il libro

Un’opinione sui “Buoni”

di Anna Bravo

illustrazione di Sandra Dieckmann

illustrazione di Sandra Dieckmann

 

Davvero si può rispondere alla severità di Rastello verso un pessimo esempio di associazione non profit con l’argomento che siamo tutti un impasto di pulsioni opposte, e chi sono io per giudicare? tutti pedine di un’eterna partita tra il bene e il male con il potere come deus ex machina?
Alcuni recensori hanno pensato di sì, e guadagnato ascolto nell’opinione pubblica. A me pare di no. Raccontando scorci di vita di una vasta e influente organizzazione, I Buoni (Chiarelettere 2014) affronta il bene, il male, il potere nelle forme molto terrene e specifiche che assumono oggi, in una fase in cui i bisogni crescono e crescono gli aventi diritto, mentre lo Stato delega troppa parte dei suoi compiti di accoglienza e cura a una rete di enti privati detti “di utilità sociale”. I Buoni chiama in causa il qui e ora, non Dostoevskij, anche se lo si trova in esergo e in qualche tentazione didascalica.
La narrazione parte dal sottosuolo di una città dell’est Europa, dai bambini e ragazzi che vivono nei cunicoli delle fogne inalando colla e contagiandosi di Aids, pestandosi, aiutandosi. Prosegue a Torino, presso l’associazione “In punta di piedi” (detta “I piedi”) dove la ragazza esteuropea Aza viene accolta e poi cooptata nello staff che circonda il leader don Silvano. Di qui si snodano la seconda e terza parte del romanzo.

il libro

I buoni, secondo Luca Rastello

illustrazione di Noriko Senshu

illustrazione di Noriko Senshu

di Stefano Laffi

Questa recensione del libro di Luca Rastello, I buoni (Chiarelettere 2014) è uscita sul numero 20 de “Gli asini”, marzo/aprile 2014. Discuteremo ancora, in varie sedi e da diverse prospettive, di un libro che ha saputo descrivere alcune delle contraddizioni più laceranti e attuali del lavoro sociale e della nostra società nel suo complesso. Clicca qui per abbonarti alla versione cartacea.

 

Forse solo Luca Rastello poteva regalarci il romanzo più atroce e più bello sulle ambivalenze dell’agire umanitario, sull’inconfessabile che agita e opacizza il volontariato organizzato, sul torbido delle fabbriche del bene. Perché Luca Rastello lo conosce da vicino, ha lavorato per il Gruppo Abele di Torino, ha diretto Narcomafie, prima di prendere la strada del giornalismo professionistico a più ampio spettro e rinunciare definitivamente a quella vita, la vita che così lucidamente descrive nel suo libro.
“I buoni” è il titolo azzeccatissimo (forse meno la copertina, pur firmata da un bravissimo designer come David Pearson) di un romanzo appena edito da Chiarelettere, e come nei film che lasciano il dubbio sul realismo dei riferimenti si precisa che fatti e personaggi sono frutto dell’immaginazione. Così pure l’editore, noto per i libri di inchiesta affidati a giornalisti di fama, lo accoglie nella collana narrazioni, anche se l’epitaffio della collana è una famosa frase di Hunter Stockton Thompson in cui si celebra la fiction come la forma più veritiera di giornalismo. Insomma è un romanzo, tutto è di fantasia, ma questa è la Torino dei giorni nostri, l’”indovina-indovinello” sulla gigantesca organizzazione di volontariato e servizi di welfare al centro della vicenda è fin troppo facile, e soprattutto su chi sia alla sua guida, un Don Silvano col maglione liso, che combatte contro le mafie, sotto scorta, che parla a occhi chiusi con uno stile da profeta, amico dei potenti, e così via. E molto altro di quel che si racconta si presta al gioco divertente di chi o cosa sia la fonte di ispirazione, diciamo così, ma Rastello parla di oggi e di noi, nessun dubbio.

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Leggere e scrivere con i bambini

illustrazione di Alice Badalan

illustrazione di Alice Badalan

di Sara Honegger

Nelle sue Lezioni di letteratura (Garzanti 1983), Vladimir Nabokov sostiene che un grande scrittore deve avere almeno tre qualità: affabulatore, insegnante, incantatore. Mi sono tornate in mente leggendo A partire da un libro (Edizioni Junior, 2013) di Roberta Passoni, diario di una maestra (non me ne vengono in mente altri al femminile, ma certo è ignoranza mia), ma anche diario di una donna che ha fatto della narrativa il giardino da cui osservare, e talvolta provare a cambiare, quel che la circonda. Girando i termini, anche un buon insegnante è un affabulatore, un incantatore. Ed è anche un grande narratore. Perché se è vero che la buona letteratura non è mai pedagogica, è altrettanto vero che in certo senso lo è sempre, laddove non solo mostra un’altra via, un altro sguardo, un’altro modo, un’altra, possibile, parola, ma costruisce un altro, possibile mondo. Che si utopico o distopico, poco importa. Esso è lì. E noi possiamo percorrerlo, sostarvi, fuggirlo.
È a questi aspetti della letteratura che Passoni si rivolge quale maestra elementare e coordinatrice delle attività educative della Casa Laboratorio di Cenci, raccontandoci come proprio nelle storie, nei buoni romanzi e nei grandi personaggi, si possano trovare i più validi aiuti nel difficile compito di sostenere la crescita dei bambini (e non solo). Letteratura ed educazione, insomma, vanno a braccetto, e lo sguardo appassionato e insieme pudico di una maestra che scopre lentamente i bambini che ha intorno a sé ci dice di un modo di fare scuola che lascia all’altro lo spazio per esprimersi nella sua totalità.

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Kosinski oltre il giardino

Oltre1di Giacomo Pontremoli

La storia di Presenze (Being there) del polacco Jerzy Kosinski, ripubblicato nella collana “classics” di Minimum fax come Oltre il giardino (Minimum fax 2014, centotrentanove pagine, undici euro, traduzione di Vincenzo Mantovani) con una ricca prefazione di Giorgio Vasta, è piuttosto nota per il film con Peter Sellers che lo statunitense Hal Ashby (il regista di Harold e Maude) ne trasse nel 1979, otto anni dopo l’uscita del romanzo, su una sceneggiatura dell’autore stesso e col titolo riutilizzato oggi da Minimum: un mite giardiniere, completamente analfabeta al di là delle sue competenze vegetali, ha nella televisione l’unica sua fonte di apprendimento e di contatto con il mondo esterno. Il giardiniere, che non ha mai varcato il perimetro del giardino del suo anziano padrone, alla morte di quest’ultimo esce d’un tratto e per la prima volta nel mondo. I suoi silenzi, le sue allusioni botaniche, la sua fissa olimpicità priva di pensieri lo faranno passare per un moderno e illuminato profeta, generando una sequenza di equivoci che lo condurranno fino alle soglie del seggio presidenziale americano.
Nonostante il sapore di parabola filosofica, di cui ha tutta la fredda nettezza, il nichilista Kosinski ne rifiuta qualsivoglia intenzione morale di sviluppo, di esemplarità o significatività indicativa e teorizzante, suggerendo solo suo malgrado, tra le righe di un sarcasmo ovattato e volutamente privo di luce, il proprio discorso sulla totale neutralizzazione di ogni scambio umano: la personalità del protagonista non solo non modifica nulla del sistema in cui è immesso per equivoco, ma anzi gli è funzionale ai massimi livelli; egli non è, per Kosinski, il diverso, o l’innocente, il “divino idiota” dostoevskijano dalla purezza redentrice o il bambino capace di vedere la nudità dei re: è giustapponibile all’esistente con triste geometricità, e in questo senso paragoni di Vasta come quelli con Myskin o Don Chisciotte (altro, ma in realtà non così diverso, il discorso sul Bartleby di Melville) potrebbero funzionare piuttosto come alternativa al pessimismo dell’ottica kosinskiana.
Sull’immutabilità di una società solo apparentemente fragile, sulla sua stolida impermeabilità a qualsiasi provocazione, sulla sua miopia – insomma sulla gratuità e impotenza di qualsiasi scandalo o sconquasso, l’aspra risata vetrosa di Kosinski (che è soprattutto una risatina atarassica) si rompe in qualcosa di indifferente, di cinico, di confermato, che ha nodi diversi da quelli di altre sue opere.

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Lettera al figlio di Michele Serra

illustrazione di Anthony Browne

illustrazione di Anthony Browne

di Nicola Villa

Il primo impulso, appena finito di leggere Gli sdraiati di Michele Serra, è quello di scrivere una lettera al figlio dell’autore per esprimergli tutta la nostra simpatia e solidarietà. O anche scrivergli un semplice e laconico sms con “coraggio!” o “resisti!”. Oppure un messaggio su facebook di “amicizia” e comprensione. Potrebbe essere questa la reazione alla lettura di un pamphlet, in forma di lettera al figlio appunto, così auto-indulgente verso il padre, e quindi i genitori, e così prepotente contro i figli, pur ammettendo una responsabilità fasulla. Gli sdraiati è stato “campione d’inverno” della classifica dei libri più venduti proprio perché ha suscitato una sorta di riconoscimento genitoriale. Leggendolo si pensa alle migliaia di genitori – magari divorziati borghesi più o meno ricchi del noto giornalista di “Repubblica” e “L’Espresso”, autore televisivo e umorista – che, rispecchiandosi nel ruolo di genitore esausto e riconoscendo in quello di Serra i propri figli “sdraiati”, potrebbero esclamare: “finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di dire che quella dei figli è una generazione di merda”.
“Gli sdraiati” sono i non-partecipanti non solo al mondo degli adulti, ma al mondo tutto e al presente. Sono gli abulici, i depressi, gli apatici, i figli viziati che hanno tutto e non danno nulla. Per rendere l’idea ecco una descrizione del figlio di Serra, un paradigma dell’“essere sdraiato”: “Sopra la pancia tenevi appoggiato il computer acceso, con la mano destra digitavi qualcosa sullo smartphone. La sinistra, semi-inerte, reggeva con due dita, per un lembo, un lacero testo di chimica, a evitare che sprofondasse per sempre nella tenebrosa intercapedine tra lo schienale e i cuscini, laddove una volta ritrovai anche un würstel crudo, uno dei tuoi alimenti prediletti”. Raccontare la nuova generazione X, o meglio la “generazione s”, quella degli “sdraiati”, adolescenti inermi e orizzontali davanti a qualsiasi schermo digitale (computer, tv, tablet, smartphone) è la grande promessa non mantenuta di questo libro. Perché quello che interessa a Serra-padre non è ascoltare Serra-figlio o dargli voce in rappresentanza dei suoi coetanei, ma semplicemente lavare “i panni sporchi” in pubblico. È questo, probabilmente, il segreto del successo del libello: fare i conti con il lato “sporco” del rapporto padri-figli in cui molti lettori possono riconoscersi o meglio immergere le mani. Tra l’altro nell’agile libro non ci sarebbe spazio per alcuna altra voce, perché l’ego smisurato e ispirato di Serra-senior l’occupa tutto da cima a fondo.