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Carlo Cecchi, il teatro e il suo doppio

di Goffredo Fofi

disegno di Stefano Ricci

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 49 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Prima o poi doveva arrivarci, Carlo Cecchi, a confrontarsi con Enrico IV, uno dei due principali lavori pirandelliani di riflessione sul teatro (l’altro essendo ovviamente i Sei personaggi). L’Enrico IV di Pirandello è un nobile italiano degli anni venti del Novecento che, dopo una caduta da cavallo in una festa mascherata in cui si era travestito da Enrico IV – l’imperatore tedesco della seconda metà degli anni mille, quello perdente e poi vincente nel confronto col potere papale –, un po’ è impazzito e un po’, anzi tanto, finge di esserlo, e costringe a stare al suo gioco servi e parenti. Ma poi un illustre psichiatra propone tramite la finzione e ripetizione del passato, portate al loro diapason, di ricondurlo alla ragione e architetta una ricostruzione aneddotica para-teatrale. Al centro, l’amore giovanile dell’“imperatore”, che potrebbe rivivere trovando il proprio oggetto nella figlia dell’amata di un tempo, presente bensì anche la madre, e presente l’odioso rivale. Ma nel terzo e ultimo atto, Enrico IV si svela, e finisce per uccidere il rivale.

È nell’ultima parte dello spettacolo che tutto sembra accendersi di vita vera, di un confronto che dà vita alla scena nel momento in cui la vita ha il sopravvento sulla scena, domina la scena. Ma è pur sempre vita contro teatro, teatro contro vita; e cosa sia meglio tra la vita e il teatro sembra chiederselo Carlo Cecchi. Che aggiunge a Pirandello un finale-finale in cui chiede all’ucciso di rialzarsi, ché domani o dopodomani c’è un’altra replica dello spettacolo, ché si va in scena di nuovo, e di nuovo la vita e il teatro confliggeranno, e la finzione tornerà a prevalere, o la vita?

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Nigeria, nazione chiave

di Alessandro Jedlowski

disegno di Mari Kanstad Johnsen

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 48 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Tra i più numerosi gruppi di persone arrivate in Italia nel corso degli ultimi anni, lungo le rotte che attraversano il Mediterraneo, ci sono quelli che provengono dalla Nigeria. La loro presenza ci interroga, ci impone la necessità di approfondire le nostre conoscenze di questa regione dell’Africa Occidentale così importante per il continente, eppure così poco e mal conosciuta in Italia. La Nigeria è un paese grande, molteplice, affascinante. Si tratta della più grande nazione “nera” del mondo, con una popolazione che supera i 180 milioni di abitanti, composta da centinaia di gruppi etnici diversi, una delle popolazioni più urbanizzate del continente, con almeno una decina di città che superano il milione di abitanti, e una megalopoli, Lagos, che si avvicina per dimensione e popolazione a grandi capitali mondiali come Tokyo, Città del Messico e New York. Se in Italia e in diverse altre regioni del mondo la reputazione della Nigeria è spesso negativa, questo paese è per molti aspetti un punto di riferimento culturale fondamentale per il resto del continente e per la diaspora africana nel mondo. Si tratta infatti di uno dei paesi la cui produzione culturale è riuscita meglio a farsi conoscere e ad affermarsi a livello globale, si pensi alla musica di Fela Kuti e Tony Allen o dei più recenti P-Square e 2Face Idibia, alla letteratura di Wole Soyinka, Chinua Achebe, Chimamanda Ngozi Adichie e tanti altri, o al cinema di Nollywood, per non parlare delle mode di abbigliamento, architettura e design che da questo paese si sono imposte in giro per l’Africa e altrove nel mondo. È fondamentale tenere a mente questa ricchezza affrontando l’analisi di quelli che sono i lati più oscuri della storia e del presente nigeriano. Si tratta infatti di risorse alle quali è possibile ritornare per nutrirsi e comprendere meglio la complessità di questo paese.

Se è vero che la storia recente della Nigeria è stata segnata da episodi particolarmente violenti come la recente insurrezione fondamentalista di Boko Haram e la guerra civile del Biafra alla fine degli anni sessanta, questo paese ha una storia ricca e complessa, all’interno della quale è possibile trovare una grande varietà di configurazioni politiche e storiche di grande spessore, come il Regno del Benin nel sud-est del paese (uno dei regni più longevi e splendenti della storia africana precoloniale), il califfato di Sokoto nel nord (uno dei califfati più potenti e estesi della zona sub-sahariana in epoca precoloniale), o ancora i regni yoruba del sud-ovest del paese (riconosciuti dalle popolazioni limitrofe per la sofisticazione delle loro arti e della loro cultura). Il fervore e il dinamismo di queste esperienze storiche è stato ampiamente condizionato, nel corso degli ultimi due secoli, dall’impatto della tratta transatlantica di schiavi e del colonialismo britannico, fenomeni le cui tracce sono fondamentali per comprendere il presente di questa regione.

Tre sono le conseguenze storiche principali che è utile tenere presenti nell’avvicinarsi a un’analisi delle dinamiche politiche ed economiche della Nigeria di oggi. Innanzitutto, da un punto di vista economico, la tratta prima e il colonialismo poi hanno orientato questa regione (come molte altre del continente africano) a sviluppare un’economia estrovertita, fondata sull’esportazione di forza lavoro (gli schiavi di ieri e i migranti di oggi) e, in un secondo momento, di prodotti agricoli coltivati nelle piantagioni e di materie prime. Questa struttura economica, particolarmente vulnerabile alle fluttuazioni del mercato globale, è diventata ancora più radicale con la scoperta del petrolio alla fine degli anni cinquanta, che ha trasformato il paese in uno dei più grandi esportatori al mondo, ma ha anche reso la sua economia drammaticamente dipendente dall’andamento internazionale del prezzo del greggio – una dipendenza che una volta di più ha mostrato la sua violenza negli ultimi tre anni, con la drammatica crisi economica che in Nigeria ha seguito la riduzione del prezzo del petrolio sui mercati internazionali dovuta alla guerra dei prezzi fra produttori mediorientali e americani.

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Cosa significa utopico

di Paul Goodman

Paul Goodman ha risposto ad alcune domande che gli hanno posto Roger Barnard, Bob Overy e Colin Ward.

Molte persone sembra che ti vedano come un “pensatore utopico”, e infatti uno dei tuoi libri si intitola Utopian essays and practical proposal (Saggi utopici e proposte pratiche). Eppure, da quel che so, mi sembra che tu ti sia definito più volte come un “pragmatista”. È una contraddizione, o a te non sembra?

Dunque, non sono un utopista in nessun senso convenzionale del termine. In ogni caso, le persone che usano la parola “utopico” generalmente la impiegano come una parolaccia, non vi sembra? Utopico significa che non vogliono farlo davvero! Capisci, non gli sta veramente a cuore, hanno altri interessi. Se per utopico intendiamo che qualcuno possiede alcune grandi nozioni preconcette su ciò a cui il mondo dovrebbe assomigliare, e vuole imporle agli altri come il loro scenario, io penso che questo sia fascismo, e non mi interessa.

Ci sono in realtà davvero tante cose che nella situazione attuale potrebbero essere fatte molto meglio, in modo molto meno costoso e molto più semplice. In genere questo richiede un atto di volontà, o potere politico. Ora, come acquisire il potere politico per fare cose anche molto piccole, come prendere il denaro che viene impiegato per finanziare il sistema scolastico pubblico di New York e dividerlo tra migliaia di piccole scuole indipendenti? Ciò funzionerebbe molto meglio di come funziona attualmente, non costerebbe di più, non necessiterebbe di più insegnanti, eccetera… Non c’è niente di “utopico” in questa idea, tranne il fatto che… non verrà realizzata!

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Nostalgia della Callas

di Simone Caputo

 

I musicologi Luca Aversano e Jacopo Pellegrini, in prossimità dei quarant’anni dalla scomparsa di Maria Callas, hanno coinvolto filosofi, sociologi della comunicazione, storici della musica, della letteratura, dell’arte, del teatro, del cinema, della danza e della moda per analizzare il lascito della cantante – artista, diva e icona – nella cultura contemporanea. Maria Callas (Kalogeropoulou), fu cantante lirica prodigiosa: dotata di voce inconfondibile e portamento magnetico, appassionò le platee del mondo intero negli anni Cinqunta e Sessanta; greca d’origine, nata a New York nel 1923, ella visse negli Stati Uniti e a lungo in Italia, morendo poi a Parigi nel 1977. Mille e una Callas (titolo tratto da un ricordo di Alberto Arbasino, qui pubblicato) è una miniera di analisi, ricordi e documenti per chiunque – studioso, melomane o appassionato – voglia approfondire le caratteristiche del controverso percorso artistico del soprano. I curatori hanno scelto di affrontare la figura della Callas concentrando l’attenzione dei contributori intorno a due poli d’attrazione: come soggetto, cantante e interprete musicale, e come oggetto, di discorsi antropologici, critici, sociologici, massmediologici. Senza però marcare una distinzione netta tra i due ambiti: perché, come scritto da Marco Beghelli, ricordare la Callas significa evocare un intero mondo che non fa semplicemente capo a un’artista ma a “un complesso reticolo di realtà che vanno oltre la stessa dimensione artistica”.

La prima parte del volume, improntata al rigore filologico e critico, è dedicata al rapporto della cantante con musica, vocalità e scena: prendendo in esame numerose opere (da Norma alla Traviata, dal Turco in Italia ai titoli verdiani), i contributori portano il lettore nell’officina della cantante alle prese con l’interpretazione, nella delicata fase di appropriazione di un testo per renderlo vivo sulla scena (con la mediazione dei molti direttori d’orchestra con cui lavorò, tra i quali Tullio Serafin, suo scopritore, Bernstein, De Sabata, Karajan e Prêtre). Queste pagine consentono non solo di avvicinarsi ai misteri della Callas ma anche di riconoscere che in fondo, piú che di misteri, nel suo caso si trattava di una consapevolezza maturata coll’esperienza, tutt’altro che affidata all’istinto, e forse neppure del tutto circoscritta alla forza di una personalità scenicamente unica. Cuore pulsante della prima parte è lo spazio monografico dedicato a Medea, incarnazione forse prediletta della Callas, indagata dal versante musicale (l’opera di Cherubini, affrontata per la prima volta nel 1953, poi più volte ripresa) e cinematografico (il film di Pasolini, 1969): l’analisi delle interpretazioni della Callas, oltre a fornire nuove riflessioni sul nesso tra presenza e azione, descrive uno spaccato di “un altro mondo”, la società di quegli anni, in cui le interpretazioni della cantante generarono contese intorno a questioni estetiche che nell’Italia di oggi sarebbero non “una novità, ma un miracolo”. “Nel giro di poco più di un mese –  scrive Ruffini, a proposito della Medea andata in scena al Teatro dell’Opera di Roma nel Gennaio 1955, con la Callas oggetto di aspre critiche – avevano preso la parola un anglista (Praz), un latinista (Paratore), un francesista (Trompeo), oltre al critico musicale che aveva dato fuoco alle micce (Pannain), tutti di qualità indiscutibile: per discutere di cosa, alla resa dei conti? Della gestualità di un’attrice-cantante e, in generale, di come l’azione dell’attore non sia solo un fatto musicale e nervi e mode passeggere, ma anche e soprattutto di cultura, biografia propria incrociata con quella del personaggio, e di visioni del mondo”.

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Vendiamo armi, che bello!

di Giacomo Pellini

 

illustrazione di Franco Matticchio

“Nei concili di governo dobbiamo stare in guardia contro le richieste non giustificate dalla realtà del complesso industriale militare. Esiste e persisterà il pericolo della sua disastrosa influenza progressiva. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo la nostra democrazia. Solo il popolo allertato e informato potrà costringere a una corretta interazione la gigantesca macchina da guerra militare (…) in modo che sicurezza e libertà possano prosperare insieme”. Queste parole non sono di un pacifista: le pronunciò nel lontano 1961 nel suo discorso di addio alla Nazione l’allora Presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower, membro del Partito Repubblicano, ex comandante delle Forze Armate statunitensi in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale e Capo di Stato Maggiore dell’esercito. Parole che suonano strane se ripetute da un ex militare: perfino Eisenhower, politicamente molto conservatore, aveva capito il pericolo che può rappresentare il complesso militare-industriale per le istituzioni democratiche. Tuttavia le sue affermazioni suonano ancora vuote ai nostri giorni, visto che il giro d’affari intorno ad armi e armamenti realizza lauti profitti, e aumenta il suo volume di anno in anno.

Il caso del nostro Paese è emblematico: nel 2016 l’export militare italiano ha registrato un aumento dell’85% rispetto all’anno precedente. Numeri da capogiro, documentati dalla Relazione annuale sul commercio e sulle autorizzazioni all’esportazioni di armi, che il Governo ha consegnato al Parlamento lo scorso aprile.

Ma analizziamo i dati in termini assoluti. Nel 2016 il valore complessivo delle licenze di esportazioni è stato di 14,6 miliardi di euro, un vero e proprio boom se guardiamo agli anni precedenti: “solo” 7,8 miliardi nel 2015, mentre nel 2013 la cifra si attestava intorno ai 2,5 miliardi. Rispetto all’exploit degli ultimi anni, i numeri delle vendite dei primi anni 2000 appaiono irrisori (1,9 miliardi) e ancor di più lo sono quelli del lustro immediatamente successivo alla fine della Guerra Fredda, 1991-1995 (1 miliardo). Dati che, secondo Sergio Andreis della campagna “Sbilanciamoci!” sono “sottostimati”, in quanto “il modo di calcolo non ti permette la trasparenza assoluta: in molti casi si tratta di contratti legati alla sicurezza nazionale coperti dal segreto di Stato, quindi non pubblicati né pubblicabili”.

Ma a chi vengono vendute queste armi? Dalla relazione emerge che il numero di Paesi destinatari delle licenze di esportazione nel 2016 è stato di 82, in diminuzione rispetto ai 90 dell’anno precedente. Inoltre, il volume dei trasferimenti militari ai membri Ue e Nato dello scorso anno ha rappresentato il 36,9% sul totale, mentre il restante 63,1% è andato a Stati extra Ue e extra Nato. Tendenza inversa rispetto al 2015, quando questi valori sono stati pari, rispettivamente, al 62,6% e 37,4%. A un primo sguardo, il dato potrebbe rafforzare la tesi di chi vede l’Unione e l’Alleanza Atlantica come due organismi oramai “obsoleti”. Ma se guardiamo alla lista dei principali partner a cui forniamo materiale bellico made in Italy, è interessante notare come al primo posti spunti il Kuwait – al quale abbiamo venduto armi per un valore complessivo di 7,7 miliardi – seguito da quattro Paesi europei, Regno Unito (2,4 miliardi, mentre nel 2015 era primo con 1,3 miliardi), Germania (1 miliardo), Francia (570 milioni) e Spagna (470 milioni).