i doveri dell'ospitalità

La prima torcia di Praga

di Angelo Maria Ripellino

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A un anno di distanza il rogo di Jan Palach è ormai entrato nel novero dei miti del nostro tempo. E pur nelle angustie presenti sempre più testimonia della vittoria morale del piccolo popolo cecoslovacco sulla mostruosa macchineria dei suoi aggressori. È stato detto che Palach ha attuato per la prima volta in Europa una consuetudine orientale, ma in realtà il suo gesto ha radici nella storia boema. C’è infatti un legame tra il bruciamento di Jan Hus (1415) o di Jeroným Pražský (1416) e la fiaccola-Palach; e non importa se nei primi due casi si tratta di condanna e nel terzo di libera scelta.

Il problema è sempre lo stesso: difendere la verità, far valere col sacrificio estremo le proprie opinioni, ciò che ai regolisti asserviti sembra eresia. Proclamare, mutandosi in torcia, che i valori umani non possono essere manipolati ad arbitrio col sopruso e col vischio dei compromessi e che l’uomo non può accettare la menzogna, i dogmi svuotati di senso, le imposizioni. La differenza è solo nel fatto che Hus affronta la morte a quarantasei anni, al culmine di un’esistenza consacrata alla ricerca del vero, mentre lo studente di filosofia Jan Palach va incontro a “ciò che si chiama nulla” (per usar le parole del poeta romantico boemo Mácha) a soli ventun anni, mettendo in rilievo con la sua giovinezza che la vita non merita di esser vissuta senza la luce della libertà.

D’altra parte il gesto di Palach è anche un atto di fede. E forse è sbagliato parlare di suicidio: questo termine designa in genere una tragedia individuale, mentre Palach ha voluto anche sacrificarsi in nome di una società, perché coloro che la compongono vivano dignitosamente. È interessante osservare che Masaryk, il primo presidente della repubblica cecoslovacca, aveva svolto a Vienna nel 1881 la sua tesi di laurea sul “suicidio come fenomeno di massa della civiltà moderna” (Der Selbstmord als soziale Massenerscheinung des modernen Zivilisation): con quel lavoro di filosofia della storia – come egli disse più tardi a Karel Čapek – si proponeva di render chiaro che “la vita senza fede perde forza e certezza”.

Nell’olocausto di Palach si ravviva inoltre la tradizione boema della non-violenza, la cui dottrina fu formulata nell’età delle tempeste husitiche dal contadino filosofo della Boemia meridionale Petr Chelčický. Nei suoi scritti, fra i più prestigiosi dell’antica letteratura boema, egli sostenne che qualsiasi guerra è vietata ai cristiani, anche se intrapresa in nome della legge di Dio: ogni violenza è peccato, e compie “mostruoso sterminio” chi uccida l’uomo in combattimento. In questo spirito si è svolta tutta la resistenza del popolo cecoslovacco all’intervento della Pentarchia di Varsavia. Sviare, beffare, persuadere il nemico, dimostrare pacificamente con scioperi e cortei, e, se necessario, sacrificarsi piuttosto che uccidere.

Il suicidio di Palach e di Zajíc e dei molti altri che non dobbiamo dimenticare è un grido lacerante che soverchia il fragore dei carri armati, un grido di orrore contro una realtà inaccettabile imposta con la violenza, contro le mezze misure e il ritorno all’oscurantismo di un infausto passato, contro l’umiliazione e l’ipocrisia. Il grido di chi non si arrende alle cabale e ai passi da gambero dei voltagabbana né alla preponderanza dei mastodonti e cerca libertà nelle tenebre del non essere. Ma questo atto di trascendenza mediante autodistruzione ha anche un sapore di spettacolo tragico, di fiammeggiante teatro, per richiamare l’attenzione del mondo indifferente.

Eravamo abituati a immedesimare il popolo cecoslovacco con Švejk, il piccolo omino che, portando agli estremi la finzione dell’obbedienza, scardina lo scellerato sistema, l’occhiuta burocrazia che lo governa, e salva la pelle con ripieghi, astuzie, espedienti. Ma il mito di Palach, più moderno per la totalità del suo rifiuto senza margini d’ombra, per il suo “no” iperbolico scontato col sonno eterno, assottiglia e scalza quello remissivo di Švejk, sebbene io sia convinto che Švejk soffra anche lui nel folto della tragedia e che errano quelli che lo riducono a un personaggio da bagattella, al campione di un minimalismo burlesco. Palach è il portavoce di una splendida gioventù maturata in tempi di cecità e di caligine, e per cui l’unico spiraglio di libertà, nel sessanta, era il jazz: gioventù che, nell’isolamento, è venuta scoprendo le tradizioni bandite dagli accoliti di Novotný e la filosofia europea e Camus e la dottrina dell’umanismo e della tolleranza di Masaryk. Una gioventù ostile alle transazioni e incapace di rassegnarsi.

A chi consideri il marasma e la servitù che attanagliano oggi le terre boeme, morave, slovacche (dove si torna persino a giustificare i processi degli anni cinquanta) il messianismo incandescente di Palach e la muta, nera protesta corale del popolo impietrito alle sue esequie potrebbero apparire inutili. Ma sarebbe una deduzione superficiale, perché Palach è ancora stimolo alla resistenza, conforto alla delusione in un paese “in cui l’albero in fiore del miraggio – rapidamente si tramuta in sabbia”, come ha scritto il poeta Jaroslav Seifert, che tiene ancora coi denti l’unione scrittori cechi, fumo negli occhi dei deliranti stalinisti. Forse il popolo cecoslovacco non ha ancora toccato il fondo del baratro, dovrà conoscere altre ‘stazioni’ quaresimali di carceri, ukase, divieti di satrapi. L’efficacia del rogo di Palach, come di tutta la rivolta democratica cecoslovacca, potrà misurarsi soltanto nel troppo lento volgere della storia.

(pubblicato per la prima volta su “L’Espresso” il 25 gennaio 1970, poi in I fatti di Praga, Scheiwiller 1988 e L’ora di Praga, Scritti sul dissenso e sulla repressione in Cecoslovacchia e nell’Europa dell’Est (19601974), Le lettere 2008. Infine su “Lo straniero” N. 98/99 – Agosto/Settembre 2008)

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i doveri dell'ospitalità

Una storia dimenticata

di Francesco M. Cataluccio

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In una delle opere più profonde di Milan Kundera, Il libro del riso e dell’oblio (1978), c’è un racconto (La madre) che narra della mamma del protagonista che aveva invitato per il 21 agosto 1968 un amico farmacista a raccogliere le pere nel suo giardino. A causa dell’“l’ingresso dei carri armati di alcuni paesi stranieri” in Cecoslovacchia, il farmacista non si fece vivo, e nemmeno nei giorni successivi per scusarsi. La donna ci rimase malissimo e non perdonò più l’amico. Il figlio e la nuora furono sorpresi e indignati per tanto egoismo e tanta incomprensione degli eventi storici. A distanza di molti anni però, sopiti i rancori, attendendo la madre, il figlio riflette su quell’episodio. Le conclusioni alle quali giunge sono un po’ diverse da quelle del passato. Tutto sommato non gli appare così sbagliata la prospettiva esistenziale della madre che “in primo piano aveva una grossa pera e da qualche parte, lontano, sullo sfondo, un carro armato non più grosso di una coccinella destinata a volarsene via da un momento all’altro. (…) Il carro armato è perituro e la pera è eterna…”
In questi giorni si ricorda il cinquantesimo anniversario dell’invasione della Cecoslovacchia da parte dei carri armati del Patto di Varsavia, e la conseguente fine della cosidetta “Primavera di Praga”. 
Si ricorda ma già si tende a dimenticare. 
L’attuale Presidente della Repubblica cèca, Miloš Zeman, antieuropeo e fautore di un avvicinamento alla Russia di Putin, non è stato presente alle celebrazioni.
“La lotta dell’uomo contro il potere è lotta della memoria contro l’oblio” ha scritto Kundera. Gli individui si agitano nella propria vita quotidiana, e alcuni lottano proprio per uscire da quella cappa di anonimato che costituisce uno degli elementi fondamentali del mantenimento, da parte del Potere, di un consenso passivo della popolazione. Per un paradosso, “è negli scaffali degli archivi della polizia la nostra immortalità”. 
In quegli scaffali si possono rinvenire storie dimenticate di persone che allora si opposero, pagando un caro prezzo, alla “normalizzazione”, al “ristabilimento dell’ordine” di Gustàv Husàk e degli altri dirigenti imposti dai sovietici.
Tra gli “eroi dimenticati” c’è anche un medico dal faccione bonario, un comunista con una vita avventurosa in giro per il mondo, che fu il più coerente protagonista della “Primavera di Praga”: František Kriegel (1908-1979).
Nel 2014, la giunta del municipio di Praga 2 ha rifiutato di concedergli la cittadinanza onoraria (proposta dal consigliere comunale dei Verdi Michal Uhl, figlio degli storici dissidenti Petr Uhl e Anna Šabatová). La motivazione del voto contrario dei rappresentanti dei partiti conservatori Top 09 e Ods fu che “era stato un comunista”.
František Kriegel era nato a Stanisławów (oggi Ivano-Frankivsk, in Ucraina), nella Galizia orientale, che apparteneva all’impero austro-ungarico, da una famiglia di commercianti ebrei. 
La sua gioventù fu segnata dalla morte del padre, quando Kriegel aveva appena dieci anni, che gettò la famiglia in una difficile situazione economica e lo costrinse a iniziare subito a lavorare, per aiutare la madre e pagarsi gli studi. Non potendosi iscrivere alla facoltà di Medicina nella vicina Università di Leopoli, a causa del “numero chiuso per gli ebrei”, decise di emigrare: suo nonno e sua madre risparmiarono 500 corone e gli pagarono il viaggio a Praga. Questa somma però non era sufficiente a pagare gli studi di medicina all’Università Carolina, quindi Kriegel fece ogni tipo di lavoro: calzolaio, manovale, venditore di hot-dog negli stadi. Sua moglie ha raccontato che non ebbe molto successo in quest’ultimo lavoro, perché la sua passione per il calcio lo distraeva e invece di vendere preferiva sedersi a guardare la partita. 
La povertà e l’antisemitismo lo avvicinarono al Partito comunista cecoslovacco. Nel 1934 si laureò in Medicina e, nel dicembre del 1936, andò a combattere in Spagna con le Brigate Internazionali. Dopo la sconfitta dei repubblicani si rifugiò in Francia dove venne internato nel Campo di Gurs, ai piedi dei Pirenei.
Nel 1939 aderì alla Croce rossa internazionale e fu inviato, con la Croce rossa norvegese, in Cina in soccorso delle popolazioni colpite dall’occupazione nipponica. Verso la fine della guerra lavorò come dirigente medico aggregato a reparti cinesi e americani in India e Birmania. 
Tornato in Cecoslovacchia nel novembre 1945 riprese la professione di medico mettendo a frutto le sue esperienze: parlava, oltre al cèco, il polacco, il tedesco, l’inglese, il francese e il cinese. Prese subito parte attivamente alla lotta politica, come membro del Comitato regionale del Partito comunista di Praga, coerentemente con gli ideali antifascisti e socialisti che lo avevano sostenuto ed erano assai diffusi tra i giovani cecoslovacchi dopo la conclusione della Seconda guerra mondiale. 
La sua partecipazione al colpo di stato comunista del febbraio 1948, come commissario politico delle Milizie popolari, è la cosa che oggi gli viene rimproverata (ma, ha scritto Michael Uhl: “Le fonti storiche documentano che la condotta di Kriegel nel periodo successivo al febbraio 1948 non portò danni a nessuno”). Fu nominato Sottosegretario alla sanità nel 1949, ma già l’anno successivo fu colpito dalla campagna stalinista contro coloro che avevano partecipato alle Brigate internazionali e gli ebrei, che sfociarono drammaticamente nel Processo Slánský e nelle vaste epurazioni descritte efficacemente nel romanzo La confessione (1968), dell’ex comunista cecoslovacco Artur London (1915-1986).
Soltanto nel 1957 Kriegel poté riprendere la sua carriera medica e divenne Primario nella Clinica Vinohrady di Praga. Ma era evidentemente un tipo inquieto e avventuroso: nel 1960 si trasferì a Cuba come consigliere del governo castrista per l’organizzazione del sistema sanitario. Al ritorno a Praga, nel 1962, Krigiel rifiutò il posto dirigenziale nel Partito (soltanto nel 1966 entrò a far parte del Comitato Centrale), ma preferì farsi eleggere, nel 1964, all’Assemblea Nazionale. Dal 1966 al 1969, contemporaneamente al suo lavoro di dirigente sanitario (nella Clinica universitaria Thomayer di Praga), continuò la battaglia contro l’ala stalinista del Partito. Con l’affermarsi dei riformatori fu nominato membro del Comitato Centrale del Fronte Nazionale (la coalizione del Partito Comunista e dei suoi partiti satelliti) e membro del Presidium del comitato centrale del Pcc. Fu tra i fautori della nomina, nel gennaio 1968, dello slovacco Alexander Dubček a Primo segretario del Comitato centrale.
Dopo l’invasione della Cecoslovacchia, il 21 agosto 1968, venne arrestato dal KGB, con la collaborazione della polizia segreta cecoslovacca (Stb), e deportato in aereo a Mosca assieme ad altri cinque alti dirigenti (Alexander Dubček, Oldřich Černík, Josef Smrkovský, Špaček, Bohumil Šimon). In Russia vennero tenuti isolati e sottomessi a un’enorme pressione affinché approvassero l’invasione e firmassero un documento noto come Protocollo di Mosca, che autorizzava l’esercito russo a stabilirsi nel paese e revocava tutte quelle riforme liberali che erano state emesse durante la Primavera di Praga. Kriegel si rifiutò di partecipare ai “negoziati” con i sovietici.
Alla fine, tutti i 26 membri del governo cecoslovacco firmarono l’umiliante Protocollo di Mosca. Tutti tranne uno: František Kriegel.
Dopo molti giorni di prigionia in condizioni estreme fu condotto al Cremlino. Lo insultarono e lo offesero in quanto ebreo invitandolo nuovamente a firmare il documento, ma lui rispose: “potete uccidermi o deportarmi in Siberia perché io non firmerò l’accordo”. Il segretario del Pcus, Leonìd Il’ìč Brèžnev, furente, cercò di trattenerlo in Russia, ma il timore che Kriegel potesse trasformarsi in un martire sconsigliò di farlo rimanere a Mosca e così i russi lo riportarono a Praga.
Kriegel, che aveva salvato l’onore della Cecoslovacchia, venne cacciato da tutte le cariche politiche e perse il lavoro, come tutti gli altri dirigenti che si erano piegati al diktat di Mosca. Soltanto Dubček mantenne la sua carica, ma, nella primavera successiva, a causa dei suoi tentennamenti di fronte alle proteste anti-sovietiche, venne rimosso dal suo incarico e, dopo esser stato esiliato a fare, per un anno, l’ambasciatore in Turchia, venne espulso dal Pcc nel 1970 e tornò in Slovacchia, dove trovò impiego come manovale in un’azienda forestale. 
Gli uomini della Stb perseguitarono invece sistematicamente Kriegel: irrompendo in casa sua e aggredendo la moglie; tenedogli il telefono sotto controllo; mandandogli lettere nelle quali lo si accusava di attività sioniste; facendolo chiamare dalle imprese funebri che gli dicevano di aver pronta una bara perfetta per le sue dimensioni…
Nel gennaio del 1977 František Kriegel organizzò, con altri intellettuali, artisti e politici cecoslovacchi, la Carta 77 (che inizialmente venne firmata da 247 persone): c’è una bella bella foto che ritrae un pensieroso Kriegel accanto a Havel, capellone e sorridente, al tavolo della riunione. Nella Charta (tra i firmatari c’era anche il grande filosofo Jan Patočka che morì, il 13 dicembre, durante un violento interrogatorio della polizia) si denunciavano i metodi dello stato autoritario e si invitava a lottare per portare la democrazia in Cecoslovacchia. Molti di questi intellettuali furono imprigionati e cacciati dal proprio lavoro (Kriegel lo aveva già perso nel 1969…). Alla fine del 1979 Kriegel ebbe un attacco di cuore. Fu portato in ospedale sotto scorta degli uomini della polizia segreta, che rimasero a piantonare la porta della stanza dove era ricoverato. 
Kriegel morì il 3 dicembre. Il governo, temendo che la sua morte potesse provocare manifestazioni (come era accaduto dopo il suicido dello studente di filosofia Jan Palach, nel gennaio del 1969), non diffuse la notizia, proibì qualsiasi tipo di funerale e fece cremare il suo corpo senza nessuna cerimonia.

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i doveri dell'ospitalità

Nel ‘68, a Praga

di Giovanni Starace

CZECHOSLOVAKIA. Prague. August 1968. Wenceslas Square. Protesting the Warsaw Pact troops invasion.

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Avevo venti anni nel 1968. È stato un momento importante nella mia vita perché avevo deciso di cambiare facoltà, di lasciare Medicina e di iscrivermi a Filosofia. Mentre nel mondo si muovevano tante cose che toccavano principalmente i giovani della mia stessa età, era particolarmente difficile applicarsi sulla fisica, sulla chimica e la biologia e sulla osteologia. Pensavo che la filosofia mi avrebbe dato la possibilità di capire meglio il mondo, forse anche me stesso. L’università di Napoli si era mostrata sovraffollata e dispersiva, io l’avevo vissuta così; allora, d’accordo con mia madre e i miei fratelli, decisi di lasciare la mia città per trasferirmi a Pisa, una città piccola con una buona università e dove c’erano degli amici di famiglia a cui avrei potuto fare riferimento. Negli anni in cui sono stato lì non li ho mai incontrati. Mia madre era all’oscuro del fatto che a Pisa c’era un movimento studentesco molto attivo che contrastava con l’immagine di una città tranquilla piena di giovani dediti allo studio.

Seguivo costantemente tutto ciò che riguardava i movimenti giovanili e studenteschi, senza grandi distinzioni perché mi sembrava che si stesse sviluppando un’unica realtà che andava dal maggio francese a Woodstock, dalla lotta dei Black panthers a quella del popolo cecoslovacco. A Napoli mi ero accostato a un gruppo che in quel momento dominava la scena universitaria; partecipavo anche se non assiduamente alle loro riunioni in cui si discuteva di testi classici della letteratura marxista. Sentivo nei loro confronti una profonda estraneità perché pensavo che un cambiamento nella società non potesse passare attraverso la lettura di Lenin, anzi, se così, molto meglio che nulla cambiasse.

Durante l’inverno avevo comprato una Lambretta usata, bianca con due fasce rosse su ciascuna delle scocche laterali, una in basso e un’altra in alto. Ero contento per il mio acquisto perché legittimava un mio desiderio di sempre che avevo parzialmente risolto prendendo di nascosto la Vespa di mio fratello più grande. Avevo una percezione di grande libertà, mi muovevo anche più del necessario solo per avere la sensazione di poter arrivare dove volevo.

Ogni anno trascorrevo una parte delle vacanze estive in un paese delle Alpi svizzere, Sent, che è il luogo di origine della famiglia di mia madre. Un posto a cui ero e sono tuttora molto affezionato, dove ho conservato molti amici ed è anche un luogo stabile di incontro con cugini e altri parenti. Quell’anno sarebbe stato diverso perché avevo la Lambretta e avrei potuto usarla per potermi spostare da un paese all’altro con facilità. Mi organizzai e partii.

Lasciai Napoli una mattina della metà di luglio con un equipaggiamento molto approssimativo. Non consideravo necessario fare delle spese aggiuntive oltre a quella del mezzo, di un buon casco e di un portapacchi posteriore. La mia roba era tutta sistemata in uno zaino che avevo da anni e che legavo al portapacchi; indossavo una giacca a vento con la quale ero stato alcune volte a sciare e, per proteggermi dalla pioggia, avevo un vecchio impermeabile marrone di plastica di mio padre che indossavo al contrario in modo che l’acqua non potesse entrare attraverso lo spazio tra un bottone e l’altro.

La mia Lambretta poiché era 125 di cilindrata non poteva andare sull’autostrada. Quindi, per arrivare a destinazione dovetti percorrere solo strade nazionali a partire dalla Domiziana che presi partendo da Napoli. Ricordo poco di quel viaggio, solo qualche frammento come l’arrivo sul raccordo anulare che aveva dei tratti in costruzione e il tragitto da Roma a Firenze sulla Cassia che trovai di grande bellezza. A Firenze fui ospitato dalla madre di miei cari amici che in quel momento erano partiti per le vacanze. Anche di quella sosta ricordo poco, solo un frammento poco significativo e cioè che durante la notte dormii abbastanza male a causa di una zanzara che non riuscivo a uccidere. È più vivo invece il ricordo dell’ultimo tratto del viaggio, il percorso nella Val Venosta, l’attraversamento di alcuni paesi, il tratto finale dei tornanti del passo di Resia. Penso che a Sent non fossi atteso da nessuno, non so neanche se mia madre fosse al corrente della mia decisione che mi sarei spostato in Lambretta. Il portone di casa era chiuso, era circa mezzanotte, cosicché per farmi aprire dovetti passare dal giardino e arrampicarmi alla finestra in cui dormiva mio cugino. Nel vedermi arrivare a quell’ora si mostrò molto stupito e mi disse semplicemente: “ma tu sei pazzo”.

Non ricordo come si svolse la vacanza anche perché si confonde con le tante altre, ma posso immaginare non molto diversamente da quelle di ogni anno: gite in montagna, serate a ballare in un piccolo locale alla moda, altri momenti di intrattenimento più ampi.

A un certo punto la vacanza in montagna si interruppe perché avevo deciso di andare a Praga. Non ricordo proprio se il progetto era nato già a Napoli oppure durante il periodo trascorso a Sent. Per entrare in Cecoslovacchia forse era necessario il visto che probabilmente mi ero procurato all’inizio del viaggio, ma non so proprio. Propendo più per l’ipotesi di aver preso una decisione quando ero in Svizzera: una scelta del genere può essere fatta soltanto in assenza di eccessive incertezze, è necessaria una piccola dose di impulsività. È sicuro però che ero rimasto molto impressionato dagli eventi di Praga, da quella che fu definita la sua “primavera”. Ero colpito dal coraggio che in tanti avevano mostrato nel contrapporsi a un regime così oppressivo e violento, ma mi aveva colpito anche il modo pacifico di condurre quella lotta. Io assimilavo ciò che stava avvenendo in Cecoslovacchia ai tanti altri avvenimenti che facevano respirare una nuova aria, libera da condizionamenti e perbenismi. La stagione di Praga, diversamente da altre situazioni, aveva però qualcosa in più, perché la lotta era contro un sistema che tante volte aveva risposto con violenza alle esigenze di libertà delle persone.

Ricordo alcuni momenti della partenza da Sent, in particolare la permanenza a Salzburg col suo castello, e la cena alla Rathaus keller prendendo la birra da loro prodotta. Poi, dopo un giorno di prima mattina partii alla volta della Cecoslovacchia. Passai per Linz, una bella città sul Danubio e infine arrivai al confine. Avevo attraversato tante volte frontiere tra Stati, ma quella lì mi è rimasta impressa, anche perché non ne avevo mai visto una simile: alla vista di lunghissimi tratti di filo spinato, di torrette con militari armati si respirava un’aria di costrizione. Vanno aggiunti i controlli estremamente accurati da parte delle guardie di confine, i moduli da riempire, i timbri da far apporre su ciascuno di essi. Quello che vedevo rispondeva a pieno alle tante descrizioni che avevo letto, ma quel clima emotivo non lo avevo mai vissuto.

Dopo poco, nella città di Krumlow che attraversai tutta da sud a nord, cominciai ad avere sensazioni diverse. La città era molto animata, c’erano manifesti sui muri, si percepiva già lì, in quella città vicina al confine, un’atmosfera diversa che mi accompagnò durante tutto il viaggio. Erano tangibili i segni di un mondo nuovo che si faceva avanti.

Mi sembrò di avere una conferma di quelle iniziali impressioni dall’incontro con un ragazzo, alla periferia della città, che faceva l’autostop. Aveva una chitarra a tracolla e niente altro. Forse nel fodero aveva messo degli indumenti, ma è solo una mia supposizione. Mi fermai e lo invitai a salire. Eravamo in due adesso. Era più giovane di me, penso che avesse tra i sedici e diciassette anni, la mia stessa età di quando andai in Germania, in un campo di lavoro per studenti di tutta Europa a restaurare un castello medioevale. Mi ero identificato con quel ragazzo, avevo solidarizzato con lui, perché il viaggio di ritorno dalla Germania lo avevo fatto tutto in autostop.

Avevo finito i soldi e a quei tempi era molto difficile riuscire a farseli spedire: si partiva con una cifra che doveva bastare per tutto il soggiorno. Ma ovviamente i bisogni eccedono sempre le risorse tanto che rimasi solo con i soldi che mi avrebbero consentito di pernottare alcune notti in ostelli della gioventù e di arrangiarmi con scatolette di tonno e di carne per il pranzo e per la cena. Attraversai la Germania meridionale, arrivai in Svizzera e la percorsi tutta fino a Ginevra. Passai per la Francia, per l’Alta Savoia per andare a trovare una ragazza che avevo conosciuto in Germania nel campo di lavoro; continuai fino a Grenoble, ricordo solo il risveglio della mattina in una sala d’aspetto della stazione ferroviaria dove ero andato probabilmente perché non avevo un posto dove dormire. Ricordo bene che la mattina successiva, nel bagno dove ero andato per sciacquarmi la faccia, incontrai un signore il quale mi disse che c’era un treno di soli italiani e avrei potuto chiedere di farmi salire e di portarmi con loro in Italia. Effettivamente al binario che egli mi aveva indicato c’era un treno delle ferrovie italiane tutto occupato da pellegrini che erano di ritorno da Lourdes. Timidamente chiesi se potevo approfittare di un passaggio, fui accolto con grande disponibilità, mi fu dato uno scompartimento solo per me e dopo poco arrivò un altro signore con un cestino da viaggio. Fui trattato come un vero pellegrino, forse anche per l’aspetto che avevo dopo tanti giorni di viaggio. Arrivato a Milano, andai dai miei zii che abitavano vicino alla stazione che avevo preventivamente avvisati durante la breve sosta a Torino. Entrato in casa, mio zio mi salutò affettuosamente, ma da lontano, e la prima cosa che mi disse fu: “Vai a farti un bagno”. Ricordando quel viaggio, insieme alle soste di ore sulle bretelle che portavano all’autostrada, fu naturale prendere con me quel ragazzo.

E così in due, sulla Lambretta abbiamo attraversato quel tratto di Cecoslovacchia che porta a Praga. Avevo la piacevole sensazione di aver trovato qualcosa di familiare, che ricordava da vicino il modo di vivere di tanti giovani in tutto il mondo. Ovviamente non parlammo quasi per niente perché viaggiare in Lambretta non lo consente, quindi nulla seppi di lui, ma mi bastò vedere che c’erano lì dei giovani che giravano anche da soli con la loro chitarra. Lo lasciai alla periferia di Praga e proseguii per il centro della città.

Non avevo alcuna idea di dove andare. Sapevo che avrei trovato da dormire a poco prezzo in un collegio universitario, ma arrivato nel tardo pomeriggio mi fu impossibile mettermi alla ricerca di uno di questi posti. Arrivai a piazza Venceslao e presi una camera in un grande albergo che era situato all’inizio della piazza. Una costruzione ottocentesca, molto elegante, con stanze grandi, col bagno della dimensione di una stanza vera e propria. Era poco curato, un po’ trascurato e decadente, ma per me era comunque di gran lusso. Considerai anche che per una notte avrei potuto spendere quella cifra e successivamente avrei risparmiato sia perché avrei alloggiato in un posto più economico sia perché avrei cambiato le lire al mercato nero, enormemente più favorevole di quello ufficiale a cui si era costretti entrando nel paese.

Il giorno dopo mi misi alla ricerca di una nuova sistemazione, non ricordo come trovai quel “Collegio 5 Maggio”, su per una strada che partiva dietro al museo. Non ricordo neanche in che occasione presi un’iniziativa che si rivelò molto utile perché scrissi sui fianchi della Lambretta, da un lato “Napoli-Praha”, dall’altro lato “Dubcheck-Svoboda”. Svoboda, che oltre a essere il nome del presidente della repubblica Ceca di allora significa libertà. Andavo in giro e quando posteggiavo si fermavano sempre delle persone incuriosite le quali mi chiedevano del viaggio, dell’Italia, di Napoli e con alcune di queste ricordo di essermi fermato per un caffè o anche a pranzo.

Ho solo pochi ricordi frammentari di quei primi giorni a Praga. Il più vivo è quello di una piccola piazza in cui mi sono recato uno dei primi giorni dove al centro c’era un piedistallo sul quale si avvicendavano persone di ogni tipo a parlare. Questo posto veniva chiamato Hide Park Corner, perché voleva avere la stessa funzione di quello londinese in cui tradizionalmente era consentito alle persone di comunicare liberamente sui temi più vari. Qui, dominavano le discussioni politiche. Rimasi molto tempo tra la gente, osservavo quello che accadeva, facevo degli sforzi per poter capire qualcosa, ma del tutto inutilmente. Per questo motivo non vi feci ritorno.

Un altro ricordo molto vivo. Una sera andai in una bella birreria dove trovai un gruppo numeroso di ragazzi cubani che bevevano e cantavano. Erano molto simpatici, mi fu facile familiarizzare con loro. Un pezzo di mondo lontano che si aggiungeva a quegli altri, in questa occasione nel nome epico di Che Guevara che era morto da poco, ma che già era diventato un mito. Passai con loro una serata difficile da dimenticare.

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Calvino e il cinema

di Esther Singer Calvino

incontro con Goffredo Fofi

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Chichita Calvino, al secolo Esther Singer Calvino, morta a Roma il 23 giugno scorso, è stata per lo scrittore ligure “la moglie ideale”, secondo quel modello che nel cinema americano degli anni trenta da Italo così amato incarnava l’attrice Myrna Loy, in particolare nel ruolo di Nora, moglie e collaboratrice, insieme all’inseparabile canuzzo Asta, dell’investigatore per diletto Nick Charles, molto borghese, ideato da Dashiell Hammett e affidato al pacato istrionismo di William Powell nei film della serie dell’ Uomo ombra. Ma Chichita non voleva che si insistesse su questo, quando mi permise di intervistarla per il bollettino della Cineteca di Bologna che dedicava una rassegna ai rapporti di Calvino con il cinema. Detestava che si potesse parlare di lei come di una perfect wife!

Conoscevo da tempo Chichita, per l’esattezza da uno degli ultimi giorni del maggio del ‘68, quando con Giovanni Pirelli potei tornare a Parigi, non appena la frontiera tra Francia e Italia era stata riaperta. Calvino lo conoscevo dai tempi di Torino, era sempre una persona gentile e aperta, ma molto sulle sue. Il rapporto con Chichita, che aveva conosciuto in un viaggio a Cuba (Chichita aveva conosciuto da ragazzina anche Che Guevara) gli servì certamente a sciogliersi, contribuì, credo, a cambiargli il carattere… La mia amicizia con Chichita è debitrice in parte a quella sua con Luca Baranelli che dopo la morte di Italo le è stato il più vicino e di cui ella aveva una stima assoluta, di cui si fidava più che di ogni altra persona. Grazie a lui e a me, diventò amica di alcuni giovani studiosi milanesi dell’area delle riviste, da “Linea d’ombra” a “Lo straniero”, alcuni dei quali divennero poi curatori delle opere di Italo.

La conversazione di Chichita era incantevole e direi unica, per il suo senso dell’humour, per la vastità delle sue conoscenze e la qualità delle sue amicizie, per la sua attenzione e curiosità per le cose del mondo, comprese le politiche (e sulla politica italiana aveva un occhio implacabile, e aveva da insegnarci). Sembrava avesse visto quasi tutto, letto quasi tutto, conosciuto quasi tutti. Argentina e porteña di ottima famiglia borghese di matrice internazionale e poliglotta, aveva lasciato marito e figlio insofferente del ruolo che in quella società le era imposto di coprire, ed era diventata a Parigi traduttrice all’Unesco, con un ruolo di rilievo, e a Parigi aveva continuato a frequentare i grandi scrittori latino-americani, soprattutto gli argentini Borges e Cortázar, spagnoli, soprattutto i Goytisolo, francesi, soprattutto Queneau, e ovviamente inglesi e statunitensi, e infine Calvino, in un tempo in cui era particolarmente stanco dell’Italia e del provincialismo torinese. La mia amicizia con lei crebbe dopo la morte di Italo quando tutti le chiedevano scritti inediti dello scomparso, ormai mondialmente famoso e venerato, e io gliene spedii due, due raccontini fotocopiati da un quotidiano fiorentino, convinto che lo stesso Calvino li avesse dimenticati ma che invece erano presenti e schedati nel suo archivio. Dopo di allora, tra visite e telefonate, Chichita è stata una presenza costante nel mio orizzonte culturale, per la sua conversazione, per i suoi consigli e suggerimenti, per la sua generosità e il suo calore. Di Calvino Chichita non fu soltanto la perfect wife dei suoi sogni di adolescente, ma una compagna, come dire?, “tosta”, che aveva le sue idee e che la sua indipendenza e la sua autonomia se le era conquistate soffrendo e lottando e non era certo disposta a rinunciarvi, e che seppe difendere la figura di Calvino con una misura che le fu ovviamente rimproverata dai salottieri romani o milanesi.

 

L’intervista che segue fu pubblicata in un quaderno della Cineteca di Bologna nel 2006, la riproponiamo per ricordare Chichita quanto per ricordare Calvino, di continuare questa conversazione pensando a una lunga intervista che evocasse le sue esperienze, i suoi incontri, i suoi interessi, le sue convinzioni, ed è solo mia la colpa se a quell’idea, a lungo vagheggiata, non seguirono i fatti, ché a ogni incontro si finiva per parlare di troppe cose, e, negli ultimi tempi, soprattutto del disastro italiano e della decadenza della nostra e altrui cultura, una decadenza di cui soffriva più di me, che me ne sentivo coinvolto.

Vorrei fare una premessa. Per molti anni farmi parlare di Italo, l’uomo, sembra essere stata un’ossessione non solo italiana. Il più delle volte mi sono rifiutata. Non è facile chiacchierare, raccontare una persona che diceva così poco di sé. Non diceva quasi niente perché quello che aveva da dire lo scriveva.

 

Passioni di gioventù

Dividerei in quattro momenti questa breve conversazione su Italo Calvino e il cinema, ma trascurando volutamente il capitolo sui film tratti dall’opera di Calvino, che tu come me consideri poco significativo. Il primo momento è quello del Calvino che tu non hai conosciuto, il suo rapporto con lo spettacolo cinematografico da spettatore adolescente e da giovane cresciuto negli anni del fascismo, così come lui può avertelo raccontato. Di cui molto sappiamo dallo scritto che precedette in edizione einaudiana la pubblicazione di Quattro film (Einaudi, 1974) di Fellini e che egli intitolò Autobiografia di uno spettatore.

Avevamo in comune una passione per il cinema, con la differenza che il suo interesse profondo per il cinema – come lui stesso dice e non so se lo ha scritto, ma glielo ho sentito dire e lo ha detto a Fellini – si ferma agli anni cinquanta. Per lui il cinema, negli anni della formazione, è stato importantissimo, il cinema degli anni trenta e quaranta. E su questo avrei poco da aggiungere a quanto lui ha detto nel testo che hai citato. Salvo la segnalazione di qualche sua passione particolare, film o attori. Gli piaceva tutto. Gli piacevano i film americani, ma anche i film francesi. Non gli piacevano solo Myrna Loy, William Powell e il cane Asta della serie L’uomo ombra (The thin man, 1934), gli piaceva per esempio molto un’attrice che si chiamava Viviane Romance, che per lui era un mito.

 

Del genere opposto a Myrna Loy, del genere “puttana”…

Sì. Ma intanto non era del genere “puttana italiana”, era una puttana più romanzesca, da boulevard parigino, da Legione straniera, da campo di zingari. Il suo esotismo aumentò quando fece Carmen, perché era francese e non spagnola.

 

L’attrice americana per eccellenza fu in quegli anni Jean Harlow, che doveva piacere molto a Calvino.

Credo che piacesse a tutti! C’era Myrna Loy e c’era, sull’altro versante, Jean Harlow (tanti anni dopo, a Italo piacque molto Zsa Zsa Gabor, ironica divoratrice di uomini alla eterna caccia di un marito più ricco del precedente). Jean Harlow fu l’annunciatrice di Marilyn Monroe. In lei si concentrava il desiderio degli uomini perché fu la prima bionda platino con molte curve e pancia piatta, con vestiti che non lasciavano respirare, una voce nasale e volgare, una gran faccia tosta che non negava le sue umili origini; e nei film si prendeva anche qualche schiaffo. Aveva un atteggiamento spavaldo nei confronti dell’uomo, resisteva alla sottomissione. Ma non ho mai approfondito con Italo la questione!

 

Per i maschi italiani della generazione di Calvino c’era il sacro e il profano: la donna che era mamma, moglie, sorella, e la donna che era puttana.

Questo è continuato a lungo. In fondo, Fellini in La città delle donne… Quel film non andammo a vederlo insieme, lui lo vide per primo e mi disse: “Non andarlo a vedere perché ti farebbe molto arrabbiare”.

i doveri dell'ospitalità

La prossima volta, il fuoco

di James Baldwin. Traduzione di Attilio Veraldi

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 54-55 de “Gli asini”: abbonati   o fai una donazione per sostenere la rivista.

Il breve testo che segue fa parte di un piccolo libro che James Baldwin mise insieme nel 1963 con il titolo di uno dei due saggi che conteneva, La prossima volta, il fuoco. In Italia lo pubblicò Feltrinelli nel 1968. Ne vediamo oggi una certa attualità, nel pensare a cosa potranno diventare in futuro i rapporti – non solo in Italia – tra la popolazione immigrata, non importa di che generazione, e la popolazione italiana. Non è necessario essere scrittori di fantascienza per ipotizzare un futuro in cui gli immigrati prenderanno piena coscienza dei loro diritti e non solo dei loro doveri e, quelli che arriveranno spinti da disastri ecologici, disparità tra le classi e guerre che si annunciano perfino più gravi e terribili di quelli di ieri e di oggi, esigeranno di essere trattati come giusto alla pari invece di elemosinare la nostra pietà essendone peraltro ricambiati con la supponenza, il razzismo latente o palese, lo sfruttamento e la violenza con cui oggi li accogliamo.

Il negro americano ha il grande vantaggio di non aver mai creduto in nessuno dei tanti miti a cui è invece aggrappato l’americano bianco: che tutti i loro antenati fossero dal primo all’ultimo eroi amanti della libertà; d’essere nati nel piú grande paese del mondo; d’essere invincibili in battaglia e saggi nella pace; d’essersi sempre comportati in modo onorevole con i messicani, gli indiani e tutti gli altri popoli vicini o inferiori; d’essere, come uomini, i più franchi e virili del mondo, e come donne le più caste. I negri san questo e molto altro ancora sugli americani bianchi; si potrebbe dire, in effetti, che sanno sugli americani bianchi ciò che i genitori, o piuttosto le madri, sanno sui figli – e molto spesso, in realtà, i negri considerano gli americani bianchi alla stregua di figli. Forse questo atteggiamento, mantenuto nonostante ciò che sanno e ciò che hanno sopportato, aiuta a spiegare perché i negri, nel complesso, e fino a poco tempo fa, si sono permessi di sentirsi poco odiati.