In casa

Etica e politica del restare

di Vittorio Teti

Il problema dello spopolamento dei paesi dell’interno – che solo di recente sembra cominciare a essere intuito nelle sue reali dimensioni – è un fenomeno in atto senza inversioni di tendenza da almeno un cinquantennio nelle aree italiane di montagna e di collina. Riguarda quindi tutte le zone alpine e appenniniche e investe regioni del Sud quanto del Nord. Le sue cause sono molteplici: storiche (catastrofi, terremoti, alluvioni) ed economiche, demografiche e sociali (l’emigrazione), antropologiche e politiche, antiche e recenti. Le sue ragioni, locali e generali, sono diverse e specifiche e vanno indagate caso per caso, pur in un contesto più generale, con le tante peculiarità e i vari esiti locali.
Se lo spettro delle cause e delle ragioni è ampio, le conseguenze dello svuotamento dei luoghi interni finiscono per colpire altrettanti piani, da quello antropologico, sociale, economico a quello idrogeologico. Il vuoto che si viene a costituire è anche un vuoto di memorie, di rapporti, un deserto di speranze.
Dall’Abruzzo al Friuli Venezia Giulia, dal Piemonte alla Calabria, dalla Sardegna al Veneto, sulla base dei dati Anci-Istat, si registra un calo per il periodo compreso tra il 1971 e il 2015 superiore in media alla metà dei residenti, con punte peraltro molto più elevate nei centri più piccoli. In Calabria, l’elenco dei paesi a rischio di abbandono è davvero impressionante, interminabile. Le proiezioni dei dati ci dicono che, verosimilmente, tra meno di vent’anni la regione potrebbe perdere altri cinquecentomila abitanti: un dato che ci riporterebbe alla terra desolata e desertificata dei periodi che seguirono le grandi pestilenze e le catastrofi del tardo medioevo.
Nonostante le enormi e devastanti calamità che ne hanno segnato i piccoli centri, le popolazioni, la cultura, la mentalità e anche a dispetto della crisi e dell’erosione del “paese presepe”, la Calabria è stata e resta tuttavia la “terra dei paesi”. Il “vuoto” che si crea riguarda di fatto anche i “centri urbani” più grandi, che del paese hanno il carattere e la dimensione, come si può constatare oggi in centri storici in larga parte in stato di abbandono, desolati, cadenti, non di rado a rischio crollo.
Le proporzioni del problema suggeriscono di per sé la necessità di affrontarlo con serietà, competenza, passione, affetto, nella consapevolezza della sua non facile soluzione.
Accanto a riflessioni attente, profonde, serie e mirate, sia in una prospettiva locale e a breve termine che in un quadro di “lunga durata” e in contesti più vasti; accanto a iniziative concrete, economiche, sociali tendenti ad arrestare il declino, la fuga, l’abbandono o, talora, a favorire forme nuove di ritorno e di “ripopolamento”, bisogna segnalare come, di recente – al pari di quanto era successo negli anni sessanta con il folklore e le culture popolari – non mancano operazioni strumentali, mediatiche, sterilmente nostalgiche e lacrimevoli, nonché interventi e piani di recupero che spesso sono più nefasti e distruttivi dello stesso abbandono. Per comprendere e affrontare il fenomeno è innanzitutto decisivo ricostruirne le ragioni storiche, sociali, ideologiche.

Dagli anni settanta dell’Ottocento l’emigrazione – il grande esodo, la “rivoluzione silenziosa”, la fuga di massa – ha costituito la “grande causa di trasformazione” dei paesi, dei villaggi, delle campagne e ha modificato, in maniera profonda, la vita, la cultura, la mentalità delle popolazioni. L’emigrazione, pur inserendosi in una tradizione consolidata di viaggi, mobilità e spostamenti, sia all’interno che fuori della regione, si manifesta tuttavia come una “catastrofe”. Essa si verifica in coincidenza con un processo di trasformazione recente, dato dalla discesa lungo le marine, dall’abbandono progressivo di zone interne e dall’apertura della ferrovia lungo la costa jonica ed è legata a eventi di ordine più generale, quali l’unificazione nazionale, il brigantaggio, la resistenza alla leva, l’avvio della modernizzazione capitalistica nelle campagne e la conseguente distruzione di forme di economia, di agricoltura e di artigianato tradizionali.
In questo quadro si afferma un’antropologia di persone perennemente in fuga e nasce anche una nuova cultura legata al distacco, al ritorno, ai legami, spesso conflittuali, esistenti tra “paese uno” e “paese due”. Anche da fermi, la vita è sempre altrove: la fuga, l’erranza, l’inquietudine sono tratti caratterizzanti l’antropologia dei calabresi del passato. Per capire il contesto in cui l’emigrazione si inserisce, non bisogna dimenticare una storia segnata da mobilità di uomini, cose, animali – una “tribù nomade” la chiama Alvaro –, spostamenti di abitati, abbandoni e rifondazioni di luoghi a seguito di terremoti, alluvioni, frane, malaria, esigenze di cercare nuovi spazi produttivi. Non bisogna dimenticare il passaggio o la permanenza di dominatori stranieri che lasciano sempre una loro impronta. Il verificarsi della prima grande ondata emigratoria, pur creando elementi di dissoluzione dell’antico universo, non comporta però lo spopolamento dei paesi. A ciò contribuiscono i ritorni comunque notevoli e significativi, il nuovo ruolo che le donne “si inventano” supplendo all’assenza dei mariti, dei figli, dei padri e, infine, i vantaggi economici delle rimesse.
Con il passare dei decenni, però, in varie aree d’Italia l’emigrazione interna o verso l’estero comincia a incidere sulla disgregazione dell’antico equilibrio produttivo, demografico culturale, sociale della montagna (questo vale sia per le Alpi che per la dorsale appenninica). Significativa a questo proposito è ad esempio una grande inchiesta in otto volumi pubblicata negli anni trenta dall’Istituto nazionale di economia agraria sullo Spopolamento montano in Italia.
Tuttavia in questo periodo la mobilità non significa ancora spopolamento, la crescita demografica non subisce interruzioni, e anzi, almeno in Calabria, durante il periodo fascista anche i grossi centri montani e i “paesi presepe” conoscono un incremento della popolazione, che verrà confermato dal censimento del 1951. Ma la via della fuga, scoraggiata durante il regime fascista che non ammette di sentir parlare di “questione meridionale”, e il desiderio di abbandonare una montagna di cui si avverte la crisi progressiva, fanno parte ormai delle aspirazioni delle popolazioni.
Una terra mobile, da sempre attraversata da figure erranti, come scrive Alvaro in Un treno nel Sud, diventa mobilissima e la fuga diventa tratto antropologico e fattore di erosione dell’antico ordine. Le grandi alluvioni del 1951 e quelle degli anni successivi, fino ad arrivare al 1971, provocano l’abbandono di intere comunità e diventano causa del trasferimento degli abitanti lungo la costa o nelle città del Nord. La montagna, la cui economia è ormai in crisi, non è più attrattiva. Non a caso i paesi abbandonati per l’alluvione vengono ricostruiti lungo le coste e soltanto pochi centri (come Canolo, Nardodipace, Careri) vengono spostati più in alto. In pochi continuano a credere nelle potenzialità e nelle possibilità della montagna, come Zanotti Bianco che nel 1954 ammonisce che, per persone vissute per secoli di agricoltura e pastorizia, di pochi scambi con l’esterno, ricostruire con scelte burocratiche gli abitati lontano dalla montagna, lungo le marine che avevano sempre visto solo a distanza dall’alto, avrebbe significato la fine di una capacità produttiva, la distruzione della vita comunitaria che nei secoli, pur tra difficoltà immani, aveva consentito la vita delle popolazioni.

Esaurita una certa resistenza della montagna che si registra tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta, dovuta anche a un ritorno delle prime generazioni di diplomati e laureati provenienti dal mondo contadino, la frattura si verifica negli ultimi due decenni del xx secolo, quando si rompe l’equilibrio territoriale tra montagna e pianure e le colline si svuotano delle antiche vocazioni economiche e delle culture a esse legate.
Un fenomeno antico e di lunga durata assume così dimensioni vistose, drammatiche, da fine di un mondo. Non si tratta tanto di guardare ai numerosi paesi e borghi abbandonati nel corso dello scorso secolo, molti in anni a noi recenti, ma di vedere e comprendere un processo in atto, lo svuotamento progressivo di interi paesi, il rischio di estinzione di tante comunità. Paesi che sorgono in luoghi di presenza umana molto antica finiscono definitivamente, in modo costante. Giorno dopo giorno nei paesi dell’interno vengono chiuse scuole, uffici postali, ospedali, presidi delle forze dell’ordine.
Ad essere cancellati, lasciati in stato di abbandono e destinati a essere colonizzati e ricoperti dalla vegetazione spontanea sono anche i molti beni materiali e le antiche infrastrutture distribuite di cui erano ricchi anche i più piccoli paesi dell’interno: chiese, palazzi, fontane, acquedotti, musei, cisterne, opere d’arte, castelli.
Per secoli l’assetto urbanistico dei paesi, i terrazzamenti delle rasule, l’organizzazione degli spazi abitativi e produttivi rendevano possibili forme di controllo delle acque che, nei mesi di maggiori precipitazioni, sono lasciate libere di abbattersi sugli abitati che incontrano sul loro percorso con violenza imprevista, più di quanto potesse comunque avvenire in passato. Nelle antiche sedi dell’economia collinare, un tempo capace di guardare alla montagna e alle marine, con la fine dell’agricoltura e della pastorizia avanza una desertificazione e una macchia disordinata che diventano il terreno ideale, a seconda delle stagioni, per incendi e alluvioni rovinose, che finiscono col produrre danni e morti anche nei centri costieri sorti in maniera disordinata e senza un legame nuovo con l’interno. Il ribaltamento del rapporto tra pieno e vuoto, anche in Calabria, la desertificazione delle aree montane e collinari e l’intasamento caotico delle pianure costiere e delle valli non dipende solo da scelte locali e nazionali, ma da una linea strategica di portata globale. I capitali d’investimento finiscono con il privilegiare aree territoriali più attrezzate, meglio strutturate, anche grazie a una modernizzazione realizzata con l’apporto dei montanari espulsi dalle attività di lavoro produttivo, sistematicamente rafforzando chi è più forte e indebolendo chi è già debole.
La percezione e la consapevolezza che gli abitanti rimasti hanno di un inedito vuoto è responsabile inoltre di generare apatia, rassegnazione, conflitto, scarsa capacità di elaborare nuove forme di economia e nuove pratiche culturali. Fiaccati dalle partenze, asserviti dall’assistenza, privati della partecipazione a forme economiche tradizionali, diventano sempre più opachi, rinunciatari, delegano ad altri. Appaiono tristi, gli abitanti dei paesi interni, incerti del futuro, privi di amministratori e gruppi dirigenti capaci di progetti di rinascita, di nuove forme di protagonismo. Sono in pochi ad andare in controtendenza e un intero universo cede, chiude, viene abbandonato, spesso nell’indifferenza generale, nel silenzio più assoluto.
I paesi che chiudono, che muoiono, che si lasciano andare, non fanno notizia. Di questo passo più che “parchi letterari” o luoghi di turismo culturale e di sviluppo sostenibile (un discorso complesso, che dovrebbe essere approfondito) si potranno progettare soltanto riserve di caccia e luoghi per escursionisti, itinerari per romantici esteti delle rovine. La disaffezione per i propri luoghi, l’incuria che essi conoscono, la devastazione che subiscono è uno degli esiti di un abbandono di boschi, paesi, colline e di una crescita disordinati, spesso senza che nei nonluoghi corrispondenti lungo le coste riescano a nascere nuove economie. Se in passato la Calabria si presentava, come in una bella immagine di Predrag Matvejević, come “un’isola senza mare”, oggi bisogna evitare il rischio che rimanga invece un’isola senza un retroterra con cui comunicare e dialogare. Anche se il fenomeno ha subito ormai un’accelerazione che non consente più di ignorarlo, l’allarme non è stato dato oggi: almeno dagli anni sessanta è esistita una tradizione di studi che individuava, non in termini sterilmente nostalgici, il rischio che l’abbandono della montagna avrebbe costituito per l’intero territorio. Le risposte della politica sono state sempre improntate a slogan di maniera. A prosperare è stata solo la retorica sulla montagna e sul “paradiso” Mediterraneo, inteso in modo astorico, patinato, indifferenziato.
Quelli che sono sempre mancati sono stati piani e progetti integrati per mettere in sicurezza il territorio, per creare nuove economie, per rendere nuovamente abitabili quei luoghi. Gli interventi riparatori e provvisori, lo notava già Alvaro, non risolvono il problema, tendono piuttosto ad accentuarlo. Non sono mancate, infatti, in passato indicazioni avvedute di un meridionalismo interno, non seguite dai gruppi dirigenti del tempo e dei decenni successivi.
Quello che serve, in maniera preliminare, è cambiare modalità dello sguardo, invertire la prospettiva, ripartendo anche dalle osservazioni di alcuni autori “classici” del meridionalismo e rovesciandole ove necessario. La scelta del termine “meridionalismi”, al plurale, mi pare contenere una giusta indicazione nella direzione del recupero di questo rapporto problematico con il meridionalismo classico. Lo ha ricordato recentemente Goffredo Fofi nella sua prefazione a I fatti di Casignana di Mario La Cava: occorre un meridionalismo critico.
A inizio Novecento Giustino Fortunato, autore di pagine fondamentali sulla “questione meridionale”, compie una critica serrata delle descrizioni “positive” e “fantastiche” che da secoli, fin dall’antichità, avevano costruito le regioni meridionali come terre fertili, prospere e naturalmente ricche. In particolare la Calabria appare al grande meridionalista come uno “sfasciume” e una terra degradata a causa dei continui terremoti. Giustino Fortunato decostruiva l’antica immagine del Sud come “paradiso abitato da diavoli”. Il “determinismo naturalistico” di Fortunato confermava quella “inferiorità”, “maledizione”, “impossibilità di cambiare le cose” che venivano attribuite al Sud e ai suoi abitanti dagli antropologi positivisti con considerazioni razziali ed etniche. Il paradigma di Fortunato, accanto a innegabili meriti, ha contribuito in qualche modo a oscurare con l’immagine dello sfasciume anche quella della bellezza e dell’abitabilità dei luoghi, che gli erano complementari. L’immagine del Sud come paradiso veniva rovesciata in quella di un Sud infelice e naturalmente povero.

Cambiare sguardo, ribaltare antiche immagini, comporta però fare i conti con la propria storia, la propria ombra. Ai contrasti geoantropologici corrispondono contrasti interni. Ogni cosa, dalle nostre parti, può diventare il suo contrario. Nel “paradiso abitato da diavoli”, ci sono la luce e il sole, ma anche le ombre e le oscurità. Ci sono aspetti luttuosi, melanconici, ombrosi nella mentalità e nell’antropologia delle popolazioni, che vanno posti in relazione con una storia complessa e difficoltosa, fatta di guerre, invasioni, catastrofi, evitando di esaltarli ed esasperarli, magari a fini identitari, ma riconoscendoli e assumendoli. La Calabria, come ricorda padre Pino Stancari, è tra sottoterra e cielo: un sottoterra che non va inteso in senso geografico o geologico, ma che allude a viscere sotterranee, a profondità che non appaiono superficialmente e non sono facilmente discernibili. Il sottoterra ha una sua ambiguità: può essere voragine possessiva e rapinatrice oppure profondità sotterranea che è in grado di esprimere una capacità di accoglienza sorprendente. Anche il cielo ha, simmetricamente, una sua ambiguità: il cielo che può essere inteso come fuga, scivolamento nel mito, oppure come apertura, grande prospettiva, capacità di slancio, prontezza nel volgersi all’altrove.
Sono osservazioni penetranti, che possono aiutarci a riconoscere i lati ombrosi della nostra storia collettiva e individuale, senza indulgenza né autolesionismi. Le responsabilità non sono sempre altrove, sono anche qui, sono anche nostre. L’autoascolto e l’autosservazione non debbono tradursi in sterile rimpianto, in inutile compiacimento, ma in una capacità di fare i conti con il proprio passato per affermare una diversa presenza. Nel Sud, che ha conosciuto storie di contrasti e di conflitti, dove le identità sono spesso spezzate, frammentate e lacerate, dove sono mancate la mediazione e la conciliazione, dove davvero gli opposti si toccano e sentimenti e comportamenti sono, nel bene e nel male, alle volte eccessivi ed esasperati, bisogna avere la capacità di guardare in bianco e nero, di rintracciare l’indistinzione scrutando le zone in chiaroscuro.
Corrado Alvaro criticava le élite locali che trovavano rifugio nelle glorie e nelle magnificenze della Magna Grecia, mentre contadini e braccianti fuggivano all’estero. La critica di Alvaro, che amava la cultura classica e ne traeva spunto anche per la sua opera narrativa, suonava come un biasimo alla retorica locale e nazionale delle élite del suo tempo, per certi versi anticipazione della “retrotopia” contemporanea. Tuttavia, mentre ai tempi di Alvaro questo passato, per quanto mitizzato, continuava a esercitare un’influenza sul presente, ai nostri giorni ci si rifugia invece in un mondo leggendario, senza tempo né luoghi storici, il cui unico esito è la costruzione di un’identità angusta e monocromatica. Archiviate, occultate le contrapposizioni di classe, quasi in un rispecchiamento dell’invenzione della Padania, certo anche per reazione alle xenofobie razziste e leghiste, assistiamo all’invenzione di una “Borbonia felix”, in chiave antiunitaria, senza alcun fondamento storico e a puri fini ideologici. Rispetto alla nostalgia regressiva, retrotopica delineata da Baumann, in Alvaro l’evocazione del passato e il riferimento alla civiltà dei contadini e dei pastori ha però un carattere sostanzialmente diverso, costruttivo, capace di fare i conti con la memoria e con l’utopia.
Predrag Matvejević osservava che “La tendenza a confondere la rappresentazione della realtà con la realtà stessa si perpetua: l’immagine del Mediterraneo e il Mediterraneo reale non si identificano affatto. Un’identità dell’essere, amplificandosi, eclissa o respinge un’identità del fare, mal definita. La retrospettiva continua ad avere la meglio sulla prospettiva. Ed è così che lo stesso pensiero rimane prigioniero degli stereotipi”. La rivendicazione d’identità ha un carattere estremamente vago, dissimula più di quanto non chiarisca.
L’identità non è, ma si fa, si costruisce. Nella terra dei grandi contrasti, una sottile linea d’ombra, di confine, separa la convinzione dall’enfasi. Per dirla con Michelstaedter, “rettorica” è l’apparato di parole, gesti, istituzioni con cui viene occultata l’impossibilità di giungere alla “persuasione”. “Persuasione” è il tentativo, sempre vanificato dalla manchevolezza irriducibile della vita, di giungere al possesso di sé stessi. Non di meno la persuasione è una via da perseguire per contrastare quanto più possibile la retorica, le ombre, le favole, i pregiudizi che occultano la “verità”. La “persuasione” viene troppe volte sommersa dalla retorica.

Tutta la lunga preistoria e storia dell’Homo sapiens ci ricorda che la partenza, il viaggio, l’esodo non sono separabili dal restare. Partire e restare sono due esperienze, due strategie di sopravvivenza e di evoluzione, sia sotto il profilo biologico che culturale, che devono essere necessariamente comprese assieme.
Restare non ha che fare con la conservazione, ma richiede la capacità di mettere in relazione passato e presente, di riscattare vie smarrite e abitabili, scartate dalla modernità, rendendole di nuovo vive e attuali. Per mille ragioni anche il restare – e il restare di chi ha viaggiato o di chi torna – condivide la fatica, la tensione, la nostalgia dell’errare. Restare non comporta pigrizia, assuefazione, adattamento, attesa del meno peggio o della fine, né rinviare sempre a domani. Restare significa contare le macerie, curare gli anziani e gli ammalati, accompagnare i defunti, custodire e consegnare ricordi e memorie, raccogliere e affidare ad altri nomi, soprannomi, episodi di mondi scomparsi o che stanno morendo. Restare significa mantenere il sentimento dei luoghi e camminare per costruire qui e ora un mondo nuovo, anche a partire dalle rovine del vecchio. Sono i rimasti a dover dare senso alle trasformazioni, a porsi il problema di riguardare i luoghi, di proteggerli, di abitarli, di renderli vivibili. Gli “ultimi abitanti” di un luogo potrebbero diventare i primi abitanti di una nuova comunità, inventata e costruita con persone che vengono da fuori, che avranno bisogno delle loro conoscenze. Restare significa raccogliere i cocci, ricomporli, ricostruire con materiali antichi, tornare sui propri passi per ritrovare la strada, vedere quanto è ancora vivo quello che abbiamo creduto morto e quanto sia essenziale quello che è stato scartato dalla modernità. Nostalgie, rimpianti, risentimenti attraversano le pietre, le grotte, i ruderi, le erbe che nascondono o proteggono le rovine, le piante di fico che accompagnano e provocano la caduta delle abitazioni. Le feste che si svolgono nei paesi abbandonati e diroccati svelano questi sottili e controversi legami con i ruderi; i pellegrinaggi di ritorno tra le rovine segnalano forse anche un’insofferenza per i nonluoghi e desiderio latente di costruire nuove forme dell’abitare.
La restanza richiede pienezza di essere, persuasione, scelta, passione. Un sentirsi in viaggio camminando, una ricerca continua del proprio luogo, sempre in atteggiamento di attesa, pronti allo spaesamento, disponibili al cambiamento e alla condivisione dei luoghi che ci sono affidati. Un avvertirsi, appunto, in esilio e stranieri nel luogo in cui si vive e che diventa il sito dove compiere, con gli altri, con i rimasti, con chi torna, con chi arriva, quelle piccole utopie quotidiane di cambiamento e di rinascita che, venute meno le grandi utopie del Novecento e di fronte alle retrotopie dominanti, è quanto meno possibile a tutti coltivare. Disponibili anche allo scacco, all’insuccesso, al fallimento, al dolore. Non esiste, forse, spaesamento, sradicamento più radicale di chi vive esiliato in patria e combatte una lotta quotidiana, fatta di piccoli gesti per salvaguardare e proteggere i luoghi che potrebbero essergli sottratti non da chi arriva da fuori, ma da chi vi abita dentro come un’anima morta. Restare significa riscoprire la bellezza della “sosta”, della “lentezza”, del silenzio, del raccoglimento, dello stare insieme, anche con disagio, del donare; la verità del viaggiare e del camminare. Nel mondo globale, delle false partenze, dei ritorni, delle identità aperte, dei viaggi da fermi, la nostalgia sembra essere diventata il sentimento di chi resta. Coloro che restano potenziano il senso del viaggiare e diventano approdo per quanti ritornano: forse perché viaggiare e restare, viaggiare e tornare, sono pratiche inseparabili, trovano senso l’una nell’altra. Rimasti e partiti debbono dare vita a una dialettica che parla d’integrazione, d’incontro, di vite separate e di riconciliazione. Rimasti e partiti, senza enfasi e senza rancori, dovrebbero percepirsi nelle loro somiglianze e nelle loro diversità, legate a una particolare esperienza di vita, a un singolare rapporto con il luogo d’origine e con gli altri luoghi.
Bisogna essere utopici e concreti. Sono necessari nuovi pensieri per uscire da visioni localistiche. Siamo in una fase dell’umanità in cui immagini apocalittiche o di un futuro radioso si sovrappongono e si contrastano proprio perché non siamo più in grado di pensare il futuro, siamo dominati dalla fretta e da una sorta di eterno presente, che ci impedisce di guardare indietro e di andare avanti con coraggio, fantasia, lungimiranza, disposti allo stupore. Una possibile via d’uscita a questa condizione ci chiede di immaginare l’inimmaginabile, prevedere l’imprevedibile.
Bisognerebbe riprendere le vie e le mobilità dell’asino e dei primi treni. Riaprire quelle stazioni vive, affollate, mobili, di cui racconta Alvaro in Un treno nel Sud, che avevano alimentato tante speranze, nuovi scambi, una mobilità a dimensione umana, che avevano svolto un ruolo positivo e che, poi, nel tempo sono state trasformate in macerie, in luoghi deserti, dove nessuno passa, si ferma, scambia. Ogni paese, ogni frazione, ogni villaggio – persino quello con un solo abitante – ha il diritto all’esistenza, va curato, tutelato perché è un presidio geografico, culturale, mentale delle popolazioni. In questo senso, bisogna abbandonare ogni calcolo di profittabilità o pura valutazione economicistica, privilegiando semmai aggregazioni di più comuni, strutturando gli spazi in modo da stabilire legami tra “non più luoghi” all’interno e non “ancora luoghi” nelle pianure e lungo le marine, creare nuove “comunità”. Non dovrebbe esistere un paese, anche il più piccolo, senza centri culturali, luoghi di socialità e, soprattutto, senza scuole. Le scuole – anche con pochi alunni – devono restare aperte e funzionanti. Il diritto allo studio e all’istruzione è garantito dalla Costituzione, nell’interesse stesso della collettività, per assicurare prima di tutto a ogni cittadino l’accesso a un titolo legale di studio che gli consenta di accedere alle scuole superiori, alle università, al mondo del lavoro e delle professioni. Non abbiamo bisogno di chiudere le scuole, ma di aprirne.
La soluzione, o almeno un tentativo, per contrastare lo spopolamento, comporta quindi il rovesciamento sia di vecchi paradigmi interpretativi che di modelli di sviluppo economicistici, del tutto indifferenti alla storia, alla cultura, alla memoria, alle persone. Al contrario, l’approccio all’abbandono e al ritorno deve essere politico, richiede interventi mirati, concreti, iniziative compiute con convinzione e persuasione. Occorrono investimenti significativi per interventi mirati alla tutela, valorizzazione, cura e difesa del paesaggio, dei paesi, degli edifici. Bisogna intervenire con un grande progetto di rinascita e di ricostruzione, che parta dalla messa in sicurezza dei centri, delle scuole, degli edifici pubblici, delle strade, delle abitazioni. Un cambiamento di prospettiva che ponga la necessità e crei le capacità di prevenire, invece di intervenire a catastrofe avvenuta. Questo presuppone sguardi totalmente nuovi, amorevoli, interventi immediati e progetti di lunga durata. Bisogna creare nuove forme di socialità, nuove comunità resistenti, nuove reti e nuovi tessuti sociali. Aprirsi all’esterno, collegarsi con “reti del ritorno”, esperienze di “restanza”, “comunità resistenti e resilienti” presenti in tutte le regioni d’Italia e di Europa. Contro lo svuotamento delle aree interne e l’abbandono dei paesi si deve agire anche contrastando gruppi di potere, ceti dirigenti corrotti, collusi, illegali che speculano anche sulle macerie e che individuano nell’abbandono e in falsi e improbabili progetti di “restaurazione”, spazi per forme di economie assistite, criminali, che conducono inevitabilmente alla fine.
Se ogni abbandono va studiato e compreso nelle sue peculiarità, allo stesso modo ogni operazione di ritorno o rinascita deve avvenire a partire da iniziative ed esigenze locali, dalle risorse (in senso lato) presenti nel territorio, da politiche e scelte mirate, diverse a seconda delle peculiarità e delle vocazioni dei luoghi. Nessuna soluzione e nessun intervento sono possibili, efficaci, corretti senza la presenza e la partecipazione delle popolazioni che abitano quel luogo e lo hanno scelto per vivere e, nel caso di luoghi abbandonati, di soggetti e persone dell’area geo-antropologica entro cui ricadono le rovine o i paesi vuoti. Nessuna soluzione è possibile se non si affronta il problema demografico, se non si attuano politiche di sostegno (non di assistenzialismo) alle famiglie, ai giovani che vogliono creare economie e tornare o restare per ricostruire, tenendo conto, appunto, di vicende di nuovi esodi e dei nuovi arrivi. Sostegni concreti a cooperative e piccole imprese possono essere fattivamente finalizzati all’intento di restare o di innovare.
Non si possono sprecare strumenti come i finanziamenti europei per le aree interne. Sarebbe imperdonabile adoperare i fondi con intenti clientelari, a pioggia, con intenzioni elettoralistiche, senza una finalità alta, etica, civile, che abbia come obiettivo la costruzione di comunità abitabili. Anche se non si può fare tutto in una volta e non si possono risolvere problemi atavici, abbandoni e dimenticanze secolari, non si può prescindere dalla situazione dell’intero Paese, è però possibile invertire la logica assistenzialistica e paternalistica con cui sono stati spesi finora i fondi pubblici. Si possono almeno fornire segni, tracce, indicazioni per il futuro e per ridare speranza e fiducia a luoghi e abitanti che vivono situazioni di solitudine, sfiducia, apatia: gli errori di oggi rischiano concretamente di affossare definitivamente la Calabria e il Sud. Franco Costabile, ne Il canto dei nuovi migranti (1964), ai nomi dei paesi che fuggivano, che scomparivano altrove, accostava nome e cognome degli uomini politici responsabili di un esodo biblico. Non bisogna fare riferimento alle responsabilità di una generica Politica, ma avere la forza e il coraggio di indicare, con nomi e cognomi, politici, tecnici, professionisti, intellettuali che hanno la responsabilità di compiere scelte politiche mirate, chiare, ariose, “disinteressate”, fatte con un’idea e una visione, il sogno, l’utopia, di un mondo nuovo, per evitare che il Sud subisca l’ennesima beffa. Oltretutto, le tendenze autonomiste delle regioni del Nord rischiano di allargare ulteriormente la forbice delle diseguaglianze, minando alla base i principi dell’unità nazionale e ostacolando una visione in controtendenza.
Sbrighiamoci. È già tardi, troppo tardi. Forse non ce la faremo, ma almeno ci avremo provato. Nel nome dei nostri vecchi, che hanno faticato con dignità, e per le generazioni che verranno e che non ci perdoneranno di avere consegnato loro un deserto, mentre avevamo a disposizione un Paradiso da riconoscere e da assumerci, perché nessun paradiso è mai dato in maniera gratuita e una volta per sempre.

In casa

L’Italia dell’educazione è tutta del Sud

di Vincenzo Schirippa

“Cosa arriverà di più qui al Sud”. Il ministro seguito dalle telecamere potrebbe non aver capito davvero, ma ha comunque fiutato l’odore della sottomissione. Prende tempo: “Cosa, scusi?” “Cosa arriverà di più qui al Sud per recuperare il gap con le scuole del Nord”. Eccolo, il gap, e lui può affondare il colpo: ci vuole l’impegno del Sud, “vi dovete impegnare forte”. Come uno che non trattiene l’impulso di maltrattare chi per strada gli chieda una moneta, Marco Bussetti si scopre più di quanto vorrebbe – o chissà. “Lavoro, sacrificio, impegno, lavoro e sacrificio”, scandisce, come se qualcuno gli avesse preparato la battuta per fare il verso a tutto un immaginario morale ottocentesco, costellato da confuse proiezioni self-helpiste sulle sorti altrui, che si è fatto aceto nella botte del leghismo. Fuori dalla scuola di Afragola, dove la scena viene ripresa una degli astanti, chissà se meridionale, annuisce convinta e muove le labbra mute sul suono delle sue parole. La sua mobilità da muppet, la voce monocorde fuori campo, la maschera del ministro che si tende molto carica, espressiva, a riempire la scena: un pezzetto di teatro di figura. Le tonalità sono quelle forti che si portano di questi tempi ma, quanto alle parti e al gioco, siamo alle solite.

Ogni volta che si parla di questo, tengo a mente un passaggio della breve Storia del Movimento di collaborazione civica di Augusto Frassineti (Edizioni dell’Asino, 2014): “quando si dice che vi sono due Italie […], bisogna aggiungere che, sotto il profilo delle operazioni educative nella scuola, nella famiglia, nello stato, l’Italia è una sola e (absit injuria) tutta del Sud”. Non perché vada negata o minimizzata una questione meridionale dell’istruzione, ma perché dove cominci e dove finisca non si sa bene; alcuni sintomi andrebbero osservati anche quando non si prestano al pezzo di colore. Che ogni Sud sia un altrove in cui specchiarsi lo hanno scritto in tanti, ed è noto che quella meridionale è questione nazionale anche per quanto la parte rivela sul tutto. C’è il rischio di prendere questo assunto come espediente per eludere il tema: e non si dovrebbe quando ancora quest’anno, come ha ricordato Gioacchino Criaco, nel versante grecanico dell’Aspromonte chiudono le scuole per spopolamento. Chissà che invece non lo si possa usare per andare al di là di alcune suggestioni che affollano la scena.

Al sovraccarico di impressioni che riguarda il Mezzogiorno si aggiunge infatti la nebbia che avvolge il dibattito sulla scuola. Anche nei momenti di remissione, quando cioè sembra rientrare il fermento di provocazioni stagionali e di appelli generici, poche voci sembrano raccontare rispettosamente le scuole come sono e come potrebbero davvero cambiare. Paradossalmente potrebbe essere un momento propizio, data per possibile l’eclissi di due feticci. Uno è quello delle riforme, spesso sottovalutate nella loro natura conflittuale – non sono un pranzo di gala neppure le riforme. In questa penultima stagione l’abuso del termine è stato pagato caro: finalmente viale Trastevere potrebbe preferire un profilo basso, e noi lasciar perdere Godot. L’altro feticcio è quello dell’autonomia che, sopravvalutata da amici e nemici, si è dispiegata in regime di vacche magre dissipando energie e lasciando il campo ingombro di vincoli e adempimenti. Solo se ti avvicini e metti a fuoco vedi il brulichio di insegnanti, studenti e dirigenti che vanno avanti e indietro aggirando ogni ciarpame, valicando gli adempimenti o almeno non lasciandosene troppo distrarre; un fermento un po’ nascosto, ed è bene che lo rimanga, perché le esperienze educative vogliono un po’ d’ombra e il loro sacrificio per sovraesposizione non basterebbe a svelenire il discorso apocalittico sull’istruzione. Coltivare l’arte di collegarsi, ripartire dall’autodeterminazione professionale, rilanciare un’organizzazione cooperativa consapevole delle dinamiche dell’istituzione: è realistico tornare a pensare che ci si possa riformare da sé – al plurale – in questo modo?

Forse no, ma non vedo altro e tocca insistere. Ci sono, fra gli ostacoli, i fattori disorganizzativi che disperdono tempo e motivazioni – su questo, più che sul denaro che pure manca, ha spostato l’attenzione Cesare Moreno replicando al ministro. C’è l’individualismo del mestiere, più evidente fra secondaria e università ma nemmeno alla primaria si scherza: nelle relazioni professionali, così come sono, cooperare è antieconomico, è un investimento ingente a remunerazione differita, richiede mutuo addestramento e lubrificazione continua e ininterrotta. C’è inoltre la difficoltà a costruire l’autonomia di una cultura professionale “dentro” l’istituzione senza poter contare su un innalzamento di tono del senso comune pedagogico “fuori”: credo che la frase di Frassineti si riferisse soprattutto a questo. Il senso comune pedagogico delle famiglie, del territorio, dell’opinione pubblica; quello che gli stessi insegnanti si portano da casa e che contribuisce, più in profondità di ogni formazione ulteriore, a determinare la loro cultura professionale. Come è noto, l’insieme di conoscenze e disposizioni che precede l’accesso a saperi più formalizzati tende a risolvere a proprio favore, per assimilazione, il conflitto con una formazione che vorrebbe metterlo in discussione. Lo si capisce da come si intonano sul vecchio costume autoritario gli orpelli della modernizzazione scolastica: anni fa Paolo Perticari notava quanti nuovi approcci epistemologici si potessero di volta in volta professare senza mai cambiare espressione del viso in aula. Funzionano così, oggi, autoinganni come quello che la modalità frontale sia tradizionale, “classica” e il digitale di per sé interattivo mentre si usa la Lim come il televisore della nonna per somministrare frontalmente il video trovato su YouTube.

Non è questione di aver fatto o meno le scuole alte: ricordo fior di laureati in filosofia che, obbligati a quel po’ di didattica necessaria per abilitarsi, spalmavano brainstorming e cooperative learning ovunque senza riuscire a tradurre le loro idee in termini operazionali, concreti e coerenti. Qualcuno ricorderà come Lucio Mastronardi metteva in scena la lezione attiva del direttore su Cristoforo Colombo ne Il maestro di Vigevano: è una vecchia storia ma conviene ripensarci, ora che chi vuole lavorare a scuola passa tanto tempo nel sistema come studente. Sono più di vent’anni che, anche in Italia, maestre e maestri vanno all’università. La legge 107 del 2015 ha esteso il principio agli educatori di nido. Oggi più che mai ci sarebbe da guadagnare da un confronto vero: sia nel campo della didattica universitaria, dove alcuni cercano di sperimentare ma per conto proprio; sia su quel che viene dopo: senza rimpiangere né idealizzare i tempi in cui riviste specializzate e associazionismo professionale facevano il mestiere, ci sono spazi ulteriori di costruzione del noi professionale che nessun percorso accademico può inglobare o sostituire.

La carriera studentesca degli aspiranti maestri è uno dei fenomeni che smentiscono le profezie sulla fine della scuola, sull’esaurirsi del suo ciclo espansivo. Un altro è la crescita di un pubblico più vario di consumatori di cultura di massa connotata in senso psicopedagogico: dai cofanetti Montessori per casa all’offerta più visibile di scuole “altre”, dalla divulgazione più onesta agli spacciatori di santini digitali profilati per insegnanti social. Di questi ultimi vale la pena osservare quel che rivelano sulla persistenza dei luoghi comuni dell’attivismo e sulla loro versatilità. L’educazione nuova si è sempre prestata a misture eterodosse, rispetto alle radici democratiche che le rivendichiamo, e oggi ne troviamo spesso ingredienti scaldati in salsa dannunziana – l’immagine di Robin Williams in piedi sulla cattedra mi pare il riferimento iconografico più rappresentativo e non mi fa venire in mente aggettivi migliori. Provare a infiltrare, senza fare troppo gli schizzinosi, queste dinamiche con cui i nostri modi più inveterati di guardare bambini e ragazzi neutralizzano i fermenti che avrebbero voluto modernizzarli, sarà velleitario, ma qualcosa converrà pensare.

Anche per questa via l’Italia dell’educazione è tutta del Sud. Giorni fa mi è stato regalato, cosa rara alla fine di un pomeriggio di formazione, un principio di dibattito. Si parlava del diritto – dicevo io – di trovare nella scuola riferimenti iconografici che arricchissero l’immaginario; senza puntare il ditino sulle principesse Disney ma mostrando altro, anche ai bambini che non hanno in casa gli albi degli editori più raffinati. Congedandoci il dirigente ricordò all’uditorio che l’esperienza scolastica – glielo aveva detto altre volte – doveva essere in continuità con quella delle famiglie, dell’ambiente. Durkheim, ha chiosato la collega alla quale raccontavo – con entusiasmo, perché a me piace lavorare nelle scuole ma mi soffoca quella barriera di deferenza che a volte si oppone a chi viene da fuori, e quella scintilla dialettica mi aveva sollecitato. Con il tatto dell’ospite il dirigente reagiva a un’affermazione che a me pareva banale ma lo aveva allarmato come autorità pedagogica – chapeau – e magari aveva le sue ragioni. Quando Franco Lorenzoni afferma, introducendo il suo ultimo I bambini ci guardano, che “la scuola deve essere un po’ meglio della società che la circonda”: per me, che come genitore sono alle elementari e come ricercatore insegno alle future maestre, come suona questa frase? Nel risvolto di copertina potrebbe sembrare innocua ma, a prenderla sul serio come merita, è una scelta di campo impegnativa. C’è un mare di saggistica e narrativa sulla tensione fra i compiti che la scuola ha di riprodurre il contesto sociale e di riformarlo: saperlo non ti risparmia nulla quando questa tensione la vivi nelle relazioni in cui sei immerso.

Allora possiamo chiederci, attenti a dove mettiamo i piedi, perché se gli insegnanti si mescolano sul territorio le scuole del Sud continuano a sembrarci così diverse; perché l’insegnante di ritorno si esprime spesso con nostalgia, vorrebbe rifare qui le stesse cose negli stessi modi ma dice che non si riesce. Possiamo chiederci perché, guardandole più da vicino, molte scuole del Nord sembrino scuole del Sud ma non mi pare si possa dire il contrario di scuole che pure ci sorprendono favorevolmente qui. Cosa stiamo riproducendo, esattamente? È chiaro che le parole che usiamo non mordono le cose e dovremmo cercarne altre, ma un pezzo di lessico non si può disimparare del tutto. Anche le analisi quantitative che vorremmo fredde e lucide: sarebbe il momento di chiudere il rubinetto delle rilevazioni che la stampa rilancia a sprazzi, per la disperazione di chi le ricerche empiriche prova a farle seriamente. Sintesi buone per consolidare gli assunti di partenza, per drammatizzare ma non per spiegare la diseguaglianza, per illuminare vie di fuga individuali ma non per cambiare le cose.

Ho fatto per anni l’esperto nei Pon. Erano fondi europei spesi in parte per aumentare l’offerta formativa. Un’occupazione stagionale per pagarmi la gavetta all’università: d’inverno cercavo i bandi e seminavo candidature a spaglio, in primavera raccoglievo tre o quattro contratti. Ogni pomeriggio una scuola diversa da raggiungere in treno o in pullman, con uno zaino di libri, cancelleria e materiali di gioco e di lavoro. C’era molto da imparare, ogni ecosistema aveva le sue dinamiche. Si trattava di evitare, con un po’ di mestiere, che gli alunni fossero usati per fare il Pon: di dare un senso a quell’esperienza, ancor meglio se si metteva a punto uno stile comune con i colleghi che ci lavoravano e li conoscevano. Non racconto volentieri gli interlocutori che in quelle aule mi sollecitavano di più, seconde generazioni di migranti o calabresi in Calabria che fossero. Molti venivano dai paesi d’Aspromonte che erano stati famosi negli anni ottanta. C’era già pronta una cornice in cui rappresentarli – un altro modo di usarli, più irrimediabile – e io, che sono cresciuto in un associazionismo attratto dalle “aree a rischio” e di questa attrazione un po’ diffido, ho avuto timore di mancar loro di rispetto, per curiosità o per altri eccessi.

Se dovessi consigliare a qualcuno un viaggio nelle scuole del Sud, oggi lo manderei altrove. Per esempio a visitare certi licei, a vedere come si sforzano di canalizzare i figli di una borghesia di varia pezzatura angosciata dalla responsabilità di metterli al riparo, di prepararli ad andar via. Agli Open Day dove è tutto un fiorire di eccellenze, di sinergie vincenti, di iniziative fortemente volute che sono nel nostro Dna, di libri e di cultura balsamo e ristoro per le nostre terre martoriate. Tutta questa pompa stride, o forse no, con le targhe plastificate coi colori d’Europa che nessun correttore di bozze ha guardato, gli avvisi in Comics Sans MS con le clip art, le intitolazioni che segnalano accorpamenti suturati in fretta senza più togliere i punti. Bisognerebbe andare a vedere, non solo perché a fare il pezzo di colore sulle scuole di periferia siamo buoni un po’ tutti ma perché se negli ultimi anni qualche tipo di smottamento si è manifestato – non saprei dire di più, è una sensazione – è in questo tipo di scuole che vale la pena scavare, dove le due questioni – scuole d’Italia, scuole del Sud – sembrano più intrecciate.

Fra chi parte e chi arriva, la scuola sta. Siccome sta, sappiamo dove trovarla: per esempio, quando vogliamo trovare le diseguaglianze sociali già messe in ordine, senza andare in giro a cercarle. O quando qualcosa di nobile ci urge: spinti dall’imperativo di sensibilizzare chiunque a qualsiasi cosa, una scolaresca da mobilitare o da invadere la troviamo. L’utopia della scuola aperta al territorio, centro di una comunità democratica si è arenata anche così: non solo con il cristallizzarsi di relazioni difficili fra famiglie e insegnanti sempre più sulla difensiva – con felici e neanche poche eccezioni. Ma anche di relazioni opportunistiche fra attori dediti a finalità alte – o meno – ciascuno per conto proprio, per cui gli alunni possono trovarsi a consumare, gratis o a spese d’altri, genuine perdite di tempo, proposte generose e velleitarie e anche percorsi sensati, che a volte rifluiscono nella didattica ordinaria, dopo che l’esperto è andato via fra gli applausi, ma per lo più no. Va reso molto merito agli insegnanti che si orientano, sapendo dire qualche no e mediando a testa alta soluzioni educative attraverso percorsi irti di formalità. Questo fare ammuina, la società civile, cercando aule magne in cui mettersi in scena; questo orbitare intorno di lavoretti inventati e donatori di pedagogia in attesa di trasfusione raccontano una centralità persistente, catalizzatrice di tanti paradossi del mondo che c’è fuori, e vale anche qui la possibilità di raccontare le scuole d’Italia attraverso quelle del Sud.

In casa

Questione meridionale e questione culturale

di Marco Gatto

Poiché una discussione non semplificata attorno alla questione meridionale langue ormai da decenni, è lecito affidarsi a ragionamenti lontani nel tempo. In un libro del 1968, L’alternativa meridionale, Michele Abbate così si esprimeva: “in fondo di questo si trattava e si tratta: non certo di abbandonarsi a un idoleggiamento, da romantici in ritardo, dei valori della civiltà contadina minacciati dall’industrialesimo e dall’urbanesimo, né di ridursi a un’astratta, assurda denegazione della tecnologia e del benessere in quanto tali, quanto di elaborare, suggerire, spingere avanti un certo tipo di modello di sviluppo che, assicurando forme durature, reali, estese a tutti, di benessere, salvaguardi […] e renda operanti i valori della libertà a livello individuale e comunitario”.

Cinquant’anni dopo, l’opposizione binaria esemplificata da Abbate ha mutato veste, ma non sostanza. I vagheggiamenti nostalgici continuano a sussistere, nutriti da un’industria culturale che premia i ciarlatani del “meridianismo” a buon mercato; il culto della tecnologia, ormai giunto a dispiegarsi in forme alienanti e massificate, ha incontrato il capitalismo finanziario, che al Sud continua ad accordare il ruolo di contenitore di forza-lavoro a basso costo e di sedativo dei conflitti (da calmierare con il gioco di prestigio del reddito di cittadinanza). Per quale motivo il Meridione non insorga, e anzi si getti, come recentemente accaduto, fra le braccia del qualunquismo grillino e della Lega di Salvini, dovrebbe essere motivo di preoccupata riflessione, se le tradizionali logiche politiche di mantenimento di un “caos calmo”, da sempre vivissime nel nostro Paese, non facessero altro che confermare la solita diagnosi di un’anomalia tutta italiana, tutta interna alle ragioni intime della nostra storia, e quindi, a conti fatti, strutturale, pressoché irrimediabile.

A voler fare ormai storia, il paradigma del ritardo come patologia del Sud e della modernizzazione a tutti i costi ha lacerato ulteriormente il tessuto civile del Meridione: gli interventi esterni e le sollecitazioni dall’alto non hanno saputo interpretare la natura e la vocazione del territorio e, forzando potenziali processi di cambiamento, hanno dimostrato una carente lucidità politica nel considerare la situazione sociale e i problemi a essa legati.

Allo stesso modo, il modello di un meridionalismo dell’autonomia, che mirasse cioè a interpretare il Sud senza strumenti estranei alle sue stesse logiche, si è dimostrato, in larga misura, congeniale al momento postmoderno, sia sul piano politico che su quello culturale, per almeno due ragioni: 1) un’interpretazione autonomistica e auto-rappresentativa della condizione meridionale ricade quasi sempre in esiti consolatori e quietistici, e nell’esaltazione, talora mitizzante, di un supposto ethos mediterraneo, così proponendo una curiosa, quanto paradossale, forma di essenzialismo rispettoso delle diversità e della molteplicità, che si adagia perfettamente su una placida e acritica, se non gattopardesca, contemplazione dell’esistente; 2) la ricerca di logiche non colonizzate di auto-analisi propone una vecchia dialettica della separazione che, invece di cogliere il dato politico di un possibile universalismo emancipativo in senso moderno, finisce per esaltare il dettaglio, il particolare, l’esistenza separata delle culture, che vivono ora grazie alla loro indipendenza e autonomia, e non più alla luce del loro intreccio e della loro storicità. Quest’ultima forma di meridionalismo, che certo ha pure i suoi meriti, specie nel tentativo di decostruire un’immagine volgare e bieca del Sud che nutre tuttora certi esiti politici (si pensi ancora all’ideologia razzistica della Lega), rischia tuttavia di non aggirare rischiose e volgari semplificazioni storiche, alcune di taglio certamente populista, come nel caso di un insorgente sentimento neoborbonico (un nostrano prodotto di quel revisionismo storico che sta lentamente colpendo un Paese già privo di memoria).

Ma, al di là delle teorie e dei modelli interpretativi, dei discorsi culturali su cui rischia di avvitarsi un’estenuante e incontrollata discussione, comunque sintomatici di una difficoltà analitica palpabile, sembra che la tendenza a concepire il Sud come un problema risolvibile solo dall’alto e l’idea di declinare il Meridione con il lessico dell’autonomia siano due facce della stessa medaglia: entrambe non mettono a tema lo stravolgersi della questione meridionale alla luce dei recenti assetti economici intrapresi dal tardo capitalismo, il quale, riuscendo a scavalcare la politica sul terreno di una sintesi tra logica del consumo e mantenimento di un’incompiuta modernizzazione sul piano del vivere civile, propone una strategia di accettazione della disgregazione sociale che caratterizza lo stato delle cose nel Mezzogiorno.

A una logica della frammentazione non si può rispondere con strumenti analitici de-totalizzanti, siano essi improntanti all’idea della separazione, della funzionalità o dell’autonomia. L’incorporazione del Sud nella logica del capitalismo non segue più l’usuale dialettica volgarmente marxista e determinista di un utilizzo funzionale delle sacche di povertà a beneficio della ricchezza. Piuttosto, l’attuale capitalismo – nella sua forma spettacolare e consumistica, nella miscela di arcaico e postmoderno, di cui la ’ndrangheta è la manifestazione perfetta – ha inglobato le aree tradizionalmente subalterne in un orizzonte politico mediano, dove il vuoto di rappresentanza è facilmente occultato da una paritaria capacità di ottenere benefici dal consumo di merci, dove la manomissione dei diritti e la scomparsa della partecipazione sociale è mistificata da una retorica dell’appartenenza e dell’identità nazionale che placa gli animi, acquieta i possibili conflitti, annichila i ragionamenti critici sull’esistente. Fintantoché non si dà tale proiezione del problema meridionale sulla larga scala del capitalismo globale, è difficile fuoriuscire dalle logiche di disgregazione e frammentazione che restano sommerse dalla calma pacificata e normalizzante del dominio economico. In modo paradossale, la reale unità tra Sud e Nord, nel nostro paese, si deve alla forza persuasiva dell’attuale fase consumistico-spettacolare del modo di produzione capitalista, di cui la criminalità organizzata è parte integrante.

È vero: la questione meridionale è anche una questione culturale. In un senso però diverso, nuovo. L’illusione che una cultura nazionale o internazionale possa ormai dirsi diffusa in tutte le aree del Paese favorisce lo svuotamento di una reale e condivisa base culturale. Per dire, cioè, che la cultura ufficiale – anche e soprattutto quella che vorrebbe rappresentarsi come sensibile ai problemi delle aree depresse – ha paradossalmente sovvertito quelle pur larvali possibilità emancipative che solo un lavoro culturale e sociale serio, legato al territorio eppure non schiavo di logiche autonomistiche, poteva offrire. Ciò forse ha impedito il costituirsi solido di una classe di intellettuali e di operatori sociali capace di interrogare il presente senza modelli distrattivi o senza strumenti categoriali astratti; e, di conseguenza, ha favorito la dispersione e l’isolamento di esperienze reali di resistenza e di lotta. Un deficit organizzativo, questo, di cui è assolutamente responsabile la Sinistra meridionale, non solo troppo impegnata a rimuginare sulla propria inadeguatezza, ma ormai del tutto serva di logiche e interessi liberali. Basti considerare l’indecorosa fine della tradizione socialista in Calabria.

La domanda da porsi è la solita, al modo del “che fare?” di tolstojana memoria: quale lavoro culturale e quale produzione intellettuale possono davvero incarnare la necessità di uno sguardo alternativo? Di fronte allo sfacelo istituzionale della formazione scolastica e universitaria e di fronte a una corrosione delle possibilità collettive di interrogazione critica, quale strada percorrere per attivare un meridionalismo capace di veicolare contenuti universalistici, che rimetta in carreggiata i diritti, che proponga un’idea non banale di democrazia diretta, che rimetta al centro il tema del lavoro, fuori da ogni moda contemplativa, e formuli modalità diverse di socializzazione, non basate su un territorialismo identitario che rischia di assumere, in un paese sempre più razzista, forme di sopraffazione inaccettabili? Viene in mente, a tal proposito, una lettera messicana di Manlio Rossi-Doria a Rocco Scotellaro datata 29 dicembre 1952. Vi si parla del lavoro da compiere per cambiare le sorti della condizione contadina – di una condizione che ci parla da lontano, è vero, e che non ci appartiene – con toni che, tuttavia, mi paiono di straordinaria attualità e forse indicano una possibile via da percorrere: “È ben vero che il lavoro non si può e non si deve fare al di fuori dei contadini, ma coi contadini. E la vera maledizione di quella miserabile nostra riforma è che l’abbiamo voluta fare senza i contadini. Ma il lavoro, non è principalmente di sovvertimento, ma di costruzione, di educazione, di selezione, di differenziazione, di creare individui e varietà, di individuare problemi e trovare a ciascuno la sua diversa soluzione, di unir gli uomini, ma di lasciarli vivere ciascuno a suo modo. Solo l’intelligenza, la cultura, la libertà, la critica, lo sfottò, oltre alla solidarietà e al rispetto del legame civile, possono risolvere questi problemi”.

Sono gli strumenti, quest’ultimi, che rendono ancora attuale la battaglia culturale. Perché, in un quadro profondamente mutato di condizioni e valori, un lavoro costruttivo e pedagogico, che riabiliti il momento della prassi nei termini di edificazione di una coscienza civile e solidale, risulta ancora attuale. E a esso va aggiunto un occhio vigile sulle strategie che il potere ha elaborato per aggirare il problema di una rinnovata pedagogia culturale e sociale. Gli avversari, spesso, vestono la nostra stessa casacca: sono i funzionari (a volte persino inconsapevoli) di una malsana cultura festivaliera, di un avanspettacolo ai limiti del televisivo, di una tranquillizzante bonomia intellettuale, che dietro di sé cela solo individualismo, carrierismo e viltà. Se si insiste su questi concetti è perché, fuori da una versione restrittiva e apocalittica della realtà, e fuori dall’appena menzionata logica pubblicitaria, permangono al Sud soggetti di aggregazione sociale e attori individuali o collettivi capaci di incarnare una possibile emancipazione. L’Italia, ha scritto recentemente Guido Crainz, è sì un paese malato sino al midollo – e persino le giovani generazioni, per alcuni aspetti, contribuiscono all’inasprirsi della cancrena, dal momento che, a voler essere buoni, scontano un fortissimo disorientamento culturale, politico e istituzionale, con buon gioco di vecchi e nuovi imbonitori o tribuni –, e tuttavia non si possono non segnalare “risorse comunque presenti nella società”, pronte a sfide di responsabilità e a rinvigorire quel minimo senso civico che resta. Si pensi al corpo enorme dell’associazionismo volontario: l’Italia, e tanto più il Meridione, è piena di laboratori in cui si sperimentano forme di assistenza e di condivisione del sapere (individui che prestano gratuitamente il loro aiuto a migranti, poveri, malati, si tratti delle cure sanitarie o dell’alfabetizzazione). Si pensi, ancora, alle minoranze culturali che promuovono analisi sul campo delle contraddizioni sociali; al lavoro di giornalisti d’inchiesta; ai cronisti, agli autori che non riescono a entrare nel giro della grande distribuzione e fanno vivere la loro letteratura, il loro cinema, il loro teatro, sul territorio; ai docenti di periferia, costretti a un lavoro durissimo di ricostruzione delle macerie.

Ciò che serve è rendere sistematiche queste esperienze, farle durare attraverso un instancabile lavoro organizzativo, che non sia però legato a una semplice battaglia per la diffusione di idee, quanto orientato a leggere la realtà, a capirla e, se possibile, a cambiarla.

In casa

Chi parte: italiani nel Regno Unito

di Giuseppe DOnofrio

Le riflessioni e le interviste contenute in questo contributo sono basate sui risultati della prima parte di una ricerca sulle migrazioni italiane nel Regno Unito, condotta da Stefania Marino e Giuseppe D’Onofrio e pubblicata sulla “Rivista italiana delle politiche sociali” nell’ottobre del 2017.

La crisi economica del 2008 ha segnato l’inizio di un nuovo ciclo dell’emigrazione italiana all’estero, con caratteristiche e protagonisti differenti rispetto alle grandi migrazioni intraeuropee registrate negli anni successivi al secondo conflitto mondiale.

Secondo l’ultimo rapporto sulle migrazioni internazionali dell’Oecd, l’Italia è all’ottavo posto nella graduatoria mondiale dei paesi di emigrazione. Uno dei principali paesi di destinazione dei nuovi flussi migratori dall’Italia è il Regno Unito che, a seguito delle partenze del 2016, è diventato la prima destinazione dell’emigrazione italiana (16,7% dei trasferimenti del periodo 2012-2016), scavalcando la Germania (15,9%) e la Svizzera (11,3%), che erano state le due mete principali nel decennio passato (cfr. Strozza S., Tucci E., I nuovi caratteri dell’emigrazione italiana, in Viaggio tra gli italiani all’estero. Racconto di un paese altrove, Il Mulino 2019).

La ripresa dell’emigrazione italiana in questo paese avviene all’inizio degli anni duemila e comincia a mostrare la sua reale entità nel quinquennio che va dal 2007 al 2011. Gli italiani emigrati nel Regno Unito in questi cinque anni sono più di quelli emigrati nel trentennio che va dal 1961 al 1991. Inoltre, se nel 2011, secondo i dati forniti dalle rilevazioni sulle forze di lavoro inglesi, gli italiani presenti nel paese erano 126mila, la loro presenza in cinque anni cresce quasi del 40% raggiungendo nel 2016 le 176mila unità (Rienzo C. e Vargas-Silva C., 2017, Migrants in the Uk: An Overview, The Migration Observatory at the University of Oxford). La crescita esponenziale dell’emigrazione italiana in questo paese trova conferma anche nei dati Istat relativi alle cancellazioni anagrafiche dei cittadini italiani per trasferimento di residenza: in soli cinque anni i trasferimenti di residenza sono quadruplicati passando dai 5.378 del 2011 ai 24.788 del 2016.

Composizione dei flussi e mercato del lavoro di approdo

A partire dall’ultimo decennio, a emigrare in questo paese sono soprattutto giovani dai 18 ai 39 anni. I flussi hanno origine principalmente dalle regioni del Nord, seguite da quelle dell’Italia meridionale e centrale, e risultano piuttosto omogenei sotto il profilo della composizione di genere. Se dal nord del paese si fugge principalmente dalla crisi che ha attanagliato i distretti produttivi dell’Italia settentrionale a partire dal 2008, per i meridionali l’emigrazione si configura non solo come fuga dalla crisi (secondo gli ultimi dati del rapporto La Malfa, dal 2010 al 2016 la grande industria meridionale ha perso oltre 10mila addetti, oltre il 50% dei quali concentrato nella regione Campania), ma anche dalla disoccupazione cronica, dall’informalità e dal lavoro discontinuo e sotto-remunerato. Questa nuova migrazione si avvale sempre più del rinnovamento delle catene migratorie reso possibile dallo sviluppo dei social network. Questi strumenti consentono di generare un circuito di informazioni tra immigrati e potenziali migranti relative non solo alle scelte abitative, al costo della vita, alle procedure per ottenere l’assicurazione sociale, ma anche e soprattutto alle opportunità di lavoro, alle modalità contrattuali, alle paghe e agli orari di lavoro.

Dai dati Istat relativi ai trasferimenti di residenza per titolo di studio, emerge un elemento di forte discontinuità rispetto a quanto si racconta della migrazione italiana in questo paese. Dall’ultimo quinquennio, infatti, i flussi verso il paese tendono a caratterizzarsi per una massiccia presenza di emigranti con un titolo di studio pari e inferiore al diploma di scuola secondaria di secondo grado. Il 70% di tutti coloro i quali hanno trasferito la propria residenza nel Regno Unito dal 2012 al 2016 ha un titolo di studio pari o inferiore al diploma di scuola secondaria di secondo grado e solo il 30% possiede una laurea. La componente dei laureati quindi, per quanto crescente nel tempo, resta una componente minoritaria dell’emigrazione italiana nel paese; e ciò non accade solo per il Regno Unito, ma per tutti i paesi dove gli italiani hanno deciso di emigrare negli ultimi decenni.

L’elemento relativo ai livelli di scolarizzazione fornisce informazioni non solo in merito ai cambiamenti nella composizione dei flussi, ma anche rispetto ai mutamenti nella domanda di lavoro immigrato espressa dal Regno Unito e alla collocazione dei lavoratori italiani nel mercato del lavoro del paese. Dall’analisi dei dati sulle forze di lavoro inglesi (secondo quadrimestre del 2014) emerge come l’occupazione italiana nel paese registri elevati livelli di concentrazione sia nei gruppi professionali (56,3%) che nelle occupazioni di basso livello (43,6%) come logistica, ristorazione, ospitalità alberghiera, servizi di pulizia. La tendenza del mercato del lavoro del Regno Unito a incorporare manodopera immigrata nei settori “secondari” del mercato del lavoro, caratterizzati da lavori dequalificati, bassi salari, contratti di lavoro temporanei, elevato turn over, scarsa formazione professionale e limitate opportunità di carriera, riguarda quindi anche l’immigrazione italiana. Al pari dell’immigrazione da altri paesi dell’Unione europea orientale e mediterranea, anche il lavoro italiano, quindi, viene sempre più utilizzato per soddisfare la crescente domanda di manodopera nei settori a bassa qualificazione.

Il lavoro nella ristorazione

Nel Regno Unito, secondo l’osservatorio sulle migrazioni della città di Oxford (Rienzo C., 2016, Migrants in Uk Labour Market: An Overview, The Migration Observatory at the University of Oxford), tra i settori a bassa qualificazione, la ristorazione e l’ospitalità alberghiera rappresenta quello con il più elevato livello di concentrazione di manodopera straniera e quello che dal 2007 al 2014, a seguito della crisi economica che ha colpito soprattutto i paesi dell’area euro-mediterranea, ha registrato la crescita maggiore delle quote di occupazione di lavoratori stranieri, in particolare quelli provenienti dai paesi europei (Ue-10, cioè senza Cipro, Croazia e Malta). È proprio in questo settore che molti dei nuovi emigranti italiani prestano la loro attività.

Gli italiani nel Regno Unito si muovono in un mercato del lavoro che a partire dagli anni ottanta è stato reso sempre più flessibile e deregolamentato, e all’interno del quale ricercano vantaggi e opportunità. Nel paese, però, il crescente ricorso alla flessibilità contrattuale ha contribuito a un generale processo di inasprimento delle condizioni di lavoro e di sfruttamento della manodopera. Questo sfruttamento, ovviamente, interessa anche i lavoratori italiani. È questo il racconto di due ragazze italiane intervistate nella città di Manchester:

“Lavoro come cameriera in un fast-food. I miei colleghi sono soprattutto italiani, spagnoli, rumeni e polacchi. Guadagno otto sterline all’ora e ho un contratto a zero ore. Lavoro circa nove ore al giorno per cinque giorni a settimana. Dico circa perché se il manager ha bisogno di manodopera, io mi faccio le mie ore di lavoro stabilite. Se non c’è bisogno, loro sono liberi di mandarti a casa anche dopo due ore. Il contratto a zero ore funziona così. Nei periodi in cui il fast-food non è frequentato, ad esempio durante il Ramadan, succede spesso che ti mandino a casa anche dopo un’ora. Il lavoro è molto stancante perché hai dolori ovunque. Specialmente durante la chiusura, a fine serata, si lavora come muli. Non c’è una ditta di pulizie e quindi dobbiamo fare tutto noi. Devi spazzare, pulire i tavoli, buttare i rifiuti e lavare a terra. Poi devi considerare che trascorri più di dieci ore in piedi. Purtroppo chi arriva qui si ritrova a lavorare soprattutto nella ristorazione perché questo è il settore dove è più facile trovare lavoro e dove c’è più richiesta di personale. È l’unico settore che ti permette di lavorare, di avere uno stipendio e di vivere qui. È l’ancora di salvezza per la stragrande maggioranza delle persone che decidono di emigrare qui. Pensa che gli inglesi fanno una settimana di lavoro e vanno via”. Vanessa, 33 anni, originaria della provincia di Catania

“Il lavoro come lavapiatti è molto semplice e non è richiesta nessuna qualifica. Poi è il settore dove si trova più facilmente lavoro. Non mi piace molto, ma lo faccio per pagare l’affitto e coprire le spese. È un lavoro manuale molto faticoso dove difficilmente assumono ragazze perché devi sollevare continuamente pesi. Devi lavare pentole e piatti e poi devi portare venticinque chili di patate sulla schiena da una stanza all’altra. Ho modificato il mio corpo per fare questo tipo di lavoro”. Emilia, 36 anni, originaria della provincia di Napoli.

In Uk, come detto precedentemente, la crescita delle quote di occupazione di lavoratori stranieri ha riguardato soprattutto il settore della ristorazione e ospitalità alberghiera, che registra i più elevati livelli di concentrazione di manodopera straniera. Il settore è anche quello caratterizzato dalla più alta incidenza di contratti a zero ore (il 20% del totale dei posti di lavoro secondo stime ufficiali). Il lavoratore in pratica si rende disponibile a essere chiamato senza che sia garantito un numero minimo di ore di lavoro (cfr. Brinkley I., 2013, Flexibility or Insecurity? Exploring the Rise in Zero Hours Contracts, The Work Foundation, Lancaster University, Londra).

“Lavoro come aiuto cuoco in un ristorante. È un lavoro che mi porta via tantissimo tempo per le relazioni e i rapporti. Ho un contratto a zero ore e quindi mi pagano solo le ore che faccio. In alcuni periodi, per esempio prima di Natale, arrivo anche a cinquanta ore di lavoro a settimana. Dopo Natale ci fermiamo e inizio a lavorare di meno. È un’occupazione molto stancante perché il ristorante lavora tanto, sto in piedi per dieci ore davanti ai fornelli, fa molto caldo, devo pensare a un sacco di cose e non posso distrarmi. Nel weekend cuciniamo anche per cinquecento persone al giorno. La cosa positiva è che vengo pagato a ore. Se però sono malato, o semplicemente non posso andare a lavoro perché ho un impegno, non sono pagato”. Valentino, 35 anni, originario della provincia di Varese.

L’Europa è attraversata da processi di migrazione e ridislocazione dei capitali e delle attività produttive. Tra il 2007 e il 2014 il valore aggiunto della manifattura si è contratto in quasi tutti i paesi del blocco occidentale a eccezione di Austria e Germania. A questa contrazione fanno da contraltare i livelli del valore della produzione manifatturiera raggiunti nello stesso periodo da alcuni paesi dell’Europa orientale, dove il valore della manifattura è cresciuto di oltre il 40%. Se la mobilità del capitale nello spazio europeo può essere considerata come espressione del potere delle forze capitaliste, la mobilità del lavoro può essere considerata come espressione del potere dei lavoratori, poiché essa è anche il prodotto di una scelta soggettiva che esprime il rifiuto a rimanere nell’area della disoccupazione e dei bassi salari e quindi un’azione finalizzata al miglioramento delle proprie condizioni di vita. Le parole di questa ragazza esprimono chiaramente una visione della mobilità come fuga e come esercizio di potere:

“Vengo dal Sud della Sardegna. Sono figlia di una casalinga e di un operaio. In Italia ho fatto diversi lavori: cameriera, bracciante, commessa in un negozio di tabacchi, guida turistica, educatrice per bambini. Per otto anni ho lavorato in Italia e non ho mai avuto un contratto di lavoro, a parte durante quei pochi mesi in cui ho lavorato come guida turistica con contratto a progetto. Ho lasciato l’Italia per questo motivo, perché credo che una donna non possa arrivare a trent’anni senza aver mai saputo cosa significhi avere le ferie pagate o semplicemente lavorare con un contratto regolare e vivere da sola. Prima di partire ho chiesto opinioni agli iscritti del gruppo Facebook “Italiani a Manchester” e poi ho deciso” Maria, 32 anni, originaria della provincia di Cagliari.

Proletari e precari

La cornice strutturale all’interno della quale collocare il massiccio movimento migratorio che ha interessato l’Italia negli ultimi anni è quella di una progressiva marginalizzazione delle periferie europee, ovvero la tendenza alla concentrazione della proprietà e del controllo dei capitali nelle aree centrali dello spazio europeo con la conseguente esclusione dei paesi periferici interessati da fenomeni di subalternità produttiva e di migrazioni di massa.

La narrazione tossica e fuorviante della fuga dei cervelli costruita e propagata nel nostro paese dai media mainstream, con la complicità di una buona parte dell’accademia italiana, ha finito per eclissare i principali protagonisti di un’emigrazione dal carattere sempre più operaio e proletario. L’emigrazione di soggetti a bassa scolarizzazione (cuochi, camerieri, baristi, commessi, facchini, lavapiatti), seppur maggioritaria, fatica a mettere in discussione il racconto razzista-egemonico che vede una migrazione italiana “figa” e “meritevole”, poiché intellettuale e ad alta specializzazione, contrapporsi a una migrazione stracciona e precaria, poiché proletaria e non qualificata, che interessa invece solo chi arriva e che se ci riguarda ha a che fare con un passato remoto della storia del paese.

La maggioranza dei nuovi migranti italiani non parte alla ricerca di uno stile di vita diverso e non asseconda il libero movimento di circolazione delle élite culturali transnazionali. La loro è una partenza alla ricerca di lavoro, un lavoro semplicemente meno precario di quello disponibile a casa. Questi migranti si muovono in un grande mercato del lavoro europeo flessibile e deregolamentato, nel quale esiste una gerarchia della precarietà e dove la complessità delle figure che compongono l’universo di questa nuova migrazione riflette i livelli di tale gerarchia.

In casa

E chi non parte, che fa?

di Tonino Perna

Con questo titolo ho dato la prima tesi su questo tema a una giovane laureanda nel 2011, con l’obiettivo di intervistare nel suo paese (Santa Teresa di Riva, in provincia di Messina) i giovani che non lavoravano e non studiavano (i famosi Neet). Va subito detto che il “Neet” puro sangue non esiste, o è un animale molto raro. Anche le tesi di laurea e ricerche successive su questo fenomeno – i giovani che non lavorano, non studiano, non frequentano corsi di formazione – conferma questa affermazione. Innanzitutto, c’è una questione di sincronismo. C’è chi ha già fatto dei corsi di formazione e li ha trovati inutili per trovare un lavoro, c’è chi ha fatto da poco un lavoretto e magari tra qualche mese troverà qualche altro lavoro precario e malpagato, c’è anche chi non lo cerca più un lavoro e chi continua a fare tutti i concorsi pubblici che escono.

Più in generale, proviamo a rovesciare il nostro punto di vista e a domandarci: che ci fa ancora un giovane in questo Sud, dove non c’è lavoro, le mafie continuano a comandare, i servizi pubblici sono pessimi ed è morta la speranza di un futuro migliore? In questo quadro di involuzione, in cui una parte rilevante dei Comuni meridionali è finita in dissesto finanziario o è stata sciolta per mafia-‘ndrangheta-camorra, in questo territorio da cui i meridionali fuggono appena hanno una malattia non banale, in cui enti di tutti tipi vengono commissariati e anestesizzati da grigi funzionari di Prefettura, in cui le tante imprese confiscate alle mafie vengono date ad avvocati e commercialisti che le portano tranquillamente in liquidazione, ci domandiamo: che ci fa e come può vivere un giovane ancora al Sud?

Dalla nostra esperienza di vita e dalle tante ricerche sul campo, proviamo, utilizzando il metodo weberiano dell’ideal-tipo, a tracciare alcuni profili di questi giovani, pochi, che sono rimasti nel Mezzogiorno in quest’ultimo decennio che ha visto questa parte dell’Italia perdere il 16% del reddito pro-capite (2010-2015) per poi recuperarne solo la metà, che ha visto una forte riduzione dei consumi (il doppio del Nord Italia) e un tasso di disoccupazione che è arrivato, in Sicilia e Calabria, a oltre il 22% e nel resto del Mezzogiorno al 18%. Pertanto, tenendo conto di questo scenario, procediamo a tracciare questi profili.

Il figlio di papà. In molte famiglie di ceto medio, in particolare con capofamiglia libero professionista (avvocato, commercialista, ingegnere) o medio imprenditore, si può dire che, in generale, c’è uno dei figli che continua l’attività paterna o materna. Difficilmente più di uno/una continuano queste attività, alcune delle quali, per altro, sono in crisi da tempo, in particolare le attività imprenditoriali nel commercio, edilizia e piccola industria. Abbiamo riscontrato spesso che i figli di questi imprenditori abbandonano l’attività dei genitori. Già a metà degli anni settanta in una ricerca emergeva che la gran parte dei figli degli imprenditori, in provincia di Messina e Reggio Calabria, non intendeva continuare l’attività paterna ma preferiva le libere professioni (Cfr. Mario Centorrino, Simonetta Piccone Stella, Laurea e Sottosviluppo, De Donato 1974. In particolare, la ricerca fu effettuata su un campione rappresentativo di laureati da almeno non più di tre anni all’Università di Messina nelle Facoltà di giurispredenza e economia e commercio). Non dobbiamo dimenticare, infatti, che nel ventennio 1951-71 le Pmi industriali nel Mezzogiorno hanno subito una dèbacle: un saldo negativo tra imprese fallite e nuove nate pari a oltre 17mila unità, di contro nel Centro-Nord Est – la cosiddetta Terza Italia che in quel ventennio faceva registrare una vera e propria rivoluzione industriale – il saldo è stato altamente positivo, pari a oltre 110mila unità! (I settori in cui si registrò questa rivoluzione industriale, l’ultima avvenuta in Europa, furono quelli tradizionali dell’alimentare, legno e mobilio, calzature, prodotti per l’edilizia. Vedi il cap. II nel mio Lo sviluppo insostenibile, Liguori 1994. Una nuova edizione, con un capitolo aggiuntivo che riguarda il periodo 1996-2016 è stato pubblicato per le edizioni “Città del sole “ nel 2017. Vedi anche la raccolta di saggi a cura di Daniele Petrosino e Onofrio Romano, Buonanotte Mezzogiorno, prefazione di Franco Cassano, Il Mulino 2017). Questa enorme divaricazione ha prodotto un duplice “effetto di dimostrazione”, per usare l’espressione cara a Duesemberry, valente economista del secolo scorso che ha dato un importante contributo all’analisi del comportamento del consumatore (Cfr. J.S. Duesemberry, Income, Saving and the Theory of Consumer Behaviour, Harvard University Press): nel Centro-Nord Est le nuove generazioni hanno visto nel mettersi in proprio, nel fare impresa, una possibilità di ascesa sociale, nel Mezzogiorno è avvenuto esattamente il contrario: le nuove generazioni hanno visto nella gestione imprenditoriale un rischio molto alto rispetto alla carriera nello Stato o nelle libere professioni. Questa è stata una delle cause del processo di de-industrializzazione del Mezzogiorno dopo la seconda guerra mondiale. Un fatto che è stato per troppo tempo ignorato ed ha inciso su una immagine deformata del Sud, visto come territorio essenzialmente rurale e arretrato.

Il reduce. È questa una delle figure più tristi che si possono incontrare oggi nel Mezzogiorno. Sono giovani che hanno tentato di lavorare nel centro-Nord Italia o all’estero (Inghilterra in primis) e sono rientrati dopo alcuni anni con la coda tra le gambe. Non ce l’hanno fatta. Costi della vita troppo alti, lavoro precario, troppa distanza tra casa e lavoro, solitudine: questi tra i motivi principali addotti. Spesso quando parliamo d’immigrazione nel nostro paese e vediamo giovani africani vivere in condizioni disumane a Rosarno, Nardò, Lentini, eccetera, ci domandiamo: ma perché non se ne tornano a casa? A parte il fatto che molti di loro sono partiti indebitando le famiglie sia prima che durante il viaggio (come ormai testimoniato da una vasta raccolta di storie di vita), e quindi debbono guadagnare per pagare il debito contratto, va anche ribadito il concetto che l’emigrante che rientra a mani vuote è male accolto dalla sua comunità in ogni parte del mondo. È considerato uno sconfitto e lui stesso ha interiorizzato questo giudizio.

Tra questi reduci un caso a parte costituiscono coloro che rientrano per ragioni affettive: il padre o la madre che si sono gravemente ammalati, o la morte di uno dei due e il bisogno di assistenza dell’altro, o un altro caso in famiglia che necessita del loro aiuto. Insomma, si tratta di un rientro per ragioni affettive che è spesso vissuto con sofferenza e un grande senso di frustrazione. Alcune volte queste cause diverse s’intrecciano ed è difficile distinguere quale sia prevalente. Quello che invece accumuna queste figure è una struggente nostalgia per il passato vissuto in altri lidi che nella memoria diventano mitici. Questo sentimento li rende vicini ai tanti che nel Mezzogiorno del xxi secolo hanno lo sguardo rivolto al passato, al tempo in cui regnavano i Borboni e il Sud era un “paradiso terrestre” che l’Unità d’Italia ha distrutto. Questa narrazione, portata avanti con successo da alcuni giornalisti che usano la storia a proprio uso e consumo (basti citare Pino Aprile e il suo “Terroni”, un best seller che ha fatto tanto male alle popolazioni meridionali perché le ha assolte da ogni responsabilità storica e presente per la condizione in cui si trova questa parte del nostro paese), ha avuto un impatto straordinario in quest’ultimo ventennio sulla coscienza della popolazioni meridionali. È certamente un indicatore significativo della crisi di prospettive che vive oggi la maggioranza della popolazione meridionale che si rifugia, come i nativi delle Americhe, in un mitico passato.

Il trasferito “pentito”. Molti di coloro che hanno vinto un concorso nella pubblica amministrazione e sono stati chiamati in una sede del Centro-Nord Italia cercano disperatamente di ritornare a casa. Una volta, parlo degli anni settanta e ottanta del secolo scorso, ci sono stati ministri che hanno costruito la loro fortuna elettorale gestendo questi trasferimenti, in particolare nella Scuola, nelle Poste e nella Ffss. Oggi, che le assunzioni nella pubblica amministrazione o in società a partecipazione statale sono sempre meno, rimangono comunque quelli che disperatamente cercano un’assegnazione “provvisoria” vicino casa. Non di rado ricorrono alla legge 104, quella che permette di avere la precedenza negli spostamenti in quanto necessari all’assistenza domiciliare di un parente di primo grado.

Quello che pochi sanno è che la stragrande maggioranza di questi “rimpatriati” sono dei pentiti: hanno trovato un ambiente di lavoro decisamente peggiore di quello che avevano sperimentato nel Nord. In più si erano abituati a una certa qualità dei servizi scolastici per i propri figli, dei servizi socio-sanitari e in generale della gestione pubblica. Certo, hanno costi inferiori nella vita quotidiana (soprattutto la spesa per l’alloggio e per l’alimentazione), ma non sopportano la “mentalità” della gente del Sud, il non rispetto delle regole, lo scarso attaccamento al lavoro e il poco senso di responsabilità. Non intendono impegnarsi in nessuna azione sociale e sono sfiduciati come pochi sul futuro di questa parte d’Italia. Insomma, sono quelli tra i più lamentosi e patetici: raccontano sempre di come stavano bene… là al Nord.

Il pendolare. La precarizzazione del mercato del lavoro ha portato a un numero crescente di pendolari. Mediamente, infatti, le assunzioni precarie nelle Poste (trimestrale), nella Scuola (supplenze) e in altri enti portano questi giovani a vivere una breve esperienza lavorativa nel Nord del nostro paese e poi ritornare al paesello in attesa di una nuova chiamata. Poi ci sono quelli che trovano anche nelle aziende private dei lavori stagionali (alberghi, resort, industria agro-alimentare) e quindi fanno un periodo di lavoro, mediamente da tre a sei mesi, e poi tornano a casa. Vanno e vengono e non mettono radici, non sono più meridionali ma neanche nordici, e non di rado entrano in concorrenza con una parte di immigrati che si offrono a condizioni più vantaggiose per il datore di lavoro. Aspettano Godot, ovvero il passaggio in ruolo, la chiamata definitiva al Regno dei garantiti. E hanno ragione perché la certezza che ti dà il “posto fisso” (come direbbe Checco Zalone nel noto film sul tema) non te la dà nient’altro. Ti libera dall’angoscia quotidiana e puoi dedicare le tue energie anche ad altro, coltivare altri interessi senza la paura di non sapere come arrivare a fine mese. Purtroppo, l’ideologia dominante che vede nel pubblico impiego solo una massa di parassiti ha portato dal 2010 a bloccare il turn over e ridurre l’occupazione nella Pubblica Amministrazione di circa 450 mila unità in Italia e oltre 230mila nel Mezzogiorno, con gravi conseguenze negli ospedali, Scuole, Università. Si sono sprecati miliardi di euro per aumentare l’occupazione dando incentivi alle imprese, finanziando progetti industriali e start-up con scarsissimi risultati (per esempio le start-up innovative, finanziate con risorse pubbliche, censite nel 2015 erano 3.561, di cui solo 530 nel Mezziogiono. Ma solo 25 di queste avevano più di 4 addetti!). Se questa massa di denaro fosse stata utilizzata per aumentare l’occupazione, qualificandola, negli ospedali, nelle Università, nei servizi sociali, negli enti che si occupano della difesa del territorio si sarebbe immediatamente aumentata l’occupazione e si sarebbero dati migliori servizi alle popolazioni meridionali. Per fare un esempio: con gli 80 euro elargiti dalla benevolenza del governo Renzi (che costano ogni anno circa 10 miliardi), che dovevano servire a fare aumentare i consumi e quindi la domanda per le imprese e relativamente l’occupazione, si sarebbero potuti assumere 180 mila giovani nei settori vitali della P.A.

Il disabile. Esiste ormai un esercito crescente di giovani con disabilità fisiche e, soprattutto, psichiche, con forme di depressione più o meno gravi, che non possono emigrare per ovvie ragioni. Già Carlo Levi nel suo famoso libro-denuncia Cristo si è fermato a Eboli metteva in evidenza come nei paesini della Basilicata dove era confinato si incontrava per strada un numero eccessivo di persone con disabilità che una sorta di selezione naturale rendeva come pochi adatti all’ambiente di questi piccoli centri rurali. E Levi prevedeva che se le cose non fossero cambiate nel tempo ci sarebbero rimasti solo loro, insieme ad anziani e pensionati, ad abitare queste aree interne del Sud desertificate sul piano sociale, economico e culturale. E così è avvenuto. Molti di questi paesi-presepio sono stati abbandonati e altri perdono da settant’anni numero di abitanti e divengono sempre più un ricovero per anziani e disabili (in senso lato).

Questa fascia giovanile, con queste caratteristiche, che rimane nel Mezzogiorno, assomiglia tanto a quel “peso morto” dell’esercito industriale di riserva di cui parla Marx nel Capitale: “Il sedimento più basso della sovrappopolazione relativa alberga nella sfera del pauperismo. (…) Il pauperismo costituisce il ricovero degli invalidi dell’esercito operaio attivo e il peso morto dell’esercito industriale di riserva” (K. Marx, Il Capitale, Vol. 3, pp. 93-95). A questi giovani emarginati dalle attuali strutture del mercato del lavoro si aggiungono gli immigrati che rimangono intrappolati in lavori pesanti, rischiosi e sottopagati, ma che non riescono ad andare al Nord per diverse ragioni, o addirittura sono venuti dalle città del Centro Nord dopo aver perso il lavoro o essere finiti nelle patrie galere, o semplicemente per non avere più il permesso di soggiorno. In una ricerca sugli immigrati in Calabria, con oltre ottocento questionari distribuiti in otto aree, coordinata da chi scrive e pubblicata sulla rivista “Sud-Sud” nel 1998, emergeva con chiarezza che una parte rilevante degli immigrati, soprattutto nella fascia jonica calabrese, era finita in questa terra marginale con salari da fame e pessime condizioni abitative perché non avevano permesso di soggiorno o avevano preso “il foglio di via”. “Qui al Sud si sta male… ti pagano poco… ma almeno la gente non ti denuncia e la polizia è più tollerante”. Questo ci raccontavano i migranti fino a che non è arrivato il Ministro dell’inferno che ha creato un clima di terrore per gli immigrati anche nel Sud e ha sdoganato i peggiori istinti delle nostre popolazioni. Addirittura, come si evince da una ricerca comparativa tra Calabria-Sicilia e Veneto, tra gli operai edili il tasso di razzismo è decisamente più alto in queste regioni meridionali che nel Veneto dove trionfa la Lega (la ricerca di Sergio Villari è stata pubblica nel marzo del 2015 dalla rivista “Sociologia del lavoro” e ripresa da chi scrive nell’ultimo capitolo del volume Lo sviluppo insostenibile).

Il capatosta. Questo, alle volte, è un personaggio simpatico, ma poi finisce per essere commiserato. Si è messo in testa che deve diventare una star del calcio e lascia la scuola, il lavoro che il padre gli aveva trovato, e si gioca il tutto per tutto per arrivare in alto. Ma, come sappiamo, pochissimi ci arrivano. Il fenomeno è nazionale, ma nel Mezzogiorno è più drammatico perché dopo che superano i trent’anni e finiscono, se gli va bene, in una squadra di promozione, non trovano altro lavoro. Così come pochi riescono ad arrivare a Sanremo fra i tanti che tentano di affermarsi come cantanti. O quelli che hanno studiato musica al Conservatorio, che sono bravissimi a suonare uno o più strumenti musicali, ma non riescono ad affermarsi e vivere con questo mestiere. Le cattedre per la musica sono sovraffollate, alcuni si arrangiano con le lezioni private, e tanti finiscono per suonare nei ristoranti la sera tra gente chiassosa o annoiata che non li degna di uno sguardo.

Infine, c’è il supercapatosta, quello che tenta i concorsi pubblici fino a quarant’anni. Questa figura è decisamente più presente nel Mezzogiorno. Spesso sono i genitori che spingono questi ragazzi che scettici prendono i treni e vanno e vengono tra un concorso e l’altro, entrando in concorrenza con migliaia di altri aspiranti, in aule sovraccariche di tensione, dove vengono stipati peggio delle sardine.

Fino ai primi anni di questo secolo, la classe politica meridionale gestiva il consenso promettendo sistemazioni a destra e a manca. Si era riprodotta per decenni in questo modo ed è quello che la gente, il mitico cittadino, chiedeva: “vi voto se mi sistemate il figlio/a!”. Poi, dal 2008, con l’esplosione della crisi economica e dei pesantissimi tagli agli enti locali, il blocco del turn over nella Pubblica amministrazione, il taglio drastico dell’occupazione nei settori “spugna” (Ffss e Poste) ha portato allo screditamento della classe politica meridionale che continuava a promettere, ma nessuno più ci credeva. Così è nata la rabbia e frustrazione dei meridionali che l’hanno espressa nel voto al M5s il 4 marzo del 2018.

Il fuori mercato. Esiste, infine, una fascia non trascurabile di over 50 che si trovano oggettivamente in una condizione out market. Ci sono piccoli e medi imprenditori la cui azienda non ha retto l’urto della crisi economica e sono stati costretti a metterla in liquidazione o sono addirittura falliti, e quindi non possono intraprendere una nuova attività. C’è chi ha perso il lavoro e non ha titolo di studio o curriculum per reinserirsi nel mercato del lavoro, né un mestiere richiesto in questa fase congiunturale. Sono figure sociali che ci sono in tutto il nostro paese e in buona parte dell’Ue, ma nel Mezzogiorno, come in Grecia o nel sud della Spagna, è molto più difficile che escano da questa situazione. E, data l’età, hanno difficoltà anche a emigrare per trovare qualche opportunità. Spesso questi fallimenti sul piano economico alimentano una catena di fallimenti sul piano affettivo (separazioni matrimoniali, perdita di amici cari) e, soprattutto, la perdita dell’autostima che impedisce loro di rifarsi una vita superati i cinquant’anni.

C’è a questo punto da chiedersi: quanto incidono queste figure sul totale della popolazione meridionale in età da lavoro? È difficile quantificare questo fenomeno, ma se consideriamo i dati della disoccupazione già richiamati e di quella giovanile – che è oltre il 50% – allora possiamo immaginare che una buona fetta di questi disoccupati rientrano tra le figure che abbiamo analizzato. Un fatto è certo: questa massa informe, piegata su sé stessa, ha perso la speranza nel futuro, non ha nessuna intenzione di lottare o scendere in piazza. Sono ben lontani i tempi i cui i giovani meridionali si riconoscevano nello slogan “lottare per restare, restare per lottare”. Non è un caso che le migliori esperienze di base siano nate proprio in quel periodo storico che va dal 1970 al 1985. Tre lustri in cui nel Mezzogiorno studenti e operai lottavano per cambiare la società. E ancora più lontani sono i tempi delle grandi lotte contadine, segnate da momenti tragici (come la strage di Portella delle ginestre e quella di Melissa), ma che riuscirono a strappare al governo democristiano una Riforma agraria e una Cassa del Mezzogiorno, che con tutti i loro limiti portarono benessere e diritti nel Sud.

Possiamo dire che oggi l’unica risposta politica al malessere profondo delle popolazioni meridionali sia il reddito di cittadinanza promosso e propagandato dal M5s, che non a caso ha raccolto nel Mezzogiorno un vastissimo consenso, paragonabile solo a quello della Democrazia cristiana degli anni ’50 del secolo scorso. Certamente il reddito di cittadinanza, che esiste in varie forme nei paesi del Centro-Nord Europa, è una conquista per l’Italia intera, ma nel Mezzogiorno è una misura insufficiente e rischia di essere anche farraginosa per come è stato concepito. Lo vedremo nella sua implementazione, ma quello di cui è difficile dubitare è che rimane aperta tutta la questione dell’occupazione giovanile qualificata.

Se vogliamo fermare l’emorragia che colpisce il nostro Sud allora bisogna pensare a un piano strategico di medio periodo che freni la fuga dal Mezzogiorno delle sue migliori energie. Innanzitutto, lo ribadiamo senza stancarci, serve una politica oculata ma consistente di assunzioni in settori nevralgici della Pubblica amministrazione. Condizione necessaria per garantire una serie di servizi pubblici essenziali, ma non sufficiente per la rinascita di questa terra. Occorre, infatti, pensare seriamente a un piano di investimenti nelle università meridionali che stanno morendo (le università del Sud hanno perso nell’ultimo decennio dal 30 al 40% di iscritti, con poche eccezioni. Vedi anche l’ultimo lavoro su questo tema di Gianfranco Viesti, La laurea negata, Laterza 2018), un potenziamento e sviluppo dei Centri di ricerca, in particolare quelli che riguardano il territorio e la nostra salute, un recupero dell’osso del Mezzogiorno, ovvero delle aree interne ormai abbandonate e lasciate al degrado. Proprio su questo obiettivo, chi scrive partecipò con un progetto alla rinascita di Badolato nel 1998 e Riace nel 1999 (la storia di Riace, oggi famoso nel mondo come paese dell’accoglienza grazie al suo sindaco, è stata magistralmente raccontata da Chiara Sasso, Riace, una storia italiana, Edizioni Gruppo Abele 2018). Grazie alla rete di associazioni italiane e straniere, promossa e coordinata dal Cric (una ong molto attiva in quel periodo), si riuscì a far rinascere questi antichi borghi inserendo degli immigrati (curdi) in attività artigianali e agricole e, soprattutto, grazie al turismo solidale che nei primi anni sostenne fortemente l’esperienza di Riace.

Se invece di pensare a una strategia di recupero territoriale e investimenti mirati nella valorizzazione dei giovani laureati e non, si punta all’autonomia finanziaria differenziata, come proposto dalla Lega, allora possiamo ben dire… adieu Midi d’Italie. Coerentemente con questa proposta, che darebbe un colpo mortale alle già esangui finanze degli enti pubblici meridionali, il leader della Lega ha trovato la sua ricetta per il Mezzogiorno: incentiviamo i pensionati a spostarsi al Sud detassandoli! Fantastico. Il Sud d’Italia, ovvero un terzo del suo territorio e della sua popolazione, diventerebbe un grande ricovero di anziani, curati e accuditi da badanti straniere. È questo il futuro che è riservato al Mezzogiorno dal leader della Lega che guiderà il prossimo governo della Repubblica italiana.

In questo entusiasmante scenario, la domanda “chi resta nel Sud ?” ha una facile risposta: anziani, malati, pensionati.