i doveri dell'ospitalità

Calvino e il cinema

di Esther Singer Calvino

incontro con Goffredo Fofi

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 56 de “Gli asini”: abbonati   o fai una donazione per sostenere la rivista.

Chichita Calvino, al secolo Esther Singer Calvino, morta a Roma il 23 giugno scorso, è stata per lo scrittore ligure “la moglie ideale”, secondo quel modello che nel cinema americano degli anni trenta da Italo così amato incarnava l’attrice Myrna Loy, in particolare nel ruolo di Nora, moglie e collaboratrice, insieme all’inseparabile canuzzo Asta, dell’investigatore per diletto Nick Charles, molto borghese, ideato da Dashiell Hammett e affidato al pacato istrionismo di William Powell nei film della serie dell’ Uomo ombra. Ma Chichita non voleva che si insistesse su questo, quando mi permise di intervistarla per il bollettino della Cineteca di Bologna che dedicava una rassegna ai rapporti di Calvino con il cinema. Detestava che si potesse parlare di lei come di una perfect wife!

Conoscevo da tempo Chichita, per l’esattezza da uno degli ultimi giorni del maggio del ‘68, quando con Giovanni Pirelli potei tornare a Parigi, non appena la frontiera tra Francia e Italia era stata riaperta. Calvino lo conoscevo dai tempi di Torino, era sempre una persona gentile e aperta, ma molto sulle sue. Il rapporto con Chichita, che aveva conosciuto in un viaggio a Cuba (Chichita aveva conosciuto da ragazzina anche Che Guevara) gli servì certamente a sciogliersi, contribuì, credo, a cambiargli il carattere… La mia amicizia con Chichita è debitrice in parte a quella sua con Luca Baranelli che dopo la morte di Italo le è stato il più vicino e di cui ella aveva una stima assoluta, di cui si fidava più che di ogni altra persona. Grazie a lui e a me, diventò amica di alcuni giovani studiosi milanesi dell’area delle riviste, da “Linea d’ombra” a “Lo straniero”, alcuni dei quali divennero poi curatori delle opere di Italo.

La conversazione di Chichita era incantevole e direi unica, per il suo senso dell’humour, per la vastità delle sue conoscenze e la qualità delle sue amicizie, per la sua attenzione e curiosità per le cose del mondo, comprese le politiche (e sulla politica italiana aveva un occhio implacabile, e aveva da insegnarci). Sembrava avesse visto quasi tutto, letto quasi tutto, conosciuto quasi tutti. Argentina e porteña di ottima famiglia borghese di matrice internazionale e poliglotta, aveva lasciato marito e figlio insofferente del ruolo che in quella società le era imposto di coprire, ed era diventata a Parigi traduttrice all’Unesco, con un ruolo di rilievo, e a Parigi aveva continuato a frequentare i grandi scrittori latino-americani, soprattutto gli argentini Borges e Cortázar, spagnoli, soprattutto i Goytisolo, francesi, soprattutto Queneau, e ovviamente inglesi e statunitensi, e infine Calvino, in un tempo in cui era particolarmente stanco dell’Italia e del provincialismo torinese. La mia amicizia con lei crebbe dopo la morte di Italo quando tutti le chiedevano scritti inediti dello scomparso, ormai mondialmente famoso e venerato, e io gliene spedii due, due raccontini fotocopiati da un quotidiano fiorentino, convinto che lo stesso Calvino li avesse dimenticati ma che invece erano presenti e schedati nel suo archivio. Dopo di allora, tra visite e telefonate, Chichita è stata una presenza costante nel mio orizzonte culturale, per la sua conversazione, per i suoi consigli e suggerimenti, per la sua generosità e il suo calore. Di Calvino Chichita non fu soltanto la perfect wife dei suoi sogni di adolescente, ma una compagna, come dire?, “tosta”, che aveva le sue idee e che la sua indipendenza e la sua autonomia se le era conquistate soffrendo e lottando e non era certo disposta a rinunciarvi, e che seppe difendere la figura di Calvino con una misura che le fu ovviamente rimproverata dai salottieri romani o milanesi.

 

L’intervista che segue fu pubblicata in un quaderno della Cineteca di Bologna nel 2006, la riproponiamo per ricordare Chichita quanto per ricordare Calvino, di continuare questa conversazione pensando a una lunga intervista che evocasse le sue esperienze, i suoi incontri, i suoi interessi, le sue convinzioni, ed è solo mia la colpa se a quell’idea, a lungo vagheggiata, non seguirono i fatti, ché a ogni incontro si finiva per parlare di troppe cose, e, negli ultimi tempi, soprattutto del disastro italiano e della decadenza della nostra e altrui cultura, una decadenza di cui soffriva più di me, che me ne sentivo coinvolto.

Vorrei fare una premessa. Per molti anni farmi parlare di Italo, l’uomo, sembra essere stata un’ossessione non solo italiana. Il più delle volte mi sono rifiutata. Non è facile chiacchierare, raccontare una persona che diceva così poco di sé. Non diceva quasi niente perché quello che aveva da dire lo scriveva.

 

Passioni di gioventù

Dividerei in quattro momenti questa breve conversazione su Italo Calvino e il cinema, ma trascurando volutamente il capitolo sui film tratti dall’opera di Calvino, che tu come me consideri poco significativo. Il primo momento è quello del Calvino che tu non hai conosciuto, il suo rapporto con lo spettacolo cinematografico da spettatore adolescente e da giovane cresciuto negli anni del fascismo, così come lui può avertelo raccontato. Di cui molto sappiamo dallo scritto che precedette in edizione einaudiana la pubblicazione di Quattro film (Einaudi, 1974) di Fellini e che egli intitolò Autobiografia di uno spettatore.

Avevamo in comune una passione per il cinema, con la differenza che il suo interesse profondo per il cinema – come lui stesso dice e non so se lo ha scritto, ma glielo ho sentito dire e lo ha detto a Fellini – si ferma agli anni cinquanta. Per lui il cinema, negli anni della formazione, è stato importantissimo, il cinema degli anni trenta e quaranta. E su questo avrei poco da aggiungere a quanto lui ha detto nel testo che hai citato. Salvo la segnalazione di qualche sua passione particolare, film o attori. Gli piaceva tutto. Gli piacevano i film americani, ma anche i film francesi. Non gli piacevano solo Myrna Loy, William Powell e il cane Asta della serie L’uomo ombra (The thin man, 1934), gli piaceva per esempio molto un’attrice che si chiamava Viviane Romance, che per lui era un mito.

 

Del genere opposto a Myrna Loy, del genere “puttana”…

Sì. Ma intanto non era del genere “puttana italiana”, era una puttana più romanzesca, da boulevard parigino, da Legione straniera, da campo di zingari. Il suo esotismo aumentò quando fece Carmen, perché era francese e non spagnola.

 

L’attrice americana per eccellenza fu in quegli anni Jean Harlow, che doveva piacere molto a Calvino.

Credo che piacesse a tutti! C’era Myrna Loy e c’era, sull’altro versante, Jean Harlow (tanti anni dopo, a Italo piacque molto Zsa Zsa Gabor, ironica divoratrice di uomini alla eterna caccia di un marito più ricco del precedente). Jean Harlow fu l’annunciatrice di Marilyn Monroe. In lei si concentrava il desiderio degli uomini perché fu la prima bionda platino con molte curve e pancia piatta, con vestiti che non lasciavano respirare, una voce nasale e volgare, una gran faccia tosta che non negava le sue umili origini; e nei film si prendeva anche qualche schiaffo. Aveva un atteggiamento spavaldo nei confronti dell’uomo, resisteva alla sottomissione. Ma non ho mai approfondito con Italo la questione!

 

Per i maschi italiani della generazione di Calvino c’era il sacro e il profano: la donna che era mamma, moglie, sorella, e la donna che era puttana.

Questo è continuato a lungo. In fondo, Fellini in La città delle donne… Quel film non andammo a vederlo insieme, lui lo vide per primo e mi disse: “Non andarlo a vedere perché ti farebbe molto arrabbiare”.

i doveri dell'ospitalità

La prossima volta, il fuoco

di James Baldwin. Traduzione di Attilio Veraldi

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 54-55 de “Gli asini”: abbonati   o fai una donazione per sostenere la rivista.

Il breve testo che segue fa parte di un piccolo libro che James Baldwin mise insieme nel 1963 con il titolo di uno dei due saggi che conteneva, La prossima volta, il fuoco. In Italia lo pubblicò Feltrinelli nel 1968. Ne vediamo oggi una certa attualità, nel pensare a cosa potranno diventare in futuro i rapporti – non solo in Italia – tra la popolazione immigrata, non importa di che generazione, e la popolazione italiana. Non è necessario essere scrittori di fantascienza per ipotizzare un futuro in cui gli immigrati prenderanno piena coscienza dei loro diritti e non solo dei loro doveri e, quelli che arriveranno spinti da disastri ecologici, disparità tra le classi e guerre che si annunciano perfino più gravi e terribili di quelli di ieri e di oggi, esigeranno di essere trattati come giusto alla pari invece di elemosinare la nostra pietà essendone peraltro ricambiati con la supponenza, il razzismo latente o palese, lo sfruttamento e la violenza con cui oggi li accogliamo.

Il negro americano ha il grande vantaggio di non aver mai creduto in nessuno dei tanti miti a cui è invece aggrappato l’americano bianco: che tutti i loro antenati fossero dal primo all’ultimo eroi amanti della libertà; d’essere nati nel piú grande paese del mondo; d’essere invincibili in battaglia e saggi nella pace; d’essersi sempre comportati in modo onorevole con i messicani, gli indiani e tutti gli altri popoli vicini o inferiori; d’essere, come uomini, i più franchi e virili del mondo, e come donne le più caste. I negri san questo e molto altro ancora sugli americani bianchi; si potrebbe dire, in effetti, che sanno sugli americani bianchi ciò che i genitori, o piuttosto le madri, sanno sui figli – e molto spesso, in realtà, i negri considerano gli americani bianchi alla stregua di figli. Forse questo atteggiamento, mantenuto nonostante ciò che sanno e ciò che hanno sopportato, aiuta a spiegare perché i negri, nel complesso, e fino a poco tempo fa, si sono permessi di sentirsi poco odiati.

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Crisi di mendicanti

di Anton Germano Rossi

 

Anton Germano Rossi (1889-1948) è stato uno dei migliori umoristi italiani dagli anni trenta ai cinquanta, del mitico gruppo del “Marc’Aurelio”, con Fellini, Age e Scarpelli, Scola, Attalo e tanti altri. È stato anche sceneggiatore e gagman per il cinema, suo è il soggetto di La famiglia Passaguai di Aldo Fabrizi. I suoi testi migliori, come quello, più attuale che mai, che qui ripeschiamo sono raccolti in Porco qui, porco là, edito da Corbaccio/Dall’Oglio nel 1934 e più volte ristampato.

– Buon giorno – disse il santuomo: – come va ragazzi?
– Va bene abbastanza – rispose uno.
– Che c’è? – domandò un altro accorrendo.
– È arrivato il santuomo – dissero due che stavano parlottando.
– Sì, sono proprio arrivato – disse il santuomo – c’è qualche figlio di… che ha qualche cosa da dire?
– Le pare! – esclamarono tutti. – Ci mancherebbe altro… In che possiamo esserle utili?…
– Mi occorre qualche mendicante da beneficare.
– Non c’è nessuno – disse uno – mi dispiace: se vuole, può perdonare a una peccatrice.
– Ma non ce n’è neanche uno davvero? – chiese il santuomo tutto seccato tirando fuori l’orologio. –
Non si può neanche andare a cercarne uno qui vicino?
– Questo sì – rispose un giovanotto magro; – se può aspettare qualche minuto posso provare qua vicino.
– Sì – disse il santuomo; – ma faccia presto che debbo andare a cena.
– Subito – obbedì il giovanotto magro andando via di corsa. – Ecco la peccatrice da perdonare che
arriva!
– Siete voi la peccatrice da perdonare? – domandò il santuomo alla donna bionda che veniva.
– Sono io – rispose la donna bionda sorridendo – se può perdonare mi fa una vera cortesia.
– Non posso – disse il santuomo; – se non siete almeno in due peccatrici non mi conviene.
Il giovanotto magro arrivò di corsa tutto trafelato.
– Ben? – domandò il santuomo – questo boia di mendicante da beneficare viene o non viene?
– L’ho trovato – si scusò il giovanotto magro – e ho fatto di tutto per farlo venire ma non c’è stato verso. Stava già a letto e dice così che per oggi è stanco.
– Giela darei io – esclamò infuriato il santuomo agitando il bastone – pezzi di mascalzoni!
Domando e dico: come faccio io?
– Si potrebbe vedere di confortare un malato – suggerì un uomo di una certa età timidamente; – le basta?
– In mancanza di meglio… – disse alzando le spalle il santuomo – purché si sbrighi.
– Però guardi – aggiunse l’uomo di una certa età – glielo dico prima: quello è un malato che per farsi confortare vuole parecchio.
– Se vuole molto non mi conviene: so’ diventati tutti cani appestati, porca miseria!
– Siamo lì – disse l’uomo di una certa età – c’è una ricerca enorme di ammalati da confortare e se ne approfittano. Quello che le dico lo sa che ci ha un altro santuomo che per confortarlo gli dà anche cento lire?
– Tagliamo corto – interruppe il santuomo – se si fa confortare per 50 lire, bene; altrimenti si vada a far friggere.
– È inutile che ci vada – disse scuotendo la testa – Io conosco come è fatto: è l’unico ammalato da
confortare che c’è da queste parti e vuole quello che vuole.
– Domando e dico se si può fare il santuomo a questo modo! – esclamò seccato il santuomo,
sbattendo per terra la bisaccia.

 

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i doveri dell'ospitalità

Israele, un disastro che incombe 

di Bruno Segre. Incontro con Luigi Monti

illustrazione di Blutch

Questo lungo intervento di Bruno Segre, che descrive la storia recente e i problemi di Isreaele, della Palestina e di quel pezzo di mondo, è stato pubblicato in due parti sul numero 48 e 49 de “Gli asini”: acquista i numeri e abbonati per sostenere la rivista.

 

Sionismo: corruzione di un’idea

Per molti progressisti “sionismo” è diventata una parolaccia. Non mi stupirei, per esempio, se qualche lettore de “Gli asini” abbandonasse subito la lettura di un articolo che comincia, come farò io, difendendo l’idea del sionismo. La colpa è di chi ha reso questo concetto il contenitore di un nazionalismo scriteriato, razzista e antidemocratico, come proverò a dire fra un po’. Ma è anche colpa di chi, poco abituato ad affrontare i problemi complessi, si accontenta di ricorrere agli stereotipi e ai luoghi comuni, dimostrando poca libertà di pensiero e scarsa autonomia critica.

Il progetto sionista delle origini, nato come risposta alla giudeofobia plurisecolare dei cristiani, ha una matrice socialista fortissima e maggioritaria. Esso intendeva garantire al popolo ebraico l’indipendenza politica all’interno di uno stato nazionale democratico e laico. A dispetto della deriva fascistoide e dell’arrogante grettezza etica di chi governa oggi Israele, io sono ancora convinto della validità storica di quel progetto. E continuo a credere che esso meriti di essere portato a compimento.

Ma procediamo per gradi e proviamo, nello spazio di poche pagine, a ricostruire la storia della corruzione del progetto sionista originario.

Chi erano gli ebrei di Palestina al momento della fondazione, nel 1948, dello Stato di Israele? Piccole porzioni dell’ebraismo europeo sopravvissuto alla Shoah, ma soprattutto ebrei che vivevano lì da un paio di generazioni, seppure rappresentassero un’esigua minoranza rispetto alla popolazione araba. La prima aliyah, la prima significativa ondata migratoria di ebrei europei in Palestina, è collocabile alla fine dell’Ottocento e inizia con l’assassinio dello zar Alessandro II di Russia, al quale segue un’ondata feroce di pogrom che spinge migliaia di sottoproletari ebrei a emigrare.

i doveri dell'ospitalità

La funzione utopica nell’immaginario anarchico

di Amedeo Bertolo

logo della casa editrice Elèuthera

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 48 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Amedeo Bertolo, lombardo-friulano, insegnante di economia agraria, morto a Milano il 22 novembre scorso (vi era nato in tempo di guerra, nel 1941), è noto tra noi per due motivi che non esauriscono affatto la ricchezza delle sue esperienze ma che ne spiegano l’interesse e l’affetto che gli abbiamo portato. La prima è che Amedeo è stato uno dei più fedeli amici del ferroviere Giuseppe Pinelli, con cui ha animato iniziative e diviso più angherie poliziesche. La seconda che è stato fondatore nel 1986, con la sua compagna Rossella Di Leo, della casa editrice Eleuthera, a cui dobbiamo molti libri di maestri fondamentali del nostro tempo, da Colin Ward a Murray Bookchin, da Ivan Illich a Jacques Ellul, da Camus a Orwell, da Emma Goldman a Ursula Le Guin, da Cornelius Castoriadis a Christopher Lasch, da Pierre Clastres a Lamberto Borghi, oltre ovviamente a classici testi di Proudhon, Kropotkin, Malatesta e a interventi di autori italiani contemporanei, compresi alcuni nostri collaboratori.

Le scelte di Eleuthera sono state quelle di mantener viva una tradizione di pensiero libertaria, mai settaria, e di legarla a un presente che andava radicalmente cambiando, dentro una mutazione così profonda da esigere risposte nuove, analisi nuove, che prendessero dal passato le istanze migliori bensì rapportandole a un presente confuso, di massima capacità del sistema capitalistico (delle sue ramificazioni finanziarie, della sua invadenza mediatica) di alienare e corrompere quasi ogni coscienza. È stato merito di Eleuthera un dialogo serrato con il presente e con le nuove forme di un pensiero libertario che non aveva precise radici anarchiche ma che sapeva rispondere, lontano da ogni dogmatismo, a esigenze nuove, un po’ come era accaduto negli anni venti con l’opera di Malatesta e di Berneri: non un voltar pagina ma al contrario una fedeltà a valori lontani e pur sempre attuali, messi però alla prova dall’irrompere di una mutazione irreversibile, che esigeva ed esige nuove analisi e risposte nuove, nuove strategie.

Amedeo Bertolo ci era caro per un terzo motivo, di cui siamo in pochi a capire oggi l’impatto. Nel lontano 1962, a Milano, con alcuni altri studenti, egli partecipò al rapimento del vice-console spagnolo a Milano chiedendo in cambio della sua liberazione quella di un giovane anarchico spagnolo condannato a morte dal regime franchista. Il loro fu un processo clamoroso, e portò alla commutazione della pena del ragazzo spagnolo. Chi era giovane in quegli anni e si professava antifascista, ed erano gli anni delle rivolte operaie di Torino, di Genova, di Trieste, ricorda quest’episodio con particolare emozione, anche se ha conosciuto Amedeo Bertolo solo molti anni dopo pur avendo conosciuto altri giovani di quel gruppo.

Pubblichiamo, grazie a Rossella Di Leo e alle edizioni Eleuthera, un testo di Bertolo del 1998, compreso nell’antologia di suoi scritti edita recentemente, dopo la sua morte, Anarchici e orgogliosi di esserlo (pp. 328, euro 15), che consigliamo caldamente ai nostri lettori e amici. (Goffredo Fofi)

“Non sono le condizioni materiali che contano,
ma quello che ne pensi”
Tibor Fischer, Sotto il culo della rana

Una trasformazione profonda delle strutture sociali fondamentali – una “rivoluzione”, comunque la si voglia intendere – esige anche una trasformazione profonda delle strutture psicologiche, e l’una e l’altra avvengono solo sotto la pressione di una forte carica emozionale, una forte e passionale volontà di trasformazione presente sia in agenti sociali trainanti (“avanguardie” nel lessico militar-marxista, “minoranze agenti” nel lessico sessantottino-libertario), sia in consistenti ambienti popolari (del popolo degli sfruttati, dei dominati, degli umiliati…). Deve cioè essersi sufficientemente diffuso un immaginario non solo lucidamente razionale ma anche emozionalmente ricco, un immaginario che infiammi gli animi (non un immaginario per scaldare tiepidamente le nostalgie e alleviare le frustrazioni), un immaginario che possa diventare incendiario. La dimensione utopica è, a mio avviso, essenziale per questa funzione sovversiva dell’immaginario. Parlerò dunque di utopia e ne parlerò, del tutto prevedibilmente, “in salsa anarchica”.