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Disabilità ieri e oggi

di Maria Dolores Listanti 

Disabili e disabilità sono concetti recenti che identificano abbastanza chiaramente alcune categorie di persone e una serie di questioni relative alla vita associata, al diritto, alle politiche sociali. Nondimeno, quella che oggi si chiama disabilità è una condizione sociale, biologica ed esistenziale sempre esistita nella storia dell’umanità. L’interesse per redigere “una storia della disabilità” può aiutarci a comprendere meglio la disabilità stessa. Attraverso l’approccio storico possiamo provare ad uscire dal presente, dalla contingenza e dalla più che lecita necessità di affrontarla, tante sono le dimensioni di diseguaglianza, stigmatizzazione e discriminazione che vive ancora oggi la gran parte delle persone con disabilità.

La disabilità è un “fenomeno sociale totale” perché continuano a convivere sia le storiche e persistenti cause e modalità di produzione delle disabilità, sia le percezioni individuali e collettive del fenomeno.

L’atavica paura della disabilità che prima la confinava come “qualcosa dell’altro” diventa sempre di più “qualcosa che può riguardare anche me”. La disabilità è una minaccia, una condivisione possibile per ogni essere umano. Un rapporto mondiale sulla disabilità realizzato da OMS e Banca Mondiale nel giugno 2011 indicava che le persone che vivono con qualche forma di disabilità sono oltre 1 miliardo, circa il 15% della popolazione mondiale: messe tutte insieme le persone con disabilità costituirebbero una nazione che, per popolazione, verrebbe dopo Cina e India. Una terza nazione del mondo che è in continua crescita. Alla fine degli anni ’80 la stessa fonte contava 500 milioni di disabili, meno del 10%; nel 2008 erano 650 milioni, oltre il 10% della popolazione mondiale.

La rilevanza dell’impatto e della presenza della disabilità nelle nostre società la fa essere un fenomeno plurale, eterogeneo, non solo perché numerose sono le forme di menomazione ma soprattutto perché sono numerose le dimensioni individuali e collettive(sociali, culturali, politiche, psicologiche) che mette in moto nei diretti interessati e negli altri.

A partire da queste riflessioni generali su storia e disabilità, Matteo Schianchi in questo bel  saggio si ripromette di fornire un quadro generale e complessivo su alcune principali trasformazioni della disabilità, nei modi di viverla e percepirla, dall’antichità fino ad oggi.

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Divagazioni (non del tutto inutili) sulla scuola

di Ugo Cornia. Incontro con Luigi Monti

Il primo capitolo de Il professionale era un racconto, scritto diversi anni fa, e non l’avevo pensato come un racconto sulla scuola, ma sul licenziamento da scuola e l’estasi breve ma bellissima da licenziamento. Avrebbe dovuto proseguire con tutta un’altra storia, che non c’entrava per niente con la scuola, ma con quello che era successo a una mia amica che in quel periodo si era ammalata di una cosa grave (da cui per fortuna è guarita completamente). Però poi ho pensato che a lei sarebbe dispiaciuto molto. E quindi ho lasciato lì quel pezzo pensando che prima o poi ci avrei fatto qualcosa. Pensavo già allora che il racconto sarebbe finito col fatto che sarei ritornato a scuola, ma dovevano essere soltanto poche pagine alla fine. Il centro sarebbe stato come questa mia amica aveva vissuto la sua malattia è come io avevo guardato tutto questo.

Da qualche parte Diego De Silva ha scritto un commento che mi sembra azzeccato per il mio libro. Ha scritto che è un libro sulla libertà (mandare al diavolo tutto per essere liberi) e sulla scoperta della totale inutilità della libertà (per cui torni a insegnare). E sono vere entrambe le cose.

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La pedagogia involontaria di Ugo Cornia

di Ivan Pagliaro

Dopo un percorso universitario (tendenzialmente in lettere e affini) che non abbia visto eterogenee illuminazioni, le strade sono due: carriera universitaria o insegnamento. O meglio il lungo e tortuoso percorso per accedere all’una o all’altro; e però se nella prima c’è un’immediata e patente compromissione con un essere umano (il barone, e allora è mafia, o il mentore, e il nome cambia in politica culturale), nella seconda questa non c’è (o c’è solo nei propri confronti, al tribunale della propria morale, perdendo la faccia, e i soldi, ricorrendo a master fasulli per accumulare micropunti in graduatorie da rat race), non c’è perché – se non altro! – l’individuo deve confrontarsi con il sistema stesso, da cui dipende in modo quasi imperscrutabile: dove finirà (se ci finirà), per quante ore in quali scuole e in quali classi… La casualità estrema che governa queste “scelte” e questi smistamenti di esseri umani nei mosaici degli orari scolastici fa sperare che, veramente, una risata li seppellisca. Di fronte ai sommersi e ai nominati delle varie graduatorie, a quelli di ruolo e ai precari, a un lavoro troppo spesso in bilico tra missione e frustrazione, viene da chiedersi se quella nelle prime pagine di Cornia non sia un’opzione da considerare.

Il professionale di Ugo Cornia (Feltrinelli, 2012) inizia così: come tutti i giorni, un uomo sta andando in macchina a lavorare, ma la strada è bagnata, la macchina sbanda e sta per schiantarsi contro un platano. L’incidente è scampato, ma la domanda – implicita – resta: per che cosa sto subendo questa routine quotidiana? Per che razza di lavoro sto facendo cinquanta chilometri all’andata e cinquanta al ritorno? Mi licenzio. Incidentalmente, il lavoro è quello di insegnante. Non esiste nessuna predestinazione, non c’è nessun senso di colpa nell’abbandonare gli studenti a metà anno, c’è un egoismo primario che è, in realtà, semplice principio di autoconservazione, garanzia della sanità personale e non martirio. Il protagonista non rinnega una vocazione (inesistente), la realtà è terrena e non c’è una metafisica della scuola.

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Detachment: la scuola degli uomini

 

di Caterina Grignani

Il regista inglese Tony Kaye torna nelle sale italiane a più di dieci anni da American History X, film crudo sul razzismo e il neonazismo americano. L’America degli esclusi torna a fare da sfondo a un’altra pellicola a tema sociale, protagonista è la scuola e i suoi abitanti e la desolante realtà della periferia urbana ed esistenziale.

Gli attori sono noti, primo fra tutti il protagonista Adrien Brody nei panni del professore di letteratura Henry Barthes, e ancora James Caen, Christina Hendricks e Lucy Liu. Emergono anche le due giovani interpreti Sami Gayle, nella parte di Erica, prostituta – bambina, e Betty Kaye, figlia del regista, Meredith nel film, studentessa brillante e insicura con la passione per la fotografia. Lo scenario prende quasi vita, è un liceo di un’imprecisata provincia americana, con i classici armadietti di metallo uno dopo l’altro, i banchi e i corridoi chiassosi di giorno e avvolti dal silenzio dopo il suono dell’ultima campanella.

Detachment, sembra porsi l’ambizioso obiettivo di dipingere l’ennesima scuola periferica abitata da alunni demotivati, violenti e senza speranza e da professori che cercano di interessarli lanciandogli il salvagente della cultura. La scuola è dipinta come micro-società, ma non solo nella meritocrazia mancata, nel rimarcare classi sociali e nell’ineguaglianza delle possibilità, è soprattutto specchio di un vuoto umano, della difficoltà di comunicare, di intrecciare scambi e rapporti e di affezionarsi agli altri, di decidere se farli entrare a casa, con noi, o lasciarli fuori. È l’interrogativo universale; quanto e come entrare nel mondo, quanto farsi trasportare e coinvolgere dalla gioia o dalla disperazione degli altri? La chiave di lettura d’altra parte ci viene svelata all’inizio, attraverso l’animazione di un gesso che scrive sulla lavagna, una frase di Camus, estratta da Le Nozze; “Jamais je n’ai senti, si avant, à la fois mon détachement de moi-même et ma présence au monde”.

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Come sognano le formiche verdi

 

Gli Asini n. 10 

giugno/luglio 2012 

  

Le cose corrono così velocemente che rischiamo di montarci la testa. Anche noi “asini” iniziamo a capirci qualcosa di finanza e dei “piani” che la governano. Quella tecnica e compassata di Monti potrebbe essere l’ultima versione, fra le “pacifiche”, con cui il sistema economico ha determinato le nostre vite in questi ultimi decenni. L’opera pedagogica dei governi tecnici non sta funzionando. Anche i moderati e beneducati stanno capendo che non è il debito pubblico il loro maggior problema, che non sono le pensioni a scavare i buchi nel bilancio dello Stato, che il costo complessivo del welfare è tutt’altro che insostenibile, che quella del deficit, quando non è un’isteria, è una scusa per prendere dalla spesa sociale anche le briciole che prima della crisi la finanza poteva permettersi di prendere altrove.

Non sappiamo se esista un “piano del Capitale”, che così pensato rimane in sostanza un concetto, un modello. Di certo c’è che quello della finanza è un “piano di realtà”, il primo più evidente e immediato, di cui non possiamo non tener conto anche nel nostro lavoro sociale, pedagogico o culturale.

Ma i piani del Capitale non cadono nel vuoto. Quello che si è degradato nel frattempo non sono solo la nostra situazione materiale o le nostre condizioni contrattuali, ma anche la nostra intelligenza, il nostro buon senso, la nostra immaginazione, la nostra capacità di reazione. L’auto-colonizzazione è avvenuta evidentemente in maniera ancor più radicale nel territorio della nostra cultura e del nostro immaginario. E questo, per chi si occupa di educazione non è particolare di poco conto…