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Formazione ASGI – La condizione giuridica dello straniero nel diritto italiano ed europeo

Ciclo di incontri formativi per avvocati, praticanti ed operatori del diritto 3 maggio – 8 giugno 2012

Formazione ASGI – La condizione giuridica dello straniero nel diritto italiano ed europeo

Ciclo di incontri formativi per avvocati, praticanti ed operatori del diritto 3 maggio – 8 giugno 2012

E’ stato chiesto l’accreditamento del seminario al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma, per l’inserimento nel programma di formazione continua per avvocati e praticanti legali, e la conseguente attribuibilità dei crediti formativi.

Sede del corso : Aula Magna – Facoltà Valdese di Teologia – Via Pietro Cossa, 40 (accanto a Piazza Cavour, zona Prati, Roma)

Programma

 

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Lettera aperta agli studenti di Scienze della formazione

È impossibile non avvertire, per chi si occupa di educazione e intervento sociale, un senso di orfanezza nei confronti di quello che dovrebbe essere il punto di riferimento teorico “naturale”: il pensiero pedagogico. Dagli anni in cui, all’inizio dei novanta, la facoltà di Magistero è diventata Pedagogia prima e Scienze della formazione poi, pedagogisti di professione e “scienziati dell’educazione” sembrano perlopiù impegnati in un asfittico e autoreferenziale tentativo di “nobilitare” un campo del sapere che da sempre soffre di un insanabile complesso di inferiorità nei confronti di altri ambiti del sapere (filosofia, psicologia e sociologia in primis). Operazione che però conducono con le sole armi del tecnicismo e dello scientismo e che pare francamente più volta ad arroccare un ceto che a nobilitare un sapere. Anticipiamo un pezzo in uscita nel numero di aprile/maggio degli Asini (e che qui proponiamo nella forma di “lettera aperta”) che non pretende di fare il punto sulla condizione di salute della cultura pedagogica italiana, quanto sollecitare i giovani studenti a esigere una formazione che non degradi la loro intelligenza e non consumi la vocazione pedagogica che qualcuno di loro ancora prova nel momento in cui si iscrive all’università. E sondare la disponibilità a un confronto, anche serrato e acceso, con i docenti e i ricercatori che avvertono con inquietudine la decadenza del loro sapere e la responsabilità che questo determina nella crisi più generale della cultura e della civiltà cui appartengono. (Gli asini)

di Luigi Monti

Pensavo di scrivere una recensione del 197° volume a stampa firmato da Franco Frabboni, docente di pedagogia e preside per due mandati della facoltà di Scienze della formazione di Bologna, direttore di cinque riviste e svariate collane pedagogiche, membro, a partire dalla metà degli anni ’80, di quattro commissioni di altrettanti ministeri della Pubblica istruzione. Per la cronaca il titolo di questa nuova fatica, edita da Sellerio alla fine dello scorso anno, è La sfida della didattica. Ma confesso che arrivato a pagina 20 mi è risultato impossibile procedere nella lettura.

D’altra parte almeno due terzi dei volumi che compongono il corpus frabboniano, quelli redatti cioè durante il ventennio berlusconiano, contengono la stessa tesi di fondo, sorretta dalla stessa impalcatura argomentativa: la scuola italiana è stata, e sarebbe ancora, la punta di diamante di una società disastrata se solo riuscissimo a sottrarla ai piani reazionari e aziendalistici dei governi di destra che ne vogliono “snaturare la nobile anima pedagogica e didattica”. E se solo si portasse a compimento quel “sistema formativo integrato” che rappresenta la punta avanzata della produzione teorica della “scuola di Bologna”. In cosa consista il “sistema formativo integrato” è presto detto: un enorme, distopico, progetto post-fordista di programmazione e tassonomizzazione della formazione di un individuo, dalla culla alla tomba, in un abbraccio totalizzante e mortifero fra le istituzioni scolastiche e la città, fra l’educazione formale e informale, la scuola e l’extra scuola. Insomma, se dietro a questo piano culturale ci fosse realmente una scuola di pensiero capace di influenzare le nostre politiche educative dovremmo preoccuparci davvero. Ma l’opera di “deformazione” portata avanti indefessamente in questi anni, Frabboni l’ha realizzata evidentemente più sul piano della cultura che su quello delle riforme istituzionali, impermeabili per nostra fortuna non solo al buon senso ma anche all’idiozia.

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Il mantra del governo sui giovani

di Nicola Villa

Non è lo spread. Non sono la situazione economica, né l’euro, né i (recuperati) rapporti con gli Usa al centro dei pensieri – e delle parole – del governo Monti. Bensì i giovani e il loro futuro. Anche la riforma del lavoro è “nell’ interesse del Paese e dei giovani” (21 marzo), in quello che nei primi mesi del governo è diventato un mantra, una giustificazione e una formula magica. Un mantra che spesso si rivolge contro il primo ministro, e soprattutto quello del lavoro Fornero, in gaffe che rivelano un effettivo scollamento tra società civile e classe dirigente: “Che monotonia il posto fisso. I giovani si abituino a cambiare” (primo febbraio). Del resto qualcosa è cambiato: se le gaffe e i lapsus di Berlusconi erano delle sonde per verificare il grado di accettazione e mutazione culturale, quelle di Monti e della sua squadra segnano la distanza che separa i tecnici dalle preoccupazioni e i sentimenti del Paese.

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Conversazione tra Maria Nadotti e Goffredo Fofi

Domenica scorsa (11 marzo), si è svolto a Roma, durante la rassegna LibriCome all’Auditorium, una conversazione tra la giornalista Maria Nadotti e il critico e direttore de “Lo straniero” Goffredo Fofi.  A partire da Prove d’ascolto. Incontri con artisti e saggisti del nostro tempo, il libro delle Edizioni dell’Asino che raccoglie le migliori interviste della Nadotti degli ultimi 30anni, la conversazione si è dipanata a partire da una domanda per nulla scontata: Come si fa un’intervista? Pubblichiamo la registrazione di questo incontro, utile per capire un genere troppo spesso abusato dal giornalismo superficiale. (Gli asini)  

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La letteratura della crisi

Ringraziando l’autrice e la redazione della webzine Sul Romanzo, ripubblichiamo questa intervista allo scrittore e giornalista Vittorio Giacopini, nata al termine di un dibattito alla fiera della piccola editoria di Roma dello scorso dicembre. L’intervista è utile sia per chi si occupa e interessa di narrativa, soprattutto italiana, contemporanea, sia, visto il periodo di complessità e le letteure della crisi che stiamo vivendo, per coloro che cercano operare e reagire attraverso l’intervento sociale e l’educazione. Tra le risposte di Giacopini vi sono alcuni spunti e riflessioni di un lungo suo saggio sull’argomento che verrà pubblicato sul numero di aprile de “Lo straniero”. Infine segnaliamo l’uscita di un nuovo romanzo di Giacopini dedicato alla figura dell’anarchico Errico Malatesta: Non ho bisogno di stare tranquillo (Eleuthera 2012). (Nicola Villa)

 

incontro con Vittorio Giacopini

di Carlotta Susca

Ho trovato estremamente interessante la sua analisi (in occasione dell’incontro ‘Letteratura e crisi’ alla Fiera Più libri più liberi) sulle possibilità di risposta della Letteratura a questo periodo storico. Lei diceva che la letteratura realistica oggi deve tendere all’espressionismo e all’iperrealismo. Lo scorso settembre si è gridato alla morte del Postmoderno e all’inizio del New Realismo Era dell’autenticità, ma a mio avviso la descrizione postmoderna della realtà era già realistica, solo in modo interessante. Lei cosa pensa della presunta morte del Postmoderno e della possibilità che dica ancora qualcosa sulla realtà?

Se cominciassimo a smetterla con formule, schemi, categorizzazioni e teoremi più o meno rimediati, sarebbe meglio. Il punto, già nella sua domanda è molto chiaro, sta nel termine ‘realtà’, evidentemente. Personalmente, sono convinto che il lavoro della scrittura letteraria (non dico dell’arte, sono ancora capace di… vergogna) sia quello di lavorare e immaginare un mondo sottratto a quello che mi viene da definire come il ‘ricatto dell’attualità’. Usare certe parole – realtà, cronaca, presente – come una specie di imperativo per gli scrittori il più delle volte è solo una trappola. Critici e giornalisti pretendono il romanzo (o il racconto o dio sa cosa) che illumini il presente, la realtà, ma sotto sotto vogliono un articolo di giornale in bello stile spacciato per illuminata visione delle cose che ci circondano. Alla fine, lo scrittore in questa ottica è un rimasticatore di prose scontate e prevedibili, spacciate per chissà quale ispirato punto di vista su quanto è ciò sotto gli occhi di tutti ma dentro il linguaggio dei Media, della Comunicazione. Bisognerebbe ricordarsi sempre di una battuta di Orwell – un grande maestro – che diceva che niente è così difficile come vedere ciò che sta in front of your nose, cioè proprio sotto il nostro naso. Insomma, quel che credo è che la presunta realtà sia già replicata da troppi e troppi specchi (media, tv ecc. ecc.) e che per dire qualcosa di autentico, sentito, interessante, sia il caso di lavorare su un piano diverso, un piano sfalsato. Il realismo (vecchio o nuovo che sia) è sconfessato proprio da questa dinamica. Quando faccio l’esempio dell’espressionismo è per farmi capire. Occorre uno sguardo distante che deformi e deformando ridia un senso di complessità interessante all’esistente. E poi bisogna essere capaci di seguire il proprio ‘demone’ senza stare troppo a pensare cosa possa piacere o non possa piacere. Nel mio ultimo romanzo (L’arte dell’inganno, Fandango) racconto la storia di un agitatore anarchico, Ret Marut, che poi si fa romanziere e scrittore fantasma scegliendosi un nome apocrifo (B. Traven)  – è veramente esistito ma nessuno ha mai capito chi diavolo fosse – e che aveva scelto come suo motto una breve fase: «Io non sono un contemporaneo». Questo rapporto ‘dialettico’ col proprio tempo per me è decisivo. Ma provo a dirla diversamente: il romanzo più importante degli ultimi tempi a mio avviso è il penultimo grande lavoro di Thomas Pynchon. Against the day è un romanzo storico e al tempo stesso una consapevole e ragionata decostruzione della nostra storia recente. Per me questo è il grande modello. E che si tratti o meno di Postmoderno mi sembra secondario. Certamente non è realismo, né old né new.