il libro

Come sognano le formiche verdi

 

Gli Asini n. 10 

giugno/luglio 2012 

  

Le cose corrono così velocemente che rischiamo di montarci la testa. Anche noi “asini” iniziamo a capirci qualcosa di finanza e dei “piani” che la governano. Quella tecnica e compassata di Monti potrebbe essere l’ultima versione, fra le “pacifiche”, con cui il sistema economico ha determinato le nostre vite in questi ultimi decenni. L’opera pedagogica dei governi tecnici non sta funzionando. Anche i moderati e beneducati stanno capendo che non è il debito pubblico il loro maggior problema, che non sono le pensioni a scavare i buchi nel bilancio dello Stato, che il costo complessivo del welfare è tutt’altro che insostenibile, che quella del deficit, quando non è un’isteria, è una scusa per prendere dalla spesa sociale anche le briciole che prima della crisi la finanza poteva permettersi di prendere altrove.

Non sappiamo se esista un “piano del Capitale”, che così pensato rimane in sostanza un concetto, un modello. Di certo c’è che quello della finanza è un “piano di realtà”, il primo più evidente e immediato, di cui non possiamo non tener conto anche nel nostro lavoro sociale, pedagogico o culturale.

Ma i piani del Capitale non cadono nel vuoto. Quello che si è degradato nel frattempo non sono solo la nostra situazione materiale o le nostre condizioni contrattuali, ma anche la nostra intelligenza, il nostro buon senso, la nostra immaginazione, la nostra capacità di reazione. L’auto-colonizzazione è avvenuta evidentemente in maniera ancor più radicale nel territorio della nostra cultura e del nostro immaginario. E questo, per chi si occupa di educazione non è particolare di poco conto…

il libro, maestri

L’importanza di chiamarsi prete

di Piergiorgio Giacchè

 La vocazione sarà anche, come dicono, una misteriosa chiamata dall’alto, ma senza una precisa risposta dal basso non credo possa funzionare. È legittimo che i credenti se la spieghino come un dono aggiunto al dono della fede, ma poi a forza di doni i miscredenti finiscono per sentirsi felicemente esclusi, e pure quei credenti che preti non sono ne traggono il vantaggio della delega e spesso anche il diritto al giudizio. Chiamarsi prete è invece importante perché coniuga all’attivo e al riflessivo la voce del verbo, e suona come l’affermazione “laica” di un ruolo e di un mestiere che si può finalmente confrontare e comparare con le scelte e le condotte degli altri. Almeno di quegli altri che in fondo fanno un lavoro simile al prete: in senso lato, l’attuale immenso terziario dei consumi culturali e dei servizi sociali che nel passato era tutto “clero” (una classe sociale, ricordate?) e, più in particolare, almeno quella massa di gente e di incarichi più specifici e potremmo dire più spirituali, che hanno a che vedere con l’educazione (già elevazione) degli altri, e dei ragazzi in prima fila.

È stata la lettura di un ennesimo libro su don Milani – Non so se don Lorenzo di Adele Corradi – che mi ha resuscitato questo pensiero. Non mi ricordo altri preti che più di lui si siano chiamati preti in ogni circostanza e in ogni senso: soprattutto in quello del missionario della scuola, intesa non come attività collaterale ma come “l’unica preoccupazione pastorale” di quella che in questo libro si chiama “la teologia di Barbiana”.

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Prendere a calci il presente

di Pino Ferraris

L’intervento che pubblichiamo è la sbobinatura (curata da Giacomo Pontremoli) del discorso tenuto da Pino Ferraris alla presentazione del suo libro Ieri e domani. Storia critica del movimento operaio e socialista ed emancipazione dal presente, avvenuta a Roma il 30 settembre 2011, alla “Festa della parola”. 

L’impegno della storiografia per me ha un significato prima di tutto politico. Mi considero un politico in esilio da trent’anni. Ma nonostante questo la maggior parte della mia vita è stata occupata dalla militanza politica. Sono un animale politico e non lo nascondo. E una delle prime considerazioni che faccio e che mi ossessiona è che la perdita della memoria, l’annientamento del passato, significa anche annientamento del futuro. Non c’è possibilità di costruire futuro se non si spreme la memoria, se non la si elabora. L’amnesia, come in parte la nostalgia, afferma la dittatura del presente. Oggi viviamo a tutti gli effetti nella dittatura del presente…

Ieri e domani è la versione, più efficace, che Goffredo Fofi ha dato al titolo che io avevo pensato per il libro: Passato e futuro. Passato e futuro era in origine la proposta che io avevo fatto per il titolo di Parole chiave, la rivista tutt’ora esistente sui “problemi del socialismo”.

L’ispirazione mi venne in opposizione polemica alla rivista di storia contemporanea Passato e presente, dove traspare un elemento di filosofia della storia in cui il presente sembra già contenuto nel passato, mentre il problema mio e credo nostro è quello di affermare la libertà nella storia: libertà condizionata, libertà che può sfuggirci di mano… però il principio di fondo è la libertà nella storia, non un determinismo storico che ci annienta.

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Formazione ASGI – La condizione giuridica dello straniero nel diritto italiano ed europeo

Ciclo di incontri formativi per avvocati, praticanti ed operatori del diritto 3 maggio – 8 giugno 2012

Formazione ASGI – La condizione giuridica dello straniero nel diritto italiano ed europeo

Ciclo di incontri formativi per avvocati, praticanti ed operatori del diritto 3 maggio – 8 giugno 2012

E’ stato chiesto l’accreditamento del seminario al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma, per l’inserimento nel programma di formazione continua per avvocati e praticanti legali, e la conseguente attribuibilità dei crediti formativi.

Sede del corso : Aula Magna – Facoltà Valdese di Teologia – Via Pietro Cossa, 40 (accanto a Piazza Cavour, zona Prati, Roma)

Programma

 

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Lettera aperta agli studenti di Scienze della formazione

È impossibile non avvertire, per chi si occupa di educazione e intervento sociale, un senso di orfanezza nei confronti di quello che dovrebbe essere il punto di riferimento teorico “naturale”: il pensiero pedagogico. Dagli anni in cui, all’inizio dei novanta, la facoltà di Magistero è diventata Pedagogia prima e Scienze della formazione poi, pedagogisti di professione e “scienziati dell’educazione” sembrano perlopiù impegnati in un asfittico e autoreferenziale tentativo di “nobilitare” un campo del sapere che da sempre soffre di un insanabile complesso di inferiorità nei confronti di altri ambiti del sapere (filosofia, psicologia e sociologia in primis). Operazione che però conducono con le sole armi del tecnicismo e dello scientismo e che pare francamente più volta ad arroccare un ceto che a nobilitare un sapere. Anticipiamo un pezzo in uscita nel numero di aprile/maggio degli Asini (e che qui proponiamo nella forma di “lettera aperta”) che non pretende di fare il punto sulla condizione di salute della cultura pedagogica italiana, quanto sollecitare i giovani studenti a esigere una formazione che non degradi la loro intelligenza e non consumi la vocazione pedagogica che qualcuno di loro ancora prova nel momento in cui si iscrive all’università. E sondare la disponibilità a un confronto, anche serrato e acceso, con i docenti e i ricercatori che avvertono con inquietudine la decadenza del loro sapere e la responsabilità che questo determina nella crisi più generale della cultura e della civiltà cui appartengono. (Gli asini)

di Luigi Monti

Pensavo di scrivere una recensione del 197° volume a stampa firmato da Franco Frabboni, docente di pedagogia e preside per due mandati della facoltà di Scienze della formazione di Bologna, direttore di cinque riviste e svariate collane pedagogiche, membro, a partire dalla metà degli anni ’80, di quattro commissioni di altrettanti ministeri della Pubblica istruzione. Per la cronaca il titolo di questa nuova fatica, edita da Sellerio alla fine dello scorso anno, è La sfida della didattica. Ma confesso che arrivato a pagina 20 mi è risultato impossibile procedere nella lettura.

D’altra parte almeno due terzi dei volumi che compongono il corpus frabboniano, quelli redatti cioè durante il ventennio berlusconiano, contengono la stessa tesi di fondo, sorretta dalla stessa impalcatura argomentativa: la scuola italiana è stata, e sarebbe ancora, la punta di diamante di una società disastrata se solo riuscissimo a sottrarla ai piani reazionari e aziendalistici dei governi di destra che ne vogliono “snaturare la nobile anima pedagogica e didattica”. E se solo si portasse a compimento quel “sistema formativo integrato” che rappresenta la punta avanzata della produzione teorica della “scuola di Bologna”. In cosa consista il “sistema formativo integrato” è presto detto: un enorme, distopico, progetto post-fordista di programmazione e tassonomizzazione della formazione di un individuo, dalla culla alla tomba, in un abbraccio totalizzante e mortifero fra le istituzioni scolastiche e la città, fra l’educazione formale e informale, la scuola e l’extra scuola. Insomma, se dietro a questo piano culturale ci fosse realmente una scuola di pensiero capace di influenzare le nostre politiche educative dovremmo preoccuparci davvero. Ma l’opera di “deformazione” portata avanti indefessamente in questi anni, Frabboni l’ha realizzata evidentemente più sul piano della cultura che su quello delle riforme istituzionali, impermeabili per nostra fortuna non solo al buon senso ma anche all’idiozia.