il libro

In modo lampante

di Fernando Bandini

 

 

Ora, compagni, che la primavera
accende fiori tra gli alberi secchi
e promette canestri di frutta
per il prossimo autunno,
è necessario prendere coscienza
della vita che libera fiorisce
e fare il punto
sulla naturale evoluzione
che dall’anno scorso
ha subito il canto del verdone
e il colore della foglia d’acero
e il profumo del melo cotogno.

Qualcuno tra di noi
è irrimediabilmente anti-qualcosa
e bisogna espellerlo.

Conoscitore astruso delle regole
che a suo dire presiedono
le certe fioriture della terra,
non osa uscire
dai camminamenti sotterranei,
ancora inebetito dal letargo invernale
quando già si sciolgono le nevi.

Ma la stella che stanotte
s’accoppiava al rigido ontano,
il ragazzo che lanciando
l’ultima palla di neve
gli si squagliava in mano
contraddicono in modo lampante
le teste di pietra.
Chi non cammina arretra.
La luna di primavera
passa ogni anno attraverso il nostro cielo
come il sangue attraverso il cuore.

Quindi proclamo per mozione d’ordine
il mio furore
contro i sottili dottori del non-fare,
auspico che la setta delle talpe sia sciolta,
e affronto l’argomento
dell’impassibile vento
che a marzo scompiglia le cose
ancora una volta.

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March for our lives

di Emma Gonzales

Emma Gonzales, diciotto anni, sopravvissuta alla sparatoria della Marjory Stoneman Douglas High, Florida, oggi leader riconosciuta del movimento contro le armi statunitense. Durante il rally contro le armi, svoltosi il 17 febbraio 2018 a Fort Lauderdale, Emma ha pronunciato queste parole: “Abbiamo già avuto un minuto di silenzio alla Camera dei rappresentanti e ora vorrei che ne facessimo un altro. Grazie”.

Tutti quelli che sono venuti qui oggi, dovrebbero essere rimasti a casa a piangere. Siamo qui invece tutti insieme perché se il nostro governo e il Presidente non sanno fare altro che mandare i loro pensieri e le loro preghiere, allora sono le vittime a dovere dare un segno del cambiamento necessario. Dall’epoca dei Padri Fondatori e da quando è stato aggiunto il Secondo emendamento alla Costituzione, le armi da fuoco nel nostro paese si sono moltiplicate a una velocità vertiginosa. Le armi sono cambiate ma non le nostre leggi.

Non riusciamo a capire perché dovrebbe essere più difficile programmare il week-end con gli amici piuttosto che acquistare un’arma automatica o semi-automatica. In Florida, per comprare un’arma non hai bisogno di nessun permesso, né di una licenza, e una volta acquistata non hai bisogno di registrarla. Non hai bisogno di un permesso per portare addosso nascosto un fucile o una pistola. E puoi acquistare tutte le armi che vuoi in una volta sola.

Oggi ho letto qualcosa che mi ha molto colpito. Il punto di vista di un insegnante. Cito: “Quando gli adulti mi dicono che ho il diritto di possedere un’arma da fuoco, capisco che il mio diritto di possederla è più importante del diritto alla vita degli studenti. L’unica cosa che sento è mio, mio, mio, mio”.

Invece di preoccuparci della prova d’esame sulla struttura del governo americano, mettiamoci a studiare per bene per essere sicuri che i nostri argomenti basati sul governo e la storia politica siano ben fondati. È tutta la vita che gli studenti di questa scuola fanno dibattiti sulle armi. Abbiamo avuto tre dibattiti quest’anno sulla struttura del governo. Perfino durante la sparatoria erano in corso discussioni sul tema mentre gli studenti cercavano di nascondersi negli armadi. Si ha l’impressione che tutte le persone coinvolte in questo momento, quelli che erano presenti, quelli che hanno postato, che hanno twittato, quelli che fanno interviste e parlano con l a gente, sembra che vengano ascoltati per la prima volta su questo tema che invece solo negli ultimi quattro anni è accaduto mille volte.

Ho scoperto oggi l’esistenza di un sito, shootingtracker.com. Nel titolo niente lascia intendere che riguardi soltanto le stragi americane e comunque è necessario che lo faccia? Infatti, l’Australia ha avuto una sola sparatoria di massa a Port Arthur nel 1999, e dopo il massacro ha introdotto delle leggi sul controllo delle armi da fuoco e non ci sono più state sparatorie. Il Giappone non ne ha mai avuto. Il Canada ne ha avute tre e la Gran Bretagna una e ambedue i paesi hanno passato leggi sul controllo delle armi e invece eccoci qua, ci sono dei website dedicati a riportare tragedie del genere in modo che si possano trasformare all’occorrenza in statistiche.

In un’intervista di questa mattina ho notato che una delle domande era: credete che i vostri figli debbano avere altre esercitazioni contro le sparatorie? La nostra risposta è che crediamo che non siano necessarie. Quando abbiamo detto la nostra al governo – può darsi che gli adulti si sono abituati a dire “così vanno le cose”, e invece noi studenti se abbiamo imparato qualcosa è che se non studi sarai bocciato. E in questo caso, se non fai niente, la gente continuerà a morire, perciò è il momento di cominciare a fare qualcosa.

Noi vogliamo essere i ragazzi di cui parleranno i libri di testo. Non perché vogliamo diventare un altro dato statistico sulle sparatorie in America, ma perché come ha detto David, vogliamo essere l’ultima di queste stragi. Come nel caso Tinker v. Des Moines, vogliamo cambiare la legge1. Ci sarà la scuola Marjory Stoneman Douglas in quel libro e sarà grazie agli sforzi instancabili di tutto il personale della scuola, dei membri della facoltà, delle famiglie e soprattutto degli studenti: gli studenti che sono morti, quelli che sono ancora in ospedale, quelli che soffrono dello shock post traumatico e quelli che hanno avuto attacchi di panico perché gli elicotteri non ci davano tregua, continuando a girare sulla scuola 24 ore al giorno.

C’è un tweet su cui vorrei tornare. C’erano molti segni che il responsabile della strage fosse mentalmente disturbato, ed era perfino stato espulso per comportamenti fuori regola. I vicini di casa e i compagni di scuola sapevano che era un caso problematico e che bisogna sempre denunciare questi casi all’autorità. Noi l’abbiamo fatto, più di una volta. Da quando frequentava la scuola media. Non è stata una sorpresa per nessuno che lo conosceva sentire che era lui il colpevole. Quelli che ci accusano di averlo ostracizzato, non sanno come era fatto. Ma noi lo sapevamo. Sappiamo che ora fanno ricorso alla malattia mentale e anche se non sono una psicologa è chiaro che questo non è stato semplicemente di un caso di malattia mentale. Ma se avesse avuto solo un coltello non avrebbe potuto fare del male a così tanti studenti.

E perché non la smettiamo di accusare le vittime per qualcosa che era colpa dello studente, e innanzitutto colpa di quelli che gli hanno venduto le armi, quelli che fanno le fiere di armi, quelli che lo hanno incoraggiato a comprare accessori per i suoi fucili per renderli completamente automatici, quelli che non gli hanno tolto le armi quando ha mostrato tendenze omicide e non parlo dell’Fbi. Parlo delle persone con cui lui viveva, parlo dei vicini che l’avevano visto fuori casa con delle armi in mano.

Se il Presidente vorrà venire a dirmi in faccia che è stata una tragedia terribile che non sarebbe mai dovuta accadere e continuare a dirci che non c’è niente da fare, gli chiederò quanti soldi ha avuto dalla National rifle association. E anche se non mi risponde non importa perché conosco già la risposta. Trenta milioni di dollari, che diviso per il numero delle vittime di armi da fuoco negli Stati Uniti nel primo mese e mezzo del 2018, fa circa 5800 dollari. Tanto vale per te la vita di queste persone, Trump? Se non farete niente perché questo non accada più, il numero delle vittime di armi da fuoco salirà e il loro valore diminuirà ancora. E noi varremo ancora meno per voi.

Che ogni politico che accetta donazioni dalla Nra, si vergogni!

Nota

1 Riferimento al caso legale degli anni sessanta a Des Moines, Iowa, che riguardò due studenti espulsi dalla scuola per avere inscenato una protesta simbolica contro il coinvolgimento nella guerra del Vietnam portando una fascia nera al braccio e rifiutandosi di toglierla. La famiglia denunciò la scuola ricorrendo al primo emendamento e vinse il ricorso, portando nel 1969 a una ridefinizione da parte della Corte suprema americana della legge sui diritti costituzionali degli studenti.

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Da dove vengono gli italiani

di Ugo Cornia

L’altro giorno, mentre ero in macchina, sento un intervista dove c’era uno che diceva che in Italia è meglio se ci stanno gli italiani. E l’intervistatore chiedeva “ma che cosa intendi per italiani?” e si capiva dalla risposta che l’altro intendeva per esempio i non-africani e magari intendeva anche gli svedesi come non-italiani, ma gli sembravano molto meno non-italiani degli africani. Secondo me, per riassumere la sua opinione in termini corretti, i più non-italiani erano gli africani, poi c’erano i cinesi, poi degli altri che erano sempre non-italiani ma meno, e di italiani veramente italiani c’erano soltanto gli italiani. A me queste sono questioni che piacciono moltissimo. Perciò vediamo di capire che cos’è un italiano. Per esempio io, come tutti, ho avuto quattro nonni, otto bisnonni, sedici trisnonni, trentadue quadrisnonni, sessantaquattro cinquisnonni, centoventotto seisnonni, duecentocinquantasei settisnonni, cinquecentododici ottisnonni. I novisnonni, o ennonni sono già più di mille. Se noi calcoliano venticinque anni di differenza tra padre e figlio, ogni secolo fa quattro generazioni, quindi l’elenco precedente comprende i miei avi fino a circa due secoli fa. E se, come si diceva, una volta fatta l’Italia, bisognava ancora fare gli italiani, andando un po’ a occhio i settisnonni e gli ottisnonni non erano ancora italiani. Però, ricordandoci tutte le discussioni dei nostri illustri antenati letterati, è già qualche secolo che si discute di italiani che parlavano già italiano prima che l’Italia fosse fatta. Seguendo questa traccia possiamo invertire il discorso precedente e dire che visto che c’erano gli italiani bisognava fare l’Italia. Dunque proseguiamo a calcolare numericamente i nostri avi. Basta seguire la potenza del 2. Tre secoli fa i miei dodicisnonni erano ottomilacentonovantadue; quattro secoli fa i miei sedicisnonni erano centotrentunmilasettantadue. Ma cinque secoli fa, a venti generazioni da me, i miei ventisnonni avevano già superato il milione, erano infatti due milioni e novantanovemilacento-cinquantadue. Sei secoli fa i miei ventiquattrisnonni erano sedici milioni settecentonovantatremiladuecentosedici, e bastava che uno solo di questi oltre sedici milioni si rompesse una gamba, o trovasse in un boschetto una che la dava via facile e non era una mia ava e per quel giorno lì lo svuotava delle munizioni, o più semplicemente che lui la notte x non ne avesse voglia perché aveva mangiato troppo, che io non ci sarei. Milioni di persone devono aver scopato facendo centro al momento giusto perché io ci sia stato. E comunque sette secoli fa (al tempo di Dante, e finalmente di un volgare illustre che dava la possibilità ai post romano-barbarici di esprimersi con una lingua nobile e precisa) erano duecentosessantotto i milioni di persone che dovevano aver scopato tra di loro con grande precisione perché io ci fossi proprio così come sono. E anche se non si sapeva bene cosa si dicevano tra di loro perché un volgare illustre non c’era ancora, otto secoli fa erano più di quattro miliardi di persone a scopare tra di loro per fare me. Mentre nove secoli fa erano già più di 64 i miliardi di persone a aver chiavato tra di loro per farmi. Ora vediamo di chiudere un po’ il ragionamento: anche ammettendo che ci siano stati incesti e lavorini con cugine, sessantaquattro miliardi di italiani secondo me non ci sono mai stati. E anche se c’erano, è mai possibile che una delle mie belle 33 miliardi circa di ave, magari anche giovane, mentre il marito era fuori a lavorare, non abbia offerto un bicchier d’acqua a uno straniero di passaggio giovane e di bella presenza, che poi da cosa nasce cosa: zing zing, due colpetti e via, e magari lei c’è restata incinta? E per esempio, quei miei avi Moreschi, che all’inizio del settecento hanno lasciato Vigo di Rendena per venire a vivere a Modena, e io dentro di me mi dicevo: Moreschi, sicuramente erano pirati saraceni, come ci erano finiti a Vigo di Rendena, cioè sui monti, dei pirati saraceni? Poi incontro un tale che si chiama Moresco e dice che i Moresco e i Moreschi non sono saraceni ma ebrei e poi invece incontro un altro che dice che i saraceni scappavano sulle alpi quando i cristiani tornavano al potere, e comunque poi questi Moreschi si son dati al ramo ferramenta nei secoli. E questi miei avi Moreschi io li ho avuti sempre per molto cari perché erano gli unici non emiliani insieme a una bisnonna romagnola e quindi mi davano fantasie esotiche. Ma sto andando un po’ troppo in lungo, quindi concludo. Spero che fra meno di dieci anni esistano dei bei test storico-genetici da comprare al supermercato con non più di venti euro, così uno si fa il suo test storico-genetico e gli dicono per esempio che lui è 8% celtico, 11% romano, 9% etrusco, 1,5% troiano, 5% fenicio, 6% nubiano, 4% assiro, 13% longobardo (a me piacerebbe scoprire per esempio di avere un 15% ostrogoto, che nessuno sa che fine hanno fatto questi ostrogoti), 3% ebreo, 15% saraceno, 7% unno, 13% siriano, 2% cinese, e così via. Che dopo uno potrebbe dirsi: cazzo se scopavano tra di loro una volta la gente.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 51 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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Birmania: il dramma dei rohingya

di Stefano Vecchia

Otto mesi fa, la svolta verso quello che per molti è stata la “soluzione finale” alla presenza in territorio birmano di una minoranza non solo esclusa, ma addirittura disconosciuta. Dal 25 agosto 2017, sono stati 800mila i musulmani di etnia rohingya a essere costretti a lasciare lo Stato occidentale birmano di Rakhine (Arakan), dove storicamente sono concentrati, verso il confinante Bangladesh. Un esodo le cui caratteristiche hanno fatto dire all’Onu che si è trattata della “crisi umanitaria più improvvisa della storia”, i rastrellamenti dei militari e paramilitari birmani, condotti non solo con metodo ma anche con una ferocia che ha espresso con pochi dubbi la volontà di procedere alla fase finale della “pulizia etnica” denunciata dall’Onu e da altri che ha avuto un precedente nell’estate 2012 e si è riaccesa nell’autunno 2016, ma che ha radici profonde. Nella presunta “estraneità” religiosa, etnica e culturale di una popolazione per lingua e tradizioni prossima ai vicini bengalesi, presente sul territorio birmano attuale in parte come conseguenza del controllo coloniale britannico e che occupa aree insieme coinvolte nei progetti di sviluppo e nei piani di nuova occupazione governativi ma dove i militari hanno forti interessi propri. Una “diversità” sfruttata e amplificata dai nazionalisti e dall’estremismo religioso in una popolazione di 56 milioni al 90 per cento buddhista, anche per incentivare instabilità sociale e politica di cui molti si avvantaggiano. La fede islamica dei rohingya, poi, con le aree di ribellione anche armata al suo interno e legami incerti con il jihadismo internazionale ha facilitato il processo di esclusione che i birmani approvano in grande maggioranza e che pone anche il loro debole governo civile davanti a scelte scomode.

In Bangladesh, i profughi si sono uniti a altri 300-400mila rifugiati accolti da tempo, sebbene costretti in maggioranza in condizioni esistenziali assai difficili. Il dato complessivo, come pure i 500mila rohingya ospitati in Arabia Saudita e gli altri 200-300mila in vari paesi, asiatici e no, ha ridotto a non più di mezzo milione i superstiti sul suolo birmano dove è sempre stata loro negata la condizione di etnia autoctona a fianco delle decine di altre che formano un mosaico di tradizioni su cui i birmani (Bamar) emergono con quasi il 70 per cento. Di conseguenza la cittadinanza e ogni diritto, se non quello della sopravvivenza sotto tutela internazionale viene costantemente erosa e minacciata dai vicini buddhisti e dai nazionalisti, ma anche dai concreti interessi dei militari e dei gruppi religiosi e economici a essi associati anche dopo la fine ufficiale della dittatura nel 2011, e due anni fa la cessione formale del potere a un governo civile abilitato dalla Costituzione a liberarsi di una pesante tutela delle forze armate.

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A Cuba, dopo i Castro

di Lucia Capuzzi

Il 19 aprile, si è conclusa formalmente l’era Castro. Quel giorno, i 605 deputati dell’Assemblea nazionale cubana – appena designati alle elezioni non competitive dell’11 marzo ­– hanno scelto i 31 componenti del Consiglio di Stato, tra cui il presidente di quest’ultimo, nonché presidente della Repubblica. Per la prima volta da mezzo secolo, il designato non è un Castro. Raúl – che dal 2008 ha sostituito ufficialmente il fratello Fidel nell’incarico –, 81 anni, ha deciso di non ripresentare la propria candidatura. Anche per lui – ha detto – vale la regola di un massimo di due mandati consecutivi decisa nel VI congresso del Partito comunista del 2011, su sua stessa proposta. L’unico figlio maschio, il colonnello Alejandro ­– figura cruciale nel riavvicinamento con gli Usa e a lungo indicato come il successore –, inoltre, non è un parlamentare e, pertanto, non poteva aspirare alla carica. L’altra figlia attiva in politica, Mariela, lei sì deputata, si era detta non disponibile.

Sarà questo cambio della guardia, programmato a tavolino dallo stesso leader (non più Máximo), a mettere fine all’egemonia del “cognome rivoluzionario” per antonomasia? O forse la stagione del castrismo è terminata nel 2006, quando il Comandante, ormai malato, ha passato il timone al fratello minore? O ancora prima, quando la crisi brutale del “periodo speciale”, successiva allo sgretolamento dell’Urss, ha sancito il divorzio tra la società allo stremo e il mito della Revolución? O solo dopo, quello storico 25 novembre 2016, quando il Líder Máximo s’è spento a 90 anni, il giorno del 60esimo anniversario della partenza dal Messico del Granma, con 86 uomini a bordo decisi a iniziare la Rivoluzione contro il dittatore Fulgencio Batista? O, forse, l’epilogo è ancora lontano, dato che Raúl continuerà a guidare, fino al 2021, le redini del partito, organismo quest’ultimo superiore allo Stato in base alla Costituzione del 1976? Sul successore, dunque, l’attuale vice Miguel Díaz-Canel, aleggerà l’ingombrante ombra del Castro minore. Quali margini di autonomia gli saranno concessi?

Sono molti gli interrogativi che accompagnano la “transizione”, vera o presunta, in atto. Un dato, però, è certo: è in corso perlomeno il primo ricambio generazionale al vertice del socialismo tropicale. Il che, come Samuel Huntington ha sottolineato, implicherà necessariamente dei sommovimenti interni. Il nuovo arrivato, chiunque sia, non ha la legittimità tradizionale di cui hanno goduto finora i Castro. Dovrà, pertanto, costruirsi un proprio autonomo consenso. Muovendosi in bilico tra la vecchia guardia ­– abituata “al miele del potere”, secondo la celebre espressione fidelista, e restia a farsi da parte – e la generazione post-rivoluzionaria. E, dunque, – sottolinea l’analista Arturo López-Levy –, sarà costretto a trasformare la leadership carismatica in una sorta di dirigenza collettiva dentro il ristretto ma non troppo, club della nomenclatura. Uno stile che ha cominciato a emergere già nella “fase raulista”. Tale mutazione implicherà necessariamente una ridefinizione degli equilibri. Con possibili nuove ascese e rovinose cadute da parte di quanti erano più vicini ai Castro.

Se, come tutto indica, il nuovo presidente fosse proprio Díaz-Canel si avrebbe, inoltre, un ulteriore “strappo”: il potere sarà consegnato a un civile. L’autorità dei Castro si è forgiata nella lotta rivoluzionaria al regime di Batista. Fidel era prima di tutto un guerrigliero, come la sua divisa verde-oliva, orgogliosamente ostentata, doveva ricordare. Raúl, addirittura, è stato per decenni il capo delle Forze armate, le potenti Far. Queste ultime giocano un ruolo chiave non solo nell’ambito della sicurezza. Tramite il consorzio Gaesa, esse gestiscono alcune delle principali aziende cubane, dal porto del Mariel alla catena turistica Gaviota. Finora l’identificazione tra Stato e caserme è stata totale. La divisione, ora, comporta per entrambi la necessità di costruire un canale di comunicazione – e negoziazione -, più o meno fluido.

C’è, tuttavia, un’ulteriore variabile da tenere in conto. I “giochi di palazzo” sono solo una parte della “partita politica” che si disputa a Cuba. Le riforme degli ultimi dieci anni per “attualizzare il modello”, come più volte ripetuto da Raúl, hanno, nel bene e nel male, modificato in modo irreversibile la società. Le nuove libertà, da quella di viaggiare all’estero senza la “tarjeta blanca” (l’autorizzazione governativa) all’accesso a Internet – per quanto distribuite con il contagocce – l’hanno resa maggiormente plurale. E anche diseguale, con un tasso di povertà intorno al 20 per cento, rispetto al 6,6 di trent’anni fa. Al contempo, i cittadini sono diventati più esigenti nei confronti dei dirigenti. Questi ultimi, dunque, dovranno in qualche modo adeguarsi, cercando perlomeno di rispondere alle domande più immediate di maggiore sviluppo e benessere economico.

Un ultimo fattore, infine, non va sottovalutato. Il ruolo che può svolgere il vecchio nemico ormai buon vicino “Yankee”. Gli Stati Uniti, del resto, sono stati sempre, spesso loro malgrado, co-protagonisti nelle evoluzioni cubane. L’embargo del 1961 e la successiva e maldestro invasione della Baia dei Porci sono state fondamentali nello spingere il nazionalista Fidel tra le braccia, spalancate, dell’Urss. Ci sono voluti 53 anni per mettere fine a un anacronistico “muro contro il muro”, sopravvissuto alla Guerra fredda. Tanto che quando, il 17 dicembre 2014, i presidenti Barack Obama e Castro hanno annunciato in contemporanea la “normalizzazione”, gli stessi analisti sono rimasti spiazzati. Da allora, s’è prodotto un lento processo di apertura reciproca, culminato nel viaggio nell’isola di Obama dal 20 al 22 marzo 2016. L’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, da sempre ostile “all’accordo sconsiderato” del predecessore, ha impresso una brusca frenata al riavvicinamento. A partire dal divieto per le imprese americane di fare affari con le compagnie dell’isola controllate dalla citata Gaesa.

L’ultima giravolta è stato il rimpatrio dei diplomatici di stanza all’Avana. Gli stessi che erano tornati con la riapertura dell’ambasciata il 14 agosto 2015. Nella sede, ridotta a “posto”, dal 5 marzo scorso, ormai ci sono solo i funzionari indispensabili. Come ai vecchi tempi. La motivazione ufficiale del dipartimento di Stato sono “misteriosi attacchi acustici” subiti da 22 diplomatici e dai loro familiari tra la fine del 2016 e la metà del 2017. Del sabotaggio, non dimostrato scientificamente per il momento, non sono state accusate direttamente le autorità cubane. L’ormai ex capo della diplomazia statunitense Rex Tillerson, però, ci ha tenuto a precisare che queste non “sono state in grado di proteggere i cittadini Usa”. Al di là dell’episodio, il giallo degli “attacchi acustici” va, però, inquadrato nel clima di nuovo gelo. Il quale arriva con un tempismo notevole. Proprio in uno dei momenti decisivi della storia cubana – il ritiro della dinastia Castro – Washington sceglie di chiudersi a riccio. Ancora una volta.