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Rifugiati: la grande messa in scena

di Fausto Stocco e Luigi Monti

illustrazione di Manuele Fior

illustrazione di Manuele Fior

La cosiddetta crisi dei rifugiati non è certo la partita più complessa che l’Italia si trovi a gestire in questi anni. Non certo più complessa di quella del lavoro, per dirne una. Eppure è la questione che, anche in ragione dello scollamento tra la realtà e il modo in cui la raccontiamo, tra la realtà e gli strumenti che mettiamo in campo per farvi fronte, rischia di assestare i colpi più pesanti alla fragile tenuta sociale dei nostri territori, soprattutto dei comuni di media e piccola grandezza.

Prepariamoci al peggio. A meno che non cambi in fretta qualcosa, ci aspetta un periodo di grande tensione. L’irrazionalità delle politiche di accoglienza sta arrivando a un livello tale che il punto di rottura potrebbe essere dietro l’angolo. Non è difficile immaginarsi per l’immediato futuro episodi di violenza, alienazione, imbarbarimento delle relazioni sempre più frequenti. Episodi come quello del giovane gambiano che a Venezia si è suicidato buttandosi nelle acque del Canal Grande davanti a centinaia di turisti, in parte attoniti, in parte impegnati a filmare la scena col telefonino (vicenda la cui gravità è stata palesemente censurata dai media italiani, forse anche per evitare la reazione dei connazionali del ragazzo); o come il breve sequestro degli operatori della cooperativa che gestisce il centro di accoglienza di Cona da parte di un gruppo di profughi dopo la morte di una giovane ivoriana, avvenuta all’inizio dell’anno negli squallidi bagni chimici del campo.

A pensarci bene, è un vero miracolo se in quella struttura, come in decine di altri centri di prima accoglienza di dimensioni anche più ridotte, le tensioni a cui sono sottoposte le persone ospitate non siano ancora sfociate in atti di violenza più espliciti di quelli che abbiamo visto sinora. A essere alienante non è tanto, se non in casi limite, la condizione materiale di vita imposta alle persone in accoglienza, quanto quella bolla innaturale di attesa – l’attesa della convocazione della commissione, l’attesa del permesso, l’attesa del rinnovo, l’attesa dell’appuntamento in questura, l’attesa del pocket money, l’attesa del colloquio con l’educatrice… – che costruiamo intorno a loro, destinata a durare uno o due anni, completamente svuotata di relazioni normali, di occasioni autentiche di incontro, di conflitti “necessari”. Una grande messa in scena in cui tutti, assistiti e assistenti, hanno un copione preciso da recitare, al termine del quale, al prezzo di un enorme spreco di intelligenza e umanità, non si profila alcuna parvenza di integrazione, bensì, nella maggior parte dei casi, marginalità, esclusione, disadattamento, sfruttamento e, in misura crescente, irregolarità.

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Sei richieste strategiche dell’Unicef per i bambini sradicati

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Segnaliamo l’uscita di un rapporto dell’Unicef sui migranti bambini non accompagnati pubblicando le “sei richieste strategiche” che il rapporto contiene. Il dossier è scaricabile gratuitamente QUI

  • Proteggere i bambini rifugiati e migranti, soprattutto quelli non accompagnati, da sfruttamento e violenza. Introdurre misure volte a rafforzare i sistemi di protezione dell’infanzia, comprendenti la formazione di operatori sociali specializzati nella tutela infantile e il lavoro con ONG e gruppi professionali. Combattere la tratta di esseri umani, non solo attraverso una più efficace applicazione delle leggi, ma anche creando maggiori opportunità di muoversi in modo sicuro e regolare e offrendo maggiore sostegno ai bambini migranti con la nomina sistematica di tutori qualificati. Offrire un accesso migliore alle informazioni riguardanti la loro situazione e la gestione dei loro casi, nonché ad assistenza legale. I governi dovrebbero altresì sviluppare un orientamento più preciso per i funzionari responsabili al momento di determinare lo status di migranti dei bambini, al fine di prevenire il ritorno di bambini e famiglie verso persecuzioni e situazioni pericolose o potenzialmente letali, usando sempre il principio del “superiore interesse del bambino” come guida nelle decisioni legislative.
  •  Porre fine alla detenzione di bambini che richiedono lo status di rifugiati o che migrano, introducendo una serie di alternative praticabili. I bambini sono particolarmente vulnerabili alla violenza fisica e psicologica. Considerato l’impatto negativo della detenzione sullo sviluppo del bambino, è necessario introdurre alternative praticabili alla detenzione ogni volta che si ha a che fare con dei bambini (o con le loro famiglie). Ecco alcuni esempi di alternative alla detenzione: obbligo di consegna del passaporto e di regolare comunicazione; garanti o depositari, che possono essere i familiari o sostenitori della comunità; accordi di affidamento e di alloggio indipendente supervisionato per i bambini non accompagnati e separati dalle famiglie, nonché registrazione obbligatoria presso le autorità.
  • Tenere unite le famiglie come modo migliore di proteggere i bambini e regolarizzarli. Sviluppare degli orientamenti politici chiari per impedire che i bambini vengano separati dai loro genitori durante i controlli di frontiera o qualunque altro procedimento di natura legale per i migranti. Gli Stati dovrebbero velocizzare le procedure e far sì che sia più facile per i bambini ricongiungersi alle proprie famiglie, comprese quelle estese, nei paesi di destinazione. Gli Stati dovrebbero perseguire tutte le misure praticabili per riunificare i bambini con le loro famiglie. I bambini nati da genitori migranti hanno bisogno di un’identità legale per il loro benessere futuro. I governi dovrebbero offrire una registrazione anagrafica e/o altri documenti d’identità per consentire ai bambini di accedere ai servizi e di non essere apolidi.
  • Fare in modo che tutti i bambini rifugiati e migranti abbiano accesso all’istruzione e offrire loro accesso all’assistenza sanitaria e ad altri servizi di qualità. È necessario un maggiore sforzo collettivo da parte dei governi, delle comunità e del settore privato per fornire a questi bambini istruzione, assistenza sanitaria, riparo, nutrizione, acqua e servizi igienico-sanitari, nonché accesso a sostegno psicosociale. Lo status di migrante di un bambino non dovrebbe mai costituire una barriera all’accesso a servizi essenziali.
  • Esercitare pressioni in favore di azioni volte ad affrontare le cause profonde dei movimenti di rifugiati e migranti su vasta scala. Affrontare le cause alla radice di conflitti, violenze e povertà estrema nei paesi d’origine, nonché le radicate discriminazioni ai danni di certi gruppi di popolazione. Tutto ciò dovrebbe comprendere un accesso sempre maggiore all’istruzione e alla protezione sociale, l’espansione di opportunità per il reddito familiare e di impiego giovanile, nonché l’agevolazione di forme di governo che diano conto del proprio operato e siano trasparenti. I governi dovrebbero facilitare il dialogo a livello comunitario e l’impegno verso una risoluzione pacifica dei conflitti, la tolleranza e una società più inclusiva, nonché prendere dei provvedimenti contro la violenza tra bande.
  • Promuovere misure per combattere la xenofobia, la discriminazione e l’emarginazione nei paesi di transito e di destinazione. Coalizioni di ONG, comunità, settore privato, gruppi religiosi e leader politici dovrebbero assumersi la responsabilità d’influenzare l’opinione pubblica per prevenire l’aumento della xenofobia e della discriminazione nei confronti dei rifugiati.

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Canali umanitari

di Agnese Lorenzini e Corrado Borghi

illustrazione di Gipi

illustrazione di Gipi

Partito all’inizio del 2016 su iniziativa della Federazione delle chiese evangeliche (Fcei) e della Comunità di Sant’Egidio, il progetto pilota dei corridoi umanitari prevede mille visti, di cui 400 dal Libano e gli altri dal Marocco. Le persone sinora arrivate sono un centinaio, segnalate per lo più dall’Operazione Colomba dell’associazione Giovanni XXIII, che le ha incontrate e conosciute direttamente nei campi profughi del Libano e che ne gestisce anche l’accoglienza sul territorio italiano.
Un progetto fragile, circoscritto, con alcune zone d’ombra (come si selezionano le persone a cui si cerca di risparmiare la roulette russa del Mediterraneo?). Ma in un momento in cui le istituzioni di mezza Europa sono incapaci di reagire al flusso di esuli e sfollati che premono alle porte d’Europa o, quando reagiscono, creano le condizioni per uno sradicamento che contagia sia chi scappa che chi accoglie, la risposta solidaristica di una parte della cosiddetta società civile rimane l’unico fattore da cui partire. Ormai è chiaro: dopo i respingimenti, i fili spintati, la sospensione di Schengen, gli accordi con la Turchia, è solo grazie alle testimonianze di chi incontra personalmente il “pezzo di mondo che scappa” e alle impressioni che ne riporta che possiamo sperare di esercitare qualche pressione efficace, di restituire intelligenza all’azione politica, di influenzare le decisioni delle istituzioni e dei governi europei prima che tutto tracolli. (Gli asini)

 


All’aeroporto scendono stravolti dalla stanchezza e dalle emozioni e vengono assaliti dai giornalisti in cerca di “storie”. Due giornalisti si litigano la prima intervista al bambino senza una gamba, altri cercano qualcuno che si improvvisi traduttore. I siriani abbracciano i volontari di Operazione Colomba arrivati a prenderli, le poche facce note tra la folla che si è accalcata per l’evento.
È il primo viaggio in aereo per quasi tutti loro. Hanno poche valigie, circa una per famiglia, più qualche zainetto con le cose dei bimbi. In quella valigia c’è tutta la loro vita, tutto quello che possiedono. Ci sono vestiti, qualche foto, qualche documento. La famiglia di R. ha con sé anche un piatto di ottone: l’unica cosa che si sono portati dietro dalla loro casa in Siria. Hanno portato anche dei pacchi di erba mate, perché sanno che in Italia non si trova, e delle stecche di sigarette, perché abbiamo detto loro che qui costano il quadruplo rispetto al Libano. Non possiedono nient’altro, né qui con loro né da qualche altra parte nel mondo.

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Quando il confine cede il passo alla frontiera. Roske la porta orientale d’Europa

di Francesca Carbone (per Ospiti in Arrivo) 

roske

Un normale pomeriggio al Parco Moretti di Udine, alle abituali lezioni di italiano che l’associazione Ospiti in Arrivo organizza per tutti coloro, principalmente di origine afgana e pakistana, che giungono in città per richiedere protezione internazionale. Gruppi informali di persone, tra migranti e volontari di ogni età, seduti in piccoli cerchi sul prato a scambiar gesti e parole ben scandite, sia in pashtu che in italiano. Semplici momenti di incontro e confronto, di inte(g)razione. Ed è proprio da un dialogo con uno di questi alunni che nasce la riflessione contenuta in questo articolo.

“L di letto”, si cerca di associare al suono un’immagine, facendo uno schizzo in penna su un pezzo di carta. Dopo un momento di esitazione, durante il quale si sospetta delle abilità artistiche dell’insegnante, uno tra gli alunni sorride, prende la penna in mano ed abbozza la sua immagine di letto. Nessun cuscino, nessuna coperta, giusto una rete. “Noi abbiamo questi letti in Afghanistan, quello è un lusso” spiega in inglese. In quel preciso momento ci rendiamo conto della potenza di alcuni incontri ed esperienze che caratterizzano sempre più la nostra quotidianità. Momenti in cui le distanze geografiche sembrano accorciarsi ed il “qui” risulta così inaspettatamente vicino al “laggiù”.

Se ce lo concedessimo, queste situazioni sarebbero all’ordine del giorno per noi cittadini cosmopoliti, di diritto e di fatto. Invece, permettiamo che si costruiscano muri, o meglio recinzioni, concretizzazione di un ideale di potere che mira alla stabilizzazione dell’ordine e alla gestione delle persone in un’ottica di protezione e messa in sicurezza dei confini. Degli effetti di questo dispositivo, ne sono campanello d’allarme le sempre più diffuse utopie che vogliono separare il “noi” da tutto ciò che “noi” non è, e che fa paura. In questo tipo di sistema ognuno deve essere identificabile, gli viene attribuita un’identità, che sia personale e allo stesso tempo in linea col globale. E come effetto collaterale del sistema, tutto ciò che sfugge perché non chiaramente classificabile diventa marginale, un avanzo imprevisto (eppure nel caso degli afgani e dei pakistani in arrivo a Udine, di imprevedibile c’è ben poco. Ce lo ricordava già Tiziano Terzani nelle sue Lettere contro la guerra: “L’Afghanistan ci perseguiterà perché è la cartina tornasole della nostra immoralità, delle nostre pretese di civiltà, della nostra incapacità di capire che la violenza genera solo violenza e che solo una forza di pace e non la forza delle armi può risolvere il problema che ci sta dinanzi”).

Consapevoli della trappola dell’attribuzione identitaria, che fa sì che i “profughi” siano trattati come una categoria omogenea di soggetti marginalizzati e in soprannumero, Ospiti in Arrivo ha deciso di intraprendere un viaggio lungo le strade percorse dai migranti in Ungheria e in Serbia, anche con l’obiettivo di dare un nome e un volto allo “straniero”. Si è voluto comprendere meglio almeno una parte della tribolante peregrinazione che vivono molti dei richiedenti protezione internazionale prima di giungere sul nostro territorio. In effetti, durante il viaggio non sono mancate le occasioni per parlare con le persone e conoscerne le storie. Racconti simili tra loro, certo, ma mai uguali, ognuna da raccontare e valorizzare. Tuttavia, c’è un’immagine che più di tutte ritorna tra i ricordi e che vale la pena rievocare.

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Una scuola di campagna

La scuoladegli insegnanti della scuola di Boreano 

Boreano, un pugno di casolari e una chiesa in mezzo a una distesa di campi nel comune di Venosa (Potenza), propaggine di quella Piana dell’Ofanto che si insinua tra le colline lucane e le Murge pugliesi, a pochi chilometri da Cerignola e dallo stabilimento Fiat di Melfi, è un luogo da cui si possono raccontare le vicende, le contraddizioni e i fallimenti dell’agricoltura meridionale negli ultimi decenni.
I campi sono dominati dalla Masseria Rapolla, ormai quasi abbandonata; l’ultima proprietaria della masseria è ricordata dagli anziani come la “signorina”, che negli anni quaranta affrontava “con il mitra” le centinaia di braccianti che occupavano i suoi terreni. Negli anni cinquanta la Riforma agraria espropriò buona parte delle sue proprietà e divise i terreni tra i braccianti poveri – almeno quelli che non avevano la tessera del Pci. In ogni podere fu costruito un casolare, con l’idea che i disoccupati, diventati contadini, sarebbero andati a vivere a Boreano. In realtà, la Riforma non diede vita a un’agricoltura capace di assicurare un reddito a quei contadini, i casolari e la chiesa si svuotarono presto, molti emigrarono o tornarono in paese.
Sessant’anni dopo, quei casolari abbandonati raccontano un’altra agricoltura. Tra i cereali, i vigneti e gli uliveti, a Boreano e in tutta la Piana, come nel vicino foggiano, si coltiva, ormai da quarant’anni, il pomodoro da industria, destinato soprattutto ai conservifici campani. E, da almeno vent’anni, i casolari sono abitati da lavoratori soprattutto africani, in particolare originari del Burkina Faso, che passano qui l’estate per cercare qualche giornata di lavoro nella raccolta. Tra loro ci sono operai, licenziati dalle fabbriche del Nord o in cassa integrazione, e ragazzi di seconda generazione alla ricerca di impiego; per altri, invece, Boreano è una delle tappe del lavoro agricolo stagionale, dopo la raccolta delle fragole nel casertano o delle angurie nel Salento e prima di andare a Rosarno per la raccolta invernale degli agrumi. Condizioni di vita e di lavoro sono ormai note: i casolari non hanno luce e acqua corrente e sono lontani dai centri abitati; i caporali impongono la propria mediazione per lavorare, sottraendo ai braccianti una quota non piccola dei salari; le paghe sono a cottimo, i contributi non vengono pagati.