il libro

La pedagogia involontaria di Ugo Cornia

di Ivan Pagliaro

Dopo un percorso universitario (tendenzialmente in lettere e affini) che non abbia visto eterogenee illuminazioni, le strade sono due: carriera universitaria o insegnamento. O meglio il lungo e tortuoso percorso per accedere all’una o all’altro; e però se nella prima c’è un’immediata e patente compromissione con un essere umano (il barone, e allora è mafia, o il mentore, e il nome cambia in politica culturale), nella seconda questa non c’è (o c’è solo nei propri confronti, al tribunale della propria morale, perdendo la faccia, e i soldi, ricorrendo a master fasulli per accumulare micropunti in graduatorie da rat race), non c’è perché – se non altro! – l’individuo deve confrontarsi con il sistema stesso, da cui dipende in modo quasi imperscrutabile: dove finirà (se ci finirà), per quante ore in quali scuole e in quali classi… La casualità estrema che governa queste “scelte” e questi smistamenti di esseri umani nei mosaici degli orari scolastici fa sperare che, veramente, una risata li seppellisca. Di fronte ai sommersi e ai nominati delle varie graduatorie, a quelli di ruolo e ai precari, a un lavoro troppo spesso in bilico tra missione e frustrazione, viene da chiedersi se quella nelle prime pagine di Cornia non sia un’opzione da considerare.

Il professionale di Ugo Cornia (Feltrinelli, 2012) inizia così: come tutti i giorni, un uomo sta andando in macchina a lavorare, ma la strada è bagnata, la macchina sbanda e sta per schiantarsi contro un platano. L’incidente è scampato, ma la domanda – implicita – resta: per che cosa sto subendo questa routine quotidiana? Per che razza di lavoro sto facendo cinquanta chilometri all’andata e cinquanta al ritorno? Mi licenzio. Incidentalmente, il lavoro è quello di insegnante. Non esiste nessuna predestinazione, non c’è nessun senso di colpa nell’abbandonare gli studenti a metà anno, c’è un egoismo primario che è, in realtà, semplice principio di autoconservazione, garanzia della sanità personale e non martirio. Il protagonista non rinnega una vocazione (inesistente), la realtà è terrena e non c’è una metafisica della scuola.

il libro

Detachment: la scuola degli uomini

 

di Caterina Grignani

Il regista inglese Tony Kaye torna nelle sale italiane a più di dieci anni da American History X, film crudo sul razzismo e il neonazismo americano. L’America degli esclusi torna a fare da sfondo a un’altra pellicola a tema sociale, protagonista è la scuola e i suoi abitanti e la desolante realtà della periferia urbana ed esistenziale.

Gli attori sono noti, primo fra tutti il protagonista Adrien Brody nei panni del professore di letteratura Henry Barthes, e ancora James Caen, Christina Hendricks e Lucy Liu. Emergono anche le due giovani interpreti Sami Gayle, nella parte di Erica, prostituta – bambina, e Betty Kaye, figlia del regista, Meredith nel film, studentessa brillante e insicura con la passione per la fotografia. Lo scenario prende quasi vita, è un liceo di un’imprecisata provincia americana, con i classici armadietti di metallo uno dopo l’altro, i banchi e i corridoi chiassosi di giorno e avvolti dal silenzio dopo il suono dell’ultima campanella.

Detachment, sembra porsi l’ambizioso obiettivo di dipingere l’ennesima scuola periferica abitata da alunni demotivati, violenti e senza speranza e da professori che cercano di interessarli lanciandogli il salvagente della cultura. La scuola è dipinta come micro-società, ma non solo nella meritocrazia mancata, nel rimarcare classi sociali e nell’ineguaglianza delle possibilità, è soprattutto specchio di un vuoto umano, della difficoltà di comunicare, di intrecciare scambi e rapporti e di affezionarsi agli altri, di decidere se farli entrare a casa, con noi, o lasciarli fuori. È l’interrogativo universale; quanto e come entrare nel mondo, quanto farsi trasportare e coinvolgere dalla gioia o dalla disperazione degli altri? La chiave di lettura d’altra parte ci viene svelata all’inizio, attraverso l’animazione di un gesso che scrive sulla lavagna, una frase di Camus, estratta da Le Nozze; “Jamais je n’ai senti, si avant, à la fois mon détachement de moi-même et ma présence au monde”.

il libro

Come sognano le formiche verdi

 

Gli Asini n. 10 

giugno/luglio 2012 

  

Le cose corrono così velocemente che rischiamo di montarci la testa. Anche noi “asini” iniziamo a capirci qualcosa di finanza e dei “piani” che la governano. Quella tecnica e compassata di Monti potrebbe essere l’ultima versione, fra le “pacifiche”, con cui il sistema economico ha determinato le nostre vite in questi ultimi decenni. L’opera pedagogica dei governi tecnici non sta funzionando. Anche i moderati e beneducati stanno capendo che non è il debito pubblico il loro maggior problema, che non sono le pensioni a scavare i buchi nel bilancio dello Stato, che il costo complessivo del welfare è tutt’altro che insostenibile, che quella del deficit, quando non è un’isteria, è una scusa per prendere dalla spesa sociale anche le briciole che prima della crisi la finanza poteva permettersi di prendere altrove.

Non sappiamo se esista un “piano del Capitale”, che così pensato rimane in sostanza un concetto, un modello. Di certo c’è che quello della finanza è un “piano di realtà”, il primo più evidente e immediato, di cui non possiamo non tener conto anche nel nostro lavoro sociale, pedagogico o culturale.

Ma i piani del Capitale non cadono nel vuoto. Quello che si è degradato nel frattempo non sono solo la nostra situazione materiale o le nostre condizioni contrattuali, ma anche la nostra intelligenza, il nostro buon senso, la nostra immaginazione, la nostra capacità di reazione. L’auto-colonizzazione è avvenuta evidentemente in maniera ancor più radicale nel territorio della nostra cultura e del nostro immaginario. E questo, per chi si occupa di educazione non è particolare di poco conto…

il libro, maestri

L’importanza di chiamarsi prete

di Piergiorgio Giacchè

 La vocazione sarà anche, come dicono, una misteriosa chiamata dall’alto, ma senza una precisa risposta dal basso non credo possa funzionare. È legittimo che i credenti se la spieghino come un dono aggiunto al dono della fede, ma poi a forza di doni i miscredenti finiscono per sentirsi felicemente esclusi, e pure quei credenti che preti non sono ne traggono il vantaggio della delega e spesso anche il diritto al giudizio. Chiamarsi prete è invece importante perché coniuga all’attivo e al riflessivo la voce del verbo, e suona come l’affermazione “laica” di un ruolo e di un mestiere che si può finalmente confrontare e comparare con le scelte e le condotte degli altri. Almeno di quegli altri che in fondo fanno un lavoro simile al prete: in senso lato, l’attuale immenso terziario dei consumi culturali e dei servizi sociali che nel passato era tutto “clero” (una classe sociale, ricordate?) e, più in particolare, almeno quella massa di gente e di incarichi più specifici e potremmo dire più spirituali, che hanno a che vedere con l’educazione (già elevazione) degli altri, e dei ragazzi in prima fila.

È stata la lettura di un ennesimo libro su don Milani – Non so se don Lorenzo di Adele Corradi – che mi ha resuscitato questo pensiero. Non mi ricordo altri preti che più di lui si siano chiamati preti in ogni circostanza e in ogni senso: soprattutto in quello del missionario della scuola, intesa non come attività collaterale ma come “l’unica preoccupazione pastorale” di quella che in questo libro si chiama “la teologia di Barbiana”.

il libro

Prendere a calci il presente

di Pino Ferraris

L’intervento che pubblichiamo è la sbobinatura (curata da Giacomo Pontremoli) del discorso tenuto da Pino Ferraris alla presentazione del suo libro Ieri e domani. Storia critica del movimento operaio e socialista ed emancipazione dal presente, avvenuta a Roma il 30 settembre 2011, alla “Festa della parola”. 

L’impegno della storiografia per me ha un significato prima di tutto politico. Mi considero un politico in esilio da trent’anni. Ma nonostante questo la maggior parte della mia vita è stata occupata dalla militanza politica. Sono un animale politico e non lo nascondo. E una delle prime considerazioni che faccio e che mi ossessiona è che la perdita della memoria, l’annientamento del passato, significa anche annientamento del futuro. Non c’è possibilità di costruire futuro se non si spreme la memoria, se non la si elabora. L’amnesia, come in parte la nostalgia, afferma la dittatura del presente. Oggi viviamo a tutti gli effetti nella dittatura del presente…

Ieri e domani è la versione, più efficace, che Goffredo Fofi ha dato al titolo che io avevo pensato per il libro: Passato e futuro. Passato e futuro era in origine la proposta che io avevo fatto per il titolo di Parole chiave, la rivista tutt’ora esistente sui “problemi del socialismo”.

L’ispirazione mi venne in opposizione polemica alla rivista di storia contemporanea Passato e presente, dove traspare un elemento di filosofia della storia in cui il presente sembra già contenuto nel passato, mentre il problema mio e credo nostro è quello di affermare la libertà nella storia: libertà condizionata, libertà che può sfuggirci di mano… però il principio di fondo è la libertà nella storia, non un determinismo storico che ci annienta.