il libro

Chi decide in città?

Bologna, mercoledì 9 maggio 2018

Chi decide in città?

RitmoLento, via San Carlo 12/A

 

Un dibattito a partire dal libro A che punto è la città? Bologna dalle politiche di “buongoverno” al governo del marketing, a cura del gruppo bolognese della rivista “Gli Asini”

con:
Vincenzo Balzani, chimico, professore emerito presso l’Università di Bologna
Antonio Faggioli, medico, già responsabile dell’Igiene Pubblica del Comune di Bologna e Direttore del Dipartimento di Prevenzione dell’ASL di Bologna
e i curatori del libro

Partendo dai temi affrontati nel libro A che punto è la città, focalizzeremo l’attenzione su un aspetto rilevante e poco dibattuto: il rapporto tra saperi tecnici, partecipazione dei cittadini e formazione delle scelte politiche. In una città dove dilaga la retorica della “partecipazione”, rifletteremo sul rapporto che intercorre tra queste tre categorie per capire il funzionamento dei meccanismi decisionali e delineare alternative di partecipazione al governo locale.

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Siria, 7 anni dopo

di Domenico Chirico

disegno di Mara Cerri

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 50 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Ci dobbiamo porre il problema, parlando di Siria, se ormai sia normale la guerra. Sia normale l’uso del gas contro i civili. Sia scontata la fuga di milioni di persone dalle loro case. Ci dobbiamo porre il problema se la guerra senza fine sia la nuova condizione a cui ci si debba abituare per il prossimo futuro. Guerre a geografie e a geometrie variabili. Guerre civili tra vicini di casa che diventano aguzzini, vittime e persecutori in giostre che girano continuamente. Invertendo ruoli ma con un risultato a somma zero per tutti sempre uguale. Nelle ultime settimane in Siria, abbiamo assistito all’attacco turco nell’area di Afrin e continui attacchi in tutto il resto dell’area a maggioranza kurda, con cecchini che dalla Turchia sparano sulle strade e città di confine. Colpendo per lo più civili inermi. Poi, scontri violentissimi tra la coalizione americana e le Syria Defence Forces (Sdf, l’esercito costituito dalle Ypg con varie milizie arabe del nord) contro russi e governo di Damasco. Recente un attacco israeliano a postazioni iraniane, mentre questi ultimi hanno abbattuto un F-16 dell’aviazione di Tel Aviv. Continuano combattimenti anche nelle zone del sud della Siria, dove la Giordania appoggia le opposizioni che guidano contro il regime la città di Daraa. Un missile del regime siriano è stato lanciato del nord del Regno Hashemita. E poi l’assedio della Ghouta da parte del regime, contro le forze dell’opposizione lì insediate. E l’uso di gas contro la popolazione nonché l’impossibilità di assistere i civili. In Siria peraltro da anni le strutture sanitarie sono un target. Ospedali e convogli umanitari vengono attaccati regolarmente. Una guerra di tutti contro tutti, peraltro non raccontata. Nessun paese europeo ha la forza di opporsi alle scelte belliche della Turchia. Nessuno riesce a fermare la Russia e Damasco o i bombardamenti della coalizione a guida americana, che intanto ha stabilito le sue basi nel nord est del paese. Mentre i russi tengono saldamente le loro sulla costa. Migliaia i militari americani e russi impegnati sul campo. Fonti non verificate hanno accennato a una strage di contractor russi a Deir ez Zor da parte americana. Tutto questo avviene in un paese che soffre da 7 anni una guerra civile e per procura tra potenze mondiali. Più di 5 milioni i rifugiati, 6,5 milioni gli sfollati interni, 13,5 milioni le persone in stato di bisogno. Su 20 milioni di abitanti prima del 2011. Un intero sistema sanitario distrutto, un’intera generazione perduta. E la prossima generazione pronta a perdersi. Centinaia di migliaia i giovani sul fronte a combattere e strappati alle loro esistenze.

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Carlo Cecchi, il teatro e il suo doppio

di Goffredo Fofi

disegno di Stefano Ricci

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 49 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Prima o poi doveva arrivarci, Carlo Cecchi, a confrontarsi con Enrico IV, uno dei due principali lavori pirandelliani di riflessione sul teatro (l’altro essendo ovviamente i Sei personaggi). L’Enrico IV di Pirandello è un nobile italiano degli anni venti del Novecento che, dopo una caduta da cavallo in una festa mascherata in cui si era travestito da Enrico IV – l’imperatore tedesco della seconda metà degli anni mille, quello perdente e poi vincente nel confronto col potere papale –, un po’ è impazzito e un po’, anzi tanto, finge di esserlo, e costringe a stare al suo gioco servi e parenti. Ma poi un illustre psichiatra propone tramite la finzione e ripetizione del passato, portate al loro diapason, di ricondurlo alla ragione e architetta una ricostruzione aneddotica para-teatrale. Al centro, l’amore giovanile dell’“imperatore”, che potrebbe rivivere trovando il proprio oggetto nella figlia dell’amata di un tempo, presente bensì anche la madre, e presente l’odioso rivale. Ma nel terzo e ultimo atto, Enrico IV si svela, e finisce per uccidere il rivale.

È nell’ultima parte dello spettacolo che tutto sembra accendersi di vita vera, di un confronto che dà vita alla scena nel momento in cui la vita ha il sopravvento sulla scena, domina la scena. Ma è pur sempre vita contro teatro, teatro contro vita; e cosa sia meglio tra la vita e il teatro sembra chiederselo Carlo Cecchi. Che aggiunge a Pirandello un finale-finale in cui chiede all’ucciso di rialzarsi, ché domani o dopodomani c’è un’altra replica dello spettacolo, ché si va in scena di nuovo, e di nuovo la vita e il teatro confliggeranno, e la finzione tornerà a prevalere, o la vita?

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Nigeria, nazione chiave

di Alessandro Jedlowski

disegno di Mari Kanstad Johnsen

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 48 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Tra i più numerosi gruppi di persone arrivate in Italia nel corso degli ultimi anni, lungo le rotte che attraversano il Mediterraneo, ci sono quelli che provengono dalla Nigeria. La loro presenza ci interroga, ci impone la necessità di approfondire le nostre conoscenze di questa regione dell’Africa Occidentale così importante per il continente, eppure così poco e mal conosciuta in Italia. La Nigeria è un paese grande, molteplice, affascinante. Si tratta della più grande nazione “nera” del mondo, con una popolazione che supera i 180 milioni di abitanti, composta da centinaia di gruppi etnici diversi, una delle popolazioni più urbanizzate del continente, con almeno una decina di città che superano il milione di abitanti, e una megalopoli, Lagos, che si avvicina per dimensione e popolazione a grandi capitali mondiali come Tokyo, Città del Messico e New York. Se in Italia e in diverse altre regioni del mondo la reputazione della Nigeria è spesso negativa, questo paese è per molti aspetti un punto di riferimento culturale fondamentale per il resto del continente e per la diaspora africana nel mondo. Si tratta infatti di uno dei paesi la cui produzione culturale è riuscita meglio a farsi conoscere e ad affermarsi a livello globale, si pensi alla musica di Fela Kuti e Tony Allen o dei più recenti P-Square e 2Face Idibia, alla letteratura di Wole Soyinka, Chinua Achebe, Chimamanda Ngozi Adichie e tanti altri, o al cinema di Nollywood, per non parlare delle mode di abbigliamento, architettura e design che da questo paese si sono imposte in giro per l’Africa e altrove nel mondo. È fondamentale tenere a mente questa ricchezza affrontando l’analisi di quelli che sono i lati più oscuri della storia e del presente nigeriano. Si tratta infatti di risorse alle quali è possibile ritornare per nutrirsi e comprendere meglio la complessità di questo paese.

Se è vero che la storia recente della Nigeria è stata segnata da episodi particolarmente violenti come la recente insurrezione fondamentalista di Boko Haram e la guerra civile del Biafra alla fine degli anni sessanta, questo paese ha una storia ricca e complessa, all’interno della quale è possibile trovare una grande varietà di configurazioni politiche e storiche di grande spessore, come il Regno del Benin nel sud-est del paese (uno dei regni più longevi e splendenti della storia africana precoloniale), il califfato di Sokoto nel nord (uno dei califfati più potenti e estesi della zona sub-sahariana in epoca precoloniale), o ancora i regni yoruba del sud-ovest del paese (riconosciuti dalle popolazioni limitrofe per la sofisticazione delle loro arti e della loro cultura). Il fervore e il dinamismo di queste esperienze storiche è stato ampiamente condizionato, nel corso degli ultimi due secoli, dall’impatto della tratta transatlantica di schiavi e del colonialismo britannico, fenomeni le cui tracce sono fondamentali per comprendere il presente di questa regione.

Tre sono le conseguenze storiche principali che è utile tenere presenti nell’avvicinarsi a un’analisi delle dinamiche politiche ed economiche della Nigeria di oggi. Innanzitutto, da un punto di vista economico, la tratta prima e il colonialismo poi hanno orientato questa regione (come molte altre del continente africano) a sviluppare un’economia estrovertita, fondata sull’esportazione di forza lavoro (gli schiavi di ieri e i migranti di oggi) e, in un secondo momento, di prodotti agricoli coltivati nelle piantagioni e di materie prime. Questa struttura economica, particolarmente vulnerabile alle fluttuazioni del mercato globale, è diventata ancora più radicale con la scoperta del petrolio alla fine degli anni cinquanta, che ha trasformato il paese in uno dei più grandi esportatori al mondo, ma ha anche reso la sua economia drammaticamente dipendente dall’andamento internazionale del prezzo del greggio – una dipendenza che una volta di più ha mostrato la sua violenza negli ultimi tre anni, con la drammatica crisi economica che in Nigeria ha seguito la riduzione del prezzo del petrolio sui mercati internazionali dovuta alla guerra dei prezzi fra produttori mediorientali e americani.

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Cosa significa utopico

di Paul Goodman

Paul Goodman ha risposto ad alcune domande che gli hanno posto Roger Barnard, Bob Overy e Colin Ward.

Molte persone sembra che ti vedano come un “pensatore utopico”, e infatti uno dei tuoi libri si intitola Utopian essays and practical proposal (Saggi utopici e proposte pratiche). Eppure, da quel che so, mi sembra che tu ti sia definito più volte come un “pragmatista”. È una contraddizione, o a te non sembra?

Dunque, non sono un utopista in nessun senso convenzionale del termine. In ogni caso, le persone che usano la parola “utopico” generalmente la impiegano come una parolaccia, non vi sembra? Utopico significa che non vogliono farlo davvero! Capisci, non gli sta veramente a cuore, hanno altri interessi. Se per utopico intendiamo che qualcuno possiede alcune grandi nozioni preconcette su ciò a cui il mondo dovrebbe assomigliare, e vuole imporle agli altri come il loro scenario, io penso che questo sia fascismo, e non mi interessa.

Ci sono in realtà davvero tante cose che nella situazione attuale potrebbero essere fatte molto meglio, in modo molto meno costoso e molto più semplice. In genere questo richiede un atto di volontà, o potere politico. Ora, come acquisire il potere politico per fare cose anche molto piccole, come prendere il denaro che viene impiegato per finanziare il sistema scolastico pubblico di New York e dividerlo tra migliaia di piccole scuole indipendenti? Ciò funzionerebbe molto meglio di come funziona attualmente, non costerebbe di più, non necessiterebbe di più insegnanti, eccetera… Non c’è niente di “utopico” in questa idea, tranne il fatto che… non verrà realizzata!