il libro

Cantando la strada. Hip hop nella periferia di Torino

di Dario Basile

È stato appena pubblicato Le vie sbagliate. Giovani e vita di strada nella Torino della grande migrazione interna di Dario Basile (Unicopli 2014). Riproponiamo parte dell’inchiesta sull’hip hop nella periferia di Torino dell’autore pubblicato sul numero 20 degli Asini.

copertina le vie sbagliate

È interessante domandarsi che rapporto esista fra vecchi e nuovi immigrati oggi, dal momento che spesso questi gruppi condividono gli stessi luoghi di residenza. Per cercare di capirlo ho voluto condurre un’indagine in un quartiere simbolo della Torino operaia del Novecento, Barriera di Milano, che può essere considerato un crocevia dell’immigrazione. Il quartiere sviluppatosi con la prima industrializzazione ha visto alternarsi varie generazioni di immigrati, dapprima provenienti dalle campagne piemontesi, poi dal Sud Italia e infine, ai giorni nostri, dal Sud del mondo. Vecchi e nuovi arrivati si trovano quindi a vivere nelle stesse vie e negli stessi palazzi. La popolazione straniera in Barriera di Milano ha raggiunto, all’inizio del 2011, un’incidenza del 29% contro il 14,20% della media cittadina; gli immigrati si concentrano in modo particolare nel centro storico del quartiere e la quota di sezioni statistiche con un’incidenza di residenti stranieri superiore al 30% è elevata (secondo i dati di Concordia Discors di Ferruccio Pastore e Irene Ponzo, Carocci 2012). Barriera di Milano appare oggi come un quartiere che presenta un tessuto urbano poco accogliente, unito a un profilo sociale della popolazione residente piuttosto critico. Rispetto alla maggior parte degli altri quartieri torinesi, questa zona è oggi più densamente abitata, multiculturale e socialmente fragile. Tutto questo può favorire le tensioni: i conflitti si registrano spesso all’interno dei palazzi e riguardano vari motivi come, ad esempio, l’utilizzo degli spazi comuni. Gli stranieri vengono frequentemente accusati di non rispettare le regole sui tempi e modalità d’uso di cortile e scale e di non assumersi responsabilità di pulizia. Come è immaginabile, i conflitti sono più frequenti dove è maggiore il degrado delle infrastrutture e delle abitazioni. Esistono ancora edifici vecchi, che non sono stati ristrutturati negli anni, dove molti stranieri sono andati ad abitare; ed è proprio in quei palazzi fatiscenti che la convivenza tra vecchi e nuovi abitanti si fa più difficile. Echi di queste tensioni si possono manifestare anche tra i giovani di diversa nazionalità. Su Facebook, sono stati creati alcuni gruppi di condivisione di messaggi a stampo razzista, in cui si rivendica la territorialità del quartiere e il desiderio di “mandar via gli stranieri”. Un giovane utente ha scritto: “Ciao raga…. io abito in barriera da 17 anni xro barriera non è più quella di una volta ci son troppi immigrati di merda!!! bisogna riprendercela. con barriera meridione ciao guaglion”.

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Mi chiamo Stern e non sono mai andato a scuola

Arno e André Stern

Arno e André Stern

di Sara Honegger

La tradizione ottocentesca, quella in cui è nata la scuola così come la conosciamo, associa il non andarvi al paese dei balocchi, alle grandi orecchie d’asino – per altro animale qui amatissimo. L’infanzia di cui racconta André Stern in Non sono mai andato a scuola (Nutrimenti 2014) non è né l‘una né l’altra cosa: pochissimi balocchi, nessun orecchio d’asino (per lo meno nel senso dell’ignoranza solitamente attribuita al povero animale). Piuttosto, un’infanzia felice, come la definisce lui stesso nel sottotitolo del libro che l’ha consacrato a testimone di una diversa via educativa: senza campanelle, senza intervalli, senza classi omogenee, senza materie obbligate, senza voti, senza interrogazioni, senza giudizio, senza interruzioni quando dall’animo scaturisce un interesse, una passione.  Insomma, un’infanzia senza scuola. Il successo che questo libro ha avuto in Germania ci dice dell’impasse che sta vivendo la scuola e del bisogno, sentito sempre più urgentemente da molti genitori, di trovare vie alternative all’istruzione di massa: i nidi famiglia, le scuole libere (si cfr. il Dossier “Scuole alternative in Germania”, Asini 10, giugno/luglio 2012), l’istruzione a casa. Sono scelte minoritarie, che non intaccano il sistema scolastico, ma, soprattutto quando radicali, possono aiutare a mettere a fuoco ciò per cui vale la pena di lottare: edifici che stiano in piedi? Sicuramente. Ma perché non provare anche a chiedersi a chi giovi tanta enfasi sui risultati, sulla competizione, sull’estromissione di chiunque non segua la tabella di marcia nei tempi prestabiliti?
Per quanto André Stern ribadisca volte che non è sua intenzione attaccare la scuola tout court, né offrire se stesso come modello, tutto il suo libro la mette implicitamente sotto accusa, sì che alla fine viene da chiedersi: scuola sì, scuola no? Tuttavia, posta così la questione assume il peso di un dilemma e i dilemmi, si sa, non trovano mai soluzione. Ci si potrebbe chiedere, piuttosto, quale contesto o quale educazione sostengano una crescita rispettosa dei bisogni di ogni bambino. Domande che fanno comunque tremare i polsi, ma cui si può provare a dare una risposta anche a partire da un’esperienza personale come quella di André Stern, purché tesa ad  andare oltre quella stessa, a misurarsi con l’infinita varietà delle famiglie, dei bambini, dei contesti educativi e sociali.

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Crescere nel soviet

 dettaglio della copertina di Alice Beniero

dettaglio della copertina di Alice Beniero

 

 di Claudio Campagna

Grazie a internet è possibile oggi vedere integralmente un mitico film di culto russo/ucraino del 1989 che, oltre a essere la più fedele rappresentazione dell’infanzia dentro il gulag, è oggi fonte di ispirazione per la maggior parte dei giovani registi europei che lo citano continuamente tra le loro fonti d’ispirazione. Oltre ad avere un titolo geniale, Sta’ fermo, muori e resuscita, che unisce il gioco e la tragedia dell’infanzia, credo sia l’unico film di Vitaly Kanevsky e sia stato girato con una pellicola scaduta che conferisce un involontario ma magnifico filtro siberiano (questa informazione me l’ha data Pietro Marcello, massimo esperto di pellicole di ogni titolo, e ovviamente uno tra i più interessanti nuovi autori italiani). Viene in mente quel film leggendo questo prezioso libro di Fazil’ Iskander, L’energia della vergogna – tradotto per la prima volta in italiano da Emanuela Guercetti e pubblicato da Salani – uno dei più importanti autori contemporanei russi, nato nel 1929 in Abcasia, piccola regione autonoma della Georgia sulle sponde del Mar Nero. Libro e film non condividono lo spazio, qui la provincia caucasica periferica dove vive appunto la minoranza abcasa e là la più profonda Siberia, ma il tempo del pre-sfarinamento dell’Urss, quando ancora era impensabile la fine non tanto di un impero e neanche di una cultura (perché tante resistettero all’omologazione russa, come dimostra anche la resistenza di quella abcasa con una lingua, tradizioni e usanze), ma di una profonda antropologia che è stata definita con sarcasmo dell’homo sovieticus. Libri come quello di Iskander sono infatti preziosi, forse preziosi come documenti storici, perché ci raccontano un mondo relativamente vicino, un mondo dove il controllo totalitario degli individui era giunto a una raffinazione ultra-moderna, un mondo velocemente sfaldatosi e scomparso. Non è un caso che autori come Kanevsky e Iskander siano riusciti a raccontarcelo prima del 1992, prima del crollo dell’impero sovietico, solo attraverso il pretesto della narrazione dell’infanzia, con la distanza necessaria per saper dire, scrivere e filmare la verità su quella realtà in cui erano profondamente radicati.

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Uomini-bestie o uomini-uomini

 

Illustrazione di Bruno Zocca

Illustrazione di Bruno Zocca

Questo articolo è un anticipazione del numero 22-23 de “Gli asini” che sarà in tutte le librerie dal 15 settembre. Abbonati subito per riceverlo in anteprima.

 

 

di Nicola Villa

“In principio erano gli animali, e i cacciatori vivevano della loro morte”. È un romanzo sorprendente sin dall’incipit, Quando eravamo prede, dello scrittore quarantenne Carlo D’Amicis (pubblicato da minimum fax). Siamo negli anni del Cerchio, un tempo e un luogo indefinito, preistorico e arcaico, al centro del quale, il Bosco, vivono i cacciatori, uomini che sopravvivono proprio grazie allo sfruttamento, all’uccisione della fauna che li circonda. Il Bosco è un luogo pericoloso, tantoché, proprio per la sopravvivenza del branco, le donne sono state relegate sugli alti pascoli, visitate ogni tanto da Toro, l’ultimo uomo rimasto fertile, capace di riprodursi, tra i cacciatori. Solo una donna si è ribellata alla regola, la Cagna, tentando con il vecchio e alcolizzato Alce di allevare Agnello, uno dei pochi giovani, nuovi nati e futuri cacciatori. Il mondo dei cacciatori vive nell’ignoranza: non si sa perché siano diventati sterili, non si sa che cosa ci sia dietro la Linea di confine e soprattutto che reale minaccia venga dalle Scimmie e Gorilla, le prime delle donne evolute, i secondi una sorta di polizia violenta e organizzata che vivono nel mondo esterno.

Siamo apparentemente negli anni del Cerchio, un tempo e un luogo indefinito, insieme preistorico e ultra-moderno, quasi all’origine e alla fine della Storia allo stesso tempo: i cacciatori possiedono, infatti, dei fucili semi-automatici browning e barattoli e bottiglie di birra che distillano da soli negli scantinati, mentre il fiume recapita dall’esterno oggetti sconosciuti e rottami che soltanto il vecchio Formica, l’unico che possiede la tecnica, sa riciclare in munizioni per i fucili.

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Un’opinione sui “Buoni”

di Anna Bravo

illustrazione di Sandra Dieckmann

illustrazione di Sandra Dieckmann

 

Davvero si può rispondere alla severità di Rastello verso un pessimo esempio di associazione non profit con l’argomento che siamo tutti un impasto di pulsioni opposte, e chi sono io per giudicare? tutti pedine di un’eterna partita tra il bene e il male con il potere come deus ex machina?
Alcuni recensori hanno pensato di sì, e guadagnato ascolto nell’opinione pubblica. A me pare di no. Raccontando scorci di vita di una vasta e influente organizzazione, I Buoni (Chiarelettere 2014) affronta il bene, il male, il potere nelle forme molto terrene e specifiche che assumono oggi, in una fase in cui i bisogni crescono e crescono gli aventi diritto, mentre lo Stato delega troppa parte dei suoi compiti di accoglienza e cura a una rete di enti privati detti “di utilità sociale”. I Buoni chiama in causa il qui e ora, non Dostoevskij, anche se lo si trova in esergo e in qualche tentazione didascalica.
La narrazione parte dal sottosuolo di una città dell’est Europa, dai bambini e ragazzi che vivono nei cunicoli delle fogne inalando colla e contagiandosi di Aids, pestandosi, aiutandosi. Prosegue a Torino, presso l’associazione “In punta di piedi” (detta “I piedi”) dove la ragazza esteuropea Aza viene accolta e poi cooptata nello staff che circonda il leader don Silvano. Di qui si snodano la seconda e terza parte del romanzo.