Educazione e intervento sociale

Contro l’università. Per una sociologia come ricerca

di Stefano Laffi

illustrazione di Daniel Clowes

Questo intervento, uscito sul n. 44 de “Gli asini”, fa seguito a quello di Vando Borghi pubblicato nel n. 41: acquista il numero o abbonati ora per sostenere la nostra rivista.

 

Sono arrivato alla sociologia dall’economia, che trovai una disciplina antibiologica, per come tratta la natura e l’uomo – risorse da sfruttare, costi di bonifica e di scioperi da contenere – e in parte fasulla, perché fatta nella dottrina universitaria di modelli che funzionano su ipotesi irrealistiche, nascoste dietro l’incessante uso di diagrammi. Nella sociologia sentivo e sento quel giusto debito alla complessità del mondo, senza sconti cioè spesso senza sintesi, un umanesimo di cui l’economia è priva, una dialettica aperta e meno schierata aprioristicamente per scuole, come succede alla psicologia. Alla Bocconi, dove studiavo, c’era un solo esame di sociologia, di nessun peso, e intuii che quella doveva essere la spina nel fianco di una disciplina come l’economia altrimenti potente, e supponente, a cui devo però la conoscenza della matematica e della statistica e la chiave di accesso alla prospettiva dominante sul mondo: sotto la lente del profitto tutto appare diverso – un bambino, un albero, una malattia, un libro – quando te ne accorgi ti spaventi ma capisci molte cose.

Educazione e intervento sociale

Associazioni: Roma non le vuole

di Lorenzo Manni

disegno di Alice Socal

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 degli Asini: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

Nata a Roma nel 1988 nel quartiere San Lorenzo su iniziativa dello psichiatra e scrittore Marco Lombardo Radice, il Grande cocomero è un’associazione di volontariato che opera nel campo della psichiatria dell’età evolutiva. 

 

Giovedì 9 Marzo 2016, tardo pomeriggio, i ragazzi del Grande cocomero sono impegnati in un accanito torneo di biliardino a eliminazione diretta e non fanno caso al grattare nervoso alla porta. Attraverso il vetro intravediamo la sagoma di qualcuno che nella pioggia non riesce a trovare la maniglia e si muove nervoso all’esterno. Facciamo entrare un signore alto, magro, visibilmente affaticato: portiamo dell’acqua, si siede su un divano, respira male, sembra in difficoltà. Ma non è vero.

Siamo noi quelli in difficoltà.

Verso la fine del 2014, Roma era stata travolta dalla scoperta della cosiddetta Mafia capitale, un’organizzazione criminale ramificata che aveva condizionato per diversi anni la politica cittadina gestendo appalti, lavori e affitti attraverso un consolidato sistema di corruzione di cui avevano beneficiato esponenti di tutti gli schieramenti politici.

Educazione e intervento sociale

Baobab experience: un esempio di intervento volontario

di Roberto Viviani, a cura di C.  Purificati e N. Villa

disegno di Boulet

L’accoglienza a Roma è diventata in questi mesi e anni il termometro più evidente di un fallimento civile e sociale che riguarda un intero paese e tutto il continente europeo. Esclusi i movimenti cattolici che si sono mobilitati intorno alle parrocchie, Baobab resta oggi la più interessante esperienza laica nata dal basso in questi anni. Da via Cupa, dove sorgeva il primo centro, a via Gerardo Chiaromonte (un parcheggio per bus abbandonato ribattezzato piazzale Maslax) da una parte all’altra della stazione Tiburtina, l’associazione ha subito venti sgomberi in due anni, ma ora accoglie e sopravvive in un terreno delle Ferrovie dello stato all’ombra di un enorme capannone ribattezzato nel 2004 quando venne sgomberato “Hotel Africa”, il primo caso in cui la città di Roma scoprì l’esistenza di centinaia di profughi. Abbiamo incontrato Roberto Viviani, uno dei primi volontari a frequentare il presidio di Baobab, che ci ha raccontato il lavoro dell’associazione (Gli asini).

 

Nel presidio del Baobab al momento dormono circa centoventi persone, un piccolo numero nelle poche tende, la maggior parte a terra senza niente per paura di altri sgomberi da parte della polizia. Il numero dei volontari è difficile da stimare perché c’è chi viene solo saltuariamente, potendo solo il weekend, chi riesce a garantire più giorni. Ognuno fa secondo le sue possibilità, ed è già tanto.

I bisogni primari garantiti sono: tre pasti al giorno, colazione pranzo e cena; una distribuzione di vestiti settimanale, salvo eccezioni, attraverso un magazzino diffuso nelle nostre macchine, pronto per qualsiasi evenienza. Il supporto legale garantito è disponibile quattro volte a settimana, grazie a diverse associazioni, come i Radicali e A buon diritto, oltre agli avvocati volontari del Baobab. Per l’assistenza medica abbiamo avuto l’appoggio, fin dal primo giorno, di Medu, Medici per i diritti umani. 

 

L’accoglienza e i confini

In questi anni è cambiato molto lo status giuridico di chi è arrivato al Baobab, perché nel 2015, quando abbiamo iniziato, era tutto più facile: c’era il centro di via Cupa e, soprattutto, perché il 99% dei migranti era composto da eritrei in transito. Il supporto legale, all’epoca, c’era una volta a settimana e andava praticamente deserto, perché le persone rimanevano per cinque o sei giorni al massimo, non erano identificati e quindi il problema era arrivare alla frontiera, dove si trovava qualche controllo al Brennero ma niente di troppo pericoloso. Dall’autunno 2015 la situazione è cambiata in modo radicale: tutti coloro che arrivano nel nostro paese e nella nostra città sono identificati, e quindi molti sono respinti alla frontiera e tornano indietro. In più ci sono i cosiddetti “dublinati”, cioè persone arrivate in altri paesi e che sono state rimandate indietro nel primo paese di sbarco, e sono quelle con la situazione psicologica più fragile.

Educazione e intervento sociale

Porti chiusi e condanne a morte

di Alex Giuzio

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 degli Asini: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

È impossibile, immorale e illegale, eppure se ne continua a parlare e discutere. La proposta di chiudere i porti italiani alle navi delle organizzazioni non governative per bloccare i flussi migratori è l’ennesima dimostrazione della deriva fascista che è tornata a infettare il vecchio continente, da nord a sud – e non c’è partito di centrosinistra o centrodestra o cinquestelle che tenga, ma solo etichette superate che mascherano una visione comune tra tutti i governi d’Europa: alzare i muri e rifugiarsi nel proprio “benessere”, lasciando gli ultimi, i poveri, i perseguitati alle prese con i loro problemi. Il “codice di condotta” che il governo italiano ha redatto lo scorso luglio è arrivato a un passo dal realizzare il desiderio di nuove barriere: obbligando le ong a sottoscriverlo per poter continuare le loro attività di soccorso, si è riusciti a far ritirare alcune missioni che avrebbero salvato migliaia di vite umane in più.

È sufficiente analizzare il dibattito che sta ruotando intorno all’assurda idea della chiusura dei porti per capire come l’Europa intera (le sue istituzioni e i suoi amministratori, i giornalisti complici e i cittadini sempre più contagiati dall’odio) stia rasentando la follia in materia di politiche sull’immigrazione e l’accoglienza – argomento di cui si è molto discusso sugli “Asini”, e questo è solo un altro piccolo capitolo sull’ennesimo esempio di freddezza, egoismo, ottusità e delirio con cui si stanno affrontando i flussi migratori.

Educazione e intervento sociale

Lettera alle professoresse

di Federica Lucchesini

illustrazione di Gérard DuBois

A che punto siamo con la scuola? Come tutte le grandi macchine del Novecento cade a pezzi. La certificazione valutativa, la burocratizzazione, la tendenza alla privatizzazione e alla concentrazione delle risorse in rari centri d’eccellenza sono un unico dispositivo (misto di leggi, pratiche, discorsi e organizzazioni) che orienta alla competizione. I posti garantiti, con adeguate risorse, sono limitati, il mondo si fa (è sempre stato) feroce. La riuscita e la sicurezza sono per pochi: questa è l’aria che respiriamo, questa cultura sociale è l’attuale cultura scolastica.

 

Due discorsi inutili

Per iniziare a ragionare conviene lasciare perdere due tipi di discorso. Da un lato quello dei documenti ministeriali, che sono belli, sono belli davvero. Peccato siano solo esercizio retorico, stile senza sostanza. Tra le Indicazioni nazionali 2012 e l’lnvalsi vince il secondo. Tra il corpo, le relazioni, il territorio, la ricerca, la costruzione collettiva da una parte e le prove bimensili a classi parallele dall’altra vincono queste ultime. Quando tutte le seconde o le terze, insomma le classi di pari livello di un Istituto comprensivo, fanno ogni due mesi la stessa verifica degli apprendimenti, in varie materie, si stabilisce una corsa a ritmo indiavolato per vedere chi resta ultimo. A dicembre le tabelline; a marzo la Rivoluzione francese. Al posto che “ognuno a suo modo e a suo tempo” è d’obbligo imparare “ognuno meglio e più in fretta degli altri”, già dalla prima elementare. La maggioranza delle professoresse/maestre poi se ne lamenta, non riescono a credere di aver votato loro stesse in Collegio docenti per questa garrota. In realtà non è vero che il sistema funziona male e che le professoresse non leggono le Indicazioni nazionali: il sistema funziona perfettamente e fa quello che deve, prevedendo anche l’incapacità delle prof e maestre – declinata in mille varianti individuali ma oggettiva e generale – di capire e usare i documenti che parlano di didattica attiva e cooperativa.

L’altro discorso da abbandonare è quello delle “vestali cieche”, custodi della Cultura: non si riescono più a coltivare il desiderio e l’impegno per lo studio, si lamentano. Senza parlare e scrivere bene fin dalla scuola di base ecco che poi non si può più studiare Ariosto rigorosamente o appassionarsi a Riemann. Al Liceo scrivono “Dacao” al posto di “Dachau” e sono superficiali sebbene svegli e carini; ai professionali sono decerebrati ignoranti sebbene vividi. Il problema però non è come dicono nella pedagogia, nelle idee del ’68 che hanno ridotto la selezione, cambiato i severi e formali metodi di un tempo, sostituito al rigore il permissivismo inclusivo. Il problema ci riguarda tutti adesso e più che interpretare ci chiede di agire.