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Emergenza Nord Africa: dove i conti non tornano

disegno di Gipi

di Luigi Monti

Ritorno all’Emergenza Nord Africa, a cui “Gli asini” hanno dedicato buona parte del numero 11, perché sta trovando compimento in questo fine 2012, nell’invisibilità tipica di ogni razzismo burocratico, una vicenda emblematica dell’assenza evidente di diritto per gli uomini e le donne di origine straniera che vivono nel nostro paese o anche solo che lo attraversano. Esplicito allo stesso tempo, per estrarne qualche riflessione di “metodo”, alcune delle ragioni che ci hanno portato a dedicare tanto spazio alla condizione dei profughi arrivati in Italia a seguito delle primavere arabe.

Non è solo per una questione di numeri che a mio avviso vale la pena sforzarsi di analizzare quello che sta succedendo ai circa 22mila profughi attualmente in regime di accoglienza presso molti comuni ed enti privati sparsi sul territorio italiano. Non mi stupirei se altrettanti fossero – so di sparare una cifra difficilmente verificabile – gli operatori che, come passacarte o guardandoli negli occhi, hanno osservato o accompagnato con funzioni educative, burocratiche o assistenziali il soggiorno dei profughi. Un piccolo esercito che ha toccato con mano, nella maggior pare dei casi senza rendersene conto, l’evidente stato di disfacimento in cui versa la nostra struttura sociale (in questo caso gli istituti interessati erano il ministero dell’interno e le sue emanazioni territoriali, la protezione civile, gli enti locali, le cooperative di servizio, l’associazionismo).

Ma non è solo per la dimensione numerica che valeva la pena ricostruire la storia degli uomini e delle donne scappate o costrette all’esilio nelle settimane di rivolte popolari che hanno interessato Tunisia, Egitto e Libia. Eventi eccezionali come questi potrebbero (a determinate condizioni che è compito delle minoranze più attive far maturare) attivare risposte civili e modelli di intervento ossigenanti per la nostra sfibrata democrazia. In questo caso avrebbero potuto attirare l’attenzione sull’assenza ingiustificabile nella nostra giurisdizione di una legge organica sull’asilo, e allo stesso tempo generare forme di accoglienza spontanee e gestite in autonomia dai territori (in alcuni casi in forme di vera e propria autogestione); due fronti – quello della pressione per raggiungere una giurisdizione più decente e quello per l’attuazione di azioni sociali dirette e non mediate – rispetto ai quali ci troviamo in una condizione di analfabetismo di ritorno.

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Quale asilo

di Serena Chiodo 

Il Presidente della Repubblica Napolitano, nel suo messaggio in occasione della Giornata mondiale del rifugiato, il 20 giugno scorso, si è detto lieto che il mondo politico, e non solo, abbia dato il proprio contributo alle celebrazioni. In effetti, durante la ricorrenza, ciò che non è mancato sono le iniziative: dalle varie associazioni che quotidianamente lavorano per i diritti dei richiedenti asilo, alle agenzie di formazione – scuole, biblioteche, istituti… – passando per enti, fondazioni e istituzioni. Tutti hanno organizzato momenti, incontri, dibattiti, proiezioni. Come è giusto che sia: sono lontana dal voler polemizzare su questo, consapevole dell’importanza strategica di tali momenti per la diffusione di una consapevolezza fondamentale al fine di un reale miglioramento. Ma non senza i dovuti distinguo: non si può mettere sullo stesso piano chi opera sempre e concretamente per un reale cambiamento dello status quo, chi sinceramente cerca di dare il proprio consapevole contributo e chi invece si attiene alle “prescrizioni internazionali”, agli obblighi istituzionali e di facciata, pur potendo fare davvero qualcosa per cambiare la situazione. Ecco, il nodo potrebbe stare tutto qui: più che dare un contributo alle celebrazioni, sarebbe più utile se il mondo politico riuscisse a – leggi “volesse” – dare un contributo politico, reale, per rendere più semplice la vita ai rifugiati.

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L’Africa in casa

foto di Simone Piovan

 

Sono in Italia da quasi due anni, ma se n’è parlato solo ai tempi della convulsa e rozza accoglienza che abbiamo riservato loro a Lampedusa e ora che il programma di protezione, non meno goffo e assurdo, sta per terminare, rischiando di lasciare improvvisamente più di 20mila uomini e donne arrivati in Italia a seguito dei movimenti del Nord Africa in mezzo alla strada. Dopo averli “assistenzializzati” per quasi due anni. Dopo aver imposto loro l’iter improprio e lunghissimo della richiesta d’asilo e il limbo di sfibrante attesa che porta con sé. Dopo averne diniegati la stragrande maggioranza. Dopo averli “condonati”, come potrebbe succedere a breve e come confermano molte voci di corridoio, con un permesso di soggiorno per motivi umanitari che sarà al contempo una manna per la maggior parte di loro e l’attestato della totale insipienza per la maggior parte degli apparati istituzionali che hanno amministrato l’emergenza.

Se ne sta riparlando infine in questi giorni, quasi a chiusura di un cerchio, per lo scandalo dei soldi girati sulle loro teste (denunciato in ultimo da L’Espresso) che non necessitava in realtà di giornalisti d’assalto per essere svelato dal momento che le convenzioni stipulate dalla Protezione civile rientrano in quella emergenzialità che a questo punto dovremmo conoscere bene e che si traduce in una sospensione ormai generalizzata della sovranità democratica.

Ce ne siamo lungamente occupati nel dossier del numero in uscita perché il passaggio di questi uomini e donne e l’impalcatura di aiuto e controllo che abbiamo costruito intorno a loro rappresenta una prospettiva privilegiata attraverso cui guardare le distorsioni e l’assurdità dei nostri sistemi di assistenza, educazione e cura. E della cultura con cui noi operatori li fiancheggiamo.

Anticipiamo l’editoriale a firma nostra che apre il “film” del n. 11 della rivista, tutto dedicato all’Emergenza Nord Africa. (Gli asini)

 

L’Africa in casa

Partiamo dai fatti. A metà gennaio 2011, con i primi arrivi a Lampedusa, si incomincia a temere un esodo biblico in conseguenza dei moti popolari e dei rovesciamenti istituzionali in Tunisia, Egitto e, da metà febbraio, in Libia. Paura in parte giustificata dallo spostamento di centinaia di migliaia di esseri umani alle frontiere nordafricane, in parte accentuata dalla “coda di paglia” del governo per come sono stati condotti in questi anni gli accordi conla Libiae per la conoscenza, mai fatta oggetto di dibattito pubblico, di quello che realmente è accaduto in quei territori in termini di “politiche dell’immigrazione”. La paura cioè che si muovesse verso i nostri confini quella massa di persone a cui, per gli spietati controlli libici delle frontiere e per la politica nostrana dei respingimenti, era stato fino ad allora precluso l’arrivo in Europa. È facendo leva su questa “coda di paglia” che, fino a poco prima di essere trucidato, Gheddafi ha usato clandestini, migranti e rifugiati stranieri come moneta di scambio, come dissuasore e infine come minaccia di ritorsione all’appoggio politico e militare dell’Europa alla causa dei ribelli libici.

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Lingua, stranieri e burocrazia

La foto è di Eloisa D'Orsi

di Paola Lodola

Ogni mese, da circa un anno, la Prefettura invia alla nostra scuola, e agli altri CTP d’Italia, l’elenco dei convocati al test di italiano. Le Disposizioni in materia di pubblica sicurezza del 2009 hanno previsto un ulteriore requisito per ottenere il permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo. Oltre a dimostrare di essere regolarmente presente in Italia da almeno cinque anni, avere un reddito congruo, nessuna pendenza giudiziaria e, se con famiglia a carico, un’abitazione idonea, ora gli stranieri sono obbligati a superare un test di italiano.
Il decreto del 4 giugno 2010 ha definito i criteri e le modalità dei test: le sedi per gli esami sono i Centri Territoriali Permanenti (le strutture della scuola media che si occupano dell’educazione degli adulti), le commissioni d’esame sono composte da almeno due docenti di italiano, meglio se hanno frequentato corsi di aggiornamento e formazione in Italiano Lingua Seconda, infine devono essere le commissioni stesse “a definire il contenuto delle prove che compongono il test”.
Il 28 dicembre 2010 il MIUR ha pubblicato il vademecum a cui bisogna rifarsi quando si predispongono, somministrano e valutano i test. Vanno pensati quattro brevi testi, due da ascoltare e due da leggere, e cinque domande di comprensione per ogni testo. Infine è prevista una prova dedicata all’interazione “che si svolge in forma scritta… e riguarda una delle due sottoabilità di riferimento: 1) corrispondenza, 2) appunti, messaggi e moduli”.