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Il grande libro di Montesano

di Emanuele Dattilo

illustrazione di Miguel Angel Valdivia

Per intere generazioni di lettori, le enciclopedie o le storie universali della letteratura sono state il succedaneo glorioso di un’esperienza mistica. Finalmente, qui, niente più ordini di appartenenza nazionale, né labili, imprecisi distretti cronologici. Tenere in mano uno di quei volumi universali permetteva l’ebbrezza di accarezzare con gli occhi una totalità esatta e indiscriminata, democratica: sunti dettagliati di opere dimenticate, brevi ma esaurienti biografie di Vati, minuscole fotografie in bianco e nero, con date e luoghi di decessi (a volte enunciati col brivido dell’incertezza); e infine, quegli straordinari, amabili Minori, che popolano a bizzeffe le enciclopedie universali e che ci attraggono sempre per la loro ostinata resistenza a iscriversi nel corpaccione liscio e continuo della Storia. Che dire poi se quell’universale era anche tascabile? La nostra epoca di frammentazione e scomposizione (o decomposizione) digitale, sembra aver perduto questa ebbrezza; le enciclopedie che frequentiamo quotidianamente su internet conoscono maggiori approfondimenti e collegamenti, senz’altro, ma non ambiscono più a quel sogno di totalità chiusa e compatta, rilegata, che ci appare oggi non solo lontano, ma impossibile. Il vortice inclusivo, costantemente aggiornato delle enciclopedie di internet è nemico dell’immagine della totalità, che –  come insegnano gli orientali –  si basa su un numero finito di elementi, cristallizzati entro un ordine significativo.

Il libro di Giuseppe Montesano, Lettori selvaggi, può dare, a chi lo sfogli, un simile piacere conoscitivo, ma di natura meno ingenua e adolescenziale di quello dato a chi ancora palpeggi le enciclopedie universali. Quello di Montesano, infatti, non è una enciclopedia né una vera e propria storia della letteratura, ma piuttosto l’archivio privato segreto di un lettore selvaggio. Il carattere personale, che sembrerebbe a tutta prima rappresentare il limite di questo libro, è invece il più prezioso antidoto di Montesano a una forma di lettura che, si teme, vada ora per la maggiore: la lettura autoreferenziale. Montesano legge – e scrive – per non essere più se stesso (secondo un principio che Flaubert applicava alla propria scrittura). Egli ha fatto propria la lezione di Alberto Savinio, che compilava negli anni 40 del secolo scorso uno dei suoi capolavori, pubblicato solo dopo la sua morte, la Nuova Enciclopedia, partendo proprio dalla costatazione dell’impossibilità di un sapere totale e chiuso, definitivo. Sembra un paradosso? No, proprio questa impossibilità spingeva Savinio – e Montesano, ora, insieme a lui – a ritracciare, come un agrimensore, nuove e inesplorate possibilità letterarie, partendo dalle proprie sterminate letture. Il carattere arbitrario e capriccioso delle scelte (verrebbe sempre da domandare all’autore: “e perché questo scrittore no?”), non è in nessun caso il pretesto per la compilazione di un canone personale, come quelli che sono soliti fare certi professori americani in pensione: è un ritratto della letteratura in tutte le sue estreme possibilità (anche quelle non scritte), che Montesano vuole dipingere, non un autoritratto camuffato.

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La scuola secondo Meirieu

di Maria Clara Pascolini

philippe-meirieu

È un libro che mi ha consigliato un collega più giovane, durante un viaggio in macchina: chiacchieravamo di scuola, come al solito. Tra uno scoramento istituzionale per la fatica di confrontarsi con la macchina burocratica e un provvido entusiasmo per un episodio di buona pratica didattica, il mio collega mi ha parlato di Fare la Scuola, fare scuola. Democrazia e pedagogia di Philippe Meirieu (Franco Angeli, 2015). Un libro di pedagogia che ricomincia a parlare della scuola come istituzione (instituere significa “metter su, porre come norma, regolare) non come impresa. Un libro che abbandona l’aziendalmediatese (offerta, skateholders, animatore digitale, piano di miglioramento, rapporto di autovalutazione, gruppi di livello…) e rispolvera un lessico inattuale (scuola della Repubblica, mondo solidale, emancipazione e promozione dell’umanità, speranza). Un libro con una linea di condotta chiara e lucida: tornare a cimentarsi con le teorie pedagogiche; tenersi lontani dai dogmatismi; essere contemporaneamente operativi e aperti agli imprevisti; coniugare strumenti teorici e consapevolezze didattiche.

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I giovani scout si raccontano

di Goffredo Fofi

illustrazione di Daniel Clowes

illustrazione di Daniel Clowes

Uno dei libri più emozionanti di queste settimane è uno strano libro collettivo che dovrebbero leggere soprattutto gli adulti che presumono di sapere come va il mondo e di avere qualcosa da dire, di conseguenza, a chi viene dopo di loro, ai loro figli reali o ipotetici. Loro, che questo mondo hanno contribuito a fare quale esso è o hanno accettato che fosse quale è diventato. Il libro è Quello che dovete sapere di me, sottotitolo La parola ai ragazzi (Feltrinelli) ed è un ottimo antidoto alle sciocchezze scritte da tanti adulti che pretendono di spiegare ai loro figli cosa dovrebbero essere o diventare.
Stefano Laffi, il sociologo milanese che ha scritto due anni fa per lo stesso editore La congiura contro i giovani, ha avuto l’incarico dall’Agesci di leggere e selezionare le risposte all’invito fatto ai giovani scout di dire cosa vorrebbero che gli adulti sapessero di loro, e ne ha ricavato un libro agile e impressionante, dove si afferma una volontà di dialogo che gli adulti troppo spesso non sanno recepire, smaniosi di imporre la loro visione del mondo e di dar consigli senza ascoltare e senza dialogare. Da che pulpito, poi, se si pensa a cos’è la società che hanno contribuito a fare qual è.

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A Calais Carrère non vede niente

di Luigi Monti

Calais


Se non l’avessi fatto per interesse professionale – sto partecipando alla progettazione di un esperimento di accoglienza diffusa di un gruppo di profughi in un piccolo comune emiliano – dubito che mi sarei preso la briga di leggere e soprattutto di segnalare l’inutilità di A Calais, un reportage commissionato a Emmanuel Carrère dal trimestrale francese “XXI” (e tradotto quasi in contemporanea in italiano nella Biblioteca minima di Adelphi) per raccontare uno dei luoghi simbolo, insieme a Lampedusa, Ventimiglia, Idomeni, Patrasso e il Brennero, della crisi delle frontiere contemporanee.
Da alcuni anni a Calais, nei pressi della tangenziale, a pochi chilometri dal centro storico e dall’imbocco dell’Eurotunnel, si è installato una sorta di campo profughi auto organizzato, chiamato “la giungla”, che raccoglie alcune migliaia di persone in attesa del momento buono per saltare su un tir diretto in Inghilterra. 

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Un altro romanzo inutile sulla scuola

 di Sara Honegger

illustrazione di Tuono Pettinato

illustrazione di Tuono Pettinato

 

Sulla rivista “Gli Asini” di scuola si parla da sempre e quasi in ogni numero. Se ne parla attraverso esperienze, sguardi critici, letture, teorie. Se ne parla con durezza, ma anche con l’affetto, se mi è lecito usare una simile parola, di chi si ostina a credere che la scuola possa e debba svolgere un ruolo importante nella formazione di una società, e che sia anche uno degli ultimi ambiti in cui un singolo può agire senza venir meno alle proprie convinzioni. Anzi, traducendole in una quotidianità in cui mezzi e fini possono andare avanti di pari passo, innescando un circolo virtuoso fra prassi e teoria, azione e ricerca, slancio e critica. Attenzione particolare, quindi, si riserva sempre ai romanzi che parlano di scuola, perché la narrativa ha talvolta qualche carta in più per proseguire laddove il saggio deve necessariamente fermarsi, restituendo l’indicibile del fare pedagogico, ovvero sia quel che davvero accade, al di là dei metodi e degli approcci, in una classe. Così, non si poteva non leggere Tranquillo Prof, la richiamo io, Einaudi, l’ultimo romanzo di Christian Raimo, insegnante romano, classe 1975. Un romanzo scritto da chi la scuola la conosce dal di dentro, e di taglio comico – così è stato presentato a Fahreneit /Radio 3, qualche settimana fa.
Voglio essere sincera: non mi è piaciuto. Sono andata a comprarlo per due ragioni. La prima: il desiderio di ridere. Una sana, grassa risata suscitata da una pagina scritta, da un romanzo! Una rarità assoluta, e sa Dio quanto ne abbiamo bisogno. La seconda: la riflessione sulla scuola, su questa istituzione così importante, così aggredita, infine così negletta, sulla quale in tanti, credo, sentiamo il bisogno di far volare il pensiero del come: la dura pratica di tutti i giorni che Raimo sicuramente ben conosce, visto che tutti i giorni deve varcare le porte di un’aula e cercare di costruire qualcosa di sensato con i suoi studenti. Sincera ancora una volta: non ho riso.