i doveri dell'ospitalità

La prossima volta, il fuoco

di James Baldwin. Traduzione di Attilio Veraldi

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 54-55 de “Gli asini”: abbonati   o fai una donazione per sostenere la rivista.

Il breve testo che segue fa parte di un piccolo libro che James Baldwin mise insieme nel 1963 con il titolo di uno dei due saggi che conteneva, La prossima volta, il fuoco. In Italia lo pubblicò Feltrinelli nel 1968. Ne vediamo oggi una certa attualità, nel pensare a cosa potranno diventare in futuro i rapporti – non solo in Italia – tra la popolazione immigrata, non importa di che generazione, e la popolazione italiana. Non è necessario essere scrittori di fantascienza per ipotizzare un futuro in cui gli immigrati prenderanno piena coscienza dei loro diritti e non solo dei loro doveri e, quelli che arriveranno spinti da disastri ecologici, disparità tra le classi e guerre che si annunciano perfino più gravi e terribili di quelli di ieri e di oggi, esigeranno di essere trattati come giusto alla pari invece di elemosinare la nostra pietà essendone peraltro ricambiati con la supponenza, il razzismo latente o palese, lo sfruttamento e la violenza con cui oggi li accogliamo.

Il negro americano ha il grande vantaggio di non aver mai creduto in nessuno dei tanti miti a cui è invece aggrappato l’americano bianco: che tutti i loro antenati fossero dal primo all’ultimo eroi amanti della libertà; d’essere nati nel piú grande paese del mondo; d’essere invincibili in battaglia e saggi nella pace; d’essersi sempre comportati in modo onorevole con i messicani, gli indiani e tutti gli altri popoli vicini o inferiori; d’essere, come uomini, i più franchi e virili del mondo, e come donne le più caste. I negri san questo e molto altro ancora sugli americani bianchi; si potrebbe dire, in effetti, che sanno sugli americani bianchi ciò che i genitori, o piuttosto le madri, sanno sui figli – e molto spesso, in realtà, i negri considerano gli americani bianchi alla stregua di figli. Forse questo atteggiamento, mantenuto nonostante ciò che sanno e ciò che hanno sopportato, aiuta a spiegare perché i negri, nel complesso, e fino a poco tempo fa, si sono permessi di sentirsi poco odiati.

i doveri dell'ospitalità

Crisi di mendicanti

di Anton Germano Rossi

 

Anton Germano Rossi (1889-1948) è stato uno dei migliori umoristi italiani dagli anni trenta ai cinquanta, del mitico gruppo del “Marc’Aurelio”, con Fellini, Age e Scarpelli, Scola, Attalo e tanti altri. È stato anche sceneggiatore e gagman per il cinema, suo è il soggetto di La famiglia Passaguai di Aldo Fabrizi. I suoi testi migliori, come quello, più attuale che mai, che qui ripeschiamo sono raccolti in Porco qui, porco là, edito da Corbaccio/Dall’Oglio nel 1934 e più volte ristampato.

– Buon giorno – disse il santuomo: – come va ragazzi?
– Va bene abbastanza – rispose uno.
– Che c’è? – domandò un altro accorrendo.
– È arrivato il santuomo – dissero due che stavano parlottando.
– Sì, sono proprio arrivato – disse il santuomo – c’è qualche figlio di… che ha qualche cosa da dire?
– Le pare! – esclamarono tutti. – Ci mancherebbe altro… In che possiamo esserle utili?…
– Mi occorre qualche mendicante da beneficare.
– Non c’è nessuno – disse uno – mi dispiace: se vuole, può perdonare a una peccatrice.
– Ma non ce n’è neanche uno davvero? – chiese il santuomo tutto seccato tirando fuori l’orologio. –
Non si può neanche andare a cercarne uno qui vicino?
– Questo sì – rispose un giovanotto magro; – se può aspettare qualche minuto posso provare qua vicino.
– Sì – disse il santuomo; – ma faccia presto che debbo andare a cena.
– Subito – obbedì il giovanotto magro andando via di corsa. – Ecco la peccatrice da perdonare che
arriva!
– Siete voi la peccatrice da perdonare? – domandò il santuomo alla donna bionda che veniva.
– Sono io – rispose la donna bionda sorridendo – se può perdonare mi fa una vera cortesia.
– Non posso – disse il santuomo; – se non siete almeno in due peccatrici non mi conviene.
Il giovanotto magro arrivò di corsa tutto trafelato.
– Ben? – domandò il santuomo – questo boia di mendicante da beneficare viene o non viene?
– L’ho trovato – si scusò il giovanotto magro – e ho fatto di tutto per farlo venire ma non c’è stato verso. Stava già a letto e dice così che per oggi è stanco.
– Giela darei io – esclamò infuriato il santuomo agitando il bastone – pezzi di mascalzoni!
Domando e dico: come faccio io?
– Si potrebbe vedere di confortare un malato – suggerì un uomo di una certa età timidamente; – le basta?
– In mancanza di meglio… – disse alzando le spalle il santuomo – purché si sbrighi.
– Però guardi – aggiunse l’uomo di una certa età – glielo dico prima: quello è un malato che per farsi confortare vuole parecchio.
– Se vuole molto non mi conviene: so’ diventati tutti cani appestati, porca miseria!
– Siamo lì – disse l’uomo di una certa età – c’è una ricerca enorme di ammalati da confortare e se ne approfittano. Quello che le dico lo sa che ci ha un altro santuomo che per confortarlo gli dà anche cento lire?
– Tagliamo corto – interruppe il santuomo – se si fa confortare per 50 lire, bene; altrimenti si vada a far friggere.
– È inutile che ci vada – disse scuotendo la testa – Io conosco come è fatto: è l’unico ammalato da
confortare che c’è da queste parti e vuole quello che vuole.
– Domando e dico se si può fare il santuomo a questo modo! – esclamò seccato il santuomo,
sbattendo per terra la bisaccia.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 51 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

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Israele, un disastro che incombe 

di Bruno Segre. Incontro con Luigi Monti

illustrazione di Blutch

Questo lungo intervento di Bruno Segre, che descrive la storia recente e i problemi di Isreaele, della Palestina e di quel pezzo di mondo, è stato pubblicato in due parti sul numero 48 e 49 de “Gli asini”: acquista i numeri e abbonati per sostenere la rivista.

 

Sionismo: corruzione di un’idea

Per molti progressisti “sionismo” è diventata una parolaccia. Non mi stupirei, per esempio, se qualche lettore de “Gli asini” abbandonasse subito la lettura di un articolo che comincia, come farò io, difendendo l’idea del sionismo. La colpa è di chi ha reso questo concetto il contenitore di un nazionalismo scriteriato, razzista e antidemocratico, come proverò a dire fra un po’. Ma è anche colpa di chi, poco abituato ad affrontare i problemi complessi, si accontenta di ricorrere agli stereotipi e ai luoghi comuni, dimostrando poca libertà di pensiero e scarsa autonomia critica.

Il progetto sionista delle origini, nato come risposta alla giudeofobia plurisecolare dei cristiani, ha una matrice socialista fortissima e maggioritaria. Esso intendeva garantire al popolo ebraico l’indipendenza politica all’interno di uno stato nazionale democratico e laico. A dispetto della deriva fascistoide e dell’arrogante grettezza etica di chi governa oggi Israele, io sono ancora convinto della validità storica di quel progetto. E continuo a credere che esso meriti di essere portato a compimento.

Ma procediamo per gradi e proviamo, nello spazio di poche pagine, a ricostruire la storia della corruzione del progetto sionista originario.

Chi erano gli ebrei di Palestina al momento della fondazione, nel 1948, dello Stato di Israele? Piccole porzioni dell’ebraismo europeo sopravvissuto alla Shoah, ma soprattutto ebrei che vivevano lì da un paio di generazioni, seppure rappresentassero un’esigua minoranza rispetto alla popolazione araba. La prima aliyah, la prima significativa ondata migratoria di ebrei europei in Palestina, è collocabile alla fine dell’Ottocento e inizia con l’assassinio dello zar Alessandro II di Russia, al quale segue un’ondata feroce di pogrom che spinge migliaia di sottoproletari ebrei a emigrare.

i doveri dell'ospitalità

La funzione utopica nell’immaginario anarchico

di Amedeo Bertolo

logo della casa editrice Elèuthera

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 48 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Amedeo Bertolo, lombardo-friulano, insegnante di economia agraria, morto a Milano il 22 novembre scorso (vi era nato in tempo di guerra, nel 1941), è noto tra noi per due motivi che non esauriscono affatto la ricchezza delle sue esperienze ma che ne spiegano l’interesse e l’affetto che gli abbiamo portato. La prima è che Amedeo è stato uno dei più fedeli amici del ferroviere Giuseppe Pinelli, con cui ha animato iniziative e diviso più angherie poliziesche. La seconda che è stato fondatore nel 1986, con la sua compagna Rossella Di Leo, della casa editrice Eleuthera, a cui dobbiamo molti libri di maestri fondamentali del nostro tempo, da Colin Ward a Murray Bookchin, da Ivan Illich a Jacques Ellul, da Camus a Orwell, da Emma Goldman a Ursula Le Guin, da Cornelius Castoriadis a Christopher Lasch, da Pierre Clastres a Lamberto Borghi, oltre ovviamente a classici testi di Proudhon, Kropotkin, Malatesta e a interventi di autori italiani contemporanei, compresi alcuni nostri collaboratori.

Le scelte di Eleuthera sono state quelle di mantener viva una tradizione di pensiero libertaria, mai settaria, e di legarla a un presente che andava radicalmente cambiando, dentro una mutazione così profonda da esigere risposte nuove, analisi nuove, che prendessero dal passato le istanze migliori bensì rapportandole a un presente confuso, di massima capacità del sistema capitalistico (delle sue ramificazioni finanziarie, della sua invadenza mediatica) di alienare e corrompere quasi ogni coscienza. È stato merito di Eleuthera un dialogo serrato con il presente e con le nuove forme di un pensiero libertario che non aveva precise radici anarchiche ma che sapeva rispondere, lontano da ogni dogmatismo, a esigenze nuove, un po’ come era accaduto negli anni venti con l’opera di Malatesta e di Berneri: non un voltar pagina ma al contrario una fedeltà a valori lontani e pur sempre attuali, messi però alla prova dall’irrompere di una mutazione irreversibile, che esigeva ed esige nuove analisi e risposte nuove, nuove strategie.

Amedeo Bertolo ci era caro per un terzo motivo, di cui siamo in pochi a capire oggi l’impatto. Nel lontano 1962, a Milano, con alcuni altri studenti, egli partecipò al rapimento del vice-console spagnolo a Milano chiedendo in cambio della sua liberazione quella di un giovane anarchico spagnolo condannato a morte dal regime franchista. Il loro fu un processo clamoroso, e portò alla commutazione della pena del ragazzo spagnolo. Chi era giovane in quegli anni e si professava antifascista, ed erano gli anni delle rivolte operaie di Torino, di Genova, di Trieste, ricorda quest’episodio con particolare emozione, anche se ha conosciuto Amedeo Bertolo solo molti anni dopo pur avendo conosciuto altri giovani di quel gruppo.

Pubblichiamo, grazie a Rossella Di Leo e alle edizioni Eleuthera, un testo di Bertolo del 1998, compreso nell’antologia di suoi scritti edita recentemente, dopo la sua morte, Anarchici e orgogliosi di esserlo (pp. 328, euro 15), che consigliamo caldamente ai nostri lettori e amici. (Goffredo Fofi)

“Non sono le condizioni materiali che contano,
ma quello che ne pensi”
Tibor Fischer, Sotto il culo della rana

Una trasformazione profonda delle strutture sociali fondamentali – una “rivoluzione”, comunque la si voglia intendere – esige anche una trasformazione profonda delle strutture psicologiche, e l’una e l’altra avvengono solo sotto la pressione di una forte carica emozionale, una forte e passionale volontà di trasformazione presente sia in agenti sociali trainanti (“avanguardie” nel lessico militar-marxista, “minoranze agenti” nel lessico sessantottino-libertario), sia in consistenti ambienti popolari (del popolo degli sfruttati, dei dominati, degli umiliati…). Deve cioè essersi sufficientemente diffuso un immaginario non solo lucidamente razionale ma anche emozionalmente ricco, un immaginario che infiammi gli animi (non un immaginario per scaldare tiepidamente le nostalgie e alleviare le frustrazioni), un immaginario che possa diventare incendiario. La dimensione utopica è, a mio avviso, essenziale per questa funzione sovversiva dell’immaginario. Parlerò dunque di utopia e ne parlerò, del tutto prevedibilmente, “in salsa anarchica”.

i doveri dell'ospitalità

Le nostre copertine

di Rufus Segar

 

Non avendo fatto niente per l’interno di questa rivista dal numero 6 in poi, ho pensato che fosse giunto il momento di scrivere qualcosa su quello che è accaduto sul suo esterno.

Il modo in cui la rivista viene messa insieme è comico, terribile, troppo sgangherato per un giornale del dissenso. I testi vengono assemblati dal direttore e spediti a un compositore tipografico a Stepney. Le prove di stampa sono fatte a Putney. Le matrici delle parti interne sono prodotte a Whitechapel. La fotografia della copertina è fatta a St.James’s e poi mandata a una litografia di Clerckenwell. Il clichè viene mandato a uno stampatore a Bishopsgate che stampa le copertine. Le parti interne e le copertine vengono messe insieme e portate da un rilegatore a Fulham che piega gli interni, cuce le copertine e rifila le copie. Le riviste vengono portate a Whitechapel per la spedizione. A volte voi ricevete la vostra rivista in ritardo.

Il processo è “vittoriano”, una produzione industriale su piccola scala. La composizione tipografica, la produzione dei clichè, la stampa, la rilegatura e la spedizione sono pagate. Il resto è fuori dall’economia del denaro. La scrittura, la redazione, il disegno e la distribuzione sono gratis. Non c’è da essere riconoscenti, considerate le motivazioni delle persone coinvolte.

Posso parlare solo per me stesso. Faccio la maggior parte delle copertine, con notevole autonomia e indipendenza, e in splendido isolamento. Il direttore mi manda il tema del numero; a volte con una spiegazione, a volte con un ritaglio o un’immagine possibile, spesso solo con un indice. Da questo punto in poi, ciò che vedete sull’esterno della rivista è mia responsabilità. Le copertine sono un sottoprodotto del mestiere che faccio, si adattano al mio variabile carico di lavoro e la quantità di tempo e di ingegno che gli viene dedicata è estremamente incostante. Ma questo non ha molto a che vedere con la loro qualità. Alcune copertine fatte di fretta hanno avuto una certa risonanza, altre molto più elaborate sono state un disastro. Le copertine sono la registrazione della mia reazione ad “Anarchy” con un mese di anticipo sull’uscita del numero e senza il beneficio della sua lettura. Col senno di poi, un numero su quattro mi entusiasma, uno lo leggiucchio appena, altri due mi sembrano illeggibili. Questa reazione è incostante come le copertine fatte: una apprezzabile, una così così, due semplicemente tirate via.