lavoro

Ipocriti contro “carogne”. Un dibattito sulla cultura del lavoro

di Nicola Villa

illustrazione di Sebastiano Ranchetti

 

Storia vera: un ufficio stampa di una medio/grande casa editrice romana, viene licenziato dopo mesi di angherie e mobbing da parte del suo editore che è comunemente, pubblicamente noto, nel migliore dei casi, come una persona dal carattere irascibile e irrazionale. L’ufficio stampa informa via mail aziendale tutta la sua rubrica scrivendo le motivazioni del licenziamento: “si ritiene infatti che l’attività di ufficio stampa non sia più di alcuna utilità per la promozione dei libri. Le sue funzioni saranno sostituite dall’ufficio marketing”. Di suo aggiunge: “E ho detto tutto”. Poche ore dopo uno scrittore quarantenne pubblica la foto della mail sul suo Facebook commentando amaro: “Ciao, il lavoro dell’ufficio stampa non serve più. Abbiamo i social network e Amazon”. In pochi minuti sotto il post dello scrittore e influencer culturale, la cui pagina è diventata più vitale di quelle dei tanti blog letterari che pensano di guidare il dibattito, compaiono messaggi di solidarietà e indignazione per l’accaduto. Ce ne sarebbe per una riflessione sul rapido cambiamento del lavoro di promozione libraria, un dibattito se sia vero che l’ufficio stampa sia ormai subordinato a quello marketing, e infatti qualcuno condivide articoli sul tema, abbozza una riflessione. Ma col passare dei minuti il numero dei commenti di biasimo per la mail aumentano: qualcuno scrive che vorrebbe sentire “l’altra campana dell’editore”; un altro rimprovera il fatto che sia stata usata una mail aziendale “sputando nel piatto in cui si è mangiato fino a oggi”; altri difendono il proprio mestiere di responsabili marketing, o social media editor, forti del fatto che il loro lavoro oggi valga più di un tradizionale ufficio stampa; infine più d’uno giustifica l’editore, il padrone, dicendo che l’impresa privata, la casa editrice, è sua e ha diritto di licenziare chi vuole, come vuole, quando vuole.

lavoro

Chikù Gastronomia Cultura Tempo Libero, Scampia, Napoli

di Emma Ferulano

illustrazione di Anna Sutor

 

Raccontare Chikù vuol dire ripercorrere anni di vite e relazioni, decisioni personali e collettive, sforzi che hanno oltrepassato le singole capacità di resistenza – fisica e mentale, proiettati verso un obiettivo comune: la costruzione di uno spazio accogliente, fecondo, sostenibile e generatore di economie.

Ma anche uno spazio che fosse riconoscibile, in cui sentirsi “a casa”.

Siamo a Napoli, il regno degli imprevisti e delle incertezze, quartiere Scampia, in cui da tempo si intrecciano pratiche e riflessioni di un movimento  – sociale, culturale, locale e nazionale – che ha saputo mantenere continuità e che ha fortemente inciso sul destino del territorio e delle politiche pubbliche ad esso destinate.

Con ostinazione e passione, abbiamo immaginato e realizzato uno spazio interculturale che mette insieme italiani, rom, adulti, giovani, bambini, in una ambiziosa progettualità  che prova ad affrontare concretamente il tema del lavoro e della occupabilità.

In zone fortemente in crisi come possono essere le periferie del sud Italia, immaginare trasformazioni  radicali mettendo in campo sperimentazioni avventurose è forse l’unica possibilità per invertire una tendenza e migliorare la qualità della vita.

Si tratta della stessa ostinazione con cui da oltre trent’anni un gruppo trasversale ed esteso di persone porta avanti una lotta culturale nella periferia nord, per ribaltare stereotipi negativi e restituire dignità e possibilità di scelta a migliaia di persone intrappolate nell’immobilità sociale e in una sorta di incapacità di sognare.

Incastonato sulle rampe del polifunzionale di Scampia, sopra l’Auditorium, Chikù Gastronomia Cultura Tempo Libero si inaugura formalmente il 17 novembre 2014. In questo spazio collettivo, luogo multiforme di sperimentazione  pedagogica, interculturale, gastronomica, che piano piano sta prendendo la forma di visioni, idee e sogni che ci ispirano da tempo, accadono davvero molteplici cose.

Chikù non è solo un ristorante italo/ romanì, il primo in Italia, in cui lavorano insieme un gruppo di donne, italiane e romnì, che da sette anni preparano piatti delle rispettive tradizioni gastronomiche, contaminandole e superandole.

È anche un’opera collettiva che definisce le sue forme ancora oggi, quotidianamente, attorno a un nucleo fondante e al calore che emanano la sua cucina e le persone che lo attraversano.  

La sua nascita affonda le radici nella storia decennale dell’associazione chi rom e…chi no.

Non sapevamo esattamente come sarebbe stato il nuovo spazio, ma sapevamo di voler creare un posto che rispecchiasse quel turbine di relazioni, laboratori, incontri, convivialità, sperimentazione continua che per dieci anni aveva attraversato la baracca Scola Jungla, costruita con gli abitanti rom in un campo abusivo di Via Cupa Perillo a Scampia. L’idea di un intervento culturale, pedagogico e politico, di trasformazione degli spazi pubblici di un quartiere ai margini, è stata portata avanti con spirito utopico da un gruppo di giovani che decise di iniziare un percorso di autocostruzione e presa di coscienza con gli abitanti rom di uno dei campi non autorizzati di Via Cupa Perillo, luogo ai margini dei margini, per la realizzazione di uno spazio autogestito e autofinanziato. La baracca, chiamata dai più piccoli scola jungla poiché speravano con il nostro di arrivo di potersi liberare dalla scuola ordinaria, è diventata nel tempo uno spazio pubblico e culturale della città, luogo di incontro, confronto e crescita collettiva, in cui sperimentare e condividere pratiche pedagogiche, di politica attiva, di disobbedienza civile e organizzata. La baracca è stata definita da qualcuno un avamposto culturale, simbolo di una città aperta e accogliente, grazie alla quale cittadini gagè, non rom, da Napoli e dall’Italia, per la prima volta entrano in un campo rom e scoprono la semplicità delle relazioni con un mondo e con persone considerate fino a poco prima troppo distanti, diverse, inavvicinabili. Diventa rapidamente luogo di scambio e riflessione, di controinformazione e critica sociale, in cui accanto ai percorsi pedagogico interculturali e ai laboratori, si sviluppa un movimento che inventa modi per prendersi cura e riappropriarsi degli spazi pubblici, per discutere in maniera avanguardistica di superamento dei campi rom e di diritto all’abitare, laboratori politici che vedono la partecipazione attiva e critica delle persone.

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Della cosiddetta nuova economia

di Francesco Ciafaloni

illustrazione di Jonny Wan

illustrazione di Jonny Wan

 

“…come il ragno tesse / la sua tela traendola / da sé da sé ed essa / è per lui nido territorio e arma / e per altri morte…” Michele Ranchetti, Verbale

 

Per molti, in particolare per i 5stelle, la rete è la forma ideale di comunicazione con i cittadini e tra i cittadini. La rete viene vista come una forma neutra, gratuita, rapida, di connessione, che consente di scavalcare burocrazie e gerarchie. Perciò anche i servizi in rete – dagli acquisti in rete alle consegne a domicilio, alle corse in taxi prenotate in rete (battezzate da noi, impropriamente, car sharing) – sono spesso considerate forme libere, moderne, agili, di superamento delle lungaggini e delle inefficienze delle corporazioni: un vero mercato che mette in contatto centinaia di migliaia di piccoli lavoratori autonomi a tempo parziale con vantaggio di tutti.

È possibile che, al contrario, i servizi in rete tendano a creare potentissimi monopoli, che fissano unilateralmente i prezzi e le regole dei servizi, la cui esistenza si fonda su masse di poveri disposti a lavorare senza sicurezze e per poco o nulla, secondo regole fissate da altri. Per dirla con Leo Mirani (“quartz”, vedi link), giornalista di Mumbai, “Non è stata la tecnologia a stimolare l’economia su richiesta. Sono state le masse dei poveri. … L’ingrediente vitale senza cui la nuova economia svanirebbe è la disuguaglianza. Ciò che la tecnologia ha fatto, attraverso gli onnipresenti smartphone, è raccogliere masse di disperati in cerca di lavoro pronti ad accettare qualsiasi cosa.” I poveri guidano, portano le pizze e muovono i pacchi, con l’aiuto di macchine. I ricchi posseggono le reti, le finanziano, le difendono. Quelli in mezzo, finché esistono, pagano i servizi, come facevano anche i loro genitori, con altri mezzi, localmente  anziché globalmente.

Il massimo esempio di monopolio, anche più di Amazon, nota per l’efficienza, la rapidità, e il controllo invasivo dei lavoratori, è Uber, che è, o potrebbe essere, la vera, esplosiva novità o la nuova, catastrofica bolla. Su Uber ho raccolto alcune notizie ed alcune opinioni.

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Il fantastico mondo dell’editoria

Illustrazione di Quint Buchholz

Illustrazione di Quint Buchholz

di Claudia Mandracchia

La mia esperienza nell’editoria cominciò nel 2009. Due mesi dopo la mia laurea specialistica mi trasferii a Milano dove iniziai a collaborare con una casa editrice che si occupa di scolastica. Come la maggior parte di coloro i quali vogliono lavorare nell’editoria, il mio obiettivo sarebbe stato la varia. Ma l’incontro, del tutto causale, con la scolastica cambiò le mie prospettive, facendo nascere un amore inaspettato per un certo tipo di libri e per un certo tipo di lettori: i bambini e i ragazzi, che su quei libri avrebbero cominciato a farsi una propria idea del mondo.

Tuttavia ben presto mi sarei accorta che le mie aspirazioni (alle quali, purtroppo o per fortuna, continuo a credere) si sarebbero scontrate con la realtà che, per sua stessa natura, ha ben poco dello slancio di cui sono fatti i sogni e i desideri più elevati.

Alla fine del mio periodo di stage (per il quale ho avuto la fortuna di percepire un compenso) chiesi all’editor per la quale avevo lavorato se ci sarebbe stato un “dopo” per me in azienda. Era dicembre e le vacanze si avvicinavano. La sua risposta fu “buone vacanze, poi magari ne riparliamo”. Non aveva smesso di fissare lo schermo del pc mentre le parlavo e, prima ancora che potessi chiederle qualcos’altro, mi aveva congedata. Tuttora aspetto che me ne parli, del mio stage, di come era andato, di un mio eventuale inserimento nell’organico della redazione. Aspetto, per l’esattezza, da quasi cinque anni.

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I giovani e il lavoro

di Francesco Ciafaloni

A chi lavora, a chi non lavora, a chi fa un lavoro di merda, a chi non vorrebbe lavorare, a chi lavora ma non guadagna, a chi lavora con la testa e a chi lavora con le mani (e a Marx che sperava in lavori che tenessero insieme entrambi), a chi il lavoro potrebbe crearlo… buon Primo Maggio, Gli asini

illustrazione di Blutch

illustrazione di Blutch

Le considerazioni che seguono sono basate sul Rapporto annuale 2014. La situazione del paese e sul Quarto rapporto sul mercato del lavoro degli stranieri in Italia, entrambi dell’Istat, e sulla sintesi del Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2014 del Censis.  Ma è impossibile in poche pagine dare un’idea, seppure sintetica, dei tre rapporti, mentre sono importanti proprio i dettagli e le differenze, dove si annidano gli effetti di quel poco che dipende dalle scelte politiche a breve. È ovvio che la scelta degli aspetti rilevanti e dei rari dati citati è mia. Proprio per questo segnalo i link delle fonti. I numeri qualche volta mentono, ma meno della pubblicità dei governi.

Demografia
I giovani residenti in Italia sono pochi e, in percentuale significativa e crescente, non sono cittadini italiani. Gli indicatori pubblicati dall’Istat a metà febbraio e commentati, con un eccesso di enfasi, dai giornali, non segnalano nessuna novità rilevante. Il numero dei figli per donna in Italia è al di sotto della riproduzione semplice (2,1 figli per donna) da decenni. La bassa natalità (nati in percentuale sulla popolazione) non dipende solo dalla bassa fecondità ma dall’alta percentuale di donne che sono oltre l’età fertile. Per alcuni anni le donne immigrate, più giovani, hanno compensato la bassa natalità delle cittadine italiane.