da dividendi, ecc., un valore che, nel 2017, è di 1.156 miliardi di euro – la ricchezza netta è di 8,5 volte superiore, mentre la ricchezza lorda è 9,3 volte superiore.

 

Fra questi, il dato più rilevante è rappresentato dall’ammontare di liquidità e del livello di ricchezza “ferma” nei conti correnti, non utilizzata per investimenti o consumi di qualsiasi tipo, e che assolve unicamente il ruolo di risorsa cautelativa e precauzionale. Cash e depositi coprono insieme il 30% della ricchezza finanziaria e superano abbondantemente il livello del reddito disponibile già da diversi anni, con un progressivo incremento registrato proprio a partire dai primi anni di crisi.

Fra il 1950 e il 2017, fra i fenomeni più importanti che hanno interessato l’accumulazione di ricchezza degli italiani, c’è senz’altro quello della casa di proprietà, che, in circa vent’anni, dalla metà degli anni 80 fino a poco prima della crisi del 2008, ha portato il patrimonio posseduto in questa forma da due volte il reddito disponibile a quattro volte. Nello stesso tempo l’indebitamento delle famiglie è rimasto sempre molto contenuto, crescendo in parte dagli anni 90 in poi e raggiungendo solo in quest’ultima fase un valore vicino al reddito disponibile.

Questi due aspetti – la ricchezza reale (e in particolare la proprietà della casa) e il basso livello di indebitamento – differenziano l’Italia dagli altri paesi più avanzati.

Se la ricchezza reale prevale su quella finanziaria, come avviene in Italia, anche in paesi come la Francia e la Spagna, negli Stati Uniti, in Canada, Germania e Giappone il rapporto si inverte: la situazione è in parte dovuta al livello di sviluppo dei mercati finanziari e dell’importanza della Borsa (Stati Uniti e Canada, soprattutto), in parte alla diversa diffusione della casa di proprietà (in Germania in particolare dove le famiglie proprietarie di case sono in percentuale inferiore, grazie anche allo sviluppo dell’edilizia sociale e, quindi, a un più esteso mercato degli affitti).

Gli italiani sono anche il popolo meno indebitato, rispetto agli altri paesi, anche se il rapporto fra passività e reddito disponibile è senz’altro cresciuto negli ultimi 20 anni. Nel 1995 questo dato per l’Italia si fermava al 36%, mentre oggi ha raggiunto l’80%. In Francia si è passati dal 60% al 100% attuale, mentre la Spagna, pur registrando nel 1995 una percentuale di poco superiore a quella italiana, ha toccato prima della crisi un valore del 140% per poi assestarsi negli ultimi anni comunque intorno al 110%. Le famiglie più indebitate in assoluto sono oggi quelle canadesi (con passività superiori al 160% del reddito disponibile) e quelle del Regno Unito (oltre il 140%).

Se è vero che gli italiani “possiedono” molto, è anche vero che guadagnano poco; o forse sarebbe meglio dire che realizzano poco dal proprio lavoro.

Il prodotto interno lordo pro capite, che in Italia è oggi di 26mila 700 euro, è cresciuto dal 1995 al 2014 solo dell’1,9%. Nello stesso periodo, in Germania si è verificato un incremento del 28,7% e in Francia del 20,7%, mentre nel Regno Unito la crescita è stata del 33,8% e in Svezia e Finlandia del 41%; in Irlanda l’aumento cumulato ha raggiunto l’86%. Grecia e Portogallo mostrano un aumento, rispettivamente, del 13,5% e del 19,1%; la Spagna del 23,9%. Attualmente, fatto 100 il pil pro capite dell’Unione Europea a 28 paesi, l’Italia si ferma a 97 (quindi sotto la media), mentre la Germania raggiunge quota 123, l’Olanda 128, la Francia 104, l’Irlanda 183.

Sempre sulla base del pil pro capite, la situazione nelle diverse parti dell’Italia è fortemente polarizzata: in Lombardia l’indicatore raggiunge i 35mila 234 euro e a Bolzano sfiora i 38mila 500 euro. Di contro in Campania si ferma a 16mila 935 e in Calabria resta poco sopra ai 15mila 500, cioè meno della metà di quanto si ottiene nelle aree più ricche del Nord.

La percezione dell’impoverimento progressivo, che si è diffusa fra gli italiani negli ultimi anni, trova invece una sostanziale conferma nel livello del salario medio del lavoro dipendente. Nel 2000 in Italia il livello retributivo medio era di 28mila 796 euro. Quindici anni più tardi era cresciuto di appena 418 euro, portandosi a 29mila 214 euro. Nello stesso periodo in Germania la differenza era pari a 4mila 735 euro (+ 13,6%) e in Francia di 6mila 375 euro (oltre il 20% in più).

La disuguaglianza nella distribuzione dei redditi è, di conseguenza, cresciuta in Italia di 2,5 punti, favorendo chi già guadagnava di più, mentre in Germania e in Francia il livello di disuguaglianza è rimasto pressoché uguale e comunque di molto inferiore a quello italiano (circa tre punti in meno in Francia e quasi quattro punti in meno nel confronto con la Germania).

E’ evidente che una disponibilità concentrata di patrimonio (fra l’altro poco produttivo, visto che si tratta di capitale “fermo” e, in molti casi come la seconda abitazione, è assimilabile a un capitale “inerte” con costi elevati di manutenzione) correlata ad una sorta di idiosincrasia nel remunerare il valore del lavoro e a una crescente concentrazione di reddito e di capitale (fra classi sociali, territori, fra centro e periferie, fra garantiti e non garantiti) avrebbero già dovuto portare a un collasso del sistema. Finora non è accaduto, segno che da qualche parte quest’equilibrio instabile trova i suoi puntelli scongiurando il momento di rottura.

La sofisticata impalcatura su cui abbiamo costruito la nostra ricchezza e via via stratificato privilegi e rendite di posizione, favori e favoritismi, protezioni e clientelismi, riesce ancora oggi a reggersi per l’evidente persistenza di almeno tre fattori fondamentali.

Il primo è dato dal debito pubblico, che non a caso è cresciuto proprio a partire dagli anni 80, portandosi dal 55% del pil al 105% del 1992. Nello stesso periodo è aumentata, in maniera incontrollata, la spesa per pensioni, assistenza, trasferimenti e, in una spirale senza freni, la spesa per interessi sul debito, con i BOT collocati sul mercato con rendimenti a due cifre, tanto da diventare la principale destinazione del risparmio degli italiani.

Ma nel tempo è esplosa anche la spesa pubblica corrente, incalzata dall’espansione della pubblica amministrazione, soprattutto nelle regioni del Sud dove l’aumento del lavoro pubblico negli enti locali si è tradotto in un vero e proprio risarcimento del fallimento delle politiche di riequilibrio e di sviluppo dell’occupazione perseguite fino alla fine degli anni 70. Dal 1992 ad oggi, la sostanziale stagnazione che ha contraddistinto l’economia italiana per tutti questi anni, ha mantenuto il rapporto debito/pil su cifre superiori al 105% (a eccezione del 2004 e del 2007, anni in cui è scesa di poco, ma restando comunque sopra il livello 100) e oggi si attesta al 131%, risentendo ancora dell’impatto della crisi finanziaria iniziata nel 2008.

Il secondo fattore è invece legato alla “genetica” dell’economia italiana, dove l’elemento del sommerso, del lavoro e dell’impresa irregolare persiste tenacemente, quasi fosse una riproposizione postmoderna dell’economia curtense, basata su sussistenza e autoconsumo e dove l’aspetto informale, non tracciabile delle transazioni economiche, assolve sia il ruolo di garante della sopravvivenza di attività altrimenti non sostenibili, sia la funzione di vantaggio competitivo rispetto ad altri concorrenti, spesso imponendo condizioni di sfruttamento del lavoro e, in ogni caso, alimentando l’evasione fiscale.

Oggi più di tre milioni di lavoratori (oltre la metà nel Mezzogiorno) prestano la propria attività non coperti da diritti e protezione, mentre l’evasione fiscale ha raggiunto i 110 miliardi di euro. In totale l’economia sommersa – sottodichiarazioni delle imprese, lavoro nero, affitti in nero, ma anche economia illegale come droga, prostituzione, contrabbando – supera i 210 miliardi di euro, oltre il 12% del pil.

Il terzo fattore, trattandosi di costi ambientali, è palesemente percepibile, ma più difficile da quantificare in termini di aggregati. Fra i diversi indicatori legati all’inquinamento, allo sfruttamento e al dissesto dell’ambiente, il consumo di suolo riesce in parte a rappresentare la deriva di aggressione continuata del territorio che ha caratterizzato la crescita economica in Italia. La definizione utilizzata da Ispra risulta molto efficace, e cioè il consumo di suolo è “la progressiva artificializzazione del territorio che copre irreversibilmente aree naturali e agricole con asfalto e cemento, edifici e fabbricati, strade e altre infrastrutture, insediamenti commerciali, produttivi e di servizio, anche attraverso l’espansione di aree urbane” (ISPRA, Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici, 2018).

Fra il 2016 e il 2017 si sono persi circa 52 chilometri quadrati di territorio, pari a 15 ettari al giorno. In totale il consumo di suolo è pari al 7,65% del territorio nazionale. Negli anni 50, la quota stimata era del 2,7%. Le regioni a maggior consumo sono, nell’ordine, la Lombardia (13% delle superficie), il Veneto (12,3%), la Campania (10,4%), l’Emilia Romagna (10%). Il maggior incremento di consumo, fra il 2016 e il 2017, si è registrato in Veneto, con 1.134 ettari aggiuntivi coperti artificialmente, e in Lombardia (603 ettari).

L’Italia e gli italiani sono diventati, velocemente, un paese ricco, ma pagando un prezzo altissimo. L’accumulazione di ricchezza non ha creato qualità condivisa della crescita economica e oggi scontiamo gli effetti di un modello dissipativo e opportunista che ci ha portato all’attuale fase di immobilismo; una fase da cui non sappiamo come uscire e che sta producendo rinserramento e chiusura. Complici – chi più, chi meno – di questa situazione, scegliamo di galleggiare, nella speranza miope che i puntelli del nostro modello riescano a reggere, ancora per un po’.

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