i doveri dell'ospitalità

Le due dittature

di Vitaliano Brancati

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Il tema della contrapposizione fra universalità e individualità non è nuovo; come non è nuova la contrapposizione fra società e individuo. Sono anzi questi i problemi che hanno affaticato maggiormente il secolo scorso.

Nel campo filosofico, queste due domande profonde hanno avuto risposte profonde. Già al principio del Novecento, Benedetto Croce dava una sistemazione concreta alla dimostrazione che l’universalità nell’arte si raggiunge attraverso l’individualità, e che si riesce tanto più universali quanto più si è individuali. Anche nella sfera dell’azione morale, il conflitto tra l’individuo e la storia si risolveva nella dialettica. “Guardo me stesso come in spettacolo” scrive Croce in un suo capitolo sulla Grazia e il Libero arbitrio, “la mia vita passata, l’opera mia. Che cosa mi appartiene di quest’opera e di questa vita? che cosa posso, con piena coscienza, dir mio? Se un pensiero, sorto in me, è sembrato a me e agli altri un acquisto di verità, esso mi è venuto nella mente per illuminazione; e, ora che ne intendo meglio il carattere e le attinenze e ne ripercorro la genesi, mi si dimostra conseguenza logica e necessaria del travaglio anteriore di altri spiriti nei secoli, dei dibattiti a cui hanno non meno efficacemente partecipato gli stessi oppositori, e mi appare come se mi si sia fatto in me di per se stesso e la mia mente ne sia stata solo il luogo di manifestazione, il teatro. Se ripenso a una mia azione che mi soddisfa, sento che sarei fatuo se me ne attribuissi il merito, perché, quando la eseguii, una forza che si era accesa nel mio petto, mi vi esortò, senza contrasto o travolgendo ogni contrasto; e se in quel caso (come in altri casi mi è accaduto) quella forza, che m’indirizzò e sorresse, mi fosse mancata, da me non avrei saputo generarla. Anche, quell’azione si è fatta in me e non l’ho fatta io; e doveva così farsi, perché la Realtà, o lo Spirito che si chiami, ne aveva bisogno nella logica del suo svolgimento… D’altra parte, altri biasimerà i miei errori e le mie cattive azioni, e io stesso riconoscerò erronee certe asserzioni e cattive certe mie azioni. Ma… anche quegli errori, anche quel male furono necessari e perciò, in un certo senso, furono bene, e appartengono non a me, ma all’autore stesso del male e del bene, allo Spirito che così si svolge e cresce, alla Provvidenza che così dispone, e che altresì in ciò segue la sua logica, quella logica dei contrari che per l’appunto si chiama la dialettica. La Grazia è discesa in me in certi momenti, e in altri momenti la Provvidenza non ha voluto che quella scendesse, ma che io errassi e peccassi per preparare materia e condizione al mio (che è il suo) nuovo operare. E con la necessità e la dialettica e la Grazia e la Provvidenza, non solo il libero arbitrio e la responsabilità si dissolvono, ma si dissolve il concetto stesso dell’individuo come entità e realtà, prendendo in suo luogo il ben diverso concetto dell’individualità dell’opera, ossia la sua qualità inconfondibile con quella delle altre: una individualità che è poi la definizione stessa dell’universalità concreta e non astratta, della vera ed effettiva universalità… Così è; e nondimeno non è così e non pare che sia così. Giacché, non appena io cesso dal contemplarmi in spettacolo e rientro nella mia vita attiva e pratica, ecco che tutte quelle cose che si erano disciolte, colpite di nullità, si ricompongono e risorgono energiche e imponenti come per l’innanzi: e io mi ritrovo individuo e fornito di libero arbitrio, e responsabile, e capace di meriti, e condannabile per demeriti, e attaccato alla mia individualità e alla vita…”

Questa è la soluzione della corrente idealistica. Ma esiste anche la soluzione della corrente materialistica la quale al posto della parola Spirito mette la parola Società, e asserisce che l’individuo è tanto più libero e autonomo quanto più coincide e s’identifica con la società. Non dirò per quale soluzione io propenda personalmente, prima di tutto perché la cosa ha poca importanza, e in secondo perché la mia propensione è implicita in quello che dirò dopo. Ma il fatto è che l’una e l’altra soluzione servono ad arricchire la cultura e la civiltà finché non avvenga quello scandaloso colpo di mano che taluni uomini di azione hanno compiuto sulle idee. Mi spiego meglio: finché lo spirito universale è una forza che agisce dentro di me, finché la società è il mio sentimento altruistico, la soluzione che io dò al conflitto tra me e lo spirito universale, tra me e la società, sarà sempre positiva e umana. Ma quando in un regime totalitario di destra, un dittatore si affaccerà al balcone per dirmi col megafono che lo Spirito universale è lui, o in un regime totalitario di sinistra, un altro dittatore, affacciandosi a un altro balcone, mi griderà che la Società è lui, e tutti e due questi uomini-simboli avranno, come testimoni della verità di ciò che asseriscono, eserciti di poliziotti armati, il conflitto fra individuo e universale assumerà un altro aspetto.

Siamo tornati davanti ai mostri, perché nulla è più mostruoso di una parte di me stesso, quale può essere il mio sentimento dell’universale o il mio senso dell’umanità, la quale diventi un’altra persona, a me ostile, armata di tutto punto, non solo delle armi che porta addosso, ma di tutte quelle che impugnano i suoi accoliti.

Mi si obietterà che anche il mio sentimento della Giustizia può alienarsi da me, diventando la Polizia e la Legge. Ma qui il conflitto si svolge in un campo molto ristretto: è l’urto fra quello che vorrei fare e quello che mi è concesso di fare. La Legge ha su di me un’azione d’impedimento, è un correttivo: si limita a limitare la mia attività. Non vi è nulla di mostruoso dunque che essa sia rappresentata da una forza a me esterna o addirittura da uomini armati.

Nei regimi totalitari, invece, la forza a me esterna, e spesso a me ostile, si assume il compito, non di limitar la mia attività, ma di svilupparla. Il mostruoso consiste nei miei diritti. Il potere dello Stato si asside al centro della mia ispirazione, vuol diventare la mia stessa creatività, rimanendo però armato fino ai denti e pronto a buttarmi in prigione. Il mio sentimento dell’universale, il mio senso dell’umanità, per effetto di una dissociazione mentale, dovuta a una malattia della personalità inoculatami con la violenza, è diventata Lui, Lui in lettere maiuscole, l’uomo di cui enormi ritratti e statue ripetono l’immagine nel centro delle piazze, in testa alle parate, sugli schermi dei cinema, sulle pareti degli edifici pubblici – dappertutto, come in un incubo.

Perché tutti gli uomini indistintamente non respingono subito con ripugnanza una simile assurdità?

Secondo me la risposta la si trova nella scarsa vitalità di cui dispone la nostra epoca. La vitalità di un uomo può assumere una forma così poco indipendente e individuale da riuscire veramente a moltiplicarsi a contatto con la vitalità di altri uomini. Udire il proprio passo nel rumore generale di altre migliaia di passi esalta come se quel fragore venisse tutto dal nostro piede. Ci si sente elevati alla massima potenza proprio nel momento in cui non si conta più nulla… Quella sottrazione, che si opera immediatamente quando a una persona che fa una cosa se ne aggiungono altre centomila che fanno meccanicamente la stessa cosa, viene chiamata somma. Chiamare somma una sottrazione è l’equivoco di cui si fanno forti i deboli. Ogni persona s’inebria dell’altra. Il numero di coloro che fanno lo stesso gesto che faccio io, che dicono il sì o il no che dico io, tanto più è alto e tanto più mi dà alla testa.

È il tentativo di raggiungere l’universale attraverso la via sbagliata, il tentativo degli stupidi e dei derelitti. Chi di noi non vorrebbe parlare per l’umanità intera? “Pianse e cantò per tutti” è quello che si dice dei genii. Chi di noi non vorrebbe dire una parola che fosse subito ripetuta dagli altri? Ma l’Universale, come tutti sanno, o almeno sapevano prima di quest’epoca di attiva ignoranza (ignoranza che non solo vuole ignorare, ma anche dimenticare), sceglie sempre per venire alla luce la via più stretta, quella del particolare. Attraverso il particolarissimo dolore del solitario Leopardi, forse nel momento in cui egli è più solo, e la sua sofferenza più minutamente determinata, arriva, con voce comprensibile da tutti, il dolore universale. Ma lo stupido, che è sempre un po’ generico, e ha mai nulla di veramente particolare, ed è sempre pronto a trovare dei sosia, come farà a provare quella ebbrezza, quella felicità che ci viene data da un valore universale quando penetra nella nostra mente? Una volta egli cercava di compiere qualcosa di estremamente arduo nel campo morale. La virtù è alla portata di tutti. Ma oggi la virtù è disprezzata e lo stupido è diventato orgoglioso in seguito alle piaggerie che ha ricevuto dai politici. Cosa farà dunque lo stupido per provare l’ebbrezza del genio? Farà massa. Così, urlando lo stesso urlo insieme a centomila altri, crederà che l’umanità intera parli dalla sua bocca spalancata. Egli si sentirà non uno (per usare il linguaggio di certi letterati sofistici), ma tutti quelli che sono nella piazza, come il genio non si sentirà più lui, ma tutta l’umanità quando produce qualcosa di universale. Come il genio. Ma che triste scimmiottatura! La somiglianza è meno che apparente. L’uomo-massa, come ormai è chiaro a tutti, non solo non è il genio, ma è quanto di più diverso e lontano si possa immaginare dal genio. E il suo contrario. Dopo queste esaltazioni collettive, la personalità rimane infatti diminuita, come se, invece di un’esperienza, avesse avuto un’amnesia. Che cosa ha dimenticato completamente nell’orgia collettiva? Non si capisce bene. Ma quello che ha dimenticato per sempre serviva senza dubbio alla sua capacità creativa e alla formazione della sua dignità.

Ho detto che tutto questo è dovuto alla mancanza di vitalità degli stupidi e dei derelitti. Chi è lo stupido? È l’uomo privo di vitalità mentale, d’impulsi fantastici e di felicità creativa. Lo chiameremmo semplicemente uomo comune, se la sua volontà di cimentarsi a tutti i costi con l’universale, e di raggiungerlo attraverso la via sbagliata, non gli facesse piovere improvvisamente sul volto il colore della stupidità. Chi è invece il derelitto? È l’uomo privo di vitalità per mancanza di calorie. E il povero senza pane e senza tetto, è il lavoratore disoccupato o mal retribuito. Quest’ultimo non vuole raggiungere l’universale in un senso estetico, ma in quello assai più serio ed elementare che porta il nome di vita. Non vuole avere le gioie dell’artista, ma le condizioni materiali dell’uomo. Il calore che egli cerca facendo massa è quello assai semplice delle calorie che gli occorrono.

Bisogna saper distinguere fra la categoria degli stupidi e quella dei derelitti. La seconda categoria rende seria e difficilmente condannabile l’aspirazione alla dittatura.

Io appartengo a un Paese latino, e ho fatto da giovane con partecipazione, da adulto con ripugnanza e ostilità, l’esperienza totalitaria di destra. Vi posso dire che nella mia società le classi reazionarie tendono a imbrogliare le carte. Invece di risolvere i problemi dei derelitti nel senso di toglierli dalle condizioni disperate che li spingono a desiderare una dittatura di sinistra, aizzano i bisogni degli stupidi che vogliono sentirsi creatori, artisti e comandanti attraverso una dittatura che non può essere che fascistica. Quando gli stupidi hanno creato la loro dittatura, ai derelitti non rimane che o sopportare tristemente o andare in prigione o innestare con tanta profondità i loro bisogni fisici in quelli mentali da sentir soddisfatto, per esempio, il loro appetito di carne da una sfilata con bandiere e tamburi. Il loro stato di collera troverà uno sfogo nelle minacce che il dittatore rivolge continuamente ai “nemici interni ed esterni”.

Secondo me, le società occidentali, per difendersi dai pericoli del totalitarismo, non devono mai avere, fra coloro che, mancando di vitalità, aspirano alle orgie e alle eccitazioni collettive, i derelitti. Questa è una categoria che rende difficile e impacciata la difesa della libertà di pensiero.

Quanto agli stupidi, bisogna farli passare dallo stato di mezza cultura, che è peggiore dell’ignoranza, a quello di cultura vera e propria. Bisogna che gli uomini di pensiero si rivolgano agli stupidi, mentre i politici risolvono i problemi dei derelitti. Nelle società in cui è sempre latente il fascismo, accade invece che i politici vogliono risolvere i problemi degli stupidi, lasciando ai poveri la povertà e agli uomini di pensiero la scelta fra il silenzio e la menzogna.

(Conferenza tenuta a Parigi, il 24 maggio 1952, per conto del Congresso Internazionale per la libertà della cultura.)

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Stupidità e potere

di Dietrich Bonhoeffer

Traduzione di Alberto Gallas

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Il nemico del bene

Per il bene la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità. Contro il male è possibile protestare, ci si può compromettere, in caso di necessità è possibile opporsi con la forza; il male porta sempre con sé il germe dell’autodissoluzione, perché dietro di sé nell’uomo lascia almeno un senso di malessere. Ma contro la stupidità non abbiamo difese. Qui non si può ottenere nulla, né con proteste, né con la forza; le motivazioni non servono a niente. Ai fatti che sono in contraddizione con i pregiudizi personali semplicemente non si deve credere – in questi casi lo stupido diventa addirittura scettico – e quando sia impossibile sfuggire a essi, possono essere messi semplicemente da parte come casi irrilevanti. Nel far questo lo stupido, a differenza del malvagio, si sente completamente soddisfatto di sé; anzi, diventa addirittura pericoloso, perché con facilità passa rabbiosamente all’attacco. Perciò è necessario essere più guardinghi nei confronti dello stupido che del malvagio. Non tenteremo mai più di persuadere lo stupido: è una cosa senza senso e pericolosa.

 

Stupidità e potere

Se vogliamo trovare il modo di spuntarla con la stupidità, dobbiamo cercare di conoscerne l’essenza. Una cosa è certa, che si tratta essenzialmente di un difetto che interessa non l’intelletto, ma l’umanità di una persona. Ci sono uomini straordinariamente elastici dal punto di vista intellettuale che sono stupidi, e uomini molto goffi intellettualmente che non lo sono affatto. Ci accorgiamo con stupore di questo in certe situazioni, nelle quali si ha l’impressione che la stupidità non sia un difetto congenito, ma piuttosto che in determinate situazioni gli uomini vengano resi stupidi, ovvero si lascino rendere tali. Ci è dato osservare, inoltre, che uomini indipendenti, che conducono vita solitaria, denunciano questo difetto più raramente di uomini o gruppi che inclinano o sono costretti a vivere in compagnia. Perciò la stupidità sembra essere un problema sociologico piuttosto che un problema psicologico. È una forma particolare degli effetti che le circostanze storiche producono negli uomini; un fenomeno psicologico che si accompagna a determinati rapporti esterni. 

Osservando meglio, si nota che qualsiasi ostentazione esteriore di potenza, politica o religiosa che sia, provoca l’istupidimento di una gran parte degli uomini. Sembra anzi che si tratti di una legge socio-psicologica. La potenza dell’uno richiede la stupidità degli altri. Il processo secondo cui ciò avviene, non è tanto quello dell’atrofia o della perdita improvvisa di determinate facoltà umane – ad esempio quelle intellettuali – ma piuttosto quello per cui, sotto la schiacciante impressione prodotta dall’ostentazione di potenza, l’uomo viene derubato della sua indipendenza interiore e rinuncia così, più o meno consapevolmente, ad assumere un atteggiamento personale davanti alle situazioni che gli si presentano. Il fatto che lo stupido sia spesso testardo non deve ingannare sulla sua mancanza di indipendenza. Parlandogli ci si accorge addirittura che non si ha a che fare direttamente con lui, con lui personalmente, ma con slogan, motti, ecc. da cui egli è dominato. È ammaliato, accecato, vittima di un abuso e di un trattamento pervertito che coinvolge la sua stessa persona. Trasformatosi in uno strumento senza volontà, lo stupido sarà capace di qualsiasi malvagità, essendo contemporaneamente incapace di riconoscerla come tale. Questo è il pericolo che una profanazione diabolica porta con sé. Ci sono uomini che potranno esserne rovinati per sempre.

 

Liberazione esteriore

Ma a questo punto è anche chiaro che la stupidità non potrà essere vinta impartendo degli insegnamenti, ma solo da un atto di liberazione. Ci si dovrà rassegnare al fatto che nella maggioranza dei casi un’autentica liberazione interiore è possibile solo dopo essere stata preceduta dalla liberazione esteriore; fino a quel momento, dovremo rinunciare a ogni tentativo di convincere lo stupido.

In questo stato di cose sta anche la ragione per cui in simili circostanze inutilmente ci sforziamo di capire che cosa effettivamente pensi il “popolo”, e per cui questo interrogativo risulta contemporaneamente superfluo – sempre però solo in queste circostanze – per chi pensa e agisce in modo responsabile. La Bibbia, affermando che il timore di Dio è l’inizio della sapienza (Salmo 111, 10), dice che la liberazione interiore dell’uomo alla vita responsabile davanti a Dio è l’unica reale vittoria sulla stupidità.

Del resto, siffatte riflessioni sulla stupidità comportano questo di consolante, che con esse viene assolutamente esclusa la possibilità di considerare la maggioranza degli uomini come stupida in ogni caso. Tutto dipenderà in realtà dall’atteggiamento di coloro che detengono il potere: se essi ripongono le loro aspettative più nella stupidità o più nell’autonomia interiore e nella intelligenza degli uomini.

da Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere.

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La prima torcia di Praga

di Angelo Maria Ripellino

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A un anno di distanza il rogo di Jan Palach è ormai entrato nel novero dei miti del nostro tempo. E pur nelle angustie presenti sempre più testimonia della vittoria morale del piccolo popolo cecoslovacco sulla mostruosa macchineria dei suoi aggressori. È stato detto che Palach ha attuato per la prima volta in Europa una consuetudine orientale, ma in realtà il suo gesto ha radici nella storia boema. C’è infatti un legame tra il bruciamento di Jan Hus (1415) o di Jeroným Pražský (1416) e la fiaccola-Palach; e non importa se nei primi due casi si tratta di condanna e nel terzo di libera scelta.

Il problema è sempre lo stesso: difendere la verità, far valere col sacrificio estremo le proprie opinioni, ciò che ai regolisti asserviti sembra eresia. Proclamare, mutandosi in torcia, che i valori umani non possono essere manipolati ad arbitrio col sopruso e col vischio dei compromessi e che l’uomo non può accettare la menzogna, i dogmi svuotati di senso, le imposizioni. La differenza è solo nel fatto che Hus affronta la morte a quarantasei anni, al culmine di un’esistenza consacrata alla ricerca del vero, mentre lo studente di filosofia Jan Palach va incontro a “ciò che si chiama nulla” (per usar le parole del poeta romantico boemo Mácha) a soli ventun anni, mettendo in rilievo con la sua giovinezza che la vita non merita di esser vissuta senza la luce della libertà.

D’altra parte il gesto di Palach è anche un atto di fede. E forse è sbagliato parlare di suicidio: questo termine designa in genere una tragedia individuale, mentre Palach ha voluto anche sacrificarsi in nome di una società, perché coloro che la compongono vivano dignitosamente. È interessante osservare che Masaryk, il primo presidente della repubblica cecoslovacca, aveva svolto a Vienna nel 1881 la sua tesi di laurea sul “suicidio come fenomeno di massa della civiltà moderna” (Der Selbstmord als soziale Massenerscheinung des modernen Zivilisation): con quel lavoro di filosofia della storia – come egli disse più tardi a Karel Čapek – si proponeva di render chiaro che “la vita senza fede perde forza e certezza”.

Nell’olocausto di Palach si ravviva inoltre la tradizione boema della non-violenza, la cui dottrina fu formulata nell’età delle tempeste husitiche dal contadino filosofo della Boemia meridionale Petr Chelčický. Nei suoi scritti, fra i più prestigiosi dell’antica letteratura boema, egli sostenne che qualsiasi guerra è vietata ai cristiani, anche se intrapresa in nome della legge di Dio: ogni violenza è peccato, e compie “mostruoso sterminio” chi uccida l’uomo in combattimento. In questo spirito si è svolta tutta la resistenza del popolo cecoslovacco all’intervento della Pentarchia di Varsavia. Sviare, beffare, persuadere il nemico, dimostrare pacificamente con scioperi e cortei, e, se necessario, sacrificarsi piuttosto che uccidere.

Il suicidio di Palach e di Zajíc e dei molti altri che non dobbiamo dimenticare è un grido lacerante che soverchia il fragore dei carri armati, un grido di orrore contro una realtà inaccettabile imposta con la violenza, contro le mezze misure e il ritorno all’oscurantismo di un infausto passato, contro l’umiliazione e l’ipocrisia. Il grido di chi non si arrende alle cabale e ai passi da gambero dei voltagabbana né alla preponderanza dei mastodonti e cerca libertà nelle tenebre del non essere. Ma questo atto di trascendenza mediante autodistruzione ha anche un sapore di spettacolo tragico, di fiammeggiante teatro, per richiamare l’attenzione del mondo indifferente.

Eravamo abituati a immedesimare il popolo cecoslovacco con Švejk, il piccolo omino che, portando agli estremi la finzione dell’obbedienza, scardina lo scellerato sistema, l’occhiuta burocrazia che lo governa, e salva la pelle con ripieghi, astuzie, espedienti. Ma il mito di Palach, più moderno per la totalità del suo rifiuto senza margini d’ombra, per il suo “no” iperbolico scontato col sonno eterno, assottiglia e scalza quello remissivo di Švejk, sebbene io sia convinto che Švejk soffra anche lui nel folto della tragedia e che errano quelli che lo riducono a un personaggio da bagattella, al campione di un minimalismo burlesco. Palach è il portavoce di una splendida gioventù maturata in tempi di cecità e di caligine, e per cui l’unico spiraglio di libertà, nel sessanta, era il jazz: gioventù che, nell’isolamento, è venuta scoprendo le tradizioni bandite dagli accoliti di Novotný e la filosofia europea e Camus e la dottrina dell’umanismo e della tolleranza di Masaryk. Una gioventù ostile alle transazioni e incapace di rassegnarsi.

A chi consideri il marasma e la servitù che attanagliano oggi le terre boeme, morave, slovacche (dove si torna persino a giustificare i processi degli anni cinquanta) il messianismo incandescente di Palach e la muta, nera protesta corale del popolo impietrito alle sue esequie potrebbero apparire inutili. Ma sarebbe una deduzione superficiale, perché Palach è ancora stimolo alla resistenza, conforto alla delusione in un paese “in cui l’albero in fiore del miraggio – rapidamente si tramuta in sabbia”, come ha scritto il poeta Jaroslav Seifert, che tiene ancora coi denti l’unione scrittori cechi, fumo negli occhi dei deliranti stalinisti. Forse il popolo cecoslovacco non ha ancora toccato il fondo del baratro, dovrà conoscere altre ‘stazioni’ quaresimali di carceri, ukase, divieti di satrapi. L’efficacia del rogo di Palach, come di tutta la rivolta democratica cecoslovacca, potrà misurarsi soltanto nel troppo lento volgere della storia.

(pubblicato per la prima volta su “L’Espresso” il 25 gennaio 1970, poi in I fatti di Praga, Scheiwiller 1988 e L’ora di Praga, Scritti sul dissenso e sulla repressione in Cecoslovacchia e nell’Europa dell’Est (19601974), Le lettere 2008. Infine su “Lo straniero” N. 98/99 – Agosto/Settembre 2008)

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Una storia dimenticata

di Francesco M. Cataluccio

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In una delle opere più profonde di Milan Kundera, Il libro del riso e dell’oblio (1978), c’è un racconto (La madre) che narra della mamma del protagonista che aveva invitato per il 21 agosto 1968 un amico farmacista a raccogliere le pere nel suo giardino. A causa dell’“l’ingresso dei carri armati di alcuni paesi stranieri” in Cecoslovacchia, il farmacista non si fece vivo, e nemmeno nei giorni successivi per scusarsi. La donna ci rimase malissimo e non perdonò più l’amico. Il figlio e la nuora furono sorpresi e indignati per tanto egoismo e tanta incomprensione degli eventi storici. A distanza di molti anni però, sopiti i rancori, attendendo la madre, il figlio riflette su quell’episodio. Le conclusioni alle quali giunge sono un po’ diverse da quelle del passato. Tutto sommato non gli appare così sbagliata la prospettiva esistenziale della madre che “in primo piano aveva una grossa pera e da qualche parte, lontano, sullo sfondo, un carro armato non più grosso di una coccinella destinata a volarsene via da un momento all’altro. (…) Il carro armato è perituro e la pera è eterna…”
In questi giorni si ricorda il cinquantesimo anniversario dell’invasione della Cecoslovacchia da parte dei carri armati del Patto di Varsavia, e la conseguente fine della cosidetta “Primavera di Praga”. 
Si ricorda ma già si tende a dimenticare. 
L’attuale Presidente della Repubblica cèca, Miloš Zeman, antieuropeo e fautore di un avvicinamento alla Russia di Putin, non è stato presente alle celebrazioni.
“La lotta dell’uomo contro il potere è lotta della memoria contro l’oblio” ha scritto Kundera. Gli individui si agitano nella propria vita quotidiana, e alcuni lottano proprio per uscire da quella cappa di anonimato che costituisce uno degli elementi fondamentali del mantenimento, da parte del Potere, di un consenso passivo della popolazione. Per un paradosso, “è negli scaffali degli archivi della polizia la nostra immortalità”. 
In quegli scaffali si possono rinvenire storie dimenticate di persone che allora si opposero, pagando un caro prezzo, alla “normalizzazione”, al “ristabilimento dell’ordine” di Gustàv Husàk e degli altri dirigenti imposti dai sovietici.
Tra gli “eroi dimenticati” c’è anche un medico dal faccione bonario, un comunista con una vita avventurosa in giro per il mondo, che fu il più coerente protagonista della “Primavera di Praga”: František Kriegel (1908-1979).
Nel 2014, la giunta del municipio di Praga 2 ha rifiutato di concedergli la cittadinanza onoraria (proposta dal consigliere comunale dei Verdi Michal Uhl, figlio degli storici dissidenti Petr Uhl e Anna Šabatová). La motivazione del voto contrario dei rappresentanti dei partiti conservatori Top 09 e Ods fu che “era stato un comunista”.
František Kriegel era nato a Stanisławów (oggi Ivano-Frankivsk, in Ucraina), nella Galizia orientale, che apparteneva all’impero austro-ungarico, da una famiglia di commercianti ebrei. 
La sua gioventù fu segnata dalla morte del padre, quando Kriegel aveva appena dieci anni, che gettò la famiglia in una difficile situazione economica e lo costrinse a iniziare subito a lavorare, per aiutare la madre e pagarsi gli studi. Non potendosi iscrivere alla facoltà di Medicina nella vicina Università di Leopoli, a causa del “numero chiuso per gli ebrei”, decise di emigrare: suo nonno e sua madre risparmiarono 500 corone e gli pagarono il viaggio a Praga. Questa somma però non era sufficiente a pagare gli studi di medicina all’Università Carolina, quindi Kriegel fece ogni tipo di lavoro: calzolaio, manovale, venditore di hot-dog negli stadi. Sua moglie ha raccontato che non ebbe molto successo in quest’ultimo lavoro, perché la sua passione per il calcio lo distraeva e invece di vendere preferiva sedersi a guardare la partita. 
La povertà e l’antisemitismo lo avvicinarono al Partito comunista cecoslovacco. Nel 1934 si laureò in Medicina e, nel dicembre del 1936, andò a combattere in Spagna con le Brigate Internazionali. Dopo la sconfitta dei repubblicani si rifugiò in Francia dove venne internato nel Campo di Gurs, ai piedi dei Pirenei.
Nel 1939 aderì alla Croce rossa internazionale e fu inviato, con la Croce rossa norvegese, in Cina in soccorso delle popolazioni colpite dall’occupazione nipponica. Verso la fine della guerra lavorò come dirigente medico aggregato a reparti cinesi e americani in India e Birmania. 
Tornato in Cecoslovacchia nel novembre 1945 riprese la professione di medico mettendo a frutto le sue esperienze: parlava, oltre al cèco, il polacco, il tedesco, l’inglese, il francese e il cinese. Prese subito parte attivamente alla lotta politica, come membro del Comitato regionale del Partito comunista di Praga, coerentemente con gli ideali antifascisti e socialisti che lo avevano sostenuto ed erano assai diffusi tra i giovani cecoslovacchi dopo la conclusione della Seconda guerra mondiale. 
La sua partecipazione al colpo di stato comunista del febbraio 1948, come commissario politico delle Milizie popolari, è la cosa che oggi gli viene rimproverata (ma, ha scritto Michael Uhl: “Le fonti storiche documentano che la condotta di Kriegel nel periodo successivo al febbraio 1948 non portò danni a nessuno”). Fu nominato Sottosegretario alla sanità nel 1949, ma già l’anno successivo fu colpito dalla campagna stalinista contro coloro che avevano partecipato alle Brigate internazionali e gli ebrei, che sfociarono drammaticamente nel Processo Slánský e nelle vaste epurazioni descritte efficacemente nel romanzo La confessione (1968), dell’ex comunista cecoslovacco Artur London (1915-1986).
Soltanto nel 1957 Kriegel poté riprendere la sua carriera medica e divenne Primario nella Clinica Vinohrady di Praga. Ma era evidentemente un tipo inquieto e avventuroso: nel 1960 si trasferì a Cuba come consigliere del governo castrista per l’organizzazione del sistema sanitario. Al ritorno a Praga, nel 1962, Krigiel rifiutò il posto dirigenziale nel Partito (soltanto nel 1966 entrò a far parte del Comitato Centrale), ma preferì farsi eleggere, nel 1964, all’Assemblea Nazionale. Dal 1966 al 1969, contemporaneamente al suo lavoro di dirigente sanitario (nella Clinica universitaria Thomayer di Praga), continuò la battaglia contro l’ala stalinista del Partito. Con l’affermarsi dei riformatori fu nominato membro del Comitato Centrale del Fronte Nazionale (la coalizione del Partito Comunista e dei suoi partiti satelliti) e membro del Presidium del comitato centrale del Pcc. Fu tra i fautori della nomina, nel gennaio 1968, dello slovacco Alexander Dubček a Primo segretario del Comitato centrale.
Dopo l’invasione della Cecoslovacchia, il 21 agosto 1968, venne arrestato dal KGB, con la collaborazione della polizia segreta cecoslovacca (Stb), e deportato in aereo a Mosca assieme ad altri cinque alti dirigenti (Alexander Dubček, Oldřich Černík, Josef Smrkovský, Špaček, Bohumil Šimon). In Russia vennero tenuti isolati e sottomessi a un’enorme pressione affinché approvassero l’invasione e firmassero un documento noto come Protocollo di Mosca, che autorizzava l’esercito russo a stabilirsi nel paese e revocava tutte quelle riforme liberali che erano state emesse durante la Primavera di Praga. Kriegel si rifiutò di partecipare ai “negoziati” con i sovietici.
Alla fine, tutti i 26 membri del governo cecoslovacco firmarono l’umiliante Protocollo di Mosca. Tutti tranne uno: František Kriegel.
Dopo molti giorni di prigionia in condizioni estreme fu condotto al Cremlino. Lo insultarono e lo offesero in quanto ebreo invitandolo nuovamente a firmare il documento, ma lui rispose: “potete uccidermi o deportarmi in Siberia perché io non firmerò l’accordo”. Il segretario del Pcus, Leonìd Il’ìč Brèžnev, furente, cercò di trattenerlo in Russia, ma il timore che Kriegel potesse trasformarsi in un martire sconsigliò di farlo rimanere a Mosca e così i russi lo riportarono a Praga.
Kriegel, che aveva salvato l’onore della Cecoslovacchia, venne cacciato da tutte le cariche politiche e perse il lavoro, come tutti gli altri dirigenti che si erano piegati al diktat di Mosca. Soltanto Dubček mantenne la sua carica, ma, nella primavera successiva, a causa dei suoi tentennamenti di fronte alle proteste anti-sovietiche, venne rimosso dal suo incarico e, dopo esser stato esiliato a fare, per un anno, l’ambasciatore in Turchia, venne espulso dal Pcc nel 1970 e tornò in Slovacchia, dove trovò impiego come manovale in un’azienda forestale. 
Gli uomini della Stb perseguitarono invece sistematicamente Kriegel: irrompendo in casa sua e aggredendo la moglie; tenedogli il telefono sotto controllo; mandandogli lettere nelle quali lo si accusava di attività sioniste; facendolo chiamare dalle imprese funebri che gli dicevano di aver pronta una bara perfetta per le sue dimensioni…
Nel gennaio del 1977 František Kriegel organizzò, con altri intellettuali, artisti e politici cecoslovacchi, la Carta 77 (che inizialmente venne firmata da 247 persone): c’è una bella bella foto che ritrae un pensieroso Kriegel accanto a Havel, capellone e sorridente, al tavolo della riunione. Nella Charta (tra i firmatari c’era anche il grande filosofo Jan Patočka che morì, il 13 dicembre, durante un violento interrogatorio della polizia) si denunciavano i metodi dello stato autoritario e si invitava a lottare per portare la democrazia in Cecoslovacchia. Molti di questi intellettuali furono imprigionati e cacciati dal proprio lavoro (Kriegel lo aveva già perso nel 1969…). Alla fine del 1979 Kriegel ebbe un attacco di cuore. Fu portato in ospedale sotto scorta degli uomini della polizia segreta, che rimasero a piantonare la porta della stanza dove era ricoverato. 
Kriegel morì il 3 dicembre. Il governo, temendo che la sua morte potesse provocare manifestazioni (come era accaduto dopo il suicido dello studente di filosofia Jan Palach, nel gennaio del 1969), non diffuse la notizia, proibì qualsiasi tipo di funerale e fece cremare il suo corpo senza nessuna cerimonia.

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i doveri dell'ospitalità

Nel ‘68, a Praga

di Giovanni Starace

CZECHOSLOVAKIA. Prague. August 1968. Wenceslas Square. Protesting the Warsaw Pact troops invasion.

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Avevo venti anni nel 1968. È stato un momento importante nella mia vita perché avevo deciso di cambiare facoltà, di lasciare Medicina e di iscrivermi a Filosofia. Mentre nel mondo si muovevano tante cose che toccavano principalmente i giovani della mia stessa età, era particolarmente difficile applicarsi sulla fisica, sulla chimica e la biologia e sulla osteologia. Pensavo che la filosofia mi avrebbe dato la possibilità di capire meglio il mondo, forse anche me stesso. L’università di Napoli si era mostrata sovraffollata e dispersiva, io l’avevo vissuta così; allora, d’accordo con mia madre e i miei fratelli, decisi di lasciare la mia città per trasferirmi a Pisa, una città piccola con una buona università e dove c’erano degli amici di famiglia a cui avrei potuto fare riferimento. Negli anni in cui sono stato lì non li ho mai incontrati. Mia madre era all’oscuro del fatto che a Pisa c’era un movimento studentesco molto attivo che contrastava con l’immagine di una città tranquilla piena di giovani dediti allo studio.

Seguivo costantemente tutto ciò che riguardava i movimenti giovanili e studenteschi, senza grandi distinzioni perché mi sembrava che si stesse sviluppando un’unica realtà che andava dal maggio francese a Woodstock, dalla lotta dei Black panthers a quella del popolo cecoslovacco. A Napoli mi ero accostato a un gruppo che in quel momento dominava la scena universitaria; partecipavo anche se non assiduamente alle loro riunioni in cui si discuteva di testi classici della letteratura marxista. Sentivo nei loro confronti una profonda estraneità perché pensavo che un cambiamento nella società non potesse passare attraverso la lettura di Lenin, anzi, se così, molto meglio che nulla cambiasse.

Durante l’inverno avevo comprato una Lambretta usata, bianca con due fasce rosse su ciascuna delle scocche laterali, una in basso e un’altra in alto. Ero contento per il mio acquisto perché legittimava un mio desiderio di sempre che avevo parzialmente risolto prendendo di nascosto la Vespa di mio fratello più grande. Avevo una percezione di grande libertà, mi muovevo anche più del necessario solo per avere la sensazione di poter arrivare dove volevo.

Ogni anno trascorrevo una parte delle vacanze estive in un paese delle Alpi svizzere, Sent, che è il luogo di origine della famiglia di mia madre. Un posto a cui ero e sono tuttora molto affezionato, dove ho conservato molti amici ed è anche un luogo stabile di incontro con cugini e altri parenti. Quell’anno sarebbe stato diverso perché avevo la Lambretta e avrei potuto usarla per potermi spostare da un paese all’altro con facilità. Mi organizzai e partii.

Lasciai Napoli una mattina della metà di luglio con un equipaggiamento molto approssimativo. Non consideravo necessario fare delle spese aggiuntive oltre a quella del mezzo, di un buon casco e di un portapacchi posteriore. La mia roba era tutta sistemata in uno zaino che avevo da anni e che legavo al portapacchi; indossavo una giacca a vento con la quale ero stato alcune volte a sciare e, per proteggermi dalla pioggia, avevo un vecchio impermeabile marrone di plastica di mio padre che indossavo al contrario in modo che l’acqua non potesse entrare attraverso lo spazio tra un bottone e l’altro.

La mia Lambretta poiché era 125 di cilindrata non poteva andare sull’autostrada. Quindi, per arrivare a destinazione dovetti percorrere solo strade nazionali a partire dalla Domiziana che presi partendo da Napoli. Ricordo poco di quel viaggio, solo qualche frammento come l’arrivo sul raccordo anulare che aveva dei tratti in costruzione e il tragitto da Roma a Firenze sulla Cassia che trovai di grande bellezza. A Firenze fui ospitato dalla madre di miei cari amici che in quel momento erano partiti per le vacanze. Anche di quella sosta ricordo poco, solo un frammento poco significativo e cioè che durante la notte dormii abbastanza male a causa di una zanzara che non riuscivo a uccidere. È più vivo invece il ricordo dell’ultimo tratto del viaggio, il percorso nella Val Venosta, l’attraversamento di alcuni paesi, il tratto finale dei tornanti del passo di Resia. Penso che a Sent non fossi atteso da nessuno, non so neanche se mia madre fosse al corrente della mia decisione che mi sarei spostato in Lambretta. Il portone di casa era chiuso, era circa mezzanotte, cosicché per farmi aprire dovetti passare dal giardino e arrampicarmi alla finestra in cui dormiva mio cugino. Nel vedermi arrivare a quell’ora si mostrò molto stupito e mi disse semplicemente: “ma tu sei pazzo”.

Non ricordo come si svolse la vacanza anche perché si confonde con le tante altre, ma posso immaginare non molto diversamente da quelle di ogni anno: gite in montagna, serate a ballare in un piccolo locale alla moda, altri momenti di intrattenimento più ampi.

A un certo punto la vacanza in montagna si interruppe perché avevo deciso di andare a Praga. Non ricordo proprio se il progetto era nato già a Napoli oppure durante il periodo trascorso a Sent. Per entrare in Cecoslovacchia forse era necessario il visto che probabilmente mi ero procurato all’inizio del viaggio, ma non so proprio. Propendo più per l’ipotesi di aver preso una decisione quando ero in Svizzera: una scelta del genere può essere fatta soltanto in assenza di eccessive incertezze, è necessaria una piccola dose di impulsività. È sicuro però che ero rimasto molto impressionato dagli eventi di Praga, da quella che fu definita la sua “primavera”. Ero colpito dal coraggio che in tanti avevano mostrato nel contrapporsi a un regime così oppressivo e violento, ma mi aveva colpito anche il modo pacifico di condurre quella lotta. Io assimilavo ciò che stava avvenendo in Cecoslovacchia ai tanti altri avvenimenti che facevano respirare una nuova aria, libera da condizionamenti e perbenismi. La stagione di Praga, diversamente da altre situazioni, aveva però qualcosa in più, perché la lotta era contro un sistema che tante volte aveva risposto con violenza alle esigenze di libertà delle persone.

Ricordo alcuni momenti della partenza da Sent, in particolare la permanenza a Salzburg col suo castello, e la cena alla Rathaus keller prendendo la birra da loro prodotta. Poi, dopo un giorno di prima mattina partii alla volta della Cecoslovacchia. Passai per Linz, una bella città sul Danubio e infine arrivai al confine. Avevo attraversato tante volte frontiere tra Stati, ma quella lì mi è rimasta impressa, anche perché non ne avevo mai visto una simile: alla vista di lunghissimi tratti di filo spinato, di torrette con militari armati si respirava un’aria di costrizione. Vanno aggiunti i controlli estremamente accurati da parte delle guardie di confine, i moduli da riempire, i timbri da far apporre su ciascuno di essi. Quello che vedevo rispondeva a pieno alle tante descrizioni che avevo letto, ma quel clima emotivo non lo avevo mai vissuto.

Dopo poco, nella città di Krumlow che attraversai tutta da sud a nord, cominciai ad avere sensazioni diverse. La città era molto animata, c’erano manifesti sui muri, si percepiva già lì, in quella città vicina al confine, un’atmosfera diversa che mi accompagnò durante tutto il viaggio. Erano tangibili i segni di un mondo nuovo che si faceva avanti.

Mi sembrò di avere una conferma di quelle iniziali impressioni dall’incontro con un ragazzo, alla periferia della città, che faceva l’autostop. Aveva una chitarra a tracolla e niente altro. Forse nel fodero aveva messo degli indumenti, ma è solo una mia supposizione. Mi fermai e lo invitai a salire. Eravamo in due adesso. Era più giovane di me, penso che avesse tra i sedici e diciassette anni, la mia stessa età di quando andai in Germania, in un campo di lavoro per studenti di tutta Europa a restaurare un castello medioevale. Mi ero identificato con quel ragazzo, avevo solidarizzato con lui, perché il viaggio di ritorno dalla Germania lo avevo fatto tutto in autostop.

Avevo finito i soldi e a quei tempi era molto difficile riuscire a farseli spedire: si partiva con una cifra che doveva bastare per tutto il soggiorno. Ma ovviamente i bisogni eccedono sempre le risorse tanto che rimasi solo con i soldi che mi avrebbero consentito di pernottare alcune notti in ostelli della gioventù e di arrangiarmi con scatolette di tonno e di carne per il pranzo e per la cena. Attraversai la Germania meridionale, arrivai in Svizzera e la percorsi tutta fino a Ginevra. Passai per la Francia, per l’Alta Savoia per andare a trovare una ragazza che avevo conosciuto in Germania nel campo di lavoro; continuai fino a Grenoble, ricordo solo il risveglio della mattina in una sala d’aspetto della stazione ferroviaria dove ero andato probabilmente perché non avevo un posto dove dormire. Ricordo bene che la mattina successiva, nel bagno dove ero andato per sciacquarmi la faccia, incontrai un signore il quale mi disse che c’era un treno di soli italiani e avrei potuto chiedere di farmi salire e di portarmi con loro in Italia. Effettivamente al binario che egli mi aveva indicato c’era un treno delle ferrovie italiane tutto occupato da pellegrini che erano di ritorno da Lourdes. Timidamente chiesi se potevo approfittare di un passaggio, fui accolto con grande disponibilità, mi fu dato uno scompartimento solo per me e dopo poco arrivò un altro signore con un cestino da viaggio. Fui trattato come un vero pellegrino, forse anche per l’aspetto che avevo dopo tanti giorni di viaggio. Arrivato a Milano, andai dai miei zii che abitavano vicino alla stazione che avevo preventivamente avvisati durante la breve sosta a Torino. Entrato in casa, mio zio mi salutò affettuosamente, ma da lontano, e la prima cosa che mi disse fu: “Vai a farti un bagno”. Ricordando quel viaggio, insieme alle soste di ore sulle bretelle che portavano all’autostrada, fu naturale prendere con me quel ragazzo.

E così in due, sulla Lambretta abbiamo attraversato quel tratto di Cecoslovacchia che porta a Praga. Avevo la piacevole sensazione di aver trovato qualcosa di familiare, che ricordava da vicino il modo di vivere di tanti giovani in tutto il mondo. Ovviamente non parlammo quasi per niente perché viaggiare in Lambretta non lo consente, quindi nulla seppi di lui, ma mi bastò vedere che c’erano lì dei giovani che giravano anche da soli con la loro chitarra. Lo lasciai alla periferia di Praga e proseguii per il centro della città.

Non avevo alcuna idea di dove andare. Sapevo che avrei trovato da dormire a poco prezzo in un collegio universitario, ma arrivato nel tardo pomeriggio mi fu impossibile mettermi alla ricerca di uno di questi posti. Arrivai a piazza Venceslao e presi una camera in un grande albergo che era situato all’inizio della piazza. Una costruzione ottocentesca, molto elegante, con stanze grandi, col bagno della dimensione di una stanza vera e propria. Era poco curato, un po’ trascurato e decadente, ma per me era comunque di gran lusso. Considerai anche che per una notte avrei potuto spendere quella cifra e successivamente avrei risparmiato sia perché avrei alloggiato in un posto più economico sia perché avrei cambiato le lire al mercato nero, enormemente più favorevole di quello ufficiale a cui si era costretti entrando nel paese.

Il giorno dopo mi misi alla ricerca di una nuova sistemazione, non ricordo come trovai quel “Collegio 5 Maggio”, su per una strada che partiva dietro al museo. Non ricordo neanche in che occasione presi un’iniziativa che si rivelò molto utile perché scrissi sui fianchi della Lambretta, da un lato “Napoli-Praha”, dall’altro lato “Dubcheck-Svoboda”. Svoboda, che oltre a essere il nome del presidente della repubblica Ceca di allora significa libertà. Andavo in giro e quando posteggiavo si fermavano sempre delle persone incuriosite le quali mi chiedevano del viaggio, dell’Italia, di Napoli e con alcune di queste ricordo di essermi fermato per un caffè o anche a pranzo.

Ho solo pochi ricordi frammentari di quei primi giorni a Praga. Il più vivo è quello di una piccola piazza in cui mi sono recato uno dei primi giorni dove al centro c’era un piedistallo sul quale si avvicendavano persone di ogni tipo a parlare. Questo posto veniva chiamato Hide Park Corner, perché voleva avere la stessa funzione di quello londinese in cui tradizionalmente era consentito alle persone di comunicare liberamente sui temi più vari. Qui, dominavano le discussioni politiche. Rimasi molto tempo tra la gente, osservavo quello che accadeva, facevo degli sforzi per poter capire qualcosa, ma del tutto inutilmente. Per questo motivo non vi feci ritorno.

Un altro ricordo molto vivo. Una sera andai in una bella birreria dove trovai un gruppo numeroso di ragazzi cubani che bevevano e cantavano. Erano molto simpatici, mi fu facile familiarizzare con loro. Un pezzo di mondo lontano che si aggiungeva a quegli altri, in questa occasione nel nome epico di Che Guevara che era morto da poco, ma che già era diventato un mito. Passai con loro una serata difficile da dimenticare.