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Conflitti ambientali a Sulmona e in Abruzzo

di Savino Monterisi

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Sopravvivere in una piccola città di provincia a forte spopolamento, dove il lavoro scarseggia, lo stato è in ritirata in piena coerenza con la strategia dell’abbandono e Snam vuole far passare la sua più importante infrastruttura dopo Tap, non è facile, ma a un certo punto diventa necessario. Quando sul finire dell’università ho iniziato a domandarmi seriamente cosa volevo fare della mia vita, ho sentito innanzitutto un vuoto. Sentivo la necessità di riallacciare un filo con il mio passato, quando con l’inizio dell’università e il mio trasferimento a Roma avevo interrotto l’impegno sociale e politico. Avevo provato a mantenere alcuni contatti con persone con cui saltuariamente facevamo delle iniziative, ma non si ottenevano mai grossi risultati, perché la politica ha bisogno innanzitutto della presenza. Così guardandomi un po’ intorno, sul finire degli studi mi era sembrato di capire che quel vuoto avrei potuto riempirlo soltanto tornando a casa e occupandomi delle cose.

Sulmona è una cittadina circondata dalle cime più alte degli Appennini, il Gran Sasso, la Majella, il Velino, il Sirente. È situata al centro di una conca, la Valle Peligna, un comprensorio economicamente svantaggiato che ha visto il suo più importante sviluppo fra gli anni Settanta e Novanta, grazie ai contributi alle industrie della Cassa del Mezzogiorno. Con l’abolizione improvvisa della Cassa, le aziende hanno chiuso gli impianti e trasferito la produzione altrove, dando nuova linfa a quello che è sempre stato il fenomeno tipico di queste terre: l’emigrazione. Da sempre la meglio gioventù qui è costretta a cercar fortuna altrove per mancanza di opportunità, e questo è drammaticamente vero anche per la mia generazione – pre-millennials – ormai quasi tutta trasferitasi fuori Regione o addirittura all’estero. Opporsi a questo flusso inarrestabile è già di per sé un fatto politico, ancora di più se l’intento è quello di farlo con l’impegno attivo.

Che ha riguardato innanzitutto il gasdotto Rete Adriatica, un’infrastruttura “minore”, passata in sordina su tutti i media nazionali. Un gasdotto lungo circa 800 km che collegherebbe Brindisi a Bologna attraverso tutta la fascia appenninica, una delle aree sismiche più pericolose d’Italia. La Valle Peligna sarà attraversata per intero da questo gasdotto ed è prevista anche la costruzione di una centrale di compressione del gas, già autorizzata dal governo Gentiloni. Il progetto è voluto da Snam (Società nazionale metanodotti) che attraverso un complesso di infrastrutture energetiche – gasdotti, centrali di spinta e siti di stoccaggio – sta trasformando il nostro paese in uno dei più importanti hub del gas europei. Un hub del gas è una sorta di bocchettone del gas, in questo caso puntato sull’Europa, pronto a soddisfare il fabbisogno energetico del Vecchio Continente. Il gasdotto in questione è la continuazione naturale del più conosciuto Tap (Trans Adriatic Pipeline). Da undici anni in Valle Peligna comitati di cittadini si oppongono all’opera e, sul finire del 2015, si è aggiunto anche il collettivo AltreMenti Valle Peligna, che ho fondato insieme ad alcune amiche e amici.

L’Abruzzo è stata negli ultimi anni una delle Regioni più conflittuali del Paese, almeno per quanto riguarda le questioni ambientali. Da sempre narrato in Europa come Regione “verde” o “dei Parchi”, in quanto su un terzo del territorio regionale ci sono parchi nazionali, regionali o riserve naturali, negli ultimi tempi è stato al centro di diversi conflitti ambientali. Il tentativo di costruzione del terzo traforo del Gran Sasso, poi bloccato, la discarica tossica di Bussi definita come la più grande discarica abusiva d’Europa, il terremoto dell’Aquila e i progetti di trivellazione al largo della costa, il più importante dei quali è conosciuto come Ombrina Mare, anche questo bloccato con una manifestazione imponente il 23 maggio 2015 a Lanciano, dove hanno sfilato oltre 60 mila persone. Questa è stata la manifestazione con maggiore partecipazione del 2015 in Italia, la seconda è stata quella contro Expo del 1 maggio a Milano, che ha contato 50 mila persone. Insomma l’Abruzzo ha espresso una certa radicalità come risposta alle devastazioni ambientali che la provincia italiana subisce – Tav, Tap, Muos, Trivelle.

La costruzione di una centrale di compressione in una valle soggetta al fenomeno dell’inversione termica e quindi al limitato ricircolo dell’aria, fa sì che tutte le sostanze prodotte dalla combustione del gas rimangano nell’aria producendo particolato secondario. Qual è la compatibilità di una simile opera con la vocazione “verde” dell’Abruzzo? La centrale verrebbe costruita alle porte del Parco della Majella, in un sito di elevato valore paesaggistico. Ci sono poi rischi per l’elevatissima sismicità dell’area, la centrale dovrebbe sorgere a pochi chilometri dalla cosiddetta “faglia del Morrone” una delle più pericolose e studiate in Italia. Dopo aver dissanguato il territorio con la chiusura delle fabbriche, ora si vorrebbe costruire un’opera impattante che minerebbe per sempre la vocazione turistica e fortemente ambientale di cui invece il territorio potrebbe fregiarsi. L’Ippc (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) ha detto poi chiaramente ai governanti della terra che restano soltanto 12 anni per invertire la rotta ed abbandonare tutte le fonti fossili, gas compreso. A questo va aggiunto infine che i consumi di gas in Italia sono in netto calo da anni e si aggirano intorno ai 70 miliardi di metri cubi, ben lontani dal picco massimo degli 85 miliardi di metri cubi toccati nel 2005. Il gasdotto avrebbe quindi una pura funzione speculativa da parte di Snam, che costruirebbe a spese dei contribuenti – sì, perché il costo del gasdotto è scaricato in bolletta – un’opera dalla quale si arricchisce solo lei, mentre i costi sociali ed economici verrebbero completamente scaricati sulla collettività.

Dal finire del 2015 AltreMenti ha cercato di veicolare il messaggio dei cosiddetti “no Snam” in ogni direzione, nelle scuole ad esempio, dove a inizio del 2016 è nato il Collettivo Studentesco Sulmona che si è unito alla lotta contro la grande opera, nei settori produttivi, fra le popolazioni dei comuni limitrofi, fino a arrivare ai capoluoghi di provincia, Pescara e L’Aquila in particolare. Il collettivo ha cercato di utilizzare un metodo comunicativo nuovo. Parole, immagini, video, slide, si sono rinnovate nel tentativo di far combaciare le esigenze portate avanti dai comitati cittadini con le mutate esigenze della comunicazione. Il mix ha fatto breccia e in poco tempo nel territorio peligno si è tornati a fare un gran parlare di questa scottante questione. Nel frattempo nell’Abruzzo interno si è aperto un altro fronte ambientale che ha visto AltreMenti impegnarsi in prima linea insieme a diverse altre associazioni. Il fronte in questione è stato il progetto della Toto Group, concessionario delle autostrade abruzzesi A24 ed A25 attraverso la controllata Autostrade dei Parchi, che voleva costruire una variante autostradale – con 40 km di gallerie annesse – fra i caselli autostradali di Bussi sul Tirono e Celano, nell’area che rappresenta il bacino imbrifero più importante della regione dove sotterraneamente convogliano le acque provenienti dal massiccio del Gran Sasso e da quello del Velino-Sirente. La variante avrebbe comportato ai clienti un risparmio di tempo di circa 20 minuti, mentre al concessionario avrebbe risparmiato la manutenzione ordinaria e straordinaria su diversi chilometri di viadotti che per obbligo era tenuto a svolgere e che negli anni non aveva effettuato. Il costruttore dell’opera, poi, sarebbe stato il proponente stesso del progetto, Toto Group. Questa proposta che ha trovato la ferma opposizione di popolazione e associazioni, alla quale poco dopo si è unita anche la politica che per voce dell’allora ministro dei Trasporti Graziano Del Rio ha stoppato l’opera.

Il lavoro di AltreMenti è andato avanti a Sulmona e nei comuni del comprensorio peligno. Si è cercato, fra le altre cose, di fare un’operazione di memoria storica con il recupero e la valorizzazione di figure molto importanti per il territorio come l’anarco-sindacalista Carlo Tresca, del quale ogni anno viene festeggiato il compleanno, o Oscar Fua, sedicenne ebreo che mentendo sulla propria età si unì durante la resistenza ai patrioti della Brigata Maiella e perse sciaguratamente la vita a Brisighella, alle porte di Bologna. Un lavoro politico tout court che la comunità ha riconosciuto e che si è andato progressivamente guadagnando la credibilità anche in virtù dell’assenza completa dei partiti, ormai ridotti a comitati d’interesse capaci di attivarsi solo a ridosso delle elezioni per spartirsi quel poco di potere rimasto agli enti territoriali.

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Cinema a Venezia: le illazioni di un malpensante

di Saverio Esposito

illustrazione di Miguel Angel Valdivia

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Proviamo a delirare. Non essendo andati a Venezia non abbiamo visto il film premiato con il leone d’oro, Roma di Alfonso Cuarón, che, mi dicono, è un bel film.

Ma… È un film Netflix, la nuova maxi-azienda di realizzazione di film all’avanguardia nella tecnologia della produzione ma soprattutto della distribuzione-diffusione, nella distribuzione in modi affini o gli stessi di quelli della logistica, e per un circuito capillare o che lo diventerà sempre più, di tv-computer, privatizzando anche l’utenza. Dietro Netflix o davanti ci sono le banche, c’è la finanza, e ovviamente la grande finanza nord-americana.

Ma… Hollywood è un sobborgo di Los Angeles, e Los Angeles è la seconda città messicana del mondo (come Milano è la seconda città pugliese d’Italia). I messicani a Los Angeles sono una massa e i ricchi messicani si muovono agilmente tra la capitale del Messico e questa loro seconda città, che ospita peraltro la capitale del cinema. I muri di Trump servono per tenere a bada i peones, i senza-niente, i miserabili, di certo non i pupilli della grande borghesia parassitaria messicana alla Del Toro-Cuarón, di casa a Los Angeles come nella loro città e che da qualche tempo vincono Oscar come noccioline anche, e forse soprattutto, perché Hollywood è un sobborgo di Los Angeles che è un sobborgo di Città del Messico. E perché chi guida il gioco nella nuova Hollywood delle programmazioni integrate e dei grandi uffici di studi di mercato, sono le banche, la finanza, e non le grandi case di produzione di un tempo; e perché le banche, la finanza, a Los Angeles sono anche messicane; e perché, anche se, per comprensibili motivi, mancano studi in materia, i messicani stanno dando l’assalto a Hollywood (scalzando lentamente lo storico predominio ebraico) perché i soldi ce l’hanno, perché le banche maggiori stanno ancora in America, e perché le banche conoscono a menadito l’arte del riciclaggio sotto tutte le latitudini, e perché a Los Angeles i soldi che le banche riciclano sono anche, forse soprattutto, quelli del narcotraffico, che è in mano ai messicani.

Per carità! Del Toro e Cuarón sono candidi come agnelli, ma il cinema ufficiale è diventato quello che è, feccia commerciale che produce oppio mentale per miliardi di spettatori che lo consumano tramite internet e tv e non più frequentando le sale. La Netflix, a Hollywood, ha come unica rivale la Disney, aziende-massa dello stesso stampo e della stessa razza che Google, Apple, Facebook, Amazon, delle aziende che hanno inverato il sogno di Goebbels: un’unica proposta intellettuale e morale, un unico modo di castrare i popoli, di governarli. (E la chiamano comunicazione!) Con un pizzico di concorrenza tra chi è più furbo, perché la concorrenza continua a essere l’anima del commercio.

È proprio un caso se Barbera ha chiamato a presiedere la giuria veneziana un astuto regista di video-giochi iper-tecnologici? E aperto la strada alla Netflix, in nome, ovviamente, della modernità o post-modernità? È proprio un caso se le giurie non vengono da tempo presiedute e formate da scrittori o critici o intellettuali di chiara fama ma dai servi addomesticati e più o meno noti della corporazione del cinema, complici felici – ohibò, in nome dell’“arte cinematografica”! – di chi gli dà da mangiare, da bere e da esibirsi?

Il cinema vero dovrebbe fare atto di separazione da tutto questo, al più presto, dichiarando una vocazione minoritaria e lavorando nei margini e per i margini. Come accade, per fortuna, con molte egregie opere di nuovi registi e nuovi produttori e organizzatori, maschi o femmine e bianchi o colorati. Ingenuo Minervini, che Barbera ha accolto nel concorso veneziano pensando così di salvarsi l’anima che contemporaneamente offriva ai messicani, alla Netflix, al nuovo ordine capitalista e al suo universale dominio.

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Partecipazione senza potere

di Mauro Boarelli

illustrazione di Andrea Settimo

Il tema della partecipazione torna a fasi alterne nel dibattito politico. Ma il senso profondo della parola è andato smarrito. In questi giorni a Bologna l’Amministrazione comunale si autocelebra enfatizzando i risultati del «bilancio partecipativo», assecondata dalla stampa locale e da commentatori poco interessati ad andare oltre la superficie.

Tra le poche voci critiche, quella del gruppo bolognese della nostra rivista, che nel recente libro collettivo A che punto è la città? Bologna dalle politiche di “buongoverno” al governo del marketing (Edizioni dell’Asino) ha provato a smontare i luoghi comuni che, dalla politica locale, sconfinano in uno scenario più vasto. Da questo volume è tratto il testo che proponiamo. (Gli asini)

 

I cordoni della borsa

Un osservatore straniero interessato a studiare il sistema di governo bolognese rimarrebbe colpito dall’enfasi posta dagli amministratori e dagli esponenti del partito di maggioranza sul tema della partecipazione. Ma se andasse al fondo della questione, se grattasse sotto la superficie, si renderebbe conto ben presto dello scarto tra la narrazione e la realtà.

Partiamo dall’ultimo arrivato nella grande famiglia della partecipazione alla bolognese: il bilancio partecipativo, avviato nell’estate 2017 dopo anni di promesse (era un punto già presente nella campagna elettorale di Sergio Cofferati nel 2004). Per comprenderlo a fondo, bisogna innanzitutto ricordare che il bilancio municipale partecipativo ha le sue radici a Porto Alegre, la capitale dello stato del Rio Grande do Sul in Brasile, dove il Fronte popolare guidato dal Partito dos Trabalhadores vinse le elezioni amministrative nel 1988. Il processo avviato subito dopo dal nuovo governo locale è basato su un sistema di assemblee popolari di quartiere chiamate a decidere i principali campi di azione da finanziare e ad eleggere i propri delegati ai forum distrettuali e al Consiglio del bilancio partecipativo, l’organo che deve elaborare la proposta di bilancio. Questa idea ha avuto una larga diffusione in America Latina e in Europa. È naturale che le pratiche sociali vengano declinate in modi differenti a seconda dei contesti in cui vengono esportate. Bisogna però domandarsi se le esperienze nate dall’idea originaria ne conservino i tratti fondamentali oppure ne tradiscano lo spirito e ne utilizzino il nome in modo arbitrario o strumentale. Per una comparazione con il caso bolognese, possiamo isolare tre aspetti cruciali dell’esperienza brasiliana: l’autonomia procedurale garantita ai cittadini, che possono modificare le regole del processo partecipativo; l’inserimento delle proposte provenienti dai quartieri nel quadro dell’amministrazione complessiva della città; la disponibilità di una porzione significativa delle finanze municipali (era inizialmente il 10% sul totale del bilancio, poi la quota è salita al 25%). La combinazione tra questi elementi rende il bilancio partecipativo un processo dagli esiti tangibili e produce effetti che vanno al di là del bilancio stesso, poiché lo trasforma in un percorso “pedagogico” lungo il quale le comunità locali hanno la possibilità di autoformarsi e prendere parte in modo consapevole al governo della città intera.

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Tra affari armati e volontà di pace

di Marino Ruzzenenti

 

Una foto opportunity a volte racconta più di tanti discorsi (M. Biglia, Autostrada Valtrompia, Brescia fa sistema, “Bresciaoggi” 22 aprile 2018; M. Toresini, Imprenditori e parlamentari, prove di lobbing territoriale, “Corriere della Sera”, 23 aprile 2018). Straordinariamente eloquente per rappresentare un tratto caratterizzante del “sistema Brescia” è quella riportata dalla stampa locale dell’incontro tra i nuovi parlamentari di tutti i partiti e le associazioni imprenditoriali di tutte le categorie, avvenuto il 21 aprile scorso presso la sede dell’associazione degli industriali bresciani (Aib).

La missione esplicita era fare lobbing per realizzare l’autostrada della Valtrompia, opera ritenuta di “assoluta priorità”, dunque strategica per il Bresciano. Una follia e uno spreco per il Tavolo Basta veleni che raggruppa le diverse anime del movimento ambientalista bresciano e che il 20 aprile 2016 ha portato a manifestare 12mila cittadini per le vie di Brescia contro la devastazione indotta da un modello industriale predatorio.

Si tratterebbe di un tratto di “autostrada urbana” di circa sei chilometri, in larga parte in galleria, che si svilupperebbe a nord del capoluogo, finendo poi nel “nulla” viabilistico, in quell’area della bassa Valtrompia, ad altissima concentrazione industriale e abitativa, che di fatto è un’estensione conurbana della cosiddetta “grande Brescia”. L’alternativa ragionevole e meno costosa sarebbe il prolungamento della metropolitana leggera, che ora giunge alle soglie della stessa Valtrompia, e la riqualificazione dell’attuale tracciato stradale urbano. Non solo. La stessa Valtrompia, una delle aree più ricche d’Europa, manca tutt’ora di un sistema di collettamento e depurazione delle acque di scarico sia civili che industriali, scaricando tutti i reflui e i veleni nel fiume Mella, il quale, attraversando Brescia, concorre a mantenere la falda altamente inquinata. Insomma, se una priorità si volesse individuare sarebbe quella del risanamento di un bene vitale e prezioso come l’acqua, sulla cui situazione di scandaloso degrado pende una sanzione europea, vicenda peraltro rappresentativa di un sistema industriale ed economico locale che ha devastato e continua a devastare il territorio con una veemenza unica a livello nazionale e non solo (http://www.ambientebrescia.it/).

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In modo lampante

di Fernando Bandini

 

 

Ora, compagni, che la primavera
accende fiori tra gli alberi secchi
e promette canestri di frutta
per il prossimo autunno,
è necessario prendere coscienza
della vita che libera fiorisce
e fare il punto
sulla naturale evoluzione
che dall’anno scorso
ha subito il canto del verdone
e il colore della foglia d’acero
e il profumo del melo cotogno.

Qualcuno tra di noi
è irrimediabilmente anti-qualcosa
e bisogna espellerlo.

Conoscitore astruso delle regole
che a suo dire presiedono
le certe fioriture della terra,
non osa uscire
dai camminamenti sotterranei,
ancora inebetito dal letargo invernale
quando già si sciolgono le nevi.

Ma la stella che stanotte
s’accoppiava al rigido ontano,
il ragazzo che lanciando
l’ultima palla di neve
gli si squagliava in mano
contraddicono in modo lampante
le teste di pietra.
Chi non cammina arretra.
La luna di primavera
passa ogni anno attraverso il nostro cielo
come il sangue attraverso il cuore.

Quindi proclamo per mozione d’ordine
il mio furore
contro i sottili dottori del non-fare,
auspico che la setta delle talpe sia sciolta,
e affronto l’argomento
dell’impassibile vento
che a marzo scompiglia le cose
ancora una volta.