Educazione e intervento sociale

Contro l’università. Come è diventata

di Federico Bertoni, a cura di Giuseppe Esposito

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Federico Bertoni (1970) è professore ordinario di Teoria della letteratura all’Università di Bologna, è autore di molti saggi di critica e di teoria letteraria, dedicati in prevalenza alla narrativa europea tra Otto e Novecento. Nel 2016 ha pubblicato Universitaly. La cultura in scatola (Laterza), che è “al tempo stesso un racconto e un saggio di critica culturale sull’università e sulla società del XXI secolo”. Il testo ha indubbi pregi: parte dall’amore ostinato per il sapere e per un’ istituzione universitaria ormai svilita dallo spirito del tempo; riporta esperienze personali, riferimenti chiari, esempi reali e critiche lucide senza scivolare nel tecnicismo; inquadra chiaramente le incoerenze del moderno mondo accademico da un punto di vista “emico” e coraggioso, di chi cerca di evitare una denuncia fine a se stessa o una sterile nostalgia dei bei tempi andati. Bertoni si dichiara debitore di The university in ruins (Harvard University Press, 1996) di Bill Readings, giovane accademico inglese scomparso prematuramente nel 1994, ed esplicitamente lo chiama in causa più volte, riconoscendone la lucidità d’analisi su ciò che stava diventando l’accademia nordamericana a metà anni Novanta e che a tutt’oggi risulta davvero predittivo persino per il contesto europeo e italiano. Readings parlava di una post-historical university, qualcosa che oltrepassa il classico modello humboldtiano del binomio didattica-ricerca in chiave più post-illuminista che banalmente post-moderna. Un’accademia che stava velocemente passando dall’essere comunità scientifica a grande corporation, con contorno di rating internazionali, prof-manager zelanti, orientamento a risultati che sempre meno avevano (hanno) a che fare con il fine della cultura e sempre più con quello dell’“eccellenza” da valutare, parcellizzare, classificare e, va da sé, finanziare. Abbiamo incontrato Federico Bertoni per parlare di come siano nate le sue riflessioni, partendo dal loro contesto politico di formazione e cercando di inquadrare l’utilizzo ridondante di alcune parole-chiave ben definite e che in questi ultimi dieci anni in Italia abbiamo imparato a conoscere sin troppo bene: merito, eccellenza, valutazione. Mettere in discussione questi (ed altri) dispositivi retorici può essere un iniziale, minimo e necessario esercizio per riflettere anche sullo stato delle cose e sulla “microfisica di piccoli gesti resistenti” delle tante minoranze attive che non riescono mai a coagularsi in una massa critica efficace, siano esse composte di gruppi o singoli, docenti preoccupati o studenti ingenui.

 

Post-historical university e anni di crisi
Quando ho iniziato il libro c’era una componente di sfogo, la parte più caduca ed estemporanea, sicuramente meno importante. Ma poi, man mano che l’ho progettato e ho cominciato a scriverlo, mi sono reso conto che si erano sedimentate tutta una serie di riflessioni fondate sulle esperienze vissute e, nei limiti del possibile, sulle esperienze politiche che ho attraversato in varie fasi della mia presenza all’università da docente.

In tutto questo, uno spartiacque decisivo è stata la riforma Gelmini (in vigore dal 2010). Quella legge è stata purtroppo non l’atto finale – ce ne sono stati di successivi – ma un momento fondamentale di un progetto di lunga durata, che partiva dagli anni Novanta e che era stato messo a punto tra il ’99 e il 2000 con il “Processo di Bologna” (riforma internazionale dei sistemi di istruzione superiore dell’Unione europea), e la legge Berlinguer. Lì tante cose arrivavano al coronamento. Ovviamente c’erano un impianto e un orientamento partitico ben preciso, anche se una peculiarità di questi processi di riforma è la sostanziale equivalenza delle culture politiche, tanto che le destre e i cosiddetti partiti di sinistra hanno finito per agire con una sostanziale unità d’intenti.

Educazione e intervento sociale

Un’istituzione in rovina

di Bill Readings
traduzione di Valeria Brucoli

illustrazione di Michelangelo Setola

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Il cambiamento attuale nel ruolo dell’università deriva soprattutto dal declino della missione culturale americana, che fino a questo momento è stata la sua raison d’être, e direi che l’Unione europea colloca le università in un orizzonte simile, sia al suo interno che nell’Europa orientale, dove progetti come quello di George Soros tracciano una linea di demarcazione tra l’università e l’idea di stato-nazione. In breve, l’università sta diventando un tipo differente di istituzione, non più legato al destino di uno stato-nazione votato a creare, proteggere e inculcare un’idea di cultura nazionale. Il processo di globalizzazione economica porta con sé il declino dello stato-nazione, in quanto esempio principale della riproduzione del capitale in tutto il mondo. Dal canto suo, l’università sta diventando un’impresa burocratica transnazionale, che da una parte resta legata agli esempi di governo federale come l’Unione europea e dall’altra funziona autonomamente, per analogia con le imprese multinazionali. La recente pubblicazione dell’Unesco di Alfonso Borrero Cabal, L’università come istituzione oggi (The University as an Istitution), fornisce un buon esempio dei termini nei quali potrebbe avvenire questa trasformazione in impresa burocratica. Borrero Cabal si concentra sull’amministratore piuttosto che sul professore come figura cardine dell’università, e delinea le mansioni dell’università in base a una logica generalizzata della “responsabilità”, in cui l’università deve perseguire “l’eccellenza” in tutti gli aspetti della sua gestione. La crisi attuale dell’università occidentale deriva da un cambiamento fondamentale del suo ruolo sociale e dei sistemi interni, in base al quale non si può più dare per scontata la centralità delle discipline umanistiche tradizionali nella vita accademica.

Educazione e intervento sociale

Rifugiati e migranti. Il Centro Astalli

di Camillo Ripamonte, a cura di Goffredo Fofi e Nicola Villa

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Il Centro Astalli è nato oltre trentacinque anni fa da un’intuizione di Padre Pedro Arrupe che, di ritorno da un viaggio in Vietnam dove si era scontrato con la realtà dei boat people, aveva proposto di utilizzare le risorse educative e organizzative della Compagnia per far fronte a questa emergenza. La risonanza dell’appello portò alla nascita nel 1980 del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, Jrs, con una serie di uffici in varie zone del mondo. Quello di Roma, costituito nel 1981, ha avuto come prima sede proprio via degli Astalli, da qui il nome. Una coincidenza significativa è che ci troviamo nel “quartier generale” di Sant’Ignazio: è simbolico che sin dalle origini un’opera di impegno per la carità abbia sede qui, al centro del quadrilatero della Compagnia. Le attività si sono sempre sviluppate secondo il credo del Jrs e del Centro Astalli: i tre verbi che ci caratterizzano sono accompagnare-servire-difendere. Nel 1981 l’Italia applicava ancora la Convenzione di Ginevra con il vincolo della riserva geografica e non aveva la possibilità di dare asilo alle persone provenienti da altri continenti. All’epoca, in particolar modo a Roma, la più grande criticità era rappresentata dagli etiopi e gli eritrei, che transitavano dall’Italia ma non potevano essere riconosciuti a livello giuridico come asilanti e quindi, già da allora, rischiavano di diventare invisibili.

Educazione e intervento sociale

Contro l’università. Troppe tesi?

di Claudio Giunta

illustrazione di Nikolaus Heidelbach

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Si definisce “massa inerziale di un corpo” la resistenza che esso oppone a cambiare il suo stato di moto in conseguenza dell’applicazione di una data forza. Anche il sistema italiano dell’istruzione ha una sua massa inerziale, ed è tale che il suo moto è rimasto praticamente immutato anche dopo che, qualche anno fa, una Forza vi ha introdotto dei cambiamenti, in potenza, rivoluzionari.

Prima della riforma universitaria gli anni di corso erano quattro e la tesi di laurea era una. Di solito era un lavoro molto impegnativo che richiedeva mesi, e infatti era raro che ci si laureasse in tempo, anche se si finivano gli esami entro il quarto anno. La riforma universitaria del 2000 ha diviso in due parti la carriera universitaria: un triennio “propedeutico” e un biennio “specializzante”. Che fare con la tesi di laurea? Non si può dire che a questo proposito si sia fatto un grande sforzo di fantasia: se ne fanno due, una alla fine del triennio e una alla fine del biennio.

Educazione e intervento sociale

Contro l’università. Concorsi e valutazione

di Andrea Inzerillo e Gabriele Vitello

disegno di Tomi Ungerer

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Vale la pena di tornare a parlare di Le Concours, il film di Claire Simon che ha vinto il Premio Venezia Classici alla 73esima Mostra del cinema lo scorso anno e che forse non è stato visto in Italia con la dovuta attenzione. Di cosa tratta? Innanzitutto, e a un primo livello, della prova di ammissione alla più importante scuola di cinema di Francia, la Fémis di Parigi. Migliaia di candidati si ritrovano ogni anno a concorrere per entrare dalla porta principale nel sistema del cinema francese, provando ad assicurarsi se non la gloria, almeno un posto in uno dei rami dell’industria cinematografica d’oltralpe. La Fémis è per la settima arte il corrispettivo delle grandes écoles francesi, istituti di alta formazione che cercano i migliori candidati per garantire loro una preparazione d’eccezione. Nel considerare esclusivamente il merito, prescindendo dall’origine sociale degli allievi, le grandi scuole sono il fiore all’occhiello di quella che è, sulla carta, l’égalité francese. Il film di Claire Simon prova a indagare dunque il rapporto tra formazione e lavoro, nonché il tentativo di farsi spazio in un sistema estremamente selettivo come quello del mondo contemporaneo. Si sarebbe potuto intitolare La Compétition? Certo il film racconta di una società competitiva, eppure il titolo non sarebbe stato adatto, perché lo sguardo della regista non indaga le dinamiche che si creano tra i candidati – limitandosi anzi a rare manifestazioni di delusione tra gli esclusi, in occasione delle affissioni dei tabulati con i risultati delle varie prove o di qualche telefonata in cui si chiedono informazioni sugli stessi – bensì quelle che caratterizzano i rapporti tra i selezionatori, uomini e donne di cinema chiamati a scegliere nella massa di potenziali allievi della scuola. In uno degli incontri preparatori, Alain Bergala chiarisce che il processo di scelta è condotto da persone diverse da quelle che accompagneranno i vincitori nel percorso pluriennale di formazione, perché in questa scuola “non ci sono corsi, non ci sono professori”.