Educazione e intervento sociale

Perché occupare le terre

di Antonio Cattaruzza e Giovanni Pandolfini. Incontro con Mimmo Perrotta

disegno di Lorenzo Mattotti

Antonio Il neoliberismo capitalista si è evoluto in quello che oggi viene chiamato estrattivismo, cioè la ricchezza non si produce più dalla produzione materiale di qualcosa, ma è la sottrazione alla ricchezza di qualcuno, cioè la sottrazione dell’acqua, delle terre, dell’energia, di un determinato tipo di socialità, di rapporti sociali, e questo paradigma funziona qua come funziona da tutte le altre parti del mondo. Questo ha portato a una crisi ambientale enorme. Nel nostro caso io non parlerei tanto di occupazione, parlerei di riappropriazione della terra e di redistribuzione. La questione non è solo praticare il “ritorno alla terra”, di cui parlano tanto i media, ma del principio che questa terra è nostra, di tutti e tutte, e noi intanto ce la riprendiamo.

Giovanni Partendo dalla base, l’essere umano e tutti gli altri esseri viventi hanno bisogno dell’aria, dell’acqua e del cibo. L’acqua l’hanno già in qualche maniera sistemata; l’aria è più problematica per la sua natura; per il cibo, invece, già da tanto tempo ne è impedito l’accesso diretto, perché è negato o difficile l’accesso alla terra a quanti non sono ricchi possidenti o figli di imprenditori agricoli. Nel nostro percorso mettiamo in discussione un sistema in cui per accedere al cibo devi per forza procurarti un lavoro che ti può procurare del denaro per poterti andare a comprare il cibo che ti serve. Fare il contadino non è scegliere una professione, è scegliere un modo di vita diverso, che è il rapporto diretto con la produzione del cibo e il proprio sostentamento. Poi si crea anche una piccola produzione che può essere un surplus commercializzato e arricchire la comunità e può servire anche a comprarti un qualcosa che te non hai, in un’ottica di piccola scala.

Educazione e intervento sociale

Il sociale che non pensa

di Goffredo Fofi

disegno di Armin Greder

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Il cosiddetto “sociale”, l’area vastissima dell’intervento sui problemi più gravi della nostra società messo in atto verso le categorie di persone meno protette, l’area formata dalle tante associazioni e dai tanti gruppi di quello che un tempo si definiva volontariato, non riesce a crescere e a farsi movimento, a trovare linee comuni, obiettivi comuni. Tante cose la unirebbero, ma è come se non volessero rendersene conto, come se pensassero che divisi possono sopravvivere meglio, come – e questo è più grave – come se si annidasse tra loro uno spirito di concorrenza non meno egoistico di quello dei padroni del mondo. È colpa dei tempi, si dice ed è vero. I tempi ci hanno dato la parcellizzazione delle esperienze, la fine o la miserabilità corporativa ed egoistica delle grandi organizzazioni, in particolare di quelle politiche e di quelle sindacali, la morte del welfare voluta dal potere economico e accettata da quello politico. Ma anche il dominio della tecnica e della chiacchiera (detta spesso cultura!), la fine del lavoro come lo hanno inteso le passate generazioni, la disoccupazione e il precariato giovanile. La lotta per la sopravvivenza è tornata ad avere aspetti darwiniani, e si sopravvive anche fondando iniziative benefiche, a volte solo tappabuchi, a volte solo superflue come la grandissima parte di quelle della cosiddetta comunicazione, e qualche aiuto le associazioni più accorte riescono a trovarlo nell’Europa dei bandi, nelle fondazioni internazionali e a volte nazionali (che servono a tener buoni coloro che si è voluto immiserire) e in quel che resta delle nostre istituzioni. Per una parte di loro la cosa che viene prima di tutte le altre è, anche se non osano dirlo ad alta voce, la propria sopravvivenza, mentre è secondario l’aiuto che si dà a chi ne ha bisogno. Le meglio quotate sono quelle che sanno fare progetti approvabili e finanziabili, che sanno leggere i bandi europei, che sanno servirsi di buoni commercialisti, che sanno tenere buoni rapporti con qualche gruppo politico e soprattutto con banche e istituti finanziari. Ognuno per sé, dunque, nonostante gli sforzi delle associazioni più serie, in genere o sempre d’area cattolica. Anche se sono d’area cattolica molte delle più accentratrici. Il sociale non esprime pensiero, oggi, non ha teorie solide, analisi precise del contesto, utopie concrete (e anche non concrete!)… Si direbbe proprio che il sociale non pensa, e questo è un suo limite insostenibile e imperdonabile. Vasta è la chiacchiera buonista, che va dal minimo al massimo, dal particolare fin troppo preciso al generale fin troppo astratto, ma davvero c’è bisogno di altro. Di un pensiero che leghi, e dia forza, spinga ad agire insieme per il bene di tutti. E se questo non viene da questa parte della società, ce n’è forse un’altra dalla quale potrebbe oggi venire?

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Educazione e intervento sociale

Delinquenza giovanile. Quella baby gang che ho nel cervello

di Giovanni Zoppoli

illustrazione di Mara Cerri

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Sono più o meno 30 anni che mi interesso di periferia e bambini, e se la maggior parte delle mie sicurezze sono svanite, di una cosa posso andare certo: almeno una volta all’anno mi arriveranno puntuali come un equinozio almeno due telefonate da giornalisti, curiosi e esperti: “Ma che ne pensi delle Vele? Fanno bene ad abbatterle?” e “Che ne pensi delle baby gang? Come sconfiggerle?”.

Nel dibattito sulle “baby gang” come Mammut (progetto che coordino, nato a Scampia nel 2007 attorno alla possibilità di costruire una scuola nuova e una città nuove a partire dalle sue marginalità) siamo stati tirati in ballo più volte su social e giornali. Sempre in maniera lusinghiera, il che non può che farci piacere. Il Mammut come esempio di fare sociale, “i buoni”, quelli capaci di “salvare” dalla deprivazione e depravazione tanti giovani sfuggiti alla giustezza di un sistema che per lo più funziona. E se fosse questo modo di vedere le cose il primo vero problema? Se parte del disastro derivasse proprio da questa prospettiva comune ai “buoni” (quelli che vorrebbero più sociale, più scuola/ luna park, più anime belle) come ai “cattivi” (quelli che chiedono l’abbassamento dell’età penalmente imputabile, toglierei i figli agli immeritevoli, più polizia…)?

Nell’ultimo secolo non sono stati in pochi quelli che hanno tentato di cambiare questa mentalità, anche nel lavoro diretto con insegnanti e operatori napoletani, dove abbiamo avuto la fortuna di poter contare su psicoterapeuti della Gestalt come Mario Mastropalo o della bionergetica come Margherita Semeraro. Con un messaggio chiaro: finché ci sarà chi gioca a fare il ruolo della vittima, del persecutore e del salvatore la situazione non può mutare (Karpman mise bene in evidenza questa dinamica nel suo famoso “triangolo drammatico”). Perché qualcosa cambi è necessario che il gioco venga interrotto. Eric Berne, fondatore della psicologia transazionale, inseriva questo schema in quello più generale dei giochi sociali (resta impareggiabile il suo “A che gioco giochiamo?”). Non è difficile scovare nei tanti articoli sfornati per commentare il fenomeno delle baby gang la costruzione di trame tese a mettere in scena ciascuno di questi ruoli.

Educazione e intervento sociale

Il potere del #MeToo americano. E noi Italiane

di Maria Nadotti

logo disegnato da Marjane Satrapi

Esiste una sola donna al mondo, Italia compresa a dispetto della nostra pudica o altezzosa ipocrisia, che non potrebbe compilare su due piedi il proprio personale “me too”? Ci starebbero dentro le violenze fisiche, sessuali e psicologiche in luogo pubblico (da cui la paura di andare per strada da sole in certe zone o in certe ore della notte, ma anche di aprire bocca per dire la nostra a viso aperto). Ci starebbero dentro le discriminazioni e i mancati riconoscimenti sul posto di lavoro, il vedersi passare sempre davanti qualcuno che magari ne sa meno di te, ma in quanto maschio (e talora femmina) dà più garanzie (di lealtà? di obbedienza?). Ci starebbero dentro quei tanti piccoli mercati di cui a volte ci siamo perfino giovate per battere in volata qualche altra donna (già, la cartina al tornasole del “me too” porta alla luce anche tutte le scorie che si sono andate depositando dentro e su di noi nel corso del tempo, rendendoci servili nei confronti dei maschi e rivali delle altre donne). Ci starebbero dentro i maltrattamenti domestici, gli incesti, le asimmetrie economiche che mettono in stato di dipendenza, se non di schiavitù, un numero esorbitante di mogli, compagne, madri, sorelle, figlie. Ci starebbero dentro quelle immagini cieche riverberate su di noi dal cinema, dalla televisione, dalla pubblicità, ma anche da insospettabili testi scolastici per la prima infanzia e da tanta letteratura rosa, nera, gialla, rosso sangue.

Lascio ad altre penne la voglia di disquisire sui distinguo tra flirt e molestia, argomento davvero secondario, vista la posta in gioco. Ognuno e ognuna di noi sa che, perché ci sia flirt, gioco di seduzione, corteggiamento, anche solo invito a pensarsi come “oggetto” di desiderio, ci devono essere due soggetti che si riconoscono tali e tali sono. E, a dirlo, è una che ha sempre rimpianto i favolosi anni sessanta italioti, quando poteva capitare che dall’alto di un ponteggio un edile ti gridasse: “o son ciechi o son di legno”. Potevi prenderla per un’offesa o un complimento, ma la questione non è certo quella sollevata dal movimento #MeToo.

Educazione e intervento sociale

Comboniani alle frontiere

di Efrem Tresoldi

incontro con Giacomo D’Alessandro

Nel poliedrico mondo cattolico si incontrano tra gli altri figure e gruppi che agiscono in minoranza su frontiere che i più non hanno nè la lucidità né l’audacia di affrontare. È il caso dell’istituto missionario dei padri Comboniani, nato nel triveneto alla metà del 1800 dal carisma di San Daniele Comboni. Ne tratteggia una panoramica, nella conversazione che segue, padre Efrem Tresoldi, 65 anni, direttore di “Nigrizia – Il mensile dell’Africa e del mondo nero”, del quale è alla guida dal 2012 dopo esserlo già stato dal 1991 al 1997.

 

Chi sono oggi i Comboniani?

In Italia siamo 254, età media 75 anni. Nel mondo siamo 1535. La nostra presenza in Italia è distribuita su 24 comunità tra Sud, Centro e Nord, con concentrazione maggiore nel nord est dove l’istituto è nato. Fu fondato a Verona il 1 giugno del 1867. A Padova e a Venegono (Varese) abbiamo due centri per la formazione dei giovani alla missionarietà. Ci interessa aiutare i giovani a scoprire la loro vocazione, qualunque essa sia, e la vocazione missionaria, che noi chiamiamo l’impegno ad gentes: uscire dalla nostra condizione di origine per testimoniare il Vangelo dove è più necessario.

Dove avete scelto di lavorare, dagli inizi fino a oggi?

Soprattutto in Africa, poi da metà del Novecento in America Latina, e negli ultimi trent’anni anche in Asia. Ma le sfide della missione in Italia non ci mancano, ed è l’aspetto più recente, che ci sta aiutando ad aprirci ulteriormente. Perché venendo meno le forze, invecchiando, è facile chiudersi nelle comunità e ritrovarsi “missionari in pantofole”, come giustamente provoca papa Francesco. Così abbiamo accolto la sfida dei migranti che vengono a bussare alle nostre case, alle parrocchie, ai comuni. Da missionari non possiamo tirarci indietro, abbiamo iniziato ad attrezzare le nostre comunità per l’accoglienza. A Venegono, a Brescia, a Padova, e ultimamente a Trento in sinergia con il Centro Astalli dei Gesuiti.