i doveri dell'ospitalità

Israele, un disastro che incombe 

di Bruno Segre. Incontro con Luigi Monti

illustrazione di Blutch

Questo lungo intervento di Bruno Segre, che descrive la storia recente e i problemi di Isreaele, della Palestina e di quel pezzo di mondo, è stato pubblicato in due parti sul numero 48 e 49 de “Gli asini”: acquista i numeri e abbonati per sostenere la rivista.

 

Sionismo: corruzione di un’idea

Per molti progressisti “sionismo” è diventata una parolaccia. Non mi stupirei, per esempio, se qualche lettore de “Gli asini” abbandonasse subito la lettura di un articolo che comincia, come farò io, difendendo l’idea del sionismo. La colpa è di chi ha reso questo concetto il contenitore di un nazionalismo scriteriato, razzista e antidemocratico, come proverò a dire fra un po’. Ma è anche colpa di chi, poco abituato ad affrontare i problemi complessi, si accontenta di ricorrere agli stereotipi e ai luoghi comuni, dimostrando poca libertà di pensiero e scarsa autonomia critica.

Il progetto sionista delle origini, nato come risposta alla giudeofobia plurisecolare dei cristiani, ha una matrice socialista fortissima e maggioritaria. Esso intendeva garantire al popolo ebraico l’indipendenza politica all’interno di uno stato nazionale democratico e laico. A dispetto della deriva fascistoide e dell’arrogante grettezza etica di chi governa oggi Israele, io sono ancora convinto della validità storica di quel progetto. E continuo a credere che esso meriti di essere portato a compimento.

Ma procediamo per gradi e proviamo, nello spazio di poche pagine, a ricostruire la storia della corruzione del progetto sionista originario.

Chi erano gli ebrei di Palestina al momento della fondazione, nel 1948, dello Stato di Israele? Piccole porzioni dell’ebraismo europeo sopravvissuto alla Shoah, ma soprattutto ebrei che vivevano lì da un paio di generazioni, seppure rappresentassero un’esigua minoranza rispetto alla popolazione araba. La prima aliyah, la prima significativa ondata migratoria di ebrei europei in Palestina, è collocabile alla fine dell’Ottocento e inizia con l’assassinio dello zar Alessandro II di Russia, al quale segue un’ondata feroce di pogrom che spinge migliaia di sottoproletari ebrei a emigrare.

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La funzione utopica nell’immaginario anarchico

di Amedeo Bertolo

logo della casa editrice Elèuthera

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 48 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Amedeo Bertolo, lombardo-friulano, insegnante di economia agraria, morto a Milano il 22 novembre scorso (vi era nato in tempo di guerra, nel 1941), è noto tra noi per due motivi che non esauriscono affatto la ricchezza delle sue esperienze ma che ne spiegano l’interesse e l’affetto che gli abbiamo portato. La prima è che Amedeo è stato uno dei più fedeli amici del ferroviere Giuseppe Pinelli, con cui ha animato iniziative e diviso più angherie poliziesche. La seconda che è stato fondatore nel 1986, con la sua compagna Rossella Di Leo, della casa editrice Eleuthera, a cui dobbiamo molti libri di maestri fondamentali del nostro tempo, da Colin Ward a Murray Bookchin, da Ivan Illich a Jacques Ellul, da Camus a Orwell, da Emma Goldman a Ursula Le Guin, da Cornelius Castoriadis a Christopher Lasch, da Pierre Clastres a Lamberto Borghi, oltre ovviamente a classici testi di Proudhon, Kropotkin, Malatesta e a interventi di autori italiani contemporanei, compresi alcuni nostri collaboratori.

Le scelte di Eleuthera sono state quelle di mantener viva una tradizione di pensiero libertaria, mai settaria, e di legarla a un presente che andava radicalmente cambiando, dentro una mutazione così profonda da esigere risposte nuove, analisi nuove, che prendessero dal passato le istanze migliori bensì rapportandole a un presente confuso, di massima capacità del sistema capitalistico (delle sue ramificazioni finanziarie, della sua invadenza mediatica) di alienare e corrompere quasi ogni coscienza. È stato merito di Eleuthera un dialogo serrato con il presente e con le nuove forme di un pensiero libertario che non aveva precise radici anarchiche ma che sapeva rispondere, lontano da ogni dogmatismo, a esigenze nuove, un po’ come era accaduto negli anni venti con l’opera di Malatesta e di Berneri: non un voltar pagina ma al contrario una fedeltà a valori lontani e pur sempre attuali, messi però alla prova dall’irrompere di una mutazione irreversibile, che esigeva ed esige nuove analisi e risposte nuove, nuove strategie.

Amedeo Bertolo ci era caro per un terzo motivo, di cui siamo in pochi a capire oggi l’impatto. Nel lontano 1962, a Milano, con alcuni altri studenti, egli partecipò al rapimento del vice-console spagnolo a Milano chiedendo in cambio della sua liberazione quella di un giovane anarchico spagnolo condannato a morte dal regime franchista. Il loro fu un processo clamoroso, e portò alla commutazione della pena del ragazzo spagnolo. Chi era giovane in quegli anni e si professava antifascista, ed erano gli anni delle rivolte operaie di Torino, di Genova, di Trieste, ricorda quest’episodio con particolare emozione, anche se ha conosciuto Amedeo Bertolo solo molti anni dopo pur avendo conosciuto altri giovani di quel gruppo.

Pubblichiamo, grazie a Rossella Di Leo e alle edizioni Eleuthera, un testo di Bertolo del 1998, compreso nell’antologia di suoi scritti edita recentemente, dopo la sua morte, Anarchici e orgogliosi di esserlo (pp. 328, euro 15), che consigliamo caldamente ai nostri lettori e amici. (Goffredo Fofi)

“Non sono le condizioni materiali che contano,
ma quello che ne pensi”
Tibor Fischer, Sotto il culo della rana

Una trasformazione profonda delle strutture sociali fondamentali – una “rivoluzione”, comunque la si voglia intendere – esige anche una trasformazione profonda delle strutture psicologiche, e l’una e l’altra avvengono solo sotto la pressione di una forte carica emozionale, una forte e passionale volontà di trasformazione presente sia in agenti sociali trainanti (“avanguardie” nel lessico militar-marxista, “minoranze agenti” nel lessico sessantottino-libertario), sia in consistenti ambienti popolari (del popolo degli sfruttati, dei dominati, degli umiliati…). Deve cioè essersi sufficientemente diffuso un immaginario non solo lucidamente razionale ma anche emozionalmente ricco, un immaginario che infiammi gli animi (non un immaginario per scaldare tiepidamente le nostalgie e alleviare le frustrazioni), un immaginario che possa diventare incendiario. La dimensione utopica è, a mio avviso, essenziale per questa funzione sovversiva dell’immaginario. Parlerò dunque di utopia e ne parlerò, del tutto prevedibilmente, “in salsa anarchica”.

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Le nostre copertine

di Rufus Segar

 

Non avendo fatto niente per l’interno di questa rivista dal numero 6 in poi, ho pensato che fosse giunto il momento di scrivere qualcosa su quello che è accaduto sul suo esterno.

Il modo in cui la rivista viene messa insieme è comico, terribile, troppo sgangherato per un giornale del dissenso. I testi vengono assemblati dal direttore e spediti a un compositore tipografico a Stepney. Le prove di stampa sono fatte a Putney. Le matrici delle parti interne sono prodotte a Whitechapel. La fotografia della copertina è fatta a St.James’s e poi mandata a una litografia di Clerckenwell. Il clichè viene mandato a uno stampatore a Bishopsgate che stampa le copertine. Le parti interne e le copertine vengono messe insieme e portate da un rilegatore a Fulham che piega gli interni, cuce le copertine e rifila le copie. Le riviste vengono portate a Whitechapel per la spedizione. A volte voi ricevete la vostra rivista in ritardo.

Il processo è “vittoriano”, una produzione industriale su piccola scala. La composizione tipografica, la produzione dei clichè, la stampa, la rilegatura e la spedizione sono pagate. Il resto è fuori dall’economia del denaro. La scrittura, la redazione, il disegno e la distribuzione sono gratis. Non c’è da essere riconoscenti, considerate le motivazioni delle persone coinvolte.

Posso parlare solo per me stesso. Faccio la maggior parte delle copertine, con notevole autonomia e indipendenza, e in splendido isolamento. Il direttore mi manda il tema del numero; a volte con una spiegazione, a volte con un ritaglio o un’immagine possibile, spesso solo con un indice. Da questo punto in poi, ciò che vedete sull’esterno della rivista è mia responsabilità. Le copertine sono un sottoprodotto del mestiere che faccio, si adattano al mio variabile carico di lavoro e la quantità di tempo e di ingegno che gli viene dedicata è estremamente incostante. Ma questo non ha molto a che vedere con la loro qualità. Alcune copertine fatte di fretta hanno avuto una certa risonanza, altre molto più elaborate sono state un disastro. Le copertine sono la registrazione della mia reazione ad “Anarchy” con un mese di anticipo sull’uscita del numero e senza il beneficio della sua lettura. Col senno di poi, un numero su quattro mi entusiasma, uno lo leggiucchio appena, altri due mi sembrano illeggibili. Questa reazione è incostante come le copertine fatte: una apprezzabile, una così così, due semplicemente tirate via.

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Anarchismo buddhista

di Gary Snyder

 

Il buddhismo sostiene che l’universo e tutte le creature che lo abitano sono in uno stato intrinseco di saggezza, amore e compassione totale, agiscono naturalmente e in reciproca interdipendenza. Il senso di essere “buddhisti” – o poeti, o qualsiasi altra cosa del genere – è di praticare uno stile di vita che possa portare alla realizzazione personale di questo stato originario, che non può darsi da solo e per sé soli – perché non può realizzarsi pienamente se non abbandonandolo e dandolo a tutti gli altri.

Nella visione buddhista, ciò che impedisce il semplice manifestarsi di questo stato naturale è l’ignoranza, alimentata dalla paura e dalla brama. Storicamente, i filosofi buddhisti non hanno indagato a sufficienza quanto l’ignoranza e sofferenza umana siano prodotte o incoraggiate da fattori sociali, sostenendo generalmente che paura e brama sono aspetti connaturati alla condizione umana. Di conseguenza, la filosofia buddhista si rivolge all’epistemologia e alla “psicologia”, e non presta attenzione alle problematiche storiche o sociologiche. Sebbene il buddhismo Mahayana abbia una visione grandiosa della salvezza universale e della compassione infinita, il risultato effettivo conseguito dal buddhismo è lo sviluppo di sistemi pratici di meditazione finalizzati a liberare gli individui dai loro blocchi psicologici e condizionamenti culturali. Il buddhismo istituzionale è stato piuttosto disponibile ad accettare e sostenere le diseguaglianze e tirannie di qualsiasi sistema politico sotto il quale si sia venuto a trovare. Ciò significa la morte del buddhismo, perché è la morte della compassione. Una saggezza senza compassione non può provare dolore.

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L’eclissi della donna

di Dora Russell

(…) Mi è sempre sembrato che la sfida che le donne affrontano nel mondo moderno sia qualcosa di più profondo della lotta per i diritti politici o economici. Qui stiamo discutendo dell’intrusione dello Stato nelle nostre vite private – con qualche beneficio per le persone, come dobbiamo ammettere. Ma cos’è effettivamente questo Stato, al quale ci affidiamo sempre di più come fosse il padre e la madre dei suoi cittadini? È meccanico, burocratico, amante del potere, sadico, guerrafondaio, repressivo. Per sua stessa natura, storia e principi, non può affrontare costruttivamente i problemi umani. È fondato sul principio di mantenere l’ordine con la forza al suo interno, e con la forza aggredire i nemici all’esterno. Secondo questo principio cerca per esempio di affrontare la criminalità e la delinquenza giovanile aumentando notevolmente la retribuzione della polizia, mentre insulta e sottopaga gli insegnanti e gli infermieri. Il suo atteggiamento tradizionale negli affari esteri è una tragedia sulla quale non vale la pena di soffermarsi.

In definitiva, è con questa macchina diabolica dello Stato industriale che le donne sono state impegnate a combattere da quando hanno voluto emanciparsi. All’inizio confuse, hanno premuto per il voto. Ma gli eventi le hanno rese consapevoli che se non emergono dalle loro cucine, lussuose o anguste che siano, per chiedere molto di più, non solo le loro famiglie ma tutta l’umanità sarà in grave pericolo.