il libro

Cinema a Venezia: le illazioni di un malpensante

di Saverio Esposito

illustrazione di Miguel Angel Valdivia

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Proviamo a delirare. Non essendo andati a Venezia non abbiamo visto il film premiato con il leone d’oro, Roma di Alfonso Cuarón, che, mi dicono, è un bel film.

Ma… È un film Netflix, la nuova maxi-azienda di realizzazione di film all’avanguardia nella tecnologia della produzione ma soprattutto della distribuzione-diffusione, nella distribuzione in modi affini o gli stessi di quelli della logistica, e per un circuito capillare o che lo diventerà sempre più, di tv-computer, privatizzando anche l’utenza. Dietro Netflix o davanti ci sono le banche, c’è la finanza, e ovviamente la grande finanza nord-americana.

Ma… Hollywood è un sobborgo di Los Angeles, e Los Angeles è la seconda città messicana del mondo (come Milano è la seconda città pugliese d’Italia). I messicani a Los Angeles sono una massa e i ricchi messicani si muovono agilmente tra la capitale del Messico e questa loro seconda città, che ospita peraltro la capitale del cinema. I muri di Trump servono per tenere a bada i peones, i senza-niente, i miserabili, di certo non i pupilli della grande borghesia parassitaria messicana alla Del Toro-Cuarón, di casa a Los Angeles come nella loro città e che da qualche tempo vincono Oscar come noccioline anche, e forse soprattutto, perché Hollywood è un sobborgo di Los Angeles che è un sobborgo di Città del Messico. E perché chi guida il gioco nella nuova Hollywood delle programmazioni integrate e dei grandi uffici di studi di mercato, sono le banche, la finanza, e non le grandi case di produzione di un tempo; e perché le banche, la finanza, a Los Angeles sono anche messicane; e perché, anche se, per comprensibili motivi, mancano studi in materia, i messicani stanno dando l’assalto a Hollywood (scalzando lentamente lo storico predominio ebraico) perché i soldi ce l’hanno, perché le banche maggiori stanno ancora in America, e perché le banche conoscono a menadito l’arte del riciclaggio sotto tutte le latitudini, e perché a Los Angeles i soldi che le banche riciclano sono anche, forse soprattutto, quelli del narcotraffico, che è in mano ai messicani.

Per carità! Del Toro e Cuarón sono candidi come agnelli, ma il cinema ufficiale è diventato quello che è, feccia commerciale che produce oppio mentale per miliardi di spettatori che lo consumano tramite internet e tv e non più frequentando le sale. La Netflix, a Hollywood, ha come unica rivale la Disney, aziende-massa dello stesso stampo e della stessa razza che Google, Apple, Facebook, Amazon, delle aziende che hanno inverato il sogno di Goebbels: un’unica proposta intellettuale e morale, un unico modo di castrare i popoli, di governarli. (E la chiamano comunicazione!) Con un pizzico di concorrenza tra chi è più furbo, perché la concorrenza continua a essere l’anima del commercio.

È proprio un caso se Barbera ha chiamato a presiedere la giuria veneziana un astuto regista di video-giochi iper-tecnologici? E aperto la strada alla Netflix, in nome, ovviamente, della modernità o post-modernità? È proprio un caso se le giurie non vengono da tempo presiedute e formate da scrittori o critici o intellettuali di chiara fama ma dai servi addomesticati e più o meno noti della corporazione del cinema, complici felici – ohibò, in nome dell’“arte cinematografica”! – di chi gli dà da mangiare, da bere e da esibirsi?

Il cinema vero dovrebbe fare atto di separazione da tutto questo, al più presto, dichiarando una vocazione minoritaria e lavorando nei margini e per i margini. Come accade, per fortuna, con molte egregie opere di nuovi registi e nuovi produttori e organizzatori, maschi o femmine e bianchi o colorati. Ingenuo Minervini, che Barbera ha accolto nel concorso veneziano pensando così di salvarsi l’anima che contemporaneamente offriva ai messicani, alla Netflix, al nuovo ordine capitalista e al suo universale dominio.

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Partecipazione senza potere

di Mauro Boarelli

illustrazione di Andrea Settimo

Il tema della partecipazione torna a fasi alterne nel dibattito politico. Ma il senso profondo della parola è andato smarrito. In questi giorni a Bologna l’Amministrazione comunale si autocelebra enfatizzando i risultati del «bilancio partecipativo», assecondata dalla stampa locale e da commentatori poco interessati ad andare oltre la superficie.

Tra le poche voci critiche, quella del gruppo bolognese della nostra rivista, che nel recente libro collettivo A che punto è la città? Bologna dalle politiche di “buongoverno” al governo del marketing (Edizioni dell’Asino) ha provato a smontare i luoghi comuni che, dalla politica locale, sconfinano in uno scenario più vasto. Da questo volume è tratto il testo che proponiamo. (Gli asini)

 

I cordoni della borsa

Un osservatore straniero interessato a studiare il sistema di governo bolognese rimarrebbe colpito dall’enfasi posta dagli amministratori e dagli esponenti del partito di maggioranza sul tema della partecipazione. Ma se andasse al fondo della questione, se grattasse sotto la superficie, si renderebbe conto ben presto dello scarto tra la narrazione e la realtà.

Partiamo dall’ultimo arrivato nella grande famiglia della partecipazione alla bolognese: il bilancio partecipativo, avviato nell’estate 2017 dopo anni di promesse (era un punto già presente nella campagna elettorale di Sergio Cofferati nel 2004). Per comprenderlo a fondo, bisogna innanzitutto ricordare che il bilancio municipale partecipativo ha le sue radici a Porto Alegre, la capitale dello stato del Rio Grande do Sul in Brasile, dove il Fronte popolare guidato dal Partito dos Trabalhadores vinse le elezioni amministrative nel 1988. Il processo avviato subito dopo dal nuovo governo locale è basato su un sistema di assemblee popolari di quartiere chiamate a decidere i principali campi di azione da finanziare e ad eleggere i propri delegati ai forum distrettuali e al Consiglio del bilancio partecipativo, l’organo che deve elaborare la proposta di bilancio. Questa idea ha avuto una larga diffusione in America Latina e in Europa. È naturale che le pratiche sociali vengano declinate in modi differenti a seconda dei contesti in cui vengono esportate. Bisogna però domandarsi se le esperienze nate dall’idea originaria ne conservino i tratti fondamentali oppure ne tradiscano lo spirito e ne utilizzino il nome in modo arbitrario o strumentale. Per una comparazione con il caso bolognese, possiamo isolare tre aspetti cruciali dell’esperienza brasiliana: l’autonomia procedurale garantita ai cittadini, che possono modificare le regole del processo partecipativo; l’inserimento delle proposte provenienti dai quartieri nel quadro dell’amministrazione complessiva della città; la disponibilità di una porzione significativa delle finanze municipali (era inizialmente il 10% sul totale del bilancio, poi la quota è salita al 25%). La combinazione tra questi elementi rende il bilancio partecipativo un processo dagli esiti tangibili e produce effetti che vanno al di là del bilancio stesso, poiché lo trasforma in un percorso “pedagogico” lungo il quale le comunità locali hanno la possibilità di autoformarsi e prendere parte in modo consapevole al governo della città intera.

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Tra affari armati e volontà di pace

di Marino Ruzzenenti

 

Una foto opportunity a volte racconta più di tanti discorsi (M. Biglia, Autostrada Valtrompia, Brescia fa sistema, “Bresciaoggi” 22 aprile 2018; M. Toresini, Imprenditori e parlamentari, prove di lobbing territoriale, “Corriere della Sera”, 23 aprile 2018). Straordinariamente eloquente per rappresentare un tratto caratterizzante del “sistema Brescia” è quella riportata dalla stampa locale dell’incontro tra i nuovi parlamentari di tutti i partiti e le associazioni imprenditoriali di tutte le categorie, avvenuto il 21 aprile scorso presso la sede dell’associazione degli industriali bresciani (Aib).

La missione esplicita era fare lobbing per realizzare l’autostrada della Valtrompia, opera ritenuta di “assoluta priorità”, dunque strategica per il Bresciano. Una follia e uno spreco per il Tavolo Basta veleni che raggruppa le diverse anime del movimento ambientalista bresciano e che il 20 aprile 2016 ha portato a manifestare 12mila cittadini per le vie di Brescia contro la devastazione indotta da un modello industriale predatorio.

Si tratterebbe di un tratto di “autostrada urbana” di circa sei chilometri, in larga parte in galleria, che si svilupperebbe a nord del capoluogo, finendo poi nel “nulla” viabilistico, in quell’area della bassa Valtrompia, ad altissima concentrazione industriale e abitativa, che di fatto è un’estensione conurbana della cosiddetta “grande Brescia”. L’alternativa ragionevole e meno costosa sarebbe il prolungamento della metropolitana leggera, che ora giunge alle soglie della stessa Valtrompia, e la riqualificazione dell’attuale tracciato stradale urbano. Non solo. La stessa Valtrompia, una delle aree più ricche d’Europa, manca tutt’ora di un sistema di collettamento e depurazione delle acque di scarico sia civili che industriali, scaricando tutti i reflui e i veleni nel fiume Mella, il quale, attraversando Brescia, concorre a mantenere la falda altamente inquinata. Insomma, se una priorità si volesse individuare sarebbe quella del risanamento di un bene vitale e prezioso come l’acqua, sulla cui situazione di scandaloso degrado pende una sanzione europea, vicenda peraltro rappresentativa di un sistema industriale ed economico locale che ha devastato e continua a devastare il territorio con una veemenza unica a livello nazionale e non solo (http://www.ambientebrescia.it/).

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In modo lampante

di Fernando Bandini

 

 

Ora, compagni, che la primavera
accende fiori tra gli alberi secchi
e promette canestri di frutta
per il prossimo autunno,
è necessario prendere coscienza
della vita che libera fiorisce
e fare il punto
sulla naturale evoluzione
che dall’anno scorso
ha subito il canto del verdone
e il colore della foglia d’acero
e il profumo del melo cotogno.

Qualcuno tra di noi
è irrimediabilmente anti-qualcosa
e bisogna espellerlo.

Conoscitore astruso delle regole
che a suo dire presiedono
le certe fioriture della terra,
non osa uscire
dai camminamenti sotterranei,
ancora inebetito dal letargo invernale
quando già si sciolgono le nevi.

Ma la stella che stanotte
s’accoppiava al rigido ontano,
il ragazzo che lanciando
l’ultima palla di neve
gli si squagliava in mano
contraddicono in modo lampante
le teste di pietra.
Chi non cammina arretra.
La luna di primavera
passa ogni anno attraverso il nostro cielo
come il sangue attraverso il cuore.

Quindi proclamo per mozione d’ordine
il mio furore
contro i sottili dottori del non-fare,
auspico che la setta delle talpe sia sciolta,
e affronto l’argomento
dell’impassibile vento
che a marzo scompiglia le cose
ancora una volta.

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March for our lives

di Emma Gonzales

Emma Gonzales, diciotto anni, sopravvissuta alla sparatoria della Marjory Stoneman Douglas High, Florida, oggi leader riconosciuta del movimento contro le armi statunitense. Durante il rally contro le armi, svoltosi il 17 febbraio 2018 a Fort Lauderdale, Emma ha pronunciato queste parole: “Abbiamo già avuto un minuto di silenzio alla Camera dei rappresentanti e ora vorrei che ne facessimo un altro. Grazie”.

Tutti quelli che sono venuti qui oggi, dovrebbero essere rimasti a casa a piangere. Siamo qui invece tutti insieme perché se il nostro governo e il Presidente non sanno fare altro che mandare i loro pensieri e le loro preghiere, allora sono le vittime a dovere dare un segno del cambiamento necessario. Dall’epoca dei Padri Fondatori e da quando è stato aggiunto il Secondo emendamento alla Costituzione, le armi da fuoco nel nostro paese si sono moltiplicate a una velocità vertiginosa. Le armi sono cambiate ma non le nostre leggi.

Non riusciamo a capire perché dovrebbe essere più difficile programmare il week-end con gli amici piuttosto che acquistare un’arma automatica o semi-automatica. In Florida, per comprare un’arma non hai bisogno di nessun permesso, né di una licenza, e una volta acquistata non hai bisogno di registrarla. Non hai bisogno di un permesso per portare addosso nascosto un fucile o una pistola. E puoi acquistare tutte le armi che vuoi in una volta sola.

Oggi ho letto qualcosa che mi ha molto colpito. Il punto di vista di un insegnante. Cito: “Quando gli adulti mi dicono che ho il diritto di possedere un’arma da fuoco, capisco che il mio diritto di possederla è più importante del diritto alla vita degli studenti. L’unica cosa che sento è mio, mio, mio, mio”.

Invece di preoccuparci della prova d’esame sulla struttura del governo americano, mettiamoci a studiare per bene per essere sicuri che i nostri argomenti basati sul governo e la storia politica siano ben fondati. È tutta la vita che gli studenti di questa scuola fanno dibattiti sulle armi. Abbiamo avuto tre dibattiti quest’anno sulla struttura del governo. Perfino durante la sparatoria erano in corso discussioni sul tema mentre gli studenti cercavano di nascondersi negli armadi. Si ha l’impressione che tutte le persone coinvolte in questo momento, quelli che erano presenti, quelli che hanno postato, che hanno twittato, quelli che fanno interviste e parlano con l a gente, sembra che vengano ascoltati per la prima volta su questo tema che invece solo negli ultimi quattro anni è accaduto mille volte.

Ho scoperto oggi l’esistenza di un sito, shootingtracker.com. Nel titolo niente lascia intendere che riguardi soltanto le stragi americane e comunque è necessario che lo faccia? Infatti, l’Australia ha avuto una sola sparatoria di massa a Port Arthur nel 1999, e dopo il massacro ha introdotto delle leggi sul controllo delle armi da fuoco e non ci sono più state sparatorie. Il Giappone non ne ha mai avuto. Il Canada ne ha avute tre e la Gran Bretagna una e ambedue i paesi hanno passato leggi sul controllo delle armi e invece eccoci qua, ci sono dei website dedicati a riportare tragedie del genere in modo che si possano trasformare all’occorrenza in statistiche.

In un’intervista di questa mattina ho notato che una delle domande era: credete che i vostri figli debbano avere altre esercitazioni contro le sparatorie? La nostra risposta è che crediamo che non siano necessarie. Quando abbiamo detto la nostra al governo – può darsi che gli adulti si sono abituati a dire “così vanno le cose”, e invece noi studenti se abbiamo imparato qualcosa è che se non studi sarai bocciato. E in questo caso, se non fai niente, la gente continuerà a morire, perciò è il momento di cominciare a fare qualcosa.

Noi vogliamo essere i ragazzi di cui parleranno i libri di testo. Non perché vogliamo diventare un altro dato statistico sulle sparatorie in America, ma perché come ha detto David, vogliamo essere l’ultima di queste stragi. Come nel caso Tinker v. Des Moines, vogliamo cambiare la legge1. Ci sarà la scuola Marjory Stoneman Douglas in quel libro e sarà grazie agli sforzi instancabili di tutto il personale della scuola, dei membri della facoltà, delle famiglie e soprattutto degli studenti: gli studenti che sono morti, quelli che sono ancora in ospedale, quelli che soffrono dello shock post traumatico e quelli che hanno avuto attacchi di panico perché gli elicotteri non ci davano tregua, continuando a girare sulla scuola 24 ore al giorno.

C’è un tweet su cui vorrei tornare. C’erano molti segni che il responsabile della strage fosse mentalmente disturbato, ed era perfino stato espulso per comportamenti fuori regola. I vicini di casa e i compagni di scuola sapevano che era un caso problematico e che bisogna sempre denunciare questi casi all’autorità. Noi l’abbiamo fatto, più di una volta. Da quando frequentava la scuola media. Non è stata una sorpresa per nessuno che lo conosceva sentire che era lui il colpevole. Quelli che ci accusano di averlo ostracizzato, non sanno come era fatto. Ma noi lo sapevamo. Sappiamo che ora fanno ricorso alla malattia mentale e anche se non sono una psicologa è chiaro che questo non è stato semplicemente di un caso di malattia mentale. Ma se avesse avuto solo un coltello non avrebbe potuto fare del male a così tanti studenti.

E perché non la smettiamo di accusare le vittime per qualcosa che era colpa dello studente, e innanzitutto colpa di quelli che gli hanno venduto le armi, quelli che fanno le fiere di armi, quelli che lo hanno incoraggiato a comprare accessori per i suoi fucili per renderli completamente automatici, quelli che non gli hanno tolto le armi quando ha mostrato tendenze omicide e non parlo dell’Fbi. Parlo delle persone con cui lui viveva, parlo dei vicini che l’avevano visto fuori casa con delle armi in mano.

Se il Presidente vorrà venire a dirmi in faccia che è stata una tragedia terribile che non sarebbe mai dovuta accadere e continuare a dirci che non c’è niente da fare, gli chiederò quanti soldi ha avuto dalla National rifle association. E anche se non mi risponde non importa perché conosco già la risposta. Trenta milioni di dollari, che diviso per il numero delle vittime di armi da fuoco negli Stati Uniti nel primo mese e mezzo del 2018, fa circa 5800 dollari. Tanto vale per te la vita di queste persone, Trump? Se non farete niente perché questo non accada più, il numero delle vittime di armi da fuoco salirà e il loro valore diminuirà ancora. E noi varremo ancora meno per voi.

Che ogni politico che accetta donazioni dalla Nra, si vergogni!

Nota

1 Riferimento al caso legale degli anni sessanta a Des Moines, Iowa, che riguardò due studenti espulsi dalla scuola per avere inscenato una protesta simbolica contro il coinvolgimento nella guerra del Vietnam portando una fascia nera al braccio e rifiutandosi di toglierla. La famiglia denunciò la scuola ricorrendo al primo emendamento e vinse il ricorso, portando nel 1969 a una ridefinizione da parte della Corte suprema americana della legge sui diritti costituzionali degli studenti.