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Gli immigrati tirano calci

di Stefano Talone

illustrazione di Gipi

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L’ottavo municipio è uno dei più attivi nel comune di Roma sulle associazioni, esperimenti di politica e integrazione.  Stiamo parlando di una fetta di 135 mila residenti, poco meno di Perugia. E’ il municipio di Garbatella, dove sono ambientati i Cesaroni, o dove Nanni Moretti faceva i suoi giri in vespa nei primi anni ’90. E’ il municipio di Ostiense, dove c’è la Piramide e la stazione piena di afghani. E’ una zona singolare che unisce occupazioni, centri sociali, ai palazzi moderni dove c’è Eataly o la sede del gruppo Espresso, e le lunghe vetrate dell’Unicredit. Ci sono  decine di gruppi in questa area metropolitana, molti con la loro squadra di calcio, come Casetta Rossa, Acab, La Strada.  Fanatici della disobbedienza civile, antagonisti fino al midollo, ingenui che si sono appena buttati nell’impegno politico e aspiranti politici. C’è un po’ di tutto. Le squadre di calcio sono l’ultima frontiera nel municipio, non così originale forse, ma tornate in voga negli ultimi anni.
La squadra che seguo si allena nel circolo dell’associazione Castello sulla via Cristoforo Colombo, in pieno ottavo municipio. La via, una delle più grandi di Roma, a sei corsie, scorre a ridosso dell’impianto, proprio davanti alla vecchia Fiera di Roma, e a pochi metri dal palazzo della Regione Lazio. Il campo è in terra battuta e durante la mattinata si vede l’ombra del palazzo della Tre, la compagnia telefonica, allungarsi tra gli spogliatoi e la pista delle bocce progressivamente. Accanto c’è un piccolo bar con annessa associazione culturale, piena di vecchi che giocano a carte e discutono ad alta voce sulle prossime elezioni europee. I caffè sono pessimi, le pareti del circolo sono giallo canarino, altrettanto pessime, con espositori delle patatine San Carlo e una piccola biblioteca fornita di libri sulla storia d’Italia.
La pista delle bocce rimane inutilizzata, almeno la mattina e alcuni di loro si mettono con le mani sulla rete che contorna il campo a guardare la squadra che si allena. Altri parlano ad alta voce, gesticolando senza sosta, sulle iniziative che il municipio dovrebbe prendere al livello locale, per migliorare il quartiere. Ce l’hanno sempre a morte con qualcuno, inutile dirlo.
La prima volta che ho visto un allenamento di Asinitas F.C. Christian ha continuato a parlare, mentre l’allenatore gli urlava di stare zitto. Non si può fare una rissa per un calcio. Io direi più un pestone. Poco prima Amadou, un maliano di un metro e ottanta, per altrettanti chili di muscoli, gli era salito su un piede e Christian dal basso dei suoi diciannove anni ha pensato bene di reagire dandogli una spinta. Tutto questo in una partita di allenamento. Un bel caratterino.

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Migrazioni via mare e diritti fondamentali

illustrazione di Gipi

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di Luca Masera

Per provare a capire cosa è successo a Tor Sapienza nei giorni scorsi (e cosa potrebbe capitare in molte altre situazioni simili sparse sul territorio) è necessario capire chi sono i migranti che arrivano in Italia via mare, quali sono le politiche di accoglienza nel nostro paese, quali le strutture che gestiscono l’accoglienza e quale la cultura e i metodi degli operatori (educatori, insegnanti di italiano, assistenti sociali, psicologi, ecc.) che lavorano con loro. Iniziamo a farlo con un saggio di Luca Masera, uscito sull’ultimo numero de Lo Straniero, che fa il punto sulle norme che regolano gli sbarchi e le conseguenze dell’operazione Mare Nostrum. (Gli asini)


Arrivi via mare e rispetto dei diritti fondamentali
Il fenomeno degli sbarchi di stranieri irregolari provenienti dalla sponda africana del Mediterraneo è ormai da anni al centro dell’attenzione dei media e del mondo politico del nostro Paese. Ciclicamente, un episodio drammatico catalizza l’interesse dell’opinione pubblica, e muove il mondo politico ad interventi con cui si prova (spesso in maniera estemporanea) ad intervenire sulla situazione. In termini elettorali il tema dell’immigrazione è tra quelli decisivi per indirizzare il consenso, e le politiche in materia risentono in modo evidente della sensibilità sul tema delle forze che si trovano pro tempore al governo del Paese. La nostra analisi si concentrerà  sullo specifico punto della gestione dei soccorsi e dell’accoglienza dei migranti che via mare provano a raggiungere le nostre coste.
La questione, in teoria, sarebbe molto semplice. Chi si trova in mare in una situazione di pericolo deve essere soccorso e portato in un porto sicuro, secondo quanto previsto dalle molte Convenzioni internazionali sul diritto del mare, indipendentemente dal fatto che sia o meno in possesso di documenti validi; e nella fase di accoglienza deve essere garantito il rispetto di quei diritti fondamentali (su tutti, il divieto di trattamenti inumani e degradanti ed il diritto all’habeas corpus) che la Costituzione e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo pacificamente riconoscono a tutti gli esseri umani, cittadini e stranieri, regolari e irregolari.
Siamo ben lontani dalle scelte di fondo in tema di immigrazione (come la disciplina che regola l’acquisto della cittadinanza o i requisiti per il soggiorno), rispetto alle quali è legittimo e fisiologico che vengano prospettate soluzioni diverse a seconda dell’orientamento politico ed ideologico di chi le propone. Sulla questione specifica del soccorso e della prima accoglienza, le fonti giuridiche nazionali ed europee che il legislatore ed il governo sono obbligati a rispettare parlano in termini chiari, e la materia dovrebbe considerarsi sottratta alla discrezionalità politica della maggioranza del momento. Quando come in questo caso sono in gioco i diritti fondamentali della persona, l’autorità statale dovrebbe avere come unica scelta quella di fare il possibile per garantirne per tutti il rispetto.

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Dopo le stragi di Lampedusa. Uscire dai labirinti della politica e dell’informazione

di Anna Brambilla

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Illustrazione di Armin Greder

Prima ancora dell’immagine (evocata e fortunatamente non trasmessa) dei “morti abbracciati” è arrivato l’eco delle voci. Di 500 e più voci che devono aver gridato, pregato, pianto all’unisono. Davanti a questo pensiero, coloro che già avevano denunciato e predetto, che già si erano trovati a fare la triste conta dei morti senza nome avrebbero solo voluto portare il lutto, chiudersi, almeno per un po’, in doloroso silenzio. Il dilagare confuso di voci che si è levato dopo non lo ha però consentito.

Davanti all’immanità del disastro, quasi tutti i rappresentanti politici italiani ed europei si sono sentiti in dovere di intervenire. Ma, come osservava il lettore di un noto giornale, citando Leopardi, “senza sdegno ormai la doglia è stolta”. Nel susseguirsi di affermazioni e proclami le parole che si sono susseguite sono state tante: canali umanitari, esternalizzazione delle procedure di asilo, abolizione del reato di immigrazione clandestina, abrogazione della Bossi-Fini. Tutti passaggi fondamentali che meritano però la giusta attenzione e soprattutto che devono essere affrontati in modo giuridicamente oltre che moralmente corretto.

Il reato di immigrazione clandestina deve essere abolito perché indegno non perché, come ha affermato qualcuno, è causa di sovraffollamento carcerario. Dal 2011, a seguito di una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (sentenza El Dridi), nessun  imputato o condannato per il solo reato di clandestinità può finire in carcere perché la pena prevista non è più la reclusione bensì l’ammenda. Ripensare a nuove procedure per il riconoscimento della protezione internazionale è corretto ma non si può sbandierare questi proclami senza ricordare anche che in materia di asilo è stato adottato a livello di Unione Europea un pacchetto normativo (il cd. Sistema europeo comune di asilo) che non prevede riforme rilevanti nemmeno per ciò che riguarda il tanto discusso Regolamento Dublino. Modificare la Bossi-Fini e soprattutto allontanarsi dal suo impianto repressivo è fondamentale ma ancora più urgente appare essere la necessità di lasciarsi alle spalle la logica emergenziale e di scegliere una visione culturale, politica e normativa che tenga conto che le persone partono, si muovono e scelgono di vivere in un altro Paese per garantirsi una vita migliore e che quindi è anche ai modelli di accoglienza che si deve ripensare.

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I diritti non sono un “costo”

 

 

 

 

 

 

 

I diritti non sono un “costo” è un progetto promosso da Lunaria in collaborazione con la cooperativa Berenice, le associazioni Gli Asini e OsservAzione, la campagna Sbilanciamoci! e la rivista Lo straniero.

Nel contesto dell’attuale crisi economica, l’attenzione istituzionale riservata alle politiche strutturali (riordino della finanza pubblica, rilancio dell’economia) rischia di relegare in secondo piano le politiche di inclusione sociale e di garanzia dei diritti umani dei migranti e delle minoranze; di aumentare a livello sociale le occasioni e il livello di conflittualità tra nativi e migranti sia nel mondo del lavoro che nell’accesso al welfare. I pur necessari interventi di riordino e razionalizzazione della spesa pubblica dovrebbero mantenere la capacità di assicurare la garanzia dei diritti umani fondamentali di tutte le persone residenti sul territorio.

Il progetto I diritti non sono un “costo” prevede attività di ricerca, di informazione e di sensibilizzazione culturale finalizzate ad approfondire la conoscenza del reale impatto sociale ed economico della presenza dei cittadini stranieri e delle minoranze rom nel nostro paese.

 

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Appello per volontari a Rosarno

Dal 2010, una rete  (campagneinlotta.org) composta da organizzazioni di contadini, di consumo critico, di braccianti stranieri, da associazioni di attivisti antirazzisti, militanti politici e religiosi di diversi territori (in particolare Nardò,  Piana di Gioia Tauro,  Capitanata), sta intessendo una trama di relazioni, rivendicazioni e azioni sociali di cui abbiamo ripetutamente scritto su Gli asini (vedi n. 8 e n. 11) perché ci sembra uno dei movimenti più vivi e proiettati al futuro tra quelli attivi in questi ultimi anni in Italia. La loro critica ruota intorno alla questione dello sfruttamento del lavoro, ponendosi seriamente il problema di quali azioni intraprendere a fronte di un corpo sociale disgregato e di un feroce sistema i cui addentellati comprendono la filiera della produzione agro-industriale con le sue propaggini di criminalità organizzata, le leggi sull’immigrazione funzionali allo sfruttamento di manodopera a bassissimo costo (in alcuni casi in condizioni di semischiavitù) e il consenso di noi ignari consumatori.

Se, come diceva Tolstoj, il potere è la conseguenza della grave dipendenza che abbiamo nei confronti degli altri, forse solo con il riconoscimento dell’interdipendenza – tra conflitti, classi sociali, politiche del lavoro, accesso alla terra, diritti degli immigrati, sovranità alimentare, come in nuce si sta intravedendo in quelle zone – sarà sperabile un movimento capace di opporsi alla crisi. Si stanno giocando in quelle campagne partite importanti che non hanno niente a che vedere con l’arretratezza con cui tendiamo a leggere i conflitti sociali del mezzogiorno, ma presagiscono forme di oppressione e di resistenza che ci riguarderanno tutti presto e da vicino.