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Circolare destra…UT DES

Cari amici asini,

mi sono deciso a scrivere una circolare “destra” cioè non progressista ma passatista. Del resto la sinistra come sappiamo non c’è più, anche se noi siamo di quegli asini che da anni credono che “non c’è ancora”.

Vi scrivo da vice-decano dei collaboratori (dopo Ciafaloni, sono il più datato di tutti) perché sento di dover fare qualcosa per la rivista, che ha certo bisogno di mezzi ma anche di modi adeguati al suo valore. Credo che sia a tutti voi evidente che la rivista è cresciuta e almeno gli ultimi numeri hanno raggiunto un Valore che non solo va difeso ma investito. La rivista vende poco – si sa – ma soprattutto non ha la diffusione e il sostegno che merita, e che infine meritiamo anche noi che ci limitiamo a scriverci su e ci accontentiamo di compiacerci a vicenda (se non ciascuno per sé…).

Vi scrivo perché mi sento in colpa verso me stesso, e credo che pochi gesti e impegni “personali” potrebbero almeno renderci più orgogliosi e consapevoli di una rivista che ormai è diventata eccezionale in tutti i sensi – anche in quello della solitudine, nel panorama nazionale editoriale e intellettuale… Vi scrivo anche da arcaico militante che non crede nei blog e nell’automatismo dei social ma nella più faticosa antica socialità, dunque nella pubblicità fatta a tu per tu, nella comunicazione testa a testa o nelle vendite porta a porta… In breve io credo che si tratti di moltiplicare tutti insieme – ovvero ciascuno da solo – l’umile ma continuo contatto e l’insistente ravvicinato invito utile alla diffusione o almeno alla valorizzazione de Gli Asini: qualcosa di simile l’ho più volte proposto nelle rituali riunioni fiorentine ma poi io stesso non l’ho quasi mai portato avanti in concreto.

Se ad esempio ciascuno trovasse nella sua città o paese o quartiere, un’edicola sola o una libreria dove cinque copie di ogni nuovo numero fossero visibili e disponibili (e magari qualche arretrato)…; se ad esempio in qualche biblioteca o scuola o circolo culturale oppure approfittandosi delle fin troppe occasioni di piccole fiere del libro o nelle frequenti occasioni in cui ci si impegna in corsi, conferenze, convegni, ci si ricordasse di segnalare e sventolare e perfino regalare qualche copia…; se ad esempio si organizzasse qualche presentazione di libri e libelli anche in assenza degli autori e del direttore-autore della rivista…; se ad esempio ciascuno di noi potesse chiedere a riviste minori e anche locali (certo selezionandole) un avviso stampato per fare pubblicità -non pagata e non scambiata- in cui anticipare il sommario dei numeri a venire…; se ad esempio anche solo per email ciascuno inviasse a pochi scelti amici un suo articolo uscito sulla rivista e li invitasse ad abbonarsi…

Non sono grandi idee, e magari sono lontane dalla nostra mentalità o abitudine, ma volevo solo ricordare a ciascuno di voi e a me stesso che minime attenzioni e costanti impegni possono avere un’efficacia o almeno fare da anticorpo alla tendenza o tentazione di consolarsi e confortarci “tra noi”, senza mai esporre anzi esibire il logo e il logos della rivista. Non si tratta di allargare il cerchio (a quello ci pensa Goffredo) ma di incrementare il giro e alzare il tiro e il titolo, insomma la detestata ma necessaria Immagine, visto che viviamo in tempi in cui senza la pubblicità non solo non funziona il commercio, ma nemmeno sale la credibilità di ogni asino – autore o attore che sia.

A proposito: quanti attori e autori abbiamo fin qui coinvolto e contattato e recensito? E perfino “premiato”? Ebbene, UT DES va esteso anche a tutti loro, che volenti o indolenti, che lo sappiano o no, fanno parte di una rivista che infine è l’ultima ma anche la più vasta adunanza della minoranza che esiste in Italia.

Ma infine UT DES va anche letto al contrario: è ora cioè che la rivista ci renda più, e lo può fare solo se raggiungerà la quota di visibilità e la soglia di autorità che merita. E che meritiamo.

Piergiorgio Giacchè

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Lo speciale – Valutazione e meritocrazia

cover_asini_18Il merito è importante, ci mancherebbe. Anche noi asini ne conveniamo. La Costituzione lo sancisce con uno dei suoi passaggi più belli e con la formula più socialista e meno statalista che potesse trovare: rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale affinché ognuno, traduciamo e sintetizziamo, abbia quanto gli è necessario e dia quanto può e vuole.

Valutare – attività umana essenziale a ogni vero processo formativo, democratico, scientifico, culturale – significa in ultima istanza giudicare, criticare, prendere posizione. E in certi casi anche sancire un merito. Ma se abbiamo deciso di analizzare e sottoporre a critica con un numero speciale della rivista queste due categorie ormai penetrate in ogni ambito del discorso educativo è perché la ricaduta e gli effetti che esse hanno sul nostro sistema di istruzione e sulla pratica di insegnanti ed educatori svelano un avvenuto pervertimento del loro significato originale.

Valutazione e meritocrazia sono un esempio di quei concetti di plastica propri di una cultura allo sbando, che garantiscono il consenso perché “dicono” una cosa ma ne “fanno” un’altra. Promettono la cancellazione dei privilegi nel nome della neutralità della tecnica, ma li consolidano selezionando sulla base di criteri che poco hanno a che vedere con la libera crescita degli individui e molto con la necessità di incasellarli in ruoli predefiniti.

Pur essendo inevitabile allargare il ragionamento a tutte le mille forme in cui l’ideologia della valutazione condiziona quasi ogni ambito del lavoro sociale e culturale, non potevamo che prendere le mosse da quanto sta avvenendo a scuola. La diffusione ormai capillare in ogni ordine e grado, dalle elementari all’università, delle prove Invalsi e di analoghi sistemi di valutazione sta riducendo la didattica di maestri e insegnanti (che già non se la passava troppo bene) a un addestramento meccanico per il supermento di test standardizzati. Da una parte e dall’altra della cattedra: non è escluso che presto, con metodi simili – come in parte già è avvenuto negli Stati Uniti e come abbiamo raccontato nel primo numero della rivista – gli alunni dovranno “meritarsi” la promozione, gli insegnanti lo stipendio e i dirigenti scolastici i finanziamenti necessari al funzionamento della propria scuola. Decida il lettore se si tratti di un piano intenzionale finalizzato a produrre ignoranza e a mantenere le divisioni, in termini di opportunità, che dividono i ricchi dai poveri, o piuttosto degli effetti collaterali di una macchina tecnocratica che, una volta messa in moto, ci è sfuggita di mano. Quello che è certo è che se da anni un movimento d’opinione, di cui anche noi ci sentiamo parte, analizza, critica e svela i lati grotteschi dei test prodotti dalle agenzie nazionali e internazionali di valutazione, non altrettanto efficacemente ha saputo inventare forme di opposizione e disobbedienza che ne arginasse l’infiltrazione in ogni ambito della vita quotidiana. Se non in situazioni isolate che sarà necessario continuare a scovare e connettere come abbiamo iniziato a fare con questo numero della rivista.

Proprio nei giorni in cui stavamo chiudendo questo numero speciale degli Asini moriva Marshall Berman, lucidissimo e appassionato critico sociale, il cui sguardo eclettico, anarchico e ironico lo distingueva dalla schiera lagnosa e rassegnata di tanti suoi “colleghi” critici della modernità. Il suo modernismo era molto semplicemente un’adesione totale e incondizionata al piacere della sfida, della critica, della pulsione creativa. Alla vita, insomma, ovunque essa si annidasse. Modernità e sue aberrazioni comprese. “Essere moderni”, scrisse lui a introduzione del suo capolavoro, L’esperienza della modernità, noi a viatico di questo numero degli Asini, “vuol dire vivere una vita imperniata sul paradosso e sulla contraddizione. Vuol dire essere continuamente sopraffatti da immense organizzazioni burocratiche che hanno il potere di controllare e, spesso, di distruggere ambienti, valori e vite. E tuttavia proseguire imperterriti nella propria determinazione di tener testa a queste forze, di combattere per cambiare il mondo e farlo proprio. Vuol dire essere rivoluzionari e conservatori a un tempo: consci delle nuove possibilità d’esperienza e d’avventura, terrorizzati dagli abissi nichilistici a cui conducono tante avventure moderne, desiderosi di creare qualcosa di reale proprio mentre tutto si dissolve nell’aria.” (Gli asini)

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Il nuovo numero

 

asini-14

 

Gli Asini n. 14

febbraio/marzo 2013

Religione e educazione

Da diverso tempo ormai è facile constatare come nelle azioni sociali a cui ci avviene di partecipare, è molto più probabile trovarsi al fianco di alcune minoranze del mondo cattolico, sacerdoti o laici, che non a persone che si richiamano a una cultura di sinistra, o alle forze attuali della sinistra che poi, nei fatti, tanto di sinistra non sono. Con una certa rozzezza e una buona approssimazione, possiamo dire che quest’ultima da molti anni ha preferito occuparsi dell’informazione, della formazione e dei discorsi sul reale piuttosto che delle azioni su di esso. Le minoranze cattoliche rischiano per contro di esaurirsi troppo spesso nella loro pratica perdendo di vista l’orizzonte più generale in cui il proprio intervento è inserito, facendo ancora della loro “testimonianza” una questione di salvezza dell’anima e accettando il contesto, sociale e politico ma anche religioso in cui si muovono – l’ordine della chiesa romana con le sue logiche di potere, le sue alleanze, le sue imposizioni,i suoi privilegi, i suoi ricatti.

 

 Indice

 Strumenti: Assistiti e assistenti

Il mondo cambia di Marco Carsetti

Un nuovo ciclo di Marina Galati

Partire dall’autonomia delle persone di Sara Honegger

Per un nuovo welfare di Giovanni Zoppoli

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Gli asini n.11

 

 A scuola, o contro la scuola

 È iniziato il nuovo anno scolastico. Qualche misera novità ministeriale di cui tocca parlare. Invalsi, Tirocinio formativo attivo, concorsone e altri artifici burocratici venduti come importanti novità. Se da un lato la scuola rimane probabilmente l’ultimo luogo pubblico in cui sopravvivono piccoli frammenti non mercificati di sapere, dall’altro, sotto la spinta di piccoli costanti assestamenti tecnocratici, si è trasformata in un informe e intricato insieme di ostacoli che gli insegnanti sono costretti a superare se si ostinano a trasmettere un po’ di luce.

 

 

 

Strumenti

Il carnevale dei serissimi di Nicola Ruganti

La scuola e il futuro di Luca Mori

La corsa dei topi di Grazia Honegger Fresco

La scuola al tempo di Monti di Renata Puleo

Molto più di un pasticcio: Tfa all’italiana di Francesco Targhetta

Esami e quiz anche per gli insegnanti di Claudio Giunta

Tra peluche e cinismo di Giuseppe Montesano

Il disagio della creatività di Alice Rohrwacher

“Ma che lavoro sto facendo?” di Ugo Cornia

incontro con Luigi Monti