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Con il cinema non si scherza

Venerdì 13 dicembre presso la libreria Empiria a via Baccina 79 a Roma (nel Rione Monti) si è svolta la presentazione del libro di conversazione Con il cinema non si scherza tra Mario Monicelli e Goffredo Fofi edito dalla Cineteca di Bologna un anno dopo la morte del grande regista.

Hanno partecipato alla presentazione la collaboratrice del regista Anna Antonelli, il critico e direttore de “Lo straniero” Goffredo Fofi e il critico Emiliano Morreale.

Ascolta la registrazione integrale:

Il libro presso il negozio della Cineteca di Bologna.

Il primo numero de “Gli asini” (ultime copie disponibili) con l’intervista a Mario Monicelli sul “giovane nomale”.

Cinema vivo. Quindici registi a confronto   il libro curato da Morreale e Zonta con una nota finale di Mario Monicelli.

Il numero 128 de “Lo straniero” con il ricordo di Monicelli a firma di Goffredo Fofi.

 

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Pudore e verità. Il naufragio una controinchiesta narrativa

di Nicola Villa

Il 1989 è avvenuto in Italia con due anni di ritardo. La caduta del nostro Muro di Berlino ha una data precisa, l’8 agosto 1991, quando la Vlora, una nave cisterna, attraccò nel porto di Bari con a bordo più di 20mila cittadini albanesi. Cadeva anche la nostra cortina di ferro a est, insieme al regime albanese iniziato dal dittatore stalinista Enver Hoxha, una cortina larga poche decine di chilometri come il Canale d’Otranto, per secoli via di scambi tra Occidente e Oriente. Le immagini della Vlora stracarica di profughi sono rimaste impresse nella memoria collettiva, ritrasmesse molte volte dai tg, rirappresentate, per esempio, nel film Lamerica di Gianni Amelio.

Da un punto di vista politico quell’episodio diede l’avvio a una campagna anti-albanese, la prima di una serie di xenofobie razziste che hanno caratterizzato questi ultimi ventanni (non a caso il primo successo politico rilevante della Lega Nord è datato 1992). Da un punto di vista culturale quello della Vlora fu un esordio esagerato di uno scambio migratorio che si è intensificato ed è ormai considerato naturale. Un flusso migratorio che purtroppo ha le sue vittime e le sue storie, una storia in particolare esemplare come il naufragio della Kater i Rades, una tragedia avvenuta il 28 marzo 1997 in cui morirono 81 persone, una vera e propria “strage di Stato” paragonabile all’incidente di Ustica, come apparve subito chiaro e come si ricostruisce ne Il naufragio di Alessandro Leogrande (Feltrinelli 2011, 271 pagine per 15 euro).

La notte del 28 marzo del 1997 la Kater i Rades, un piccolo battello da pesca che trasportava 137 albanesi, tra cui molte donne e bambini, in fuga dalla città di Valona, una città in mano alla guerra civile nata dopo il fallimento delle finanziare albanesi e in mano alle bande armate, affondò in seguito alla collisione con la Sibilla, una corvette, una nave militare della Marina italiana. Sono 56 i sopravvissutti, tutti coloro che si trovavano sul ponte esterno della nave e che furono sbalzati fuori dall’impatto; 81, alla fine, i morti, la maggior parte dei quali si era rifugiata all’interno della nave e di cui 24 non sono mai stati ritrovati i corpi.

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Giustizia qualunque cosa accada

di Giacomo Pontremoli

Nel semivuoto letterario autunnale è stato possibile leggere un prezioso romanzo: Per legge superiore (Sellerio) di Giorgio Fontana, già autore di Buoni propositi per l’anno nuovo (Mondadori 2007), Novalis (Marsilio 2008), del saggio La velocità del buio (Zona) e di interventi su “Lo straniero” tra cui quello sull’assassinio di Abdul Guibre del 2008.

Il nuovo romanzo di Fontana è, in sostanza, la storia di una presa di coscienza. A Milano (la città italiana più difficile da raccontare perché informe, ibrida, priva di identità personale) la falsa coscienza – non certo filistea ma pur sempre quella arretrata del professionista apolitico nel mestiere che separa “idee” e lavoro – del sostituto procuratore generale Roberto Doni è messa in crisi da una giovane giornalista “free-lance” convinta dell’innocenza di un immigrato che il magistrato deve giudicare in tribunale e che tutti vogliono colpevole. Affrontando il nodo personale e ideale del suo lavoro (perché secondo Fontana è il comparire dell’episodio quotidiano ad aprire alle prese di coscienza – o viceversa agli svelamenti del proprio fascismo), il magistrato si lascia trascinare in un ambiente che non è il suo, che è migliore del suo, e si risolve a chiedere una verifica delle prove: la sua presa di posizione diventa riscatto individuale, anche se delle sue scelte successive dirà il futuro.

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Abbandonateli in strada. Il caso de I Cani

di Federico Pozzoni

I Cani (http://it-it.facebook.com/icaniband), piccolo fenomeno dell’underground musicale italiano di oggi, si sta configurando come volano di una inaccettabile sociologia del giovane hipster. Il problema non sta né nei musicisti, che immaginiamo in buona fede, né nel sincero interesse che il pubblico tributa a costoro (tutto esaurito a Roma, tutto esaurito a Bologna, 4mila copie del disco di debutto acquistate in prevendita, e sono numeri che in questo ambiente fanno notizia), né, forse, nell’apparato di contorno, ma nella miopia della critica – o, se vogliamo ammetterne lo stallo, di quanti sarebbero almeno tenuti a porsi qualche problema in più e a rendersi conto di cosa stanno traghettando verso le orecchie e l’immaginario del pubblico di cui sopra. Perché il progetto musicale di un ventenne (o poco più) che racconta i propri coetanei non è esplosivo ma solo approssimativo e, a tratti, addirittura moralistico? È l’ambiguità del non posizionarsi che lo rende deleterio: si elencano le questioni e i problemi senza nemmeno passarli al setaccio di una poetica, e poi? Il dispositivo di identificazione che sostiene questo gruppo è in un certo senso simile a quello generato dalla morte di Steve Jobs: sembra di fare la cosa giusta, ma è solo perché non ci si è fermati a riflettere. Mi pasco di immedesimazione, non mi sorprendo di niente, non me ne faccio di nulla. Coglie il punto Federico Pozzoni, collaboratore della fanzine musicale “Feedback” (http://issuu.com/feedback.magazine), con questo interessante pezzo pubblicato sul numero di ottobre della rivista, che riproponiamo sul nostro sito. (Gli Asini)

I Cani è stato il fenomeno elettro-pop dell’anno, culminato con un terzo posto al Premio Tenco 2011 come migliore opera prima. Per la critica è stato probabilmente il seguace de Le luci della centrale elettrica, colui che ne ha raccolto l’eredità e la capacità di esprimere i sentimenti della nuova gioventù italiana e romana in particolare. Nuovamente, il caso vuole che insieme al franante tracollo culturale della nostra società sia calato anche il livello di profondità poetica del suo interprete. Superficiale è infatti la prima parola che viene in mente per definire Il sorprendente album d’esordio dei cani. Superficiale negli arrangiamenti, per la maggior parte di un inconsistente indie-pop smunto e dilatato, superficiale per la lunga sfilza di stereotipi sciorinati con reclamata noncuranza nei testi. E qui sta il punto: I Cani è un circuito chiuso. Strizza l’occhio a giovani indie-hipster, parlando solo di loro ma riducendoli a stereotipi di ragazzini modaioli, svogliati e poco intelligenti, proprio il contrario dell’“alternativa” che vorrebbero essere. Ma come può l’autore cantare solo la pochezza dei suoi oggetti – perché parlare di qualcosa per stereotipi equivale a sminuirla – eppure sguazzarci ampiamente (vedi: lanciare il sasso e nascondere la mano)? Il messaggio finisce per non avere orizzonti più ampi. Quello de I Cani non è un giudizio neutro, è un bieco meccanismo di colpa circolare, sottaciuta perché opporsi ad essa sarebbe come ribellarsi contro se stessi, ed ecco che dall’esterno sembra geniale, mentre invece fa parte dello stesso scadimento culturale che critica. Ma ve li immaginate i C.C.C.P. che invece di “Non studio non lavoro non guardo la tivù / Non vado al cinema non faccio sport” citano l’equivalente dei social networks per ben quattro volte nei primi quattro testi di un disco? Insomma, ma non c’è proprio altro di cui parlare?! Farsi beffe di un linguaggio giovanile esasperato facendolo proprio non significa interpretare i parlanti; è soltanto un modo per ammettere gli “errori” del proprio tempo e scapparne fuori, non voler chiamarsi in causa solo perché si è riusciti per primi a trasferirli in canzoni. Non è un caso, per l’ennesima volta, che I Cani voglia restare estraneo ed anonimo (ma com’è che ultimamente gli artisti si nascondono sempre più dietro a nomignoli e travestimenti?), esattamente come anonimi sono i personaggi di cui racconta: maschere de-umanizzate al ritmo di sottofondi banali.