Educazione e intervento sociale

Lingua vecchia, lingua nuova

di Sara Honegger

immagine di Juan Bernabeu

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 56 de “Gli asini”: abbonati   o fai una donazione per sostenere la rivista.

Propongo alcune riflessioni sul ruolo che la lingua e le lingue svolgono nel processo di integrazione. Sono pensieri scaturiti all’interno dell’associazione Asnada (Milano), grazie all’esperienza di insegnamento e di condivisione di pezzi di strada con persone di origine straniera, per lo più richiedenti asilo, rifugiati e minori non accompagnati. Segnalo la condizione giuridica perché non si può parlare del processo di integrazione senza tenere conto di quella che potremmo definire la mannaia legislativa, vale a dire quel complesso di leggi e procedure ancora una volta costruito appositamente per rendere il processo stesso precario, faticoso quando non impossibile. La libertà di andare e di venire, come pure la libertà di stare, di essere con e nel, sono aspetti fondamentali della vita di una persona e incidono profondamente sul rapporto che si instaura, o si rifiuta, con la nuova lingua, così come sono aspetti fondamentali della relazione sempre più spaventata, ostile e rabbiosa che proviamo nei confronti di chi arriva.

Ha scritto un ragazzo egiziano di nome Moustafà: “Prima non mi piaceva niente [di Milano]. / Da quando il mio amico mi dice: / ‘Vieni con me! In mia casa!’ (…), / mi piace di più Milano. / Sempre dico: ‘Andiamo alla tua casa’.”

Nella nostra esperienza “lingua” e “casa” sono due parole e due esperienze strettamente legate l’una all’altra. A tratti paiono quasi sinonimi. Lo ricorda Tash Aw, un giovane scrittore cinese-malese (Stranieri su un molo, Add editore 2017): “La Cina è un continente grande quanto l’Europa e dotato di una grande varietà linguistica… Ci accomuna il mandarino, la lingua nazionale che tutti i 56 gruppi etnici riconosciuti imparano a scuola, la lingua del governo e del commercio. Ma a casa, dove sviluppiamo la percezione di noi stessi, dove diventiamo consapevoli di chi siamo e che cosa rappresentiamo, ogni cinese parla il proprio dialetto”. È un’esperienza che possiamo riconoscere se pensiamo all’impossibilità di parlare una lingua straniera con i propri familiari o con gli amici d’infanzia. Magari capita, in un contesto dove è richiesto. Ma, appena possibile, si torna alla lingua con cui abbiamo costruito la nostra relazione e solo in quella, per usare l’espressione di uno studente di tanti anni fa, ci sentiamo comodi.

L’antropologa Dean Falk (Lingua madre, Bollati Boringhieri 2011) sostiene che, da un punto di vista filogenetico, il linguaggio sia nato – stiamo parlando della preistoria – all’interno della relazione madre-bambino. In contrasto con un’altra teoria (maschile e dominante), che lo vede connesso alla necessità di scambiarsi informazioni di caccia, i suoi studi l’hanno convinta che sia nato nella prima relazione affettiva della vita, nella necessità di mantenere un legame sonoro quando, passando dalla posizione a quattro zampe, abbiamo iniziato ad alzarci e a posare il neonato a terra per continuare la nostra pratica di raccoglitori di frutti. È lì che è nata la parola, strettamente associata al canto, alla musica, alla prosodia. La relazione che prima era fisica – corpi a contatto – diventa culturale attraverso il linguaggio. Un linguaggio strettamente imparentato con la musica.

Da un punto di vista ontogenetico, ognuno fa esperienza di questa origine quando si trova di fronte a un cucciolo, non solo umano: la lingua muta intonazione, ritmo e anche il viso cambia: si spalancano gli occhi, si sorride, si cerca intensamente l’incontro visivo. Gli esperti chiamano questa prima lingua “maternese” e ha caratteristiche universali. Gli studi ci dicono anche che a sei mesi un neonato è in grado di distinguere i suoni di tutte le lingue. Dai sei mesi in poi, inizia a selezionare: delle seicento consonanti e duecento diverse vocali presenti nelle lingue di tutto il mondo, inizia a prestare attenzione a quelle che provengono dall’ambiente in cui è immerso, in particolare dalla madre. Come dice Falk, da cittadini del mondo si diventa ascoltatori culturalmente limitati: si scartano via via i suoni che non ci servono e ci si concentra via via su altri aspetti, quali le sillabe, lo stacco fra le parole e, in progressione, l’organizzazione del discorso, vale a dire la sintassi. Queste capacità, che i bambini mantengono vivissime durante quello che Montessori ha chiamato il “periodo sensitivo del linguaggio” e che Chomsky ha dimostrato essere innate, consentono ai bambini che nascono e crescono in famiglie e contesti plurilinguistici di apprendere più lingue contemporaneamente, rivelando una straordinaria capacità di muoversi fra lemmi e sintassi diversissimi fra loro. Diciamo che i loro limiti sono da subito meno limitati.

Educazione e intervento sociale

Il ritorno del ragazzo selvaggio

di Matteo Schianchi

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Un vecchio e noto adagio dice che è necessario indietreggiare per poter saltare meglio. È una postura che trovo non di rado utile quando si ragiona di alcuni temi e questioni sociali. Capita, infatti, di ritrovare in alcuni testi che oggi potrebbero apparire datati alcune analisi e argomenti che continuano a interrogarci e la cui pertinenza non è stata anestetizzata dalle più recenti evoluzioni, né dalla retorica e dalla familiarità costruitesi attorno ad alcuni temi, per esempio quello della disabilità. Storicizzare il nostro sguardo serve, inoltre, a renderci conto dei cambiamenti più o meno recenti, ma anche delle involuzioni, così come del variare di semantiche e linguaggi che spesso sono, a proposito di salti, delle vere e proprie fughe in avanti, se non delle mistificazioni, per usare un vecchio linguaggio sempre efficace.

È in quest’ottica che alcune analisi formulate nei primi anni ottanta e raccolte in Andrea Canevaro, Il ragazzo selvaggio. Handicap, identità, educazione (EDB 2017) forniscono spunti di riflessione a chi è coinvolto dal tema in prima persona o come genitore o come professionista (insegnanti, educatori, pedagogisti). In luogo di disabilità e persone con disabilità, sorprenderà l’uso nel testo di un linguaggio legato alla semantica dell’handicap, termine in uso in quegli anni per indicare la menomazione e che in questo libro è usato proprio secondo questa accezione, anche se oggi ha assunto un significato diverso anche se quell’essere sinonimo di deficit permane ancora in molto senso comune. Lo stesso Canevaro ci ricorda che handicap è una nozione di natura squisitamente sociale e non biologica, essendo il risultato di un interazione tra un individuo con un’infermità e le condizioni in cui si trova.

Dai primi anni ottanta la riflessione pedagogica attorno a questi temi è andata molto avanti e, come è noto, Canevaro ne è uno dei principali punti di riferimento. Alcuni capitoli del libro sono dunque utili a tornare su alcuni classici della pedagogia e della filosofia (per esempio il terzo dei quattro capitoli, centrato su apprendimento e comunicazione), alle loro ragioni fondamentali su cui vale la pena riflettere, nuovamente, sul perché sono diventati dei classici del pensiero.

Anche tornare al ragazzo selvaggio ha un preciso significato. Il caso di questo bambino abbandonato nelle foreste francesi dell’Aveyron alla fine del Settecento e gli interventi educativi proposti da Jean Itard, come ci ricorda anche un film di Truffaut, sono l’occasione per tornare sui fondamenti stessi di ogni pedagogia destinata a bambini con o senza disabilità. Quale bambino prefigurano e contribuiscono a forgiare, concretamente e più o meno consapevolmente, le pedagogie che coinvolgono i bambini e il loro diventare adulti? Quale identità costruiscono e valorizzano gli interventi educativi? In sostanza, che idea di individuo hanno gli interventi educativi e pedagogici?

Educazione e intervento sociale

Arrevuoto, un teatro “non borghese”

di Gianluca D’Errico

 

“Il sano è un malato che non sa di esserlo”, il mantra beffardo del dottor Knock ti rimane a ronzare nel cervello. Cos’è malattia? Cos’è salute?

Quest’anno Arrevuoto, progetto di pedagogia e teatro, “punta” decisamente in alto il suo mirino ribaltante: il tema dello spettacolo andato in scena al Teatro San Ferdinando lo scorso 12 e 13 Maggio è la medicalizzazione coatta; la dittatura del binomio diagnosi/cura, la ademocratica condanna alla perpetua convalescenza (“‘a vita è convalescenza!” mi urla spesso un caro amico un po’ ipocondriaco).

Mettiamo ordine. Arrevuoto è un percorso cominciato tredici anni fa; l’humus in cui nasce è quello dei gruppi di pedagogia attiva che agiscono nell’area Nord di Napoli, l’intuizione di partenza di Roberta Carlotto e Gofferdo Fofi, gli anni sono quelli della cosiddetta faida di Scampia, la prima. Da allora Arrevuoto ne ha fatta di strada, rimanendo, cosa rara nei progetti di intervento sociale, fedele all’ispirazione iniziale: “un ampio gruppo di lavoro composto da artisti e operatori sociali, la libertà e l’energia trasbordante di un teatro non borghese ma fatto dai ragazzini, che infatti alcuni dicono oggi non essere teatro, mentre è solo non borghese” scriveva Maurizio Braucci, attuale direttore artistico, qualche anno fa.

Il metodo di lavoro è semplice ma di altissimo profilo pedagogico. Vengono costituiti diversi gruppi di adolescenti su base “territoriale” ( una scuola, un centro territoriale, un’associazione, uno spazio sociale), ciascun gruppo è seguito da un guida e da un regista. I gruppi lavorano su un testo scelto dalla letteratura “alta” che viene ferocemente (e allegramente) “arrevotato” e riscritto, diviene azione scenica. I gruppi, formati da adolescenti talvolta profondamente diversi tra loro (per estrazione sociale, età, cultura), “dialogano” nella preparazione di uno spettacolo finale, prima a due a due, per poi convergere gradualmente, in un calderone composito, verso una messa in scena che porta in teatro più di cento attori. Quest’anno, le tavole del teatro San Ferdinando, hanno tenuto 160 tra bambini, adolescenti e qualche adulto.

Educazione e intervento sociale

La questione senile

di Piergiorgio Giacchè

disegno di Claudia Palmarucci

 

“Questo non è un paese per giovani”, si sente dire spesso, non senza ragione ma sempre con meno convinzione. “Non c’è niente per i giovani”, era del resto un lamento altrettanto frequente, negli anni del trionfo delle discoteche e delle sale gioco. È stata e sarà ancora lunga la telenovela sulla gioventù ieri bruciata e oggi fregata, ma il pubblico anziano che la guarda – come anche il pubblico potere che la produce – mentre si commuovono, pensano al loro tornaconto. Già, perché non tornano i conti, ed è questo l’allarme vero che sta dietro le preoccupazioni e le protezioni e le valorizzazioni che si riversano sui giovani d’oggi, ahimè senza domani… “Avvenire”, inteso come giornale, qualche tempo fa aveva in prima pagina un titolo squillante – L’ultima campanella – completato da un sottotitolo freddo e calcolatore: “L’inverno demografico gela la scuola: fra 10 anni 1 milione di studenti in meno, 55mila prof di troppo!”. Ecco dove va a parare un giornale “cattolico” indeciso fra la crisi della produzione e il calo della riproduzione. Il fatto è che, in avvenire, la “questione giovanile” somiglierà sempre di più a quella dell’uovo e della gallina: i giovani sono in via di disoccupazione o in via di sparizione? E quale delle due vie preoccupa di più un “paese per vecchi” come il nostro? “Francamente se ne infischiano”, direbbero gli anziani telespettatori se fossero sinceri come il protagonista di Via col vento, giacché il futuro dei giovani in fondo è “affar loro”: sono così abili in informatica e felici in connessione e veloci in emigrazione… Ma poi, esauriti i complimenti e gli auguri di “largo ai giovani”, tutti avvertono che nella stretta presente fra la mancanza di lavoro e la penuria di nascite, si nasconde una “questione senile” grande come una casa, anzi è tutta la casa che c’è…

Educazione e intervento sociale

Dono, cura, cammini di liberazione. Leggendo Ishiguro

di Davide Caselli

 

disegno di Marco Smacchia

Prima premessa: quella che state per leggere non è una recensione del romanzo Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro (Einaudi 2006, titolo originale Never let me go) ma il tentativo di dare un ordine ad alcune impressioni molto forti avute leggendolo. Queste impressioni rimandano alla capacità visionaria del romanzo di illuminare alcuni aspetti della nostra società che io ho potuto osservare in dieci anni di esperienza di lavoro educativo e ricerca sociale. Più precisamente: il libro mette a tema in modo originale le nozioni di dono e di cura, permettendo al lettore di vederle da angolature impreviste.

Seconda premessa: alcune informazioni e snodi narrativi importanti del romanzo, che l’autore rivela lentamente nel corso delle pagine, saranno qui esplicitati molto presto. Dato che il romanzo è scritto molto bene, questo non dovrebbe togliere piacere alla sua lettura, ma chi vuole scoprirne la trama leggendolo in prima persona, farà meglio a leggerlo prima di leggere questo breve pezzo.

 

Contraddizioni

Come raccontare il senso e le contraddizioni del lavoro sociale oggi, inteso come lavoro di relazione e di cura nel contesto di una società del capitalismo avanzato, che vive una così schizofrenica relazione con la dimensione della cura?

Per limitarsi ad alcune sue declinazioni: cura come fattore produttivo di capitale umano da mettere a valore in maniera sempre più sottile e pervasiva; cura come sfera privata disinteressata, sottratta a ogni regolamentazione e rendicontazione pubblica; cura come costo, ramo secco da tagliare in una società votata alla competizione senza limiti; cura come settore iper-precario del mercato del lavoro; cura come nuova frontiera dell’investimento e dell’accumulazione di ricchezza attraverso sofisticati strumenti finanziari.

Come rendere conto della contraddizione tra l’unicità di ogni particolare vita umana e i processi di selezione basati sulla classe sociale, sulla razza e sul genere all’opera nella società – processi che tendono a rendere indifferenziati, interscambiabili e irrilevanti i percorsi di chiunque sia nato nella parte sbagliata della città e del Paese? Come rendere vivo e urgente il nesso tra questa disumanizzazione riservata ad alcuni e la conseguente disumanizzazione di tutti noi?

Ancora più nel profondo: come chi lavora nella relazione con queste persone e queste classi sociali può rendere questa contraddizione vitale e dinamica (non scrivo generativa per orrore della letteratura correlata)? Come instaurare e coltivare nel cuore delle istituzioni che sanciscono questo processo di disumanizzazione relazioni che lo sovvertano?