i doveri dell'ospitalità

Ragazze

di Harriet Ward

 

“Le dispiacerebbe? Stanza 43, una classe mista. Siamo arrivati a questo punto del programma…”. Cosa importa a che punto sono arrivati? Non so niente – ho la bocca secca – le mie ginocchia tremano. Ingiusto! Ingiusto! Ma eccoli seduti, attenti, e l’orologio ha due ore da girare intorno fino al momento del mio rilascio. Stranamente mi ritrovo a parlare, scrivere con il gesso sulla lavagna, comportarmi come un’insegnante… Loro fanno domande – Io so le risposte! Io faccio le domande – loro sanno le risposte! È interesse vero, con occhi svegli, seconda fila dal fondo? Già le cinque del pomeriggio e non solo sono sopravvissuta, ma mi è piaciuto.

Nel frattempo le mie ambizioni e la mia coscienza si sono affinate osservando gli altri insegnanti. Ci sono lezioni buone e non-tanto-buone, ma ogni insegnante qui sembra aver colto il germe che ho sentito fluttuare nell’aria dell’aula professori – entusiasmo, premura – chiamalo come vuoi… Io penso sia dedizione. La loro motivazione è genuina, la loro preparazione evidente, il loro sforzo generoso -in breve, hanno davvero a cuore gli studenti e provano a fare del loro meglio per insegnare bene.

i doveri dell'ospitalità

A Summerhill scuola antiautoritaria

di Alexander S. Neill

Ritengo che lo scopo della vita sia la felicità, ed essere felici significa provare interesse per qualcosa. L’educazione dovrebbe preparare alla vita. In ciò la nostra cultura non ha avuto successo. La nostra educazione, la politica, l’economia, portano alla guerra. Le nostre medicine non hanno vinto le malattie, la religione non ha abolito i furti o l’usura. L’opinione pubblica si vanta tanto del suo umanitarismo e, ciononostante, approva ancora il barbaro sport della caccia. I progressi sono limitati alla tecnica: sono progressi nel campo delia radio, della televisione, della elettronica, dell’aeronautica. Il nuovo mondo è minacciato dalle guerre poiché la coscienza sociale è ancora primitiva.

Se oggi volessimo porci delle domande, eccone alcune cui è difficile rispondere. Perché l’uomo sembra essere soggetto a un maggior numero di malattie che non le bestie? Perché l’uomo odia e uccide in guerra mentre gli animali non lo fanno? Perché i casi di cancro aumentano? Perché ci sono tanti suicidi? Perché ci sono tanti delitti sessuali? Qual è la ragione di quella forma d’odio che è l’antisemitismo? Perché si odiano e si linciano i neri? Perché tante calunnie e tanto rancore? Perché il sesso è considerato osceno ed è oggetto di battute lascive? Che cosa rende i figli illeggittimi una disgrazia sociale? Perché la religione ha, nel tempo, perduto la sua carica originaria di amore, speranza e carità? Ci potremmo porre migliaia di perché sul nostro tanto vantato livello di civiltà.

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Storia di una rivista

di Colin Ward

Testo inedito della conferenza tenuta il 30 gennaio 1993 all’International institute of social history (Iish) di Amsterdam, in occasione della pubblicazione del centesimo numero della rivista anarchica olandese “De AS!.

 

Complimenti per il vostro anniversario! Mi è stato detto, ma non so se sia vero, che “De AS” sia stata modellata sulla rivista “Anarchy”, che ho diretto dal 1961 al 1970; per questo mi è stato chiesto di parlare dell’influenza che Anarchy ha avuto all’interno e all’esterno del movimento anarchico.

È un tema piuttosto complesso e sono sicuro che l’International institute of social history di Amsterdam sia il posto giusto dove affrontarlo: come sappiamo, esso ospita collezioni di giornali anarchici provenienti dai quattro angoli del pianeta, e chi li stampava e redigeva era convinto che la parola stampata fosse il modo migliore per influenzare le persone.

L’ultima volta che ho visitato questo istituto – e potete rimproverarmi per questa lunga assenza – è stato nel 1951, quando l’amica conosciuta da molti di noi come zia Annie, la signora Annie Adama van Scheltema, mi mostrò l’inestimabile collezione di opuscoli della Rivoluzione inglese degli anni Quaranta del Seicento, compresi quelli di Gerard Winstanley. Sono rimasto incantato dalla assoluta bellezza della loro stampa, che doveva essere stata realizzata – visto che era precedente ai tempi di William Caslon – con piombi o matrici olandesi. Uno di questi opuscoli seicenteschi riportava uno slogan trionfale: “Con ventisei soldatini di piombo, possono conquistare il mondo”.

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“Anarchy” dagli anni Sessanta

di Giacomo Borella

Di tanto in tanto torniamo a rivolgerci a Colin Ward (Londra, 1924 – Ipswich, 2010), ad attingere al suo vasto e generoso lavoro e a rendere omaggio alla sua figura di pensatore e attivista anarchico, autodidatta, studioso poliedrico, urbanista, educatore, osservatore partecipe e aperto delle vicende del suo tempo. Questa volta lo facciamo rendendo omaggio alla rivista mensile inglese “Anarchy”, di cui Ward fu inventore, direttore, redattore unico e factotum per 118 numeri, dal numero 1 del marzo del 1961 all’ultimo del dicembre del 1970. Per quanto piccola e snella fosse la rivista nella sua fattura e dimensione – un sedicesimo in formato A5, 32 pagine più la copertina – è piuttosto difficile restituire in questa nostra ridotta selezione il senso di apertura della sua impostazione, la varietà e trasversalità dei temi affrontati, la schiettezza e insieme l’autorevolezza del suo taglio. Se sfogliamo i fascicoli pubblicati in quei dieci anni, vediamo alternarsi i temi più disparati, affrontati in numeri quasi sempre monografici, che vanno dall’agricoltura alla nonviolenza, dalle tecnologie alla sessualità, dai campi gioco alla criminologia, agli approfondimenti dei rapporti del pensiero anarchico con altri ambiti – dalla filosofia greca alle religioni orientali –, temi trattati spesso contemporaneamente alla luce dell’attualità e da un punto di vista liberamente a-storico, con un’attenzione particolare sempre riservata alle tematiche attinenti l’urbanistica e l’abitare, l’educazione e la scuola.

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Il nostro Salvemini

di Piero Calamandrei

Gaetano Salvemini

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista

Per ricordare Salvemini a sessant’anni dalla morte, abbiamo scelto di ripubblicare, su segnalazione di Alessandro Leogrande, questo lungo ritratto che ne fece un altro maestro su “Il ponte” del luglio 1955.

 

Ebbi occasione di vedere la prima volta Gaetano Salvemini da lontano, a Firenze, intorno al 1905, nella sala lunga e stretta della Camera del lavoro, che era allora in corso dei Tintori: lui laggiù in fondo, oratore al banco della presidenza, io ragazzo liceale pigiato tra la folla di ascoltatori accorsi a sentire una sua conferenza sul suffragio universale. Allora, come quasi tutti i ragazzi di quei tempi, non mi interessavo di politica. Ma il nome di questo professore di storia che andava in giro a fare i comizi, mi aveva incuriosito: e per sentirlo m’ero andato a cacciare nel budello di quella sala piena zeppa di operai, che, al lume delle mie recenti reminiscenze scolastiche, mi immaginavo dovesse essere una specie di club giacobino dei tempi della rivoluzione francese. Quando prese a parlare, la sua voce tagliente e incisiva, così diversa dall’oratiroio di piazza, mi afferrò subito: e cominciai ad accorgermi con meraviglia, via via che andava avanti, che tutto quello che diceva riuscivo a capirlo.