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Il mantra del governo sui giovani

di Nicola Villa

Non è lo spread. Non sono la situazione economica, né l’euro, né i (recuperati) rapporti con gli Usa al centro dei pensieri – e delle parole – del governo Monti. Bensì i giovani e il loro futuro. Anche la riforma del lavoro è “nell’ interesse del Paese e dei giovani” (21 marzo), in quello che nei primi mesi del governo è diventato un mantra, una giustificazione e una formula magica. Un mantra che spesso si rivolge contro il primo ministro, e soprattutto quello del lavoro Fornero, in gaffe che rivelano un effettivo scollamento tra società civile e classe dirigente: “Che monotonia il posto fisso. I giovani si abituino a cambiare” (primo febbraio). Del resto qualcosa è cambiato: se le gaffe e i lapsus di Berlusconi erano delle sonde per verificare il grado di accettazione e mutazione culturale, quelle di Monti e della sua squadra segnano la distanza che separa i tecnici dalle preoccupazioni e i sentimenti del Paese.

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Conversazione tra Maria Nadotti e Goffredo Fofi

Domenica scorsa (11 marzo), si è svolto a Roma, durante la rassegna LibriCome all’Auditorium, una conversazione tra la giornalista Maria Nadotti e il critico e direttore de “Lo straniero” Goffredo Fofi.  A partire da Prove d’ascolto. Incontri con artisti e saggisti del nostro tempo, il libro delle Edizioni dell’Asino che raccoglie le migliori interviste della Nadotti degli ultimi 30anni, la conversazione si è dipanata a partire da una domanda per nulla scontata: Come si fa un’intervista? Pubblichiamo la registrazione di questo incontro, utile per capire un genere troppo spesso abusato dal giornalismo superficiale. (Gli asini)  

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La letteratura della crisi

Ringraziando l’autrice e la redazione della webzine Sul Romanzo, ripubblichiamo questa intervista allo scrittore e giornalista Vittorio Giacopini, nata al termine di un dibattito alla fiera della piccola editoria di Roma dello scorso dicembre. L’intervista è utile sia per chi si occupa e interessa di narrativa, soprattutto italiana, contemporanea, sia, visto il periodo di complessità e le letteure della crisi che stiamo vivendo, per coloro che cercano operare e reagire attraverso l’intervento sociale e l’educazione. Tra le risposte di Giacopini vi sono alcuni spunti e riflessioni di un lungo suo saggio sull’argomento che verrà pubblicato sul numero di aprile de “Lo straniero”. Infine segnaliamo l’uscita di un nuovo romanzo di Giacopini dedicato alla figura dell’anarchico Errico Malatesta: Non ho bisogno di stare tranquillo (Eleuthera 2012). (Nicola Villa)

 

incontro con Vittorio Giacopini

di Carlotta Susca

Ho trovato estremamente interessante la sua analisi (in occasione dell’incontro ‘Letteratura e crisi’ alla Fiera Più libri più liberi) sulle possibilità di risposta della Letteratura a questo periodo storico. Lei diceva che la letteratura realistica oggi deve tendere all’espressionismo e all’iperrealismo. Lo scorso settembre si è gridato alla morte del Postmoderno e all’inizio del New Realismo Era dell’autenticità, ma a mio avviso la descrizione postmoderna della realtà era già realistica, solo in modo interessante. Lei cosa pensa della presunta morte del Postmoderno e della possibilità che dica ancora qualcosa sulla realtà?

Se cominciassimo a smetterla con formule, schemi, categorizzazioni e teoremi più o meno rimediati, sarebbe meglio. Il punto, già nella sua domanda è molto chiaro, sta nel termine ‘realtà’, evidentemente. Personalmente, sono convinto che il lavoro della scrittura letteraria (non dico dell’arte, sono ancora capace di… vergogna) sia quello di lavorare e immaginare un mondo sottratto a quello che mi viene da definire come il ‘ricatto dell’attualità’. Usare certe parole – realtà, cronaca, presente – come una specie di imperativo per gli scrittori il più delle volte è solo una trappola. Critici e giornalisti pretendono il romanzo (o il racconto o dio sa cosa) che illumini il presente, la realtà, ma sotto sotto vogliono un articolo di giornale in bello stile spacciato per illuminata visione delle cose che ci circondano. Alla fine, lo scrittore in questa ottica è un rimasticatore di prose scontate e prevedibili, spacciate per chissà quale ispirato punto di vista su quanto è ciò sotto gli occhi di tutti ma dentro il linguaggio dei Media, della Comunicazione. Bisognerebbe ricordarsi sempre di una battuta di Orwell – un grande maestro – che diceva che niente è così difficile come vedere ciò che sta in front of your nose, cioè proprio sotto il nostro naso. Insomma, quel che credo è che la presunta realtà sia già replicata da troppi e troppi specchi (media, tv ecc. ecc.) e che per dire qualcosa di autentico, sentito, interessante, sia il caso di lavorare su un piano diverso, un piano sfalsato. Il realismo (vecchio o nuovo che sia) è sconfessato proprio da questa dinamica. Quando faccio l’esempio dell’espressionismo è per farmi capire. Occorre uno sguardo distante che deformi e deformando ridia un senso di complessità interessante all’esistente. E poi bisogna essere capaci di seguire il proprio ‘demone’ senza stare troppo a pensare cosa possa piacere o non possa piacere. Nel mio ultimo romanzo (L’arte dell’inganno, Fandango) racconto la storia di un agitatore anarchico, Ret Marut, che poi si fa romanziere e scrittore fantasma scegliendosi un nome apocrifo (B. Traven)  – è veramente esistito ma nessuno ha mai capito chi diavolo fosse – e che aveva scelto come suo motto una breve fase: «Io non sono un contemporaneo». Questo rapporto ‘dialettico’ col proprio tempo per me è decisivo. Ma provo a dirla diversamente: il romanzo più importante degli ultimi tempi a mio avviso è il penultimo grande lavoro di Thomas Pynchon. Against the day è un romanzo storico e al tempo stesso una consapevole e ragionata decostruzione della nostra storia recente. Per me questo è il grande modello. E che si tratti o meno di Postmoderno mi sembra secondario. Certamente non è realismo, né old né new.

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La Quinta Parete

di Lucia Cominoli 

ll gruppo Calamaio del Centro Documentazione Handicap di Bologna, in collaborazione con il teatro ITC di San Lazzaro, il teatro Testoni di Casalecchio di Reno e l’associazione Culturale RareFazioni da il via al progetto La Quinta Parete. Una redazione mista, composta da animatori disabili ed educatori del gruppo, si confronterà di volta in volta criticamente sui temi e le suggestioni offerte dalla visione degli spettacoli ospitati dai teatri, coadiuvati dall’intervento di critici teatrali e dall’incontro con gli artisti stessi.

Un modo diverso per parlare a noi e alla città di accessibilità culturale, un’accessibilità che non  vogliamo si riduca al semplice atto di entrata nei luoghi deputati ma che piuttosto sia in grado di offrire a tutti la capacità di lasciare le tracce del proprio passaggio e, attraverso l’incontro con l’arte e il teatro, renderci spettatori e cittadini partecipi del nostro tempo.

Obiettivo del progetto è nello specifico promuovere, attraverso l’immersione diretta nel tessuto culturale, il ruolo del disabile come fruitore critico all’interno del teatro stesso. Il teatro è in tal senso territorio privilegiato, poiché offre la possibilità di un confronto in presenza insostituibile, capace di far confluire in sé emozioni, relazioni e identità comunitarie che mai si esauriscono nel puro atto spettacolare.

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Costruire ponti, saltare steccati. La figura di Margherita Zoebeli a cento anni dalla nascita

Nella primavera dello scorso anno, il Ceis (Centro educativo italo svizzero) di Rimini ha organizzato, in occasione del centenario della nascita, una giornata seminariale in ricordo della figura, dell’azione e del pensiero di Margherita Zoebeli. L’educatrice e pedagogista svizzera ha dato vita a una delle esperienze più importanti nella storia dell’intervento sociale e pedagogico del nostro paese. Leggerne la storia, visitare “il villaggio” di legno, ancora funzionante e funzionale, che costruì nella Rimini rasa al suolo del dopoguerra permette di toccare con mano l’efficacia del suo progetto e la libertà del suo pensiero. Le baracche di legno sono ancora visitabili in via Vezia 2 a Rimini, la sua storia è ricostruita ora in un libro a più voci curato da Carlo De Maria e edito dalla Clueb di Bologna: Intervento sociale e azione educativa. Margherita Zoebeli nell’Italia del secondo dopoguerra, da cui pubblichiamo un estratto. (Gli Asini)

di Luigi Monti

Se Margherita Zoebeli seppe indicare, inascoltata, la direzione che avrebbe potuto e dovuto compiere la scuola per rispondere realmente alla propria missione di emancipazione e di liberazione fu grazie alla capacità che possedeva di travalicare categorie che impedivano di guardare alla scuola per quello che essa realmente era: pubblico-privato; socialismo-libertarismo; scuola speciale-scuola di tutti sono solo alcuni dei confini, spesso astratti e ideologici, con cui descriviamo i fatti educativi, che Margherita seppe attraversare e ridefinire con molta persuasione e altrettanta adesione alla realtà.

Prendiamo ad esempio il socialismo, tutto personale, di Margherita. Sebbene a lei non interessassero le etichette e le categorie con cui potremmo definire la sua ispirazione politica, le cui radici sono profondamente immerse nella tradizione del movimento operaio europeo, la sua impostazione politica, anche se lei probabilmente non l’avrebbe definita così, è molto più riconducibile al socialismo utopistico e al movimento cooperativistico ottocenteschi alla Landauer, alla Kropotkin, alla Buber. Un socialismo con venature libertarie, antidogmatico, vicino a un certo anarchismo anglosassone che del socialismo utopistico è stato forse la filiazione più coerente. Non è un caso che fra i tanti incontri e frequentatori del Ceis ci fossero intellettuali e attivisti del movimento anarchico: penso in particolare al dialogo a distanza con Giovanna Caleffi Berneri e al giro di Volontà, penso all’urbanista e architetto Carlo Doglio al medico Ugo Gobbi e soprattutto al ruolo che nel corso del tempo ha avuto Lamberto Borghi.