il libro

A Calais Carrère non vede niente

di Luigi Monti

Calais


Se non l’avessi fatto per interesse professionale – sto partecipando alla progettazione di un esperimento di accoglienza diffusa di un gruppo di profughi in un piccolo comune emiliano – dubito che mi sarei preso la briga di leggere e soprattutto di segnalare l’inutilità di A Calais, un reportage commissionato a Emmanuel Carrère dal trimestrale francese “XXI” (e tradotto quasi in contemporanea in italiano nella Biblioteca minima di Adelphi) per raccontare uno dei luoghi simbolo, insieme a Lampedusa, Ventimiglia, Idomeni, Patrasso e il Brennero, della crisi delle frontiere contemporanee.
Da alcuni anni a Calais, nei pressi della tangenziale, a pochi chilometri dal centro storico e dall’imbocco dell’Eurotunnel, si è installato una sorta di campo profughi auto organizzato, chiamato “la giungla”, che raccoglie alcune migliaia di persone in attesa del momento buono per saltare su un tir diretto in Inghilterra. 

il libro

Un altro romanzo inutile sulla scuola

 di Sara Honegger

illustrazione di Tuono Pettinato

illustrazione di Tuono Pettinato

 

Sulla rivista “Gli Asini” di scuola si parla da sempre e quasi in ogni numero. Se ne parla attraverso esperienze, sguardi critici, letture, teorie. Se ne parla con durezza, ma anche con l’affetto, se mi è lecito usare una simile parola, di chi si ostina a credere che la scuola possa e debba svolgere un ruolo importante nella formazione di una società, e che sia anche uno degli ultimi ambiti in cui un singolo può agire senza venir meno alle proprie convinzioni. Anzi, traducendole in una quotidianità in cui mezzi e fini possono andare avanti di pari passo, innescando un circolo virtuoso fra prassi e teoria, azione e ricerca, slancio e critica. Attenzione particolare, quindi, si riserva sempre ai romanzi che parlano di scuola, perché la narrativa ha talvolta qualche carta in più per proseguire laddove il saggio deve necessariamente fermarsi, restituendo l’indicibile del fare pedagogico, ovvero sia quel che davvero accade, al di là dei metodi e degli approcci, in una classe. Così, non si poteva non leggere Tranquillo Prof, la richiamo io, Einaudi, l’ultimo romanzo di Christian Raimo, insegnante romano, classe 1975. Un romanzo scritto da chi la scuola la conosce dal di dentro, e di taglio comico – così è stato presentato a Fahreneit /Radio 3, qualche settimana fa.
Voglio essere sincera: non mi è piaciuto. Sono andata a comprarlo per due ragioni. La prima: il desiderio di ridere. Una sana, grassa risata suscitata da una pagina scritta, da un romanzo! Una rarità assoluta, e sa Dio quanto ne abbiamo bisogno. La seconda: la riflessione sulla scuola, su questa istituzione così importante, così aggredita, infine così negletta, sulla quale in tanti, credo, sentiamo il bisogno di far volare il pensiero del come: la dura pratica di tutti i giorni che Raimo sicuramente ben conosce, visto che tutti i giorni deve varcare le porte di un’aula e cercare di costruire qualcosa di sensato con i suoi studenti. Sincera ancora una volta: non ho riso.

il libro

Rossi-Doria, l’esperto di scuola

 di Taddeo Mecozzi

Illustrazione di Anders Nilsen

Illustrazione di Anders Nilsen

All’ombra dell’ampio dibattito nazionale sorto attorno alla scuola e a una sua eventuale riforma, il gruppo Abele pubblica, nella sua collana di conversazioni Palafitte, un dialogo tra Giulia Tosoni e Marco Rossi-Doria, La scuola è mondo. Conversazioni su strada e istituzioni. Rossi-Doria si presenta forte della sua pluriennale esperienza in ambito pedagogico. Una storia vissuta sul campo che va dall’aver fatto il maestro elementare negli anni Settanta a Torre Annunziata sino all’incarico di Sottosegretario al Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca ricoperto nei due governi, Monti prima e Letta poi, dal 2011 al 2014. Il centro del dibattito è dunque la scuola o, più precisamente – con un lessico spesso inglesizzante che ricalca quello del Pd di Renzi maggioritario oggi in voga – la buona scuola, le pratiche esistenti e le pratiche future per rendere la pedagogia adatta ai tempi in cui viviamo. L’analisi prende le mosse dalla constatazione dell’avvenuto mutamento delle condizioni sociali, morali ed economiche in cui la pratica pedagogica si svolge. La conversazione a due ripercorre dunque – partendo dalla personale esperienza di lavoro a Torre Annunziata di Marco Rossi-Doria – il dissolvimento sociale e morale delle condizioni in cui la scuola pubblica tradizionale nasce e si afferma. Con la delocalizzazione e lo smantellamento delle attività produttive sono venuti meno funzioni e ruoli un tempo insindacabili e rigidamente attribuiti. Con la scomparsa del lavoro la società fatica a reinventarsi e così il ruolo del maestro e dell’istituzione scolastica entrano a loro volta in crisi perdendo di dignità e autorevolezza sociale. Nonostante la difficoltà della sfida non è nella nostalgia – che sembra talvolta prevalere dal racconto ormai trito di un mondo sano e giusto in cui le persone cedevano il posto di fronte alle donne incinta e si andava a dormire presto dopo la fine di Carosello – che l’intervistato vuole far cadere la narrazione.

il libro

L’ennesimo guru, Recalcati

di Gabriele Vitello

illustrazione di Anthony Browne

illustrazione di Anthony Browne

 

Nella sua ultima fatica, L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, lo psicanalista Massimo Recalcati, autore di saggi di successo come Il complesso di Telemaco, Non è più come prima, L’uomo senza inconscio, applica alla scuola alcune categorie lacaniane, già impiegate nelle sue ricerche intorno alla figura paterna. Egli ritiene, infatti, che la crisi d’autorevolezza che investe l’istituzione scolastica e l’insegnante è la stessa che attraversa negli ultimi decenni la figura paterna. Pertanto, è legittimo parlare di una Scuola-Edipo per definire un modello di insegnamento ormai definitivamente superato, quello cioè fondato sull’autorità della tradizione e dell’insegnante che su di essa si basava: «nella Scuola-Edipo l’insegnante si trova nel posto dell’autorità, è un sostituto del Padre, di una Legge fuori discussione. L’allievo, in quanto figlio, dev’essere appunto istruito e educato come fosse una cera da plasmare» (p. 20). 
Tale paradigma educativo è entrato progressivamente in crisi, sotto i colpi congiunti della contestazione degli anni Sessanta e Settanta e dei nuovi modelli culturali prodotti dall’iper-edonismo di massa. Al suo posto è subentrato un nuovo paradigma di matrice ipercognitivista, battezzato da Recalcati col nome di Scuola-Narciso, il quale «vive (…) all’ombra del principio di omologazione e di una concezione efficientistica della didattica, assimilata non più al carcere o all’ospedale ma all’azienda» (p. 26). Tale mutamento si riflette persino nel linguaggio, che com’è noto non è mai neutrale: il preside è diventato il dirigente, le conoscenze sono state sostituite dalle competenze, (concetto, quest’ultimo, su cui si fondano e legittimano le ormai famose e controverse prove Invalsi).

il libro

Cantando la strada. Hip hop nella periferia di Torino

di Dario Basile

È stato appena pubblicato Le vie sbagliate. Giovani e vita di strada nella Torino della grande migrazione interna di Dario Basile (Unicopli 2014). Riproponiamo parte dell’inchiesta sull’hip hop nella periferia di Torino dell’autore pubblicato sul numero 20 degli Asini.

copertina le vie sbagliate

È interessante domandarsi che rapporto esista fra vecchi e nuovi immigrati oggi, dal momento che spesso questi gruppi condividono gli stessi luoghi di residenza. Per cercare di capirlo ho voluto condurre un’indagine in un quartiere simbolo della Torino operaia del Novecento, Barriera di Milano, che può essere considerato un crocevia dell’immigrazione. Il quartiere sviluppatosi con la prima industrializzazione ha visto alternarsi varie generazioni di immigrati, dapprima provenienti dalle campagne piemontesi, poi dal Sud Italia e infine, ai giorni nostri, dal Sud del mondo. Vecchi e nuovi arrivati si trovano quindi a vivere nelle stesse vie e negli stessi palazzi. La popolazione straniera in Barriera di Milano ha raggiunto, all’inizio del 2011, un’incidenza del 29% contro il 14,20% della media cittadina; gli immigrati si concentrano in modo particolare nel centro storico del quartiere e la quota di sezioni statistiche con un’incidenza di residenti stranieri superiore al 30% è elevata (secondo i dati di Concordia Discors di Ferruccio Pastore e Irene Ponzo, Carocci 2012). Barriera di Milano appare oggi come un quartiere che presenta un tessuto urbano poco accogliente, unito a un profilo sociale della popolazione residente piuttosto critico. Rispetto alla maggior parte degli altri quartieri torinesi, questa zona è oggi più densamente abitata, multiculturale e socialmente fragile. Tutto questo può favorire le tensioni: i conflitti si registrano spesso all’interno dei palazzi e riguardano vari motivi come, ad esempio, l’utilizzo degli spazi comuni. Gli stranieri vengono frequentemente accusati di non rispettare le regole sui tempi e modalità d’uso di cortile e scale e di non assumersi responsabilità di pulizia. Come è immaginabile, i conflitti sono più frequenti dove è maggiore il degrado delle infrastrutture e delle abitazioni. Esistono ancora edifici vecchi, che non sono stati ristrutturati negli anni, dove molti stranieri sono andati ad abitare; ed è proprio in quei palazzi fatiscenti che la convivenza tra vecchi e nuovi abitanti si fa più difficile. Echi di queste tensioni si possono manifestare anche tra i giovani di diversa nazionalità. Su Facebook, sono stati creati alcuni gruppi di condivisione di messaggi a stampo razzista, in cui si rivendica la territorialità del quartiere e il desiderio di “mandar via gli stranieri”. Un giovane utente ha scritto: “Ciao raga…. io abito in barriera da 17 anni xro barriera non è più quella di una volta ci son troppi immigrati di merda!!! bisogna riprendercela. con barriera meridione ciao guaglion”.