il libro

L’insostenibilità della sostenibilità

di Giorgio Nebbia

Ripubblichiamo un articolo del numero 29 de “Gli asini” a firma di Giorgio Nebbia (1926-2019), scomparso quest’oggi all’età di 93 anni.

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Gli anni sessanta del Novecento sono stati anni di grandi rivoluzioni: i paesi liberatisi dal colonialismo si sono messi in testa di rivendicare prezzi più equi per le loro risorse naturali – rame, gomma, cobalto, fibre tessili, uranio, petrolio – che fino allora erano stati sfruttati dai loro colonizzatori; in tanti nel mondo avevano imparato a osservare la Terra, fotografata dai satelliti artificiali, e quella sfera nello spazio era apparsa come l’unica casa per gli esseri umani, grande ma limitata nei suoi continenti e nelle sue ricchezze; alcuni economisti avevano ironizzato sul significato del Pil mostrando che questo indicatore ufficiale della ricchezza e del benessere non è capace di tenere conto dei costi e dei dolori provocati da sempre più frequenti inquinamenti o alluvioni; alcuni sociologi avevano mostrato tutti i limiti della società dei consumi; alcuni biologi aveva denunciato che la popolazione terrestre stava crescendo troppo rapidamente rispetto alla disponibilità di cibo, di spazio, di acqua. La terribile parola, “limite”, aveva fatto la sua comparsa nel vocabolario, con grande spavento per gli economisti ufficiali, per capitalisti, imprenditori e uomini politici.

Si poteva capire che gli esponenti di una gioventù ribelle nei campus universitari cavalcassero questa insoddisfazione, che gli operai nelle fabbriche fossero insoddisfatti delle condizioni e dei pericoli del lavoro. Ma che un club proprio di intellettuali borghesi e di imprenditori e governanti si fosse messo in testa di ordinare un libro che, nel 1972, spiegava che sarebbe stato necessario porre dei “Limiti alla crescita” della popolazione, delle merci e della produzione – questo passava tutti i segni.

Tanto più che la velenosa idea fece una qualche presa nel mondo; anche nei paesi industriali, nel mondo politico, non solo nei giovani ribelli. Qualche governante considerò con attenzione la analisi dei “Limiti alla crescita”, circolò il termine austerità, in Italia rapidamente soffocato; perfino i dirigenti sovietici parlarono di “uso parsimonioso delle risorse”, per non parlare del mondo cattolico in cui circolavano inviti a minori sprechi.

Bisognava provvedere, e i rappresentanti del potere economico crearono una Commissione che elaborò un rapporto, tradotto in italiano col titolo: “Il futuro di noi tutti”, che ha lanciato su larga scala la moda della sostenibilità, definendo “ufficialmente” sostenibile lo sviluppo che consente alla nostra generazione di usare le risorse del pianeta lasciando, alle generazioni future, un patrimonio di risorse che assicuri anche a loro un uguale sviluppo. In inglese la definizione suona così: “Development that meets the needs of the present without compromising the ability of future generations to meet their own needs”.

Ci sono senza dubbio problemi ambientali, di inquinamento, di impoverimento delle riserve naturali, ma la società capitalistica – questa la tesi sottintesa – è capace di assicurare lo stesso lo sviluppo economico, pur con alcune correzioni, uno sviluppo duraturo, sostenibile, appunto. Purtroppo c’è una insanabile contraddizione in termini in tale definizione: se usiamo oggi una parte delle risorse terrestri non rinnovabili, questa parte non sarà più disponibile per le generazioni future,per coloro che nasceranno fra venti o quarant’anni. Una espressione popolare americana spiega che non si può mangiare la torta e averla ancora. “Can’t eat a pie and have it”.

Inoltre c’è confusione fra sviluppo e crescita dei beni materiali, quelli appunto che si possono ottenere soltanto usando e modificando le risorse fisiche della natura. Lo “sviluppo” consiste nel diritto di avere una vita dignitosa, per le donne e per gli uomini, di disporre di abitazioni, di cibo e di acqua decenti, di avere accesso all’informazione, alla conoscenza, al lavoro e di godere il diritto della libertà.

Ancora peggio: per il principio di conservazione della massa tutte le materie estratte dalla natura, dalla biosfera, durante e dopo la trasformazione in beni materiali, in merci, alla fine “finiscono” sotto forma di scorie e rifiuti gassosi, liquidi e solidi nei corpi naturali: aria, acque, suolo. In questa circolazione quegli stessi corpi naturali da cui trarre le risorse necessarie per la vita risultano peggiorati: l’aria meno respirabile, l’acqua meno bevibile, il suolo meno fertile. Se anche una parte dei rifiuti solidi può essere trattata per trarne qualche materia ancora utilizzabile per produrre altre merci, tali merci “riciclate” sono inevitabilmente in quantità inferiore a quella dei rifiuti riciclati (altri rifiuti si formano nel riciclo) e sono di qualità peggiore delle merci originali.

Nella definizione “ufficiale” di sviluppo sostenibile si fa riferimento alla crescita dell’uso delle risorse naturali che sono, lo spiega bene l’ecologia, limitate fisicamente. Se si traggono petrolio o gas naturale dai pozzi, carbone dalle miniere, inevitabilmente se ne lascia di meno alle generazioni future; se si aumenta la produzione di cereali o di soia si lascia, inevitabilmente, un terreno impoverito di sostanze nutritive e esposto all’erosione; se si usano i fiumi come ricettacolo dei rifiuti e delle scorie delle attività umane non si può sperare e pretendere di avere acqua potabile a valle. La nostra società di mercato stabilisce che è bene, anzi obbligatorio, fare aumentare il prodotto interno lordo, cioè la quantità di denaro che ogni anno circola attraverso una economia. Ma tale indicatore aumenta soltanto se aumenta la produzione e l’uso e il consumo di automobili, di cereali, di benzina, di cemento, di scarpe, di telefoni e computer, di elettricità, carta, eccetera, tutte cose che possono essere ottenute soltanto estraendo dalle miniere o dai campi o dalle foreste risorse naturali che non saranno più disponibili alle generazioni future; tutte cose che inevitabilmente generano, come si è detto, scorie che peggiorano la qualità delle risorse naturali (acqua, aria, suolo, mare) che lasciamo alle generazioni future.

Per farla breve, le attuali regole economiche fanno sì che l’attuale società – italiana, europea, mondiale – sia intrinsecamente insostenibile. Ci stiamo prendendo in giro, con le grandi attestazioni di amore per lo sviluppo sostenibile, per la sostenibilità, in un mondo in cui le regole di base dei rapporti umani e economici sono insostenibili. E la situazione è tanto più grave in quanto le stesse regole economiche sono state assimilate dai paesi ex-socialisti e vengono puntigliosamente esportate nei paesi emergenti come Cina, India, Brasile e anche in quelli poveri del mondo.Eppure la speranza di poster continuare sulla gloriosa strada della crescita merceologica, si è diffusa non solo nella borghesia imprenditoriale, ma anche nel mondo ambientalista, quello da cui era nata la grande contestazione degli anni sessanta. E così ci sono stati volonterosi sforzi per attuare un ambientalismo scientifico, per proporre soluzioni tecnico-scientifiche “verdi”, “compatibili”, coerenti con il disegno di ipotetico sviluppo sostenibile, nella doverosa possibilità di produrre e consumare e disporre di più beni materiali.

Se le abitazioni sono strutture che divorano energia e cemento e acqua è possibile immaginare nuovi materiali da costruzione, tecniche di isolamento termico, l’inserimento di pannelli solari sui tetti, pensare e proporre città e case “sostenibili”.

È vero che i consumi di energia sotto forma di prodotti petroliferi, di carbone e gas naturale immettono nell’atmosfera crescenti quantità di gas, come l’anidride carbonica, che modificano la composizione chimica dell’atmosfera e provocano mutamenti climatici disastrosi; è vero che sarebbe ragionevole diminuire le emissioni dei gas serra, consumando di meno energia, ma di energia c’è bisogno ed ecco le proposte sostenibili di filtrare i gas dai camini delle fabbriche e delle centrali, di immettere tali gas nel sottosuolo, di sostituire le fonti fossili con quelle rinnovabili, ed ecco un proliferare di pale eoliche, di pannelli fotovoltaici, di centrali alimentate con la biomassa, magari con oli importati dai paesi tropicali, tutto grazie a provvidenziali finanziamenti pubblici, ed ecco nuove proficue fonti di affari e di crescita finanziaria, pur di far correre automobili sostenibili in congestionate città sostenibili, con grattacieli sostenibili sempre più svettanti nel cielo.

È vero che molte merci inquinano durante la produzione e durante il “consumo”, è vero che, a conti fatti, non si consuma niente, che le attività umane non fanno altro che trasformare le merci in rifiuti gassosi, liquidi e solidi – quattro chili di rifiuti per ogni chilo di merce prodotta e usata – ma anche qui – dicono – le soluzioni sostenibili non mancano. È possibile trarre elettricità e affari dal trattamento e dal riciclo dei rifiuti, è possibile utilizzare materie alternative biodegradabili e “verdi” tratte dalla biomassa vegetale in alternativa a quelle derivate dal petrolio.

Anche se, col procedere verso improbabili soluzioni sostenibili si è poi visto che si usciva da una trappola per cascare in un’altra; la produzione su larga scala di carburanti sostenibili, alternativi alla benzina, dal mais o dallo zucchero sconvolgeva l’agricoltura dei paesi poveri; l’uso di grassi vegetali per la produzione di carburanti diesel provocava la distruzione delle foreste tropicali per fare spazio a piantagioni di palma. Al punto da riconoscere che si toglieva il cibo di bocca ai paesi poveri per far correre i Suv dei paesi industriali.

Pochi numeri aiutano a mostrare la insostenibilità della sostenibilità. La produzione primaria netta – cioè il peso di materiali vegetali formati attraverso la fotosintesi (detratte le perdite per la respirazione vegetale) – è, sulle terre emerse, di circa 100 miliardi di tonnellate all’anno. Di questa ricchezza in gran parte rinnovabile, rigenerata ogni anno dai cicli della natura, per l’alimentazione umana e degli animali da allevamento e come legno e altre materie vengono prelevati circa 30 miliardi di tonnellate all’anno. Il peso del carbone, del petrolio e del gas naturale portati via ogni anno dalle viscere della Terra ammonta a oltre circa 12 miliardi di tonnellate, a cui vanno aggiunti circa 60 miliardi di tonnellate all’anno di minerali, materiali da costruzione, tutti non rinnovabili. La trasformazione di tutti i materiali, tratti dalla natura, da parte degli oltre sette miliardi di esseri umani esistenti nel 2015, e che aumentano in ragione di circa 60 milioni di persone all’anno, genera ogni anno circa 35 miliardi di tonnellate di gas anidride carbonica, oltre a miliardi di tonnellate di altri gas che finiscono nell’atmosfera alterandone la composizione chimica e accelerando i mutamenti climatici; e genera miliardi di tonnellate di sostanze organiche e inorganiche che finiscono nelle acque prelevate dai corpi naturali e restituite inquinate alla natura in ragione, nel mondo, di circa 4000 miliardi di tonnellate all’anno; e genera scorie e residui solidi che finiscono sul suolo. Una parte infine, soprattutto di minerali e metalli e rocce, resta immobilizzata nella tecnosfera – nell’universo delle cose fabbricate, edifici, macchinari, oggetti a vita media e lunga – che si dilata continuamente e irreversibilmente.

In un piccolo paese come l’Italia la sola massa dei rifiuti solidi ammonta a circa 0,2 miliardi di tonnellate all’anno, quella dei gas di rifiuto ammonta a oltre mezzo miliardo di tonnellate all’anno, la massa di acqua che entra nelle fabbriche, nelle case e nei campi e ne esce contaminata da rifiuti e agenti vari ammonta a circa 60 miliardi di tonnellate all’anno.

Volenti o nolenti, comunque di cose materiali gli esseri umani hanno bisogno, in quantità crescente anche per l’inarrestabile aumento della popolazione mondiale. Tutto quello che si può fare per attenuare la insostenibilità dovuta all’impoverimento e al peggioramento della qualità ecologica delle risorse naturali, è cominciare a chiedersi: chi ha bisogno di che cosa?

Davanti a circa 2000 milioni di abitanti della Terra che sono sazi di beni e di merci, talvolta obesi di sprechi, ci sono sulla Terra circa 3000 milioni di persone che, nei paesi di nuova industrializzazione,stanno correndo a tutta velocità nell’aumento insostenibile della produzione e del consumo di energia, di metalli, di cemento, di automobili, di apparecchiature elettroniche, e poi ci sono altri 2000 milioni di persone povere e metà di queste non dispongono di una quantità sufficiente di cibo, di acqua di buona qualità, sono povere di libertà e dignità, beni che richiedono anch’essi beni materiali, perché non si può essere liberi e non si può vivere una vita dignitosa se mancano abitazioni decenti, letti di ospedale, banchi di scuola. Una mancanza che è giusta fonte di rivendicazioni, di violenza, di pressioni migratorie verso paesi opulenti che non vogliono spartire la loro opulenza. Una mancanza che può essere sanata soltanto con la terribile e improponibile proposta di imporre ai ricchi di consumare di meno per lasciare ai poveri una maggiore frazione di beni materiali che gli consenta di avere una vita minimamente decente.

Resta la domanda: quanto a lungo può durare una società insostenibile? Da quando gli esseri umani hanno abbandonato la loro condizione di animali cacciatori e raccoglitori, in relativo equilibrio con i cicli rinnovabili e sostenibili delle risorse naturali, è cominciato un inarrestabile cammino verso l’aumento della popolazione, l’aumento dei desideri di questi nuovi animali speciali, gli umani, e, di conseguenza, il crescente impoverimento delle riserve di “beni” naturali e il peggioramento delle condizioni, della qualità, dei corpi naturali. L’insostenibilità è la punizione di cui parla la Bibbia per coloro che hanno osato mangiare il frutto della conoscenza.

È del tutto vano chiacchierare su quanto a lungo potrà durare la storia dell’uomo sulla Terra, su quanto potranno durare le riserve di petrolio o di minerali, su quanti gradi aumenterà la temperatura del pianeta o su quanti metri si solleveranno gli oceani, sul massimo numero di esseri umani che la Terra può sopportare. Nove miliardi di persone a metà del XXI secolo? Dieci o undici alla fine del XXI secolo ? Come vivranno e dove saranno questi in futuro? Finirà un giorno l’avventura degli esseri umani su questo pianeta ? Domande futili perché anche dopo la scomparsa degli esseri umani,dei nostri arroganti grattacieli e delle nostre fabbriche e centrali, e anche quando le scorie radioattive che lasciamo alle generazioni future si saranno stancate di liberare radioattività, continuerà la vita, quella si, sostenibile, a differenza delle cose umane, fino a quando il Sole anche lui, non si sarà stancato di gettare calore nello spazio. Per ora, nel brevissimo (rispetto ai tempi della natura) spazio di una o dieci o cento generazione, accontentiamoci di ammirare il mondo che ci circonda e, se possibile di rispettarne le meraviglie.

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Conflitti ambientali a Sulmona e in Abruzzo

di Savino Monterisi

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Sopravvivere in una piccola città di provincia a forte spopolamento, dove il lavoro scarseggia, lo stato è in ritirata in piena coerenza con la strategia dell’abbandono e Snam vuole far passare la sua più importante infrastruttura dopo Tap, non è facile, ma a un certo punto diventa necessario. Quando sul finire dell’università ho iniziato a domandarmi seriamente cosa volevo fare della mia vita, ho sentito innanzitutto un vuoto. Sentivo la necessità di riallacciare un filo con il mio passato, quando con l’inizio dell’università e il mio trasferimento a Roma avevo interrotto l’impegno sociale e politico. Avevo provato a mantenere alcuni contatti con persone con cui saltuariamente facevamo delle iniziative, ma non si ottenevano mai grossi risultati, perché la politica ha bisogno innanzitutto della presenza. Così guardandomi un po’ intorno, sul finire degli studi mi era sembrato di capire che quel vuoto avrei potuto riempirlo soltanto tornando a casa e occupandomi delle cose.

Sulmona è una cittadina circondata dalle cime più alte degli Appennini, il Gran Sasso, la Majella, il Velino, il Sirente. È situata al centro di una conca, la Valle Peligna, un comprensorio economicamente svantaggiato che ha visto il suo più importante sviluppo fra gli anni Settanta e Novanta, grazie ai contributi alle industrie della Cassa del Mezzogiorno. Con l’abolizione improvvisa della Cassa, le aziende hanno chiuso gli impianti e trasferito la produzione altrove, dando nuova linfa a quello che è sempre stato il fenomeno tipico di queste terre: l’emigrazione. Da sempre la meglio gioventù qui è costretta a cercar fortuna altrove per mancanza di opportunità, e questo è drammaticamente vero anche per la mia generazione – pre-millennials – ormai quasi tutta trasferitasi fuori Regione o addirittura all’estero. Opporsi a questo flusso inarrestabile è già di per sé un fatto politico, ancora di più se l’intento è quello di farlo con l’impegno attivo.

Che ha riguardato innanzitutto il gasdotto Rete Adriatica, un’infrastruttura “minore”, passata in sordina su tutti i media nazionali. Un gasdotto lungo circa 800 km che collegherebbe Brindisi a Bologna attraverso tutta la fascia appenninica, una delle aree sismiche più pericolose d’Italia. La Valle Peligna sarà attraversata per intero da questo gasdotto ed è prevista anche la costruzione di una centrale di compressione del gas, già autorizzata dal governo Gentiloni. Il progetto è voluto da Snam (Società nazionale metanodotti) che attraverso un complesso di infrastrutture energetiche – gasdotti, centrali di spinta e siti di stoccaggio – sta trasformando il nostro paese in uno dei più importanti hub del gas europei. Un hub del gas è una sorta di bocchettone del gas, in questo caso puntato sull’Europa, pronto a soddisfare il fabbisogno energetico del Vecchio Continente. Il gasdotto in questione è la continuazione naturale del più conosciuto Tap (Trans Adriatic Pipeline). Da undici anni in Valle Peligna comitati di cittadini si oppongono all’opera e, sul finire del 2015, si è aggiunto anche il collettivo AltreMenti Valle Peligna, che ho fondato insieme ad alcune amiche e amici.

L’Abruzzo è stata negli ultimi anni una delle Regioni più conflittuali del Paese, almeno per quanto riguarda le questioni ambientali. Da sempre narrato in Europa come Regione “verde” o “dei Parchi”, in quanto su un terzo del territorio regionale ci sono parchi nazionali, regionali o riserve naturali, negli ultimi tempi è stato al centro di diversi conflitti ambientali. Il tentativo di costruzione del terzo traforo del Gran Sasso, poi bloccato, la discarica tossica di Bussi definita come la più grande discarica abusiva d’Europa, il terremoto dell’Aquila e i progetti di trivellazione al largo della costa, il più importante dei quali è conosciuto come Ombrina Mare, anche questo bloccato con una manifestazione imponente il 23 maggio 2015 a Lanciano, dove hanno sfilato oltre 60 mila persone. Questa è stata la manifestazione con maggiore partecipazione del 2015 in Italia, la seconda è stata quella contro Expo del 1 maggio a Milano, che ha contato 50 mila persone. Insomma l’Abruzzo ha espresso una certa radicalità come risposta alle devastazioni ambientali che la provincia italiana subisce – Tav, Tap, Muos, Trivelle.

La costruzione di una centrale di compressione in una valle soggetta al fenomeno dell’inversione termica e quindi al limitato ricircolo dell’aria, fa sì che tutte le sostanze prodotte dalla combustione del gas rimangano nell’aria producendo particolato secondario. Qual è la compatibilità di una simile opera con la vocazione “verde” dell’Abruzzo? La centrale verrebbe costruita alle porte del Parco della Majella, in un sito di elevato valore paesaggistico. Ci sono poi rischi per l’elevatissima sismicità dell’area, la centrale dovrebbe sorgere a pochi chilometri dalla cosiddetta “faglia del Morrone” una delle più pericolose e studiate in Italia. Dopo aver dissanguato il territorio con la chiusura delle fabbriche, ora si vorrebbe costruire un’opera impattante che minerebbe per sempre la vocazione turistica e fortemente ambientale di cui invece il territorio potrebbe fregiarsi. L’Ippc (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) ha detto poi chiaramente ai governanti della terra che restano soltanto 12 anni per invertire la rotta ed abbandonare tutte le fonti fossili, gas compreso. A questo va aggiunto infine che i consumi di gas in Italia sono in netto calo da anni e si aggirano intorno ai 70 miliardi di metri cubi, ben lontani dal picco massimo degli 85 miliardi di metri cubi toccati nel 2005. Il gasdotto avrebbe quindi una pura funzione speculativa da parte di Snam, che costruirebbe a spese dei contribuenti – sì, perché il costo del gasdotto è scaricato in bolletta – un’opera dalla quale si arricchisce solo lei, mentre i costi sociali ed economici verrebbero completamente scaricati sulla collettività.

Dal finire del 2015 AltreMenti ha cercato di veicolare il messaggio dei cosiddetti “no Snam” in ogni direzione, nelle scuole ad esempio, dove a inizio del 2016 è nato il Collettivo Studentesco Sulmona che si è unito alla lotta contro la grande opera, nei settori produttivi, fra le popolazioni dei comuni limitrofi, fino a arrivare ai capoluoghi di provincia, Pescara e L’Aquila in particolare. Il collettivo ha cercato di utilizzare un metodo comunicativo nuovo. Parole, immagini, video, slide, si sono rinnovate nel tentativo di far combaciare le esigenze portate avanti dai comitati cittadini con le mutate esigenze della comunicazione. Il mix ha fatto breccia e in poco tempo nel territorio peligno si è tornati a fare un gran parlare di questa scottante questione. Nel frattempo nell’Abruzzo interno si è aperto un altro fronte ambientale che ha visto AltreMenti impegnarsi in prima linea insieme a diverse altre associazioni. Il fronte in questione è stato il progetto della Toto Group, concessionario delle autostrade abruzzesi A24 ed A25 attraverso la controllata Autostrade dei Parchi, che voleva costruire una variante autostradale – con 40 km di gallerie annesse – fra i caselli autostradali di Bussi sul Tirono e Celano, nell’area che rappresenta il bacino imbrifero più importante della regione dove sotterraneamente convogliano le acque provenienti dal massiccio del Gran Sasso e da quello del Velino-Sirente. La variante avrebbe comportato ai clienti un risparmio di tempo di circa 20 minuti, mentre al concessionario avrebbe risparmiato la manutenzione ordinaria e straordinaria su diversi chilometri di viadotti che per obbligo era tenuto a svolgere e che negli anni non aveva effettuato. Il costruttore dell’opera, poi, sarebbe stato il proponente stesso del progetto, Toto Group. Questa proposta che ha trovato la ferma opposizione di popolazione e associazioni, alla quale poco dopo si è unita anche la politica che per voce dell’allora ministro dei Trasporti Graziano Del Rio ha stoppato l’opera.

Il lavoro di AltreMenti è andato avanti a Sulmona e nei comuni del comprensorio peligno. Si è cercato, fra le altre cose, di fare un’operazione di memoria storica con il recupero e la valorizzazione di figure molto importanti per il territorio come l’anarco-sindacalista Carlo Tresca, del quale ogni anno viene festeggiato il compleanno, o Oscar Fua, sedicenne ebreo che mentendo sulla propria età si unì durante la resistenza ai patrioti della Brigata Maiella e perse sciaguratamente la vita a Brisighella, alle porte di Bologna. Un lavoro politico tout court che la comunità ha riconosciuto e che si è andato progressivamente guadagnando la credibilità anche in virtù dell’assenza completa dei partiti, ormai ridotti a comitati d’interesse capaci di attivarsi solo a ridosso delle elezioni per spartirsi quel poco di potere rimasto agli enti territoriali.

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Cinema a Venezia: le illazioni di un malpensante

di Saverio Esposito

illustrazione di Miguel Angel Valdivia

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Proviamo a delirare. Non essendo andati a Venezia non abbiamo visto il film premiato con il leone d’oro, Roma di Alfonso Cuarón, che, mi dicono, è un bel film.

Ma… È un film Netflix, la nuova maxi-azienda di realizzazione di film all’avanguardia nella tecnologia della produzione ma soprattutto della distribuzione-diffusione, nella distribuzione in modi affini o gli stessi di quelli della logistica, e per un circuito capillare o che lo diventerà sempre più, di tv-computer, privatizzando anche l’utenza. Dietro Netflix o davanti ci sono le banche, c’è la finanza, e ovviamente la grande finanza nord-americana.

Ma… Hollywood è un sobborgo di Los Angeles, e Los Angeles è la seconda città messicana del mondo (come Milano è la seconda città pugliese d’Italia). I messicani a Los Angeles sono una massa e i ricchi messicani si muovono agilmente tra la capitale del Messico e questa loro seconda città, che ospita peraltro la capitale del cinema. I muri di Trump servono per tenere a bada i peones, i senza-niente, i miserabili, di certo non i pupilli della grande borghesia parassitaria messicana alla Del Toro-Cuarón, di casa a Los Angeles come nella loro città e che da qualche tempo vincono Oscar come noccioline anche, e forse soprattutto, perché Hollywood è un sobborgo di Los Angeles che è un sobborgo di Città del Messico. E perché chi guida il gioco nella nuova Hollywood delle programmazioni integrate e dei grandi uffici di studi di mercato, sono le banche, la finanza, e non le grandi case di produzione di un tempo; e perché le banche, la finanza, a Los Angeles sono anche messicane; e perché, anche se, per comprensibili motivi, mancano studi in materia, i messicani stanno dando l’assalto a Hollywood (scalzando lentamente lo storico predominio ebraico) perché i soldi ce l’hanno, perché le banche maggiori stanno ancora in America, e perché le banche conoscono a menadito l’arte del riciclaggio sotto tutte le latitudini, e perché a Los Angeles i soldi che le banche riciclano sono anche, forse soprattutto, quelli del narcotraffico, che è in mano ai messicani.

Per carità! Del Toro e Cuarón sono candidi come agnelli, ma il cinema ufficiale è diventato quello che è, feccia commerciale che produce oppio mentale per miliardi di spettatori che lo consumano tramite internet e tv e non più frequentando le sale. La Netflix, a Hollywood, ha come unica rivale la Disney, aziende-massa dello stesso stampo e della stessa razza che Google, Apple, Facebook, Amazon, delle aziende che hanno inverato il sogno di Goebbels: un’unica proposta intellettuale e morale, un unico modo di castrare i popoli, di governarli. (E la chiamano comunicazione!) Con un pizzico di concorrenza tra chi è più furbo, perché la concorrenza continua a essere l’anima del commercio.

È proprio un caso se Barbera ha chiamato a presiedere la giuria veneziana un astuto regista di video-giochi iper-tecnologici? E aperto la strada alla Netflix, in nome, ovviamente, della modernità o post-modernità? È proprio un caso se le giurie non vengono da tempo presiedute e formate da scrittori o critici o intellettuali di chiara fama ma dai servi addomesticati e più o meno noti della corporazione del cinema, complici felici – ohibò, in nome dell’“arte cinematografica”! – di chi gli dà da mangiare, da bere e da esibirsi?

Il cinema vero dovrebbe fare atto di separazione da tutto questo, al più presto, dichiarando una vocazione minoritaria e lavorando nei margini e per i margini. Come accade, per fortuna, con molte egregie opere di nuovi registi e nuovi produttori e organizzatori, maschi o femmine e bianchi o colorati. Ingenuo Minervini, che Barbera ha accolto nel concorso veneziano pensando così di salvarsi l’anima che contemporaneamente offriva ai messicani, alla Netflix, al nuovo ordine capitalista e al suo universale dominio.

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Partecipazione senza potere

di Mauro Boarelli

illustrazione di Andrea Settimo

Il tema della partecipazione torna a fasi alterne nel dibattito politico. Ma il senso profondo della parola è andato smarrito. In questi giorni a Bologna l’Amministrazione comunale si autocelebra enfatizzando i risultati del «bilancio partecipativo», assecondata dalla stampa locale e da commentatori poco interessati ad andare oltre la superficie.

Tra le poche voci critiche, quella del gruppo bolognese della nostra rivista, che nel recente libro collettivo A che punto è la città? Bologna dalle politiche di “buongoverno” al governo del marketing (Edizioni dell’Asino) ha provato a smontare i luoghi comuni che, dalla politica locale, sconfinano in uno scenario più vasto. Da questo volume è tratto il testo che proponiamo. (Gli asini)

 

I cordoni della borsa

Un osservatore straniero interessato a studiare il sistema di governo bolognese rimarrebbe colpito dall’enfasi posta dagli amministratori e dagli esponenti del partito di maggioranza sul tema della partecipazione. Ma se andasse al fondo della questione, se grattasse sotto la superficie, si renderebbe conto ben presto dello scarto tra la narrazione e la realtà.

Partiamo dall’ultimo arrivato nella grande famiglia della partecipazione alla bolognese: il bilancio partecipativo, avviato nell’estate 2017 dopo anni di promesse (era un punto già presente nella campagna elettorale di Sergio Cofferati nel 2004). Per comprenderlo a fondo, bisogna innanzitutto ricordare che il bilancio municipale partecipativo ha le sue radici a Porto Alegre, la capitale dello stato del Rio Grande do Sul in Brasile, dove il Fronte popolare guidato dal Partito dos Trabalhadores vinse le elezioni amministrative nel 1988. Il processo avviato subito dopo dal nuovo governo locale è basato su un sistema di assemblee popolari di quartiere chiamate a decidere i principali campi di azione da finanziare e ad eleggere i propri delegati ai forum distrettuali e al Consiglio del bilancio partecipativo, l’organo che deve elaborare la proposta di bilancio. Questa idea ha avuto una larga diffusione in America Latina e in Europa. È naturale che le pratiche sociali vengano declinate in modi differenti a seconda dei contesti in cui vengono esportate. Bisogna però domandarsi se le esperienze nate dall’idea originaria ne conservino i tratti fondamentali oppure ne tradiscano lo spirito e ne utilizzino il nome in modo arbitrario o strumentale. Per una comparazione con il caso bolognese, possiamo isolare tre aspetti cruciali dell’esperienza brasiliana: l’autonomia procedurale garantita ai cittadini, che possono modificare le regole del processo partecipativo; l’inserimento delle proposte provenienti dai quartieri nel quadro dell’amministrazione complessiva della città; la disponibilità di una porzione significativa delle finanze municipali (era inizialmente il 10% sul totale del bilancio, poi la quota è salita al 25%). La combinazione tra questi elementi rende il bilancio partecipativo un processo dagli esiti tangibili e produce effetti che vanno al di là del bilancio stesso, poiché lo trasforma in un percorso “pedagogico” lungo il quale le comunità locali hanno la possibilità di autoformarsi e prendere parte in modo consapevole al governo della città intera.

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Tra affari armati e volontà di pace

di Marino Ruzzenenti

 

Una foto opportunity a volte racconta più di tanti discorsi (M. Biglia, Autostrada Valtrompia, Brescia fa sistema, “Bresciaoggi” 22 aprile 2018; M. Toresini, Imprenditori e parlamentari, prove di lobbing territoriale, “Corriere della Sera”, 23 aprile 2018). Straordinariamente eloquente per rappresentare un tratto caratterizzante del “sistema Brescia” è quella riportata dalla stampa locale dell’incontro tra i nuovi parlamentari di tutti i partiti e le associazioni imprenditoriali di tutte le categorie, avvenuto il 21 aprile scorso presso la sede dell’associazione degli industriali bresciani (Aib).

La missione esplicita era fare lobbing per realizzare l’autostrada della Valtrompia, opera ritenuta di “assoluta priorità”, dunque strategica per il Bresciano. Una follia e uno spreco per il Tavolo Basta veleni che raggruppa le diverse anime del movimento ambientalista bresciano e che il 20 aprile 2016 ha portato a manifestare 12mila cittadini per le vie di Brescia contro la devastazione indotta da un modello industriale predatorio.

Si tratterebbe di un tratto di “autostrada urbana” di circa sei chilometri, in larga parte in galleria, che si svilupperebbe a nord del capoluogo, finendo poi nel “nulla” viabilistico, in quell’area della bassa Valtrompia, ad altissima concentrazione industriale e abitativa, che di fatto è un’estensione conurbana della cosiddetta “grande Brescia”. L’alternativa ragionevole e meno costosa sarebbe il prolungamento della metropolitana leggera, che ora giunge alle soglie della stessa Valtrompia, e la riqualificazione dell’attuale tracciato stradale urbano. Non solo. La stessa Valtrompia, una delle aree più ricche d’Europa, manca tutt’ora di un sistema di collettamento e depurazione delle acque di scarico sia civili che industriali, scaricando tutti i reflui e i veleni nel fiume Mella, il quale, attraversando Brescia, concorre a mantenere la falda altamente inquinata. Insomma, se una priorità si volesse individuare sarebbe quella del risanamento di un bene vitale e prezioso come l’acqua, sulla cui situazione di scandaloso degrado pende una sanzione europea, vicenda peraltro rappresentativa di un sistema industriale ed economico locale che ha devastato e continua a devastare il territorio con una veemenza unica a livello nazionale e non solo (http://www.ambientebrescia.it/).