i doveri dell'ospitalità

Su Platero e io di Jiménez

di J.M. Coetzee

traduzione di Paola Splendore

illustrazione di Juan Bernabeu

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Questo testo è un’anticipazione dal libro Late Essays 20062017 di J.M. Coetzee (in preparazione da Einaudi). Ringraziamo l’autore per l’autorizzazione a pubblicarlo e gli editori Viking ed Einaudi. L’immagine a pagina 100 è una illustrazione di Juan Bernabeu, da Platero y yo edizioni Else 2016 (cartella serigrafica in tiratura limitata di 50 copie) che ringraziamo.

Platero e io (Platero y yo) è comunemente ritenuto un libro per bambini e in libreria si trova nel settore a loro dedicato. Nella raccolta di istantanee tenute insieme dalla figura dell’asino Platero s’incontrano tuttavia cose che potrebbero turbare una mente sensibile, e altre che esulano dall’interesse dei bambini. Per questo preferisco considerare Platero e io una serie di impressioni di vita della città andalusa, Moguer, dove è nato Juan Ramón Jiménez, ricordate da un adulto che non ha perso il contatto con l’immediatezza dell’esperienza infantile. Tali impressioni sono registrate con una delicatezza e una misura appropriate quando accanto al lettore adulto ci sia un pubblico di bambini.

Oltre all’onnipresente sguardo del bambino, c’è un altro e più evidente sguardo nel libro, quello di Platero. Per gli umani gli asini non sono creature particolarmente belle – non come le gazzelle (per fermarci agli erbivori), o anche i cavalli – ma hanno il vantaggio di avere begli occhi: grandi, scuri, liquidi – potremmo dirli profondi – e dalle lunghe ciglia. (Gli occhi dei maiali, più piccoli, più rossi, ci appaiono meno belli. Forse è per questo che non ci riesce di amare o fare amicizia con questi animali intelligenti, socievoli, divertenti? Quanto agli insetti, i loro organi della vista ci appaiono così strani che non è facile affezionarci a loro.)

C’è una scena spaventosa in Delitto e castigo in cui un contadino ubriaco colpisce una giumenta sfinita fino ad ammazzarla. La colpisce prima con una sbarra di ferro, poi la picchia sugli occhi con un bastone, quasi a voler cancellare la propria immagine dai suoi occhi. In Platero e io leggiamo di una vecchia giumenta cieca scacciata via dai padroni ma che si ostina a tornare, facendoli arrabbiare così tanto che alla fine la uccidono a sassate e bastonate. Platero e il suo padrone (è questo il termine usato nella nostra lingua ma non è certamente quello che adopera Jiménez) la trovano morta sul ciglio della strada; i suoi occhi orbi alla fine sembrano vedere.

Alla tua morte, il padrone di Platero promette al suo asinello, non ti abbandonerò sul bordo della strada ma ti seppellirò ai piedi di quel grande pino che ami.

È lo sguardo reciproco che passa tra gli occhi di un uomo – un uomo deriso dai giovani zingari come matto, il narratore di Platero e io piuttosto che di Io e Platero – e gli occhi del ‘suo’ asino a stabilire il legame profondo tra loro, un legame molto simile a quello che si stabilisce tra la madre e il neonato quando i loro sguardi si incrociano la prima volta. Un mutuo legame tra l’uomo e la bestia più volte confermato: “Ogni tanto Platero smette di mangiare e mi guarda. Ogni tanto io smetto di leggere e guardo Platero”.

Platero acquista la sua individualità – come vero e proprio personaggio – con una vita e un bagaglio di esperienze tutte sue nel momento in cui l’uomo che chiamo il suo padrone, il matto, si accorge che Platero lo vede, riconoscendolo così come suo simile. In quel momento ‘Platero’ cessa di essere un nome qualsiasi e diventa l’identità dell’asino, il suo vero nome, l’unica cosa che possiede al mondo.

Jiménez non umanizza Platero, ne tradirebbe l’asinità, mentre è proprio la sua natura asinina a precludere e a rendere inscrutabile agli uomini l’esperienza di Platero. E tuttavia questa barriera viene ogni tanto infranta quando per un attimo la visione del poeta riesce a illuminare come un raggio di luce il mondo di Platero; o per dirla in altre parole, quando i sensi che noi esseri umani abbiamo in comune con gli animali, imbevuti del nostro amore, ci consentono, con la mediazione del poeta Jiménez, di intuire quell’esperienza: “Platero, con gli occhi neri tinti del granata del tramonto, se ne va, pian piano, presso una pozza di acqua cremisina, rosa, violetta; affonda dolcemente la bocca in quegli specchi che paiono tornar liquidi quando li tocca lui; e nelle sue fauci enormi vi è come uno scorrere profuso di cupe acque di sangue.”

Tratto Platero come se fosse un bambino… lo bacio, lo inganno, lo faccio arrabbiare… E lui capisce benissimo che gli voglio bene; e non mi serba rancore. È così uguale a me, così diverso dagli altri, che son giunto a credere che sogni i miei stessi sogni.” Qui siamo sospesi sull’orlo di quel momento così tanto desiderato nella vita fantastica dei bambini in cui la grande barriera tra le specie svanisce e siamo tutt’uno con le creature da cui siamo stati esiliati così a lungo. (Da quanto tempo dura l’esilio? nel mito giudaico-cristiano l’esilio dato dalla nostra espulsione dal Paradiso, e la fine dell’esilio è desiderata come il giorno in cui il leone giacerà con l’agnello).

In questo momento vediamo il matto, il poeta, comportarsi con Platero con la stessa gioia e affetto con cui i bambini trattano i cuccioli e i gattini, e Platero risponde come i giovani animali reagiscono ai bambini, con altrettanta gioia e affetto, come se sapessero, – lo sa il bambino, ma non l’adulto controllato e prosaico – che in fondo siamo tutti fratelli e sorelle a questo mondo, e che per quanto umili, dobbiamo avere qualcuno da amare o appassiremo e moriremo.

Platero alla fine muore. Muore perché ha ingoiato del veleno ma anche perché la vita di un asino non è lunga come quella di un uomo. A meno che non scegliamo di diventare amici di elefanti o tartarughe, capiterà più spesso a noi di piangere la morte dei nostri amici animali che a loro la nostra: è una delle dure verità cui Platero e io non sfugge. Ma in un altro senso Platero non muore: questo “sciocco asinello” ritornerà sempre da noi, ragliando, circondato da bambini ridenti, e inghirlandato di fiori gialli.

(Juan Ramón Jiménez, Platero y yo, a cura di Antonio Gasparetti, Nuova Accademia Editrice, Milano 1959. Il saggio di J.M.Coetzee è tratto da Late Essays 2006-2017, Viking 2017. Copyright © dell’autore.)

 

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Allergici e diabetici

di Carlo Levi

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Gli allergici, come dice la parola, operano sempre… contro qualcuno, contro l’altro, un altro. Hanno costantemente un nemico, che li tiene svegli. Riconducono gli avvenimenti, i mali, all’opera di un colpevole: sono gli inventori della colpa, del senso di colpa, del complesso di colpa, degli stati, della vita difensiva di gruppo, dei clan, delle città, delle frontiere, del mistero dell’altrove, della paura, del pudore, dei rituali simbolici di nascondimento, delle idee di influsso negativo e magico. Sono i fondatori e sostenitori degli eserciti permanenti e costosi, dei controlli, del potere dello Stato e delle Polizie, della incontestabile Autorità paterna, della maglia di lana sulla pelle, del timore delle correnti d’aria, del purismo linguistico (toscaneggiante e romanescheggiante). Di tutte le intolleranze, settarismi, violenze, incomprensioni testarde, pregiudizi, prevenzioni. La loro ideale purezza è già sempre macchiata da qualcosa, da un granello iniziale e ipotetico, la cui visibile presenza basta a scatenare gli choc più immediati, la guerra, l’ira folle, il linciaggio. Eserciti linfocitari e immunitari stanno nelle caserme, come battaglioni della Celere con i loro gas candelotti, giornali, poliziotti, giudici e ministri nelle retrovie ….

Dall’altra i Diabetici, immersi già anzitempo nel Gran Tutto nirvanico, ignari di qualunque nemico, inventori del Cortisone e delle leghe bracciantili, e dell’Evangelo e del Socialismo utopistico e umanitario e anarchico, e delle idee tanto tradite di Egalité e di Fraternité, dell’Antirazzismo, della Santità, della Superbia, dell’Orgoglio, delle Sfere Celesti, di Candide ou de l’Optimisme, di Quello che fa il Padre è sempre Ben Fatto, del Lieto Fine, dei bei banchetti in campagna, della pittura impressionista che non poteva durare perché anch’essa si lasciava per noncuranza mangiare dai topi. Il Dio dei Diabetici avendo predicato alle turbe dei Farisei e Sadducei che erano naturalmente allergici, poteva essere adorato soltanto morto deriso e crocifisso, come permanente paradosso. E certo, in un mondo di Allergici, c’è poco da sperare per la razza umanitaria dei Diabetici, relegati alla condizione (vergognosa) di malati da tenere sotto sorveglianza di diete carcerarie e da campi di concentramento, giusta punizione o contrappasso per chi pretenderebbe di aver tutto, di donare tutto, e non mai sapere alcun limite arbitrario! E si ammalano agli occhi, essi che vorrebbero poter vedere ogni cosa, nessuna considerandola nemica, o in sé vergognosa o pudenda; e al cuore e alle arterie, questi che vorrebbero amare ogni oggetto e essere vivente, e circolare dappertutto, come un sangue vitale, senza frontiere. In un mondo, come il nostro, allergico, con le sue ideologie allergiche, le sue superstrutture allergiche, la sua economia politica allergica, la sua medicina allergica …, è naturale che il Diabete diventi non una costituzione, una condizione, un sistema, un modo di rapporti diversi e complessi, una cultura, una civiltà anche da un punto di vista fisico, chimico, biochimico, elettrico, morale, interreativo, scade al livello di anormalità, diventa malattia. ….

(Appunto del 29.4.73 ora in Quaderno a cancelli, Einaudi 1979)

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Ricordo di Modigliani

di Osvaldo Licini

Una grande mostra al museo Guggenheim di Venezia e un bellissimo catalogo edito da Marsilio hanno fatto conoscere a chi non lo conosceva uno dei maggiori pittori italiani del Novecento, Osvaldo Licini, astrattista, poco amato nel dopoguerra dai critici e politici del Partito Comunista, di cui pure era membro, al tempo dei Guttuso e delle varianti del “realismo socialista” e del neorealismo. Era nato nel 1894 (e vi morirà nel 1958) a Monte Vidon Corrado, nelle Marche; si formò a Bologna (e fu amico di Morandi), a Firenze, e a Parigi, dopo la prima guerra mondiale, che aveva fatto rimanendovi ferito e restando di conseguenza claudicante per tutta la vita. A Parigi fu amico e sodale di Modigliani, come ebbe a raccontare nel breve testo che pubblichiamo, riproposto anni fa in un volume di suoi scritti e lettere curato da Zeno Birolli con il titolo Errante erotico eretico (Feltrinelli 1974). Le sue Amalasunte (leopardiani omaggi alla luna) e i suoi Angeli Ribelli sono tra i capolavori della pittura europea, non solo italiana. Attivo nella Resistenza, Licini fu anche sindaco comunista del suo paese dopo la guerra per più legislature. Siamo felici che la mostra veneziana abbia permesso di conoscerlo a tanti che ne ignoravano la grandezza.

Il testo che segue. del 1934. è tratto da Errante, erotico, eretico. Gli scritti letterari e tutte le lettere di Osvaldo Licini. a cura di Sara Baratta, Francesco Bortoli e Zeno Birolli, Feltrinelli 1974).

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Una sera al Caffè del “Petit Napolitain” a una tavolata di pittori, Modigliani disegnò il mio ritratto. La sua faccia era tutta un monumento. Le famose smorfie di Modigliani, quando disegnava, non furono mai una posa.

Disegnare è possedere”, gridava, “un atto di conoscenza e di possesso piú profondo e concreto del coito, che solo il sogno o la morte possono dare”. Si poneva di fronte all’uomo, questo enigma-miracolo delle forme, tutto il suo istinto carnale e mistico proteso al congiungimento magico per cui ogni distanza e limite fra sé e quel mondo annullava.

Di queste fusioni armoniche del suo “angiolo” con le forme, testimoniano i disegni, che sono la prova piú convincente di come egli abbia saputo trascendere la realtà: ritmi brevi, pure essenzialità, virgulti di forza per fulminei concentrati umani.

Le contrazioni spasmodiche dei suoi muscoli facciali e delle sue mani non erano che l’espressione esterna di una profonda emozione interiore, di un combattimento fra il suo spirito e la materia, per imprimerla di quel mondo che portava dentro di sé, vogliamo dire del suo sentimento, cioè del suo stile.

Lo conobbi nell’autunno del millenovecentodiciassette a Parigi, durante la guerra. Ma la prima volta che intesi parlare di lui fu a Firenze nel ’15, da una pittrice francese giovane di molto talento, che mi disse:

A Parigi il futurismo non attacca. Ma c’è un pittore italiano di genio della stessa forza di Picasso. È bello come un astro. Si chiama Modigliani”.

Confesso che diffidai delle parole della donna, che è portata per la ragione del sesso a supervalutare l’Artista, quando è molto bello fisicamente.

Si vous allez à Paris n’oubliez pas d’aller à la ‘Rotonde’. Vous y rencontrerez des peintres et des poètes dans ception du mot.”

Ferito andai a Parigi in convalescenza, dove si trovava l’aia madre, e anche perché mi ero giurato di vedere il Louvre. Alla “Rotonde” conobbi Picasso, Cocteau, Cendrars, Ortiz, Kisling, eccetera. Ma Modigliani non si vedeva. Mi dissero che non metteva più piede alla “Rotonde” da quando l’avevano cacciato di peso i camerieri, una sera, che ubbriaco dava in escandescenza e disturbava i clienti. Si parlava spesso di lui. Questo essere straordinario. Una viva simpatia accompagnava il suo nome. Una volta capitò Zborowski, il mercante di Modigliani, e mi portò a casa sua.

Mi mostrò una trentina di tele di Modi dipinte negli anni ’16 e ’17. Le andava a prendere in un ripostiglio oscuro, e sorrideva man mano che me le mostrava e vedeva crescere il mio stupore. Fui preso e vinto quasi subito, dal fascino potente e misterioso di quelle mezze figure di donne estatiche, incatenate a sogni emergenti da fondi semplici ma profondi, con un colore ricco incandescente, impreveduto. Le linee organiche di certe figure affioravano dagli impasti colorati, e riaffondavano nella carne producendo un’impressione di rilievo potentissima, ottenuta col minimo sforzo e senza adoperare le ombre, col semplice gioco della emersione della linea che dava da sola il senso di tutte e quattro le dimensioni.

E quando per ultimo Zborowski mi mostrò alcuni pezzi sensazionali, certi nudi di donna contorti fino allo spasimo, io ebbi l’impressione di trovarmi di fronte a un pittore grande come Tiziano.

M’ero convinto che Modigliani fosse uno dei piti grandi pittori viventi, desiderai conoscerlo.

Dicevo, adunque che io conobbi Modigliani nell’autunno del 1917.

Una sera ero seduto davanti al caffè de la “Rotonde” aspettando un amico. Il cielo era pesante e Parigi al buio. Io guardavo le nuvole che si muovevano lente, frugate attivamente da riflettori di guerra che cercavano Zeppelins, quando sul largo marciapiede sotto i platani nudi, vidi venire un giovane pallido vestito di velluto grigio senza cappello, e con un fazzoletto al collo, che aveva l’aria di un poeta e di un teppista insieme: qualcosa di tragico e di fatale.

Dal modo che me l’avevano descritto, non poteva essere che lui. lo ero vestito da soldato con la caratteristica mantellina grigio-verde della fanteria italiana. Modigliani, completamente eb , mi notò, si avvicinò, e spinto da un demone che era pili forte di lui, ma in italiano, drizzando fieramente la sua testa di poeta maledetto:

Ti saluto, eroe a calci in curo!”

Ripeto io ero un ammiratore di Modigliani ed ero convinto che fosse il solo pittore capace di riscattare (in quel periodo di magra) l’onore della pittura italiana. Non raccolsi la provocazione e mi limitai a rispondergli:

Devi essere un imboscato. Ma lascia il culo in pace, e beviamo.” Si sedette bruscamente e mi disse: “Perché non ti sei offeso?”

Perché mi piace troppo il tuo modo di sporcare le tele.”

Mi chiese se ero pittore. Parlammo della guerra che per lui era una questione di finanze. Era furioso contro la retorica di guerra.

La sua simpatia non andava più agli eserciti stanchi, ma alla Russia in delirio, nella più completa rivolta e in sfacelo.

La rivoluzione,” urlava, “la sola cosa sacra, più dell’arte, più bella della guerra!”

Io gli ribattei che ero imperialista, conservatore, forcaiolo, che le rivoluzioni bisognava spegnerle nel sangue, che non credevo nella libertà, che la parola popolo non aveva senso, che ero per la sacra autorità, per gli Tzar, per i sovrani di diritto divino, per le aristocrazie, e credevo solo nel genio di pochi uomini eccezionali.

Modigliani si alzò furioso e guardandomi con una smorfia di supremo disgusto e compatimento con occhi che mandavano lampi, urlò, con aria ispirata e messianica col pugno teso, con gesti enfatici ma bellissimi (e con gravissimo scandalo dei borghesi seduti) questo passo di Rimbaud della Saison en enfer: Idiot!

Quand irons-nous, par delà les grèves et les monts, saluer la naissance du travail nouveau, la sagesse nouvelle. la fuite des tyrans et des démors, la de la superstition – adorer – les premiers! – Noél sur la terre? Les chant des cieux, la marche des peuples! Esclaves ne maudissons pas la vie.

E partì.

La notte dopo mentre rincasavo, passando vicino a un fanale blu, mi sentii prendere per la mantellina. Era Modigliani che mi domandò: “Dove vai?”

A Parigi durante la guerra suonava il coprifuoco; i caffè si chiudevano alle 10. Quando intese che andavo a letto si meravigliò perché non sapevo che a Parigi c’erano dei caffè clandestini aperti tutta la notte. “Vieni con me, ho dell’oro.” E mi mostrò un biglietto da 10 franchi.

Percorremmo alcune strade c ci trovammo davanti a una porta stretta. Modigliani bussò, disse una parola d’ordine e fu aperto.

Scendemmo alcuni gradini e ci trovammo dentro un caffè Sotterraneo pieno di gente, di luce e di fumo, con le pareti coperte da affiches colorati.

Modigliani!” fu gridato da tutte le parti.

Era magnifico. Rassomigliava a Baudelaire nella distinzione e nobiltà naturali.

Come farfalle vanno al fuoco, attorno a lui si raccolsero le donne. Riconobbi quelle che avevano posato per i ritratti. Ce n’erano di tenere e sentimentali, mescolate a più ardite e sensuali. Ci sedemmo ed egli ordinò dei gelati. Poco dopo la nostra tavola era piena di poeti scrittori e pittori amici di Modigliani.

Si cominciò col celiare e si finì col discutere. Una specie di schermaglia fra Modigliani e tutti gli altri. Le sue frecciate velenose andavano ai pittori di tendenza neoclassica: “In atte non ci sono ritorni o rinascite. Io adoro Raffaello, ma l’idea un altro Raffaello a venire mi fa ridere, è barocca. Come se ci potessero essere due soli in cielo! “

Gli artisti buoni che verranno, quelli che contano, faranno un’arte nuova e tutta impreveduta. Non saranno né classici romantici. Ma faranno un’arte rivoluzionaria. Saranno quello che saranno, ma faranno un’arte rivoluzionaria.”

Fu discusso se la natura e la bellezza sono o non sono geometriche; si parlò dell’Italia, di Venezia, di Lautréamont, del cubismo, della scultura greca arcaica, della scultura negra che era la sua fissazione.

Quando Modigliani proclamava o disputava d’arte, procedeva per intuizioni e improvvisi trasalimenti e lampi, per affermazioni o negazioni, assolute, categoriche. Niente della funebre pedanteria dei nostri aspiranti accade mici era in lui. I piü repugnanti paradossi – come: “Il paesaggio non esiste,” che per Modi era dogma e per gli altri un’eresia — erano le verità elementari della sua fede. Modigliani ha dimostrato con la sua opera che concentrando tutto su l’uomo su l’espressione dell’uomo, del sentimento umano, e facendone il centro del mondo, si poteva fare una grandissima pittura di portata eterna e universale.

Dicono che Modigliani si ubbriacasse per il semplice gusto delle bevande. Può darsi. Io che l’ho visto ubbriaco in tutte le sue fasi, cinico, amaro, qualche volta sentimentale, notai che quando era magnificamente ubbriaco entrava in una zona meravigliosa dove tutto era poesia assoluta, estasi, delirio. Solo con i suoi fantasmi e con se stesso entrava nello stato di grazia e felicità che solo a lui era dato. E noi gli astemi, i normali, i savi, facevamo da comparse e il sorriso degli sciocchi.

Ogni ubbriacatura di Modigliani fu un capolavoro per quello che disse e per quello che godette. Certi monologhi e soliloqui, e parole di immenso amore o di odio sotto la pioggia o la luna, non saranno dimenticati troppo presto da chi ebbe la fortuna di conoscerlo.

Quel disegno che fece di me una sera, io l’ho perduto insieme ad altre cose mie, che furono distrutte da una donna che mi ha e odiato. Io ne porterò con me eternamente il rammarico amato e la colpa.

Le parole che Modigliani dedicò a me su quel foglio sono queste:

Caro Licini, la nostalgia dell’Italia, mio primo amore, mi avvicina sempre pitt a te.” Che sono da mettere accanto alle sue ultime piü commosse e meravigliose: “Cara Italia”

L’ultima volta lo incontrai vicino a l’“Observatoire.” Come al solito, ubbriaco, ma tuttavia sembrava trascinato da un vento di idealismo disperato. Mi portò per forza con sé: deambularnmo tutta la notte nella nebbia. Lui declamava pezzi del Paradiso; io gli dicevo brani dei Canti Orfici di Dino Campana, che sapevo a memoria e lui non conosceva. “Firenze, giglio di forza,” eccetera.

I nostri sensi erano tutto un inferno mistico. Alle tre del mattino per caso ci trovammo vicino a casa sua. Gli chiesi di vedere lo studio. Mi disse:

Monta fino all’ultimo piano, troverai la porta aperta. C’è solo un quadro. Io non vengo, vado a dormire con la mia musa” (credo fosse allora la poetessa inglese). E ci lasciammo.

Salite le scale che erano logore, scivolose e di legno, e giunto mi sembra all’ultimo pianerottolo spinsi una porta che trovai aperta. Entrai al lume dei cerini in un vasto stanzone freddo col pavimento di legno coperto di cartacce. In un angolo un pagliericcio, un cavalletto, e sopra una seggiola delle scatole di sardine, vuote. Su una parete immensa e grigia intravidi appena una figura. Mi diressi a quella col cerino acceso. Colla bocca chiusa nel suo segreto, luminosa, estatica, una giovane donna ideale ma umana mi guardava…

Da quella volta non vidi più Modigliani.

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Ai miei amici italiani

di Ugo Pipitone

DAIM

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Abbiamo ricevuto da un caro amico, nostro collaboratore da tanto su politica e società latino-americana, questa lettera, e gli abbiamo chiesto di renderla nota anche ai nostri lettori. Essi capiranno certamente perché l’abbiamo fatto.

Carissimi,

gran parte di noi viene da una cultura che, con certa approssimazione, si potrebbe definire marxista-calvinista. E cioè, i temi personali sono generalmente off limits, in parte perché le maglie dei bisogni collettivi sono così strette che l’individuo ha difficoltà a trapassarle e in parte perché i dolori del mondo sono così grandi da produrre un senso di colpa all’occuparsi dei propri. In questa lettera romperò parzialmente il canone.

Da qualche giorno sono uscito da un ospedale di Città del Messico dove ho subito due operazioni all’aorta. Non racconterò il purgatorio. Non ne vale la pena di fronte a tanta gente che assume in mille modi il tentativo di restare in vita quando la vita sembra volersene andare o la solitudine che precede un’esistenza che va verso la sua fine. Voglio solo dirvi un paio di cose tra le molte che ogni giorno mi assalivano in ospedale e che dimenticavo qualche ora dopo sotto la valanga di nuove attenzioni, che mi si imponevano senza possibilità di fissare nella memoria cronologie o graduatorie.

Una premessa: sono stato oggetto di un’attenzione ospedaliera di prim’ordine da parte di medici, infermieri e barellieri che mi obbligavano ogni giorno a pensare all’inumana distanza tra medicina privata e medicina pubblica in questo paese. Sono ancora qui perché sono un professore universitario con una generosa assicurazione privata che stabilisce un privilegio che la grande maggioranza dei messicani non ha. Non mi rincresce di essere vivo per una prerrogativa di classe ma l’ombra dell’imbarazzo non è mai troppo lontana. Una neonata con deformazione craneale, figlia di un amico italiano nato in Messico e di una cittadina francese, ha dovuto viaggiare a Nantes per essere operata in un’istituzione pubblica. Costo: zero a fronte dei 150mila euro delle mie due operazioni. Solo per ricordare che il capitalismo non è una malattia dello spirito ma una realtà storica con molte facce.

E vengo ai due punti annunciati. In procinto di entrare al chirofano per la seconda operazione sapevo che avrei visto mia moglie e i miei tre figli per pochi secondi. Che fare? Immaginavo le maschere di ottimismo a nascondere le loro paure. E dal lettino mi sono messo ad agitare le braccia come in una specie di tifo da stadio: una forma di inneggiare a me stesso e infondere un qualche coraggio ai miei. E, in quel momento, la mia figlia più piccola (Alice, 38 anni) ha cominciato a intonare “Avanti popolo alla riscossa bandiera rossa, bandiera rossa”. Nel mezzo della sorpresa di chirurghi, anestesisti e infermieri in un attimo mi sono passate per la testa molte cose che avrei qualche difficiltà a raccontare con la necessaria sintesi e coerenza. Quella canzone era stata mia e non lo era più. Un’antica, dismessa, identità. Troppa infamia si è accumulata sul mondo in nome di un ideale comunista di giustizia finale che doveva essere l’inizio della vera storia dell’umanità. Ma c’è una difficoltà. È facile (in realtà non lo è mai stato) rinnegare Stalin, i deliri imperiali di Mao, la logorrea tropicale di Castro, la purezza omicida di Pol Pot, il narcotraffico “rivoluzionario” delle Farc o i burocrati totalitari in doppio petto dell’Europa dell’Est, ma come farlo con la Resistenza o con le Brigate internazionali, con gli operai della Fiat relegati nei reparti confino?

Torno all’autobiografia. Come farlo con Giovanni Mottura che a metà degli anni sessanta riuniva me e pochi altri giovani (avevamo meno di vent’anni e lui meno di trenta) a casa sua (una soffitta in via Bligny 10 a Torino) a leggere sotto la sua paziente guida La questione agraria di Kautsky? Lì cominciai a capire che il marxismo era qualcosa di più di un’opzione di campo ma lo sforzo per capire un capitalismo che non è mai sato trasparente. Oggi, da tempo, non sono più comunista e sono tanto marxista come wilsoniano (da Edmund), ammiratore di Venturi (Franco), di Salvemini, Erasmo, De Sanctis (Francesco) o Christopher Lasch, per dire. Credo di aver capito con gli anni che il socialismo quando pretende essere dottrina scientifica si converte nel suo contrario: una metafisica, un intreccio di certezze rivelate. Il socialismo o è un organismo vivo capace di assorbire il meglio di ogni tempo o è un credo.

Per questo e altro, quando mia figlia ha attaccato con Bandiera rossa sulla soglia della sala operatoria, mi sono sentito io e un altro. Non ho voglia (supponendo che ne fossi abilitato) a fare lezioncine a nessuno, ma oggi so (anche se tra i fumi della commozione suscitata da una vecchia canzone) che il socialismo (a parte il comunismo come ideologia finalista e come pratica totalitaria di governo) è l’incarnazione del meglio di una storia iniziata con l’Illuminismo. So anche che oggi, in un passaggio storico che minaccia i margini di solidarietà che le lotte sociali hanno imposto al capitalismo dalla fine del Settecento, di fronte all’ecatombe ambientale annunciata da un capitalismo irresponsabile (che non è l’unica forma di capitalismo: sarebbe come dire che Salvini e Trump sono le uniche forme di liberalismo politico o che Danimarca e Nigeria sono la stessa cosa), i purismi e i massimalismi ideologici sono divenuti una fonte di moralismo irresponsabile destinato a facilitare il compito dei nostri attuali cavalieri dell’Apocalisse. Il minoritarismo virtuoso, come orizzonte politico, fa parte dell’eredità epica del bolscevismo e dell’ultima stagione del populismo russo. Un capitolo chiuso.

E passo al secondo punto. Per farlo devo parlare di un giovane avvocato bolognese, Marco Ferrari, che, nei momenti in cui la mia vita sembrava in bilico, chiamò la mia altra figlia per trasmetterle il suo affetto e un messaggio criptico. Marco, che gira in una vecchia Vespa per Bologna d’estate e d’inverno, lavora con gli emigranti aiutandoli a regolarrizare la loro posizione con permessi di soggiorno e altro. Lascio immaginare i suoi redditi avendo scelto come clientela il gruppo umano più povero e derelitto dell’Italia di oggi. Questo è il primo tratto di una personalità che ha fatto della solidarietà la sua principale attività professionale e personale. Il secondo tratto, per quanto io possa discernere, lo percepii parecchi anni fa in un pomeriggio piovoso di Bologna. Mi invitò in in un bar frequentato da giovani ad assaggiare salumi, piadine e birra. Nel mezzo del delizioso banchetto dovetti ascoltare le sue teorie (articolatissime) che spiegavano come l’attentato alle Torri gemelle fosse stato opera dalla Cia. Nonostante il rispetto e l’affetto verso di lui non sapevo dove nascondermi e come togliermi di dosso una gragnuola di teorie cospirative. E arrivo a oggi. Nei miei giorni di ospedale, è venuta da lui (in una telefonata a mia figlia) una frase così luminosa da essere incomprensibile. Una piccola Apocalisse di Giovanni: dì a Ugo che non ha il diritto di morire; è un privilegio da aristocratico e lui non lo è. Sono passati giorni e non riesco ancora a capire. Ma so che Marco ha ragione e forse un giorno capirò. Comunque il sottotesto semplificato era chiarissimo: che non faccia lo stronzo, per il momento non ha il diritto di lasciarsi andare.

Questo è quanto volevo dirvi. Scusate personalismi e generalità. Un abbraccio a tutti,
Ugo

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i doveri dell'ospitalità

L’autobiografia della nazione

di Piero Gobetti

a cura di Pietro Polito

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La dialettica tra rivoluzione e autobiografia della nazione è al centro di due rivisitazioni antologiche del pensiero di Gobetti: La rivoluzione italiana (19181925), a cura di Pietro Polito, Edizioni dell’asino 2013 e L’autobiografia della nazione, a cura di Cesare Panizza, aras edizioni 2016, da cui sono tratti i testi che seguono: Elogio della ghigliottina del 1922, Il calderone piccolo borghese e La normalizzazione del 1924.

Può essere utile domandarsi: “Il fascismo gobettianamente è una rivoluzione?”. La risposta di Gobetti è inequivocabile: la “rivoluzione” fascista non è stata una rivoluzione, ma un colpo di Stato. Negli anni di Gobetti si passò tragicamente nel volgere di poco tempo dal socialismo possibile al fascismo reale. Ebbene, per il giovane teorico di una immaginosa rivoluzione liberale, la marcia su Roma non è stata il punto d’arrivo di un processo rivoluzionario come, invece, avrebbero potuto essere i moti operai del ’19-’20. Infatti, nella rivoluzione operaia egli vede la rivoluzione italiana che avrebbe potuto portare a compimento il processo lasciato interrotto dal Risorgimento. Schematicamente, si può dire che mentre l’occupazione delle fabbriche degli anni ’19-’20 è stata una rivoluzione non riuscita, al contrario il fascismo è stata una controrivoluzione riuscita.

L’avvento del fascismo spinge Gobetti a caratterizzare la rivoluzione liberale come una rivoluzione operaia, la rivoluzione operaia come una rivoluzione liberale. Il soggetto della rivoluzione liberale è il movimento operaio affiancato da una élite di intellettuali radicali: “Siamo rivoluzionari – scrive nel 1922 – in quanto creiamo le condizioni obiettive che incontrandosi con l’ascesa delle classi proletarie, indicataci dalla storia, genereranno la civiltà nuova, il nuovo stato”. L’apologia del movimento operaio, “la forza più energica del mondo moderno, […] la sola su cui si possa operare, per la conquista della nuova civiltà”, agli occhi di oggi può apparire inattuale. Eppure la posizione di Gobetti, oltre ad avere un fondamento storico nel contesto degli anni in cui egli l’ha elaborata, presenta un perenne elemento di vitalità per il modo in cui egli concepisce l’azione del movimento. L’adesione gobettiana al movimento operaio non deriva da una scelta di classe quanto piuttosto da una più generale fiducia accordata all’azione autonoma di movimenti dal basso.

Gobetti accoglie la lettura di quegli anni come uno scontro tra reazione e rivoluzione, riformulandolo nei termini di un conflitto tra rivoluzione e autobiografia della nazione. Elogio della ghigliottina è forse l’articolo giustamente più celebre di Gobetti: qui egli introduce l’interpretazione del fascismo come autobiografia della nazione. Distinguendo tra Mussolini e il fascismo, egli vede nel primo “nulla di nuovo”: il futuro duce gli appare come un nuovo Giolitti. Mentre Mussolini può essere considerato “un fatto d’ordinaria amministrazione”, per contro “il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione”, attestando “l’impudenza della nostra impotenza”: gli italiani sono “un popolo di dannunziani” al quale non si può chiedere spirito di sacrificio.

A Gobetti la storia italiana appare come una lunga storia di servi, di cui il fascismo è l’ultima e l’estrema conseguenza. In una forma degenerativa il fascismo continua la politica diseducatrice delle vecchie classi dirigenti e perpetua i vizi atavici e più diffusi della mentalità italiana: la retorica, la cortigianeria, la demagogia, il trasformismo, la fiducia, l’ottimismo. La lotta al fascismo prima ancora che politica è di natura morale, ha un valore religioso, è un problema di stile, una questione di istinto: “C’è un solo valore incrollabile al mondo: l’intransigenza e noi ne saremo per un certo senso i disperati sacerdoti”.

La base sociale dell’autobiografia della nazione sta nel “calderone piccolo-borghese” che ne incarna perfettamente “i vizi inguaribili”. Le caratteristiche costanti della piccola borghesia (oggi si direbbe della maggioranza silenziosa) sono “l’apoliticità, l’immaturità politica, l’esaltazione cortigiana, il parassitismo” a cui Gobetti oppone “la lotta contro l’unanimità, la resistenza inesorabile, l’intransigenza di fronte a nemici ed amici”.

Invece l’ideologia dell’autobiografia della nazione è la normalizzazione che è “un elemento psicologico e ideale necessario come la violenza”. Normalizzare significa conciliare gli opposti, addomesticare “le minoranze battagliere” e “i movimenti libertari sorti dal basso”, lusingare le classi medie e le “masse quietiste”, contrastare “coloro che parlano di una continuazione della lotta”, favorire il “formarsi di una vera e propria voluttà del servire”. Reagendo alla normalizzazione, Gobetti afferma che “l’opposizione può servire il paese soltanto rifiutandosi di far la pace col vincitore”.

L’invito a leggere o rileggere Gobetti poggia sulla convinzione che può giovare a comprendere i corsi e i ricorsi della storia d’Italia dall’avvento del fascismo a oggi. Sinteticamente, sulla scorta di Gobetti, il Novecento italiano e le sue propaggini nel xxi secolo possono essere inscritti e risolti nell’eterna dialettica tra una rivoluzione italiana non riuscita, mai compiuta più che incompiuta, e il periodico, prepotente e prorompente, ritorno dell’autobiografia della nazione, che è dura a morire, cova sotto la cenere, riemerge periodicamente in forme nuove, inedite e impreviste.

Gobetti ci ha insegnato una volta per tutte che la cultura politica “si può svolgere solo attraverso la lotta politica e la lotta politica nel mondo moderno ha la sua premessa necessaria nella libertà”. Adottando in senso ampio il termine rivoluzione, si può dire che il fascismo, ogni fascismo, è una rivoluzione contro la cultura, mentre la rivoluzione liberale vagheggiata da Gobetti è una rivoluzione per la cultura. In questo senso la rivoluzione liberale è l’esatta antitesi della cosiddetta “rivoluzione fascista”. La rivoluzione liberale è una rivoluzione contro l’autobiografia della nazione.

 

ELOGIO DELLA GHIGLIOTTINA

Giustino Arpesani risponde affermativamente a una domanda che uno scrittore della “Rivoluzione Liberale” non si sarebbe neppure posta. Il nostro amico ha della democrazia una visione primitiva, della patria un concetto messianico: la politica è pensata come un problema di illuminismo, di adesione a dogmi specifici, tutto l’imprevisto della realtà esaurendosi nella preparazione ideologica e nelle premesse di fede.

Il mondo della pratica non sarebbe nulla di diverso dal mondo intellettuale, un mondo intellettuale concepito rigidamente, con idee chiare e distinte, senza dialettica, senza sfumature. Il suo ragionamento sulla collaborazione è rigorosamente scolastico, l’azione ne dovrebbe scaturire identica con una professata verità di catechismo. Non distingue tra proposito e risultato; per diffondere una convinzione è disposto a sacrificare la complessità della praxis.

I popoli immaturi peccano di queste ingenuità filosofiche; le malattie dell’apostolato coincidono con la giovinezza; quando si ha più il gusto del monotono e del concluso che l’arguta sopportazione del diverso. Giovanni Gentile giunse a confessarmi candidamente che scriveva un libro su James da pubblicarsi in inglese per guarire gli americani dagli errori del pragmatismo. Il fascismo vuol guarire gli italiani dalla lotta politica, giungere a un punto in cui, fatto l’appello nominale dei cittadini, tutti abbiano dichiarato di credere alla patria, come se nel professare delle convinzioni si limitasse tutta la praxis sociale. Insegnare a costoro la superiorità dell’anarchia sulle dottrine democratiche sarebbe un troppo lungo discorso, e poi, per certi elogi, nessun miglior panegirista della pratica. L’attualismo, il garibaldinismo, il fascismo sono espedienti attraverso cui l’inguaribile fiducia ottimistica dell’infanzia ama contemplare il mondo semplificato secondo le proprie bambinesche misure.

La nostra polemica contro gli italiani non muove da nessuna adesione a supposte maturità straniere; né da fiducia in atteggiamenti protestanti o liberisti. Il chiamarci di volta in volta con un nome piuttosto che con un altro non è dunque una questione di stile, ma appena un modo di eludere le persecuzioni e di farci sopportare. Se dovessimo salire davvero in cattedra saremmo dei ben strani predicatori, e chissà chi potrebbe capire le nostre pazze intenzioni. Ossia il nostro antifascismo non è l’adesione a un’ideologia, ma qualcosa di più ampio, così connaturale con noi che potremmo dirlo fisiologicamente innato. Non so come i gentiliani potranno intendere questa che ci pare addirittura una questione di istinto.

Se il nuovo si può riportare utilmente a schemi e ad approssimazioni antiche, il nostro vorrebbe essere un pessimismo sul serio, un pessimismo da Vecchio Testamento senza palingenesi, non il pessimismo vile e letterario dei cristiani che si potrebbe definire la delusione di un ottimista. Amici miei, la lotta tra serietà e dannunzianesimo è antica e senza rimedio. Bisogna diffidare delle conversioni, e credere più alla storia che al progresso, concepire il nostro lavoro come un esercizio spirituale, che ha la sua necessità in sé, non nel suo divulgarsi. C’è un solo valore incrollabile al mondo: l’intransigenza e noi ne saremmo per un certo senso i disperati sacerdoti.

Temiamo che pochi siano così coraggiosamente cinici da sospettare che da queste metafisiche si possa giungere al problema politico. Ma la nostra ingenuità è più esperta di talune corruzioni e in certe teorie autobiografiche ha già sottinteso maliziosamente un insolente realismo politico obiettivo.

Noi vediamo diffondersi con preoccupazione una paura dell’imprevisto che seguiteremo a indicare come provinciale per prevenire gravi allarmi. Ma di certi difetti sostanziali anche in un popolo “nipote” di Machiavelli non sapremmo capacitarci, se venisse l’ora dei conti. Il fascismo in Italia è una catastrofe, è un’indicazione di infanzia decisiva, perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’ottimismo, dell’entusiasmo. Si può ragionare del Ministero Mussolini: come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi; che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco. Confessiamo di aver sperato che la lotta tra fascisti e socialcomunisti dovesse continuare senza posa: e nel settembre del 1920 pensammo e pubblicammo nel febbraio scorso la Rivoluzione Liberale, con un senso di gioia, per salutare auguralmente una lotta politica che attraverso tante corruzioni, corotta essa stessa, pur nasceva. In Italia, c’era della gente che si faceva ammazzare per un’idea, per un interesse, per una malattia di retorica! Ma già scorgevamo i segni della stanchezza, i sospiri alla pace.

È difficile capire che la vita è tragica, che il suicidio è più una pratica quotidiana che una misura di eccezione. In Italia non ci sono proletari e borghesi: ci sono soltanto classi medie. Lo sapevamo: e se non lo avessimo saputo ce lo avrebbe insegnato Giolitti. Mussolini non è dunque nulla di nuovo: ma con Mussolini ci si offre la prova sperimentale dell’unanimità, ci si attesta l’inesistenza di minoranze eroiche, la fine provvisoria delle eresie. Abbiamo astuzie sufficienti per prevedere che tra sei mesi molti si saranno stancati del duce: ma certe ore di ebbrezza valgono per confessione e la palingenesi fascista ci ha attestato inesorabilmente l’impudenza della nostra impotenza. A un popolo di dannunziani non si può chiedere spirito di sacrificio. Noi pensiamo anche a ciò che non si vede: ma se ci si attenesse a quello che si vede bisognerebbe confessare che la guerra è stata invano.

Caro Arpesani, non ci si può intendere. Tu vuoi valorizzare, e io credo che si possa solo valorizzare con l’opposizione, tu temi i dissensi e io vedo nei consensi la prova di una debolezza, l’inesistenza di interessi reali distinti, coraggiosi, necessari. Tu hai inteso il problema in un modo tutto formale: chiedevi una disciplina, l’accetti anche se venga donde non la speravi. Io non riesco a pensare Cesare senza Pompeo, non vedo Roma forte senza guerra civile. Posso credere all’utilità dei tutori e perciò giustifico Giolitti e Nitti, ma i padroni servono soltanto per farci ripensare a La Congiura dei pazzi ossia ci riportano a costumi politici sorpassati. Né Mussolini né Vittorio Emanuele Savoia hanno virtù di padroni, ma gli italiani hanno bene animo di schiavi. È doloroso per chi lavora da anni dover pensare con nostalgia all’illuminismo libertario e alle congiure. Eppure, siamo sinceri sino in fondo, io ho atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché dalle nostre sofferenze rinascesse uno spirito, perché nel sacrificio dei suoi sacerdoti questo popolo riconoscesse se stesso. Ti ringrazio, amico mio, che mi suggerisci tragiche confidenze. Ora credo di giustificare meglio le mie responsabilità, le ragioni dell’istintiva nostra ribellione. Non valorizzare; non ubriacarsi. Per le ragioni politiche che abbiamo detto Emery e io nei numeri scorsi. Per questa ragione psicologica, chiarita qui, inesorabile. C’è stato in noi, nel nostro opporsi cieco, qualcosa di donchisciottesco. Ma nessuno ha riso perché ci si sentiva una disperata religiosità. Non possiamo illuderci di aver salvato la lotta politica: ne abbiamo custodito il simbolo. E bisogna sperare (ahimè, con quanto scetticismo) che i tiranni siano tiranni, che la reazione sia reazione, che ci sia chi avrà il coraggio di levare la ghigliottina, che si mantengano le posizioni sino in fondo. Si può valorizzare il regime; si può cercare di ottenerne tutti i frutti: chiediamo le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro. Mussolini può essere un eccellente Ignazio di Loyola; dove c’è un De Maistre che sappia dare una dottrina, un’intransigenza alla sua spada!

(da “La rivoluzione liberale”, a. 1, n. 34, 23 novembre 1922, p. 130)