educazione e politica

Le sacrosante ragioni del NO

di Raniero La Valle

illustrazione di Mara Cerri

illustrazione di Mara Cerri

In occasione dell’incontro promosso a Perugia il 10 giugno 2016 da diversi comitati per il no al referendum costituzionale, Raniero La valle ha spiegato, con un intervento di ampissimo respiro che analizza l’attuale mutamento del rapporto tra Chiesa e società, le ragioni profonde per le quali è giusto opporsi alla riforma costituzionale promossa dal governo.


L’incontro di oggi per il No allo stravolgimento della Costituzione riunisce, in diversi comitati, socialisti, cattolici, democratici, ex comunisti, partigiani, sindacalisti e dunque riproduce lo spirito stesso della Costituzione che nacque nel ’47 da un incontro di tante libertà diverse, unitesi per generare un popolo alla libertà.
È proprio questo pluralismo che ora è sotto accusa. Nel nuovo linguaggio fiorentino esso è definito “un’ammucchiata” ed è questa ammucchiata che la nuova Costituzione insieme all’Italicum, avrebbe lo scopo di impedire, come ha ripetuto Renzi in questi mesi.
Nella propaganda del SÍ si sente tutto il fascino della legge Acerbo, del listone, degli editti bulgari, si sente l’orrore del politicamente diverso. L’idea è che ogni cinque anni, di lustro in lustro, un solo partito deve governare, un solo partito deve dominare il Parlamento, fare le leggi, scrivere la Costituzione, controllare i poteri, un solo partito deve invadere la televisione, decidere le guerre da fare. E siccome c’è la democrazia dopo cinque anni può forse venirne un altro, ma sempre da solo.

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Dopo il welfare

di Giovanni Zoppoli

 

illustrazione di Wolf Erlbruch

illustrazione di Wolf Erlbruch

 

Il sociale riparte. Meglio starsene a casa?
Probabilmente il 2015 è stato l’anno in cui il sociale ha ricominciato a girare. La parabola discendente del welfare, più volte raccontata da noi e da altri (che aveva visto prima un’esternalizzazione/privatizzazione dei servizi sociali e poi il progressivo smantellamento anche di questo sistema per il venir meno di fondi pubblici: vedi Lavorare nel sociale, una professione da ripensare, curato per le Edizioni dell’Asino da Giulio Marcon, e per le stesse edizioni il mio Fare scuola fare città), quella parabola sembra aver cominciato a ritrovare un primo equilibrio. E come avevamo previsto, al ribasso, in ogni senso.

Se è vero che una minoranza di lavoratori del sociale è davvero riuscita a trarre i dovuti insegnamenti da questi anni di crisi (mettendo in moto quella trasformazione sopra accennata, che a volte ha coinciso col cambiare mestiere), dall’altro è andato consolidandosi un sistema inquietante. Se in quasi tutti i settori dell’economia è peggiorato il livello di trattamento giuridico ed economico dei lavoratori, nel mercato del lavoro del welfare, dove le cose già andavano malissimo, le condizioni degli operatori di base sono colate a picco. Nessun progresso sembrano aver fatto nemmeno legislazione e risistemazione di quei settori cruciali dello Stato che “vengono prima” del sociale: scuola, immigrazione, urbanistica e, più in generale, economia. Il tutto in un clima ancor più radicale di sfiducia, che ha travolto anche associazioni e cooperative del privato sociale a seguito dei ben noti scandali, con epicentro nella capitale.

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Gallino e il tallone di ferro

Gallino 2

 

Non crediamo di esagerare dicendo che Luciano Gallino, morto l’8 novembre scorso, è stato uno dei più importanti punti di riferimento intellettuali della fine del ‘900. La lucidità e la chiarezza, priva di coloriture ideologiche, con cui nei suoi ultimi lavori (Finanzcapitalismo, Il colpo di stato di banche e governi, Vite rinviate, fino all’ultimo Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti) ha delineato il quadro socio-economico determinato dal capitalismo contemporaneo e gli effetti che questo ha sulla vita delle persone e delle loro comunità non ha eguali.
Ci appassionammo moltissimo, forse anche in ragione dello stile divulgativo e della persuasione che trasmetteva, per l’intervista che, tre anni fa, uscì da Laterza con il titolo La lotta di casse dopo la lotta di classe. Col tono moderato che lo contraddistingueva, dipinse in quel libro una situazione da Tallone di ferro, il romanzo fantapolitico di Jack London, scritto da un lontano 2600, che racconta la guerra planetaria, prima ideologica e poi armata, fra una ristrettissima oligarchia di capitalisti e il resto di un mondo sempre più proletarizzato. Certo, il quadro “materiale” non è sufficiente a comprendere tutti i tratti dell’oppressione contemporanea. Ma senza quel quadro, ogni critica risulta astratta e incapace di incidere su qualsiasi pratica politica, pedagogica e culturale.
Lo ricordiamo ancora con una recensione uscita nel giugno del 2102 sul n. 10 della rivista. (Gli asini)

La lotta di classe in classe
di Luigi Monti 

Una cosa positiva se non altro la crisi l’ha determinata. Se volessimo essere modesti potremmo metterla così: anche “gli asini” come noi iniziano a capirci qualcosa di finanza. Se volessimo azzardare, potremmo addirittura avanzare l’ipotesi che le condizioni culturali per la sopravvivenza dell’ideologia neoliberista stanno iniziando a vacillare. I nostri sociologi ed economisti marxisti più lucidi (da ultimo Luciano Gallino, con La lotta di classe dopo la lotta di classe e Mario Pianta, con Nove su dieci, inaspettatamente due fra i libri più venduti da Laterza in questi mesi) si stanno rinvigorendo, ascoltati, letti e presi sul serio come mai prima d’ora. E non a torto visto che la storia sembra dare loro ragione.

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In ricordo di Luciano Gallino

LAVORO: FORNERO A PRESENTAZIONE LIBRO 'ORIENTAMENTO E MONDO DEL LAVORO'


È morto ieri all’età di 88 anni Luciano Gallino, uno dei più importanti sociologi italiani, le cui analisi hanno svelato con grandissima efficacia e persuasione la natura e gli effetti del capitalismo contemporaneo. In varie occasioni anche noi abbiamo sentito il bisogno di prendere Luciano Gallino come interlocutore privilegiato per comprendere la direzione che l’Italia e il mondo stavano prendendo. E continueremo a farlo, a partire dall’analisi dell’ultimo libro, pubblicato poche settimane fa per Einaudi col titolo testamentario Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti, a cui dedicheremo tempo e attenzione nelle prossime settimane. Lo ricordiamo intanto con un’intervista uscita sulla nostra rivista nel settembre del 2011, nella quale sottoponevamo a lui e ad altri quattro economisti italiani sei domande, un po’ massimaliste e asinine, sulla “crisi” , chiedendo loro di mettere da parte ogni circospezione e prudenza. (Gli asini) 

Sei domande sulla crisi
di Luciano Gallino 

1. Che la crisi non fosse terminata né che fosse congiunturale appare ormai evidente anche a chi non frequenta abitualmente i territori dell’economia e della finanza. Così come è probabile che gli effetti più virulenti, sia sul piano del benessere materiale sia su quello dell’immaginario, dobbiamo ancora vederli. Ma qual è realmente l’entità della crisi e cosa ci dobbiamo aspettare per i prossimi mesi e i prossimi anni?
La crisi che è cominciata nel 2007 e che a qualcuno sembrava attenuarsi, se non essere superata, è riesplosa con violenza circa un anno fa e ha assunto una connotazione un po’ diversa: prima sembrava che il problema fosse solo quello delle banche, adesso sembra che sia soprattutto quello degli stati, dei bilanci pubblici. È una crisi gravissima perché nasce dal fatto che è stato lasciato incancrenire un problema che avrebbe dovuto essere affrontato già nell’autunno 2008, quando fallirono alcune grandi banche negli Stati Uniti e in Europa (soprattutto nel Regno Unito). Le banche sono state salvate a suon di parecchi trilioni di dollari, somme che non potevano non influire sui bilanci pubblici. Parliamo di trilioni di dollari e di euro: più di sedici trilioni di dollari negli Stati Uniti, intorno ai tre, quattro trilioni di euro in Europa. Il sistema finanziario uscito da quella prima crisi si è rimesso in piedi, almeno in apparenza, con una certa rapidità e già nel 2010 i problemi che prima sembravano gravare sulle banche si sono scaricati sui bilanci pubblici, che essendo dissanguati dai salvataggi delle banche oggi hanno maggiori difficoltà anche per affrontare le spese ordinarie. 

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I feticci della legalità e della memoria

di Luca Rastello

Illustrazione di Ericailcane

Illustrazione di Ericailcane

È indubbio che la lucidità con cui Luca Rastello, morto prematuramente lo scorso luglio, ha saputo raccontare alcune delle questioni più complesse di questi anni – la guerra jugoslava e le ambiguità degli interventi umanitari; le migrazioni forzate e la condizione dei profughi; il mercato della droga; i conflitti intorno all’alta velocità ferroviaria – nasca dal suo anomalo “posizionamento”. In proporzione a quanto la malattia via via gli concedeva, non si è limitato a osservare da vicino le vicende di cui scriveva. Ha tentato anche di intervenire per modificarle. Non è solo in ricordo della sua figura che abbiamo deciso di dedicare a Luca Rastello l’incontro di chiusura del Salone dell’editoria sociale di quest’anno (Roma, domenica 25 ottobre, ore 18, Porta Futura, via Galvani 108), ma per discutere dei suoi temi, dei suoi libri, delle contraddizioni che sollevano. Anticipiamo un brano dell’articolo che aprirà il prossimo numero de “Gli asini”: si tratta del montaggio di un intervento raccolto durante la presentazione de I buoni, che si è tenuta nel giugno 2014 al Circolo degli artisti di Roma. (Gli asini)

 

Sugli alti luoghi della mia città sono stati eletti alcuni idoli con culti molto feticistici. Questi idoli si chiamano: memoria e legalità. Comincio dalla memoria.
La memoria è oggi un ricatto permanente. Chi si ponesse con sguardo critico nei suoi confronti, automaticamente sarebbe in odore di sospetto. La narrazione dominante recita più o meno così: la memoria è sacra, perché se non lo si ricorda, il passato, è destinato a ripetersi. E siccome il passato è sempre orrore, sangue e abisso, noi che siamo gente civile teniamo lontano il mostro del passato col culto della memoria.
Primo Levi, riferendosi ai meccanismi della memoria, nella prefazione dei Sommersi allerta i lettori sul fatto che il libro che si trovano tra le mani è impastato di una sostanza ambigua e complessa, da prendere sul serio, ma al tempo stesso da guardare con sospetto. Perché come ha scritto recentemente Daniele Giglioli nella sua Critica della vittima, la memoria istituisce con il passato un rapporto proprietario. La memoria si appropria del passato. Non è mai neutra; è sempre la mia memoria, la nostra memoria, la memoria delle vittime, la memoria di qualcuno nel cui nome si parla. E serve per lo più a legittimare l’azione nel presente di qualcuno che diventa portavoce, detentore, mediatore dei possessori di memoria. Osservazioni banali, se non fosse per questo culto di massa che ci ha accecati. Tutti i nazionalismi sterminatori dell’ultimo secolo hanno avuto la memoria come propria bandiera.