Educazione e intervento sociale

Racconti romani

di Roberto Viviani (Baobab)

Se la città non mette mano all’opera di giustizia, come un ubriaco assisterà al suo declino.

(Don Roberto Sardelli e i ragazzi e le ragazze della scuola 725)

Prima di tutto, gli ultimi fatti: a Piazzale Spadolini (entrata est della Stazione Tiburtina a Roma) martedì 26 marzo, dodici persone di diversa nazionalità sono state caricate a forza dentro i blindati dalla polizia e portate all’ufficio immigrazione della questura di Roma, a Tor Cervara.

Due sono le colpe che accomunano queste due persone: essere stranieri ed essere poveri.

In quello che è successo la mattina del 26 marzo, però, c’è un’aggravante. I ragazzi portati in questura a via Patini, infatti, la notte precedente, dormivano tutti dentro la stazione per quella che viene chiamata dal Campidoglio “Emergenza gelo”. Tra le 5 alle 6, come da protocollo, sono stati fatti uscire dalla stazione. Cos’altro fare alle 6 di mattina se non cercare di dormire ancora un po’?

Questo è stato evidentemente un comportamento inaccettabile per la polizia che, arrivata con un numero spropositato di agenti, li ha svegliati e ha preteso che li seguissero. Per chi ha provato a protestare, sono scattate le manette e l’accompagnamento coatto.

I 12 ragazzi sono stati poi tutti rilasciati dagli uffici della questura; accettare l’ospitalità del comune ha avuto per loro il prezzo di passare l’ennesima giornata chiusi nell’ufficio immigrazione.

Tutto questo è successo, per l’ennesima volta, nel silenzio totale del Campidoglio. Nessun impeto, nessuna richiesta di chiarimento, nessuna nota pubblica. Come se fosse naturale offrire ospitalità a chi ne ha bisogno per poi consegnarlo alla Polizia.

Come Baobab Experience ci siamo ripromessi che mai ci abitueremo alla barbarie di questi rastrellamenti. Ne abbiamo visti tanti, troppi, ma mai li considereremo come qualcosa di dovuto, “un normale controllo” o qualsiasi altro nome le istituzioni vogliano dargli.

Da tempo abbiamo perso la speranza che il comune di Roma possa rendersi conto di quello che sta succedendo: troppi i tavoli aperti dall’Assessorato alle politiche sociali finiti in un rincorrersi di chiacchiere, troppo pavide le persone che hanno ruoli di responsabilità, totalmente assente la lungimiranza sul futuro della città.

Roma oggi è una città che sta sprofondando nel fossato che si sta costruendo da sola. Pare non accorgersene perché troppo impegnata a guardarsi l’ombelico, senza mai alzare gli occhi in alto per vedere quanto è alto l’argine che la sta allontanando dalla realtà.

Tutto ciò fa ancora più rabbia perché Roma sta continuando a dimostrare quanto siano forti, indefesse e consapevoli le forze sociali al suo interno. In tutta la città, un brulicare di passione, tenta di costruire una città migliore, il più delle volte senza mezzi, auto-organizzandosi, spendendo forze e tempo. Baobab Experience è una di queste realtà che oggi si trova, suo malgrado, a operare a Piazzale Spadolini.

Piazzale Spadolini, a oggi, è un deserto postmoderno: uscendo dalla stazione Tiburtina si incontra una distesa di cemento, un parcheggio sotterraneo nuovo e mai aperto, e la pensilina dell’unico bus che passa da lì. A fare ombra sul piazzale c’è l’immensa struttura della BNL che ha trasferito qui i suoi uffici da quasi due anni.

In questo deserto, contrapposto alla Babilonia che brulica davanti all’entrata principale della stazione, noi, attiviste e attivisti di Baobab Experience cerchiamo di portare avanti la nostra idea di convivenza dentro la capitale. Una capitale che, oltre a rifiutare la propria storia piena di migranti in arrivo e migranti in partenza, sembra pure voler rifiutare la sua geografia.

Quotidianamente ci rechiamo in questo angolo di città dimenticato per fornire assistenza legale, medica, pasti, vestiti, corsi di lingua, attività culturali e sportive, informazione e per svolgere assemblee. A dire il vero, da quando non c’è più il campo informale, è difficile anche portare avanti una reale esperienza di convivenza. La maggior parte delle forze sono spese per garantire che a uomini e donne che arrivano in città, siano garantiti i loro diritti umani fondamentali.

Quotidianamente ci scontriamo con testimonianze drammatiche, con esseri umani che difendono in tutti i modi la loro dignità e chiedono quel rispetto che viene negato loro.

Negli ultimi mesi abbiamo visto aumentare gli effetti nefasti della legge Salvini su sicurezza e immigrazione. Il giorno dopo il rastrellamento del 26 marzo, ad esempio, nella prima mattinata è arrivata una donna nigeriana, cacciata dal centro di accoglienza in cui era perché non ha potuto rinnovare la protezione umanitaria di cui era in possesso.

In quel deserto di Piazzale Spadolini, lei ha potuto trovare ancora donne e uomini pronte e pronti a supportarla; a darle le informazioni utili affinché lei possa combattere per i suoi diritti e prendere una decisione sul suo futuro.

Allo stesso modo, a Piazzale Spadolini, testimoniamo la crudeltà e l’incompetenza dei legislatori europei, incontrando sempre più persone sottoposte al regolamento di Dublino, ossia rimandati in Italia dopo aver trascorso un periodo (che va dai 6 mesi fino ai 3 anni) in un altro stato europeo.

È difficile immaginare cosa deve essere arrivare a destinazione ed essere poi rimandati indietro, dopo un viaggio durato anche 2 anni; scappando da miseria, guerra e dittature; sfuggendo alla morte nel deserto, ai trafficanti, alle carceri libiche; sopportando torture fisiche, psicologiche e sessuali; scampando la morte nel Mediterraneo.

Pensare di aver finalmente pagato il conto con un destino beffardo, che ti ha fatto nascere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Potersi togliere finalmente le scarpe e pensare “sono arrivato”, pronto a ricominciare un’altra vita.

E poi scoprire che il continente in cui ti trovi ha ratificato un regolamento per cui poco importa quello che hai passato: qualcuno decide per te dove dovrai stare.

Non è difficile immaginarlo, è impossibile.

Così come è impossibile accettare l’arroganza di chi straparla, sentenzia, provoca e gioca con il corpo e la psiche di queste persone, non conoscendo nulla delle loro storie.

Questo è quello di cui siamo testimoni. Tutto quello che sembra lontano, che sembra essere riferito solo a numeri, notizie da cliccare e diatribe tra politici, noi lo vediamo sulla pelle delle persone. La testimonianza è quindi un onere cui non possiamo rifuggire, ma non basta. In primis dobbiamo fornire strumenti e la solidarietà alle persone che subiscono ingiustizie. In questo non c’è nulla di strano, fa parte della natura umana da sempre. In seguito, dobbiamo essere in grado di ricostruire le cause che hanno portato a queste singole ingiustizie, cercare di comprenderne i macroprocessi e, in ultimo, provare a fermarli.

Iniziando dal contesto locale, è evidente che la nostra città ha un grosso problema con le forze dell’ordine. Attenzione, non si tratta di un’accusa verso qualche comportamento fuori dall’ordinario o di qualche abuso di ufficio. Si tratta piuttosto di una questione di ripartizione dei poteri, di tenuta democratica, di governo dello spazio comune.

Attualmente le questioni sociali rilevanti, a Roma, sono prese in carico dalla questura e dalla prefettura che, come è plausibile, non hanno interesse a trovare una soluzione a lungo termine o in qualche modo diversa da quella repressiva.

Come si è arrivati a questo punto, proprio con una giunta che diceva di voler aprire il Campidoglio per farne partecipi cittadine e cittadini?

Governare Roma non è certo facile e le responsabilità sono sicuramente ripartibili a più livelli. Ma chi ha scelto di svolgere un ruolo, chi si è preso l’impegno e ha avuto il mandato rispetto a certe promesse, deve sentirsi addosso tutte le ingiustizie che continuano ad accadere in città.

Sgomberi, daspo urbani, episodi di discriminazione razziale da parte della pubblica amministrazione: chi siede in Campidoglio non ha forse chiaro quelli che saranno i frutti a lungo termine di queste azioni.

Tante sono le cose a cui mettere mano, la prima sull’agenda, però, dovrebbe essere quella di abbattere la differenza tra ricchi e poveri in questa città. Oggi, viaggiare dai quartieri del centro e da quelli residenziali fino alla periferia est di Roma, vuol dire attraversare dei pianeti che non sembrano nemmeno appartenere alla stessa galassia. Dal lusso sfrenato, in pochi chilometri, si arriva alla mancanza di un tetto, del cibo, di assistenza sanitaria.

Come è possibile sentirsi parte della polis, di una comunità impegnata a costruire e vivere uno spazio comune? Come si può essere parte attiva di un’installazione al Maxxi, della festa del cinema, di un concerto ai fori imperiali se si è costretti ad affrontare la mancanza dei servizi sociali, l’accanimento contro il proprio stato di povertà e addirittura la criminalizzazione degli atti di solidarietà?

A questo si aggiunge un imbarbarimento sociale diffuso, guidato dall’attuale rappresentanza politica. Nello specifico, sui mezzi della capitale si continuano a registrare identificazioni e perquisizione solo ai danni di persone dalla pelle di colore scuro, atti di razzismo da parte degli altri passeggeri e, ancor più inquietante, l’indifferenza di chi assiste a tutto ciò. Su queste pratiche stanno tentando di puntare un faro l’associazione legale Alterego-Fabbrica dei Diritti e la rete Restiamo umani, invitando a denunciare pubblicamente ciò che si subisce o ciò a cui si assiste.

Ovviamente la situazione romana non rappresenta un unicum nel paese, né tantomeno in Europa. Questo vale sia in termini di repressione istituzionale verso il povero e lo straniero, sia in termini di forze sociali che, con pochi mezzi a disposizione, provano a difendere e contrattaccare.

In tante e in tanti, pur non essendoci in quei tempi, non hanno dimenticato la lezione degli anni trenta e quaranta dello scorso secolo. Non considerano tutto quello che è nato dopo la seconda guerra mondiale, come la costituzione italiana o la carta dei diritti fondamentali dell’uomo, come semplici fogli anacronistici e buoni per qualche anniversario. Ricordano bene, empatizzando e attualizzando il sacrificio di donne e uomini che in diversi modi hanno contribuito affinché l’umanità ponesse delle pietre inamovibili sul suo cammino, segnasse quei punti della sua storia dai quali non si sarebbe mai potuti tornare indietro.

Di strada dobbiamo farne ancora tanta, mettere ulteriori pietre sul nostro cammino, agendo in attacco e non solo in difesa. Da questa materia grigia attuale che sembra non trovare rappresentanza, sta per nascere una nuova forza. Basta non lasciarsi spaventare dalla mancanza di punti di riferimento o da schemi passati. “Act local and act global”, parafrasando uno slogan di inizio millennio, dovrà essere il nostro mantra.

Educazione e intervento sociale

Troppa sanità, troppe differenze

di Roberto Landolfi

La questione minorile si connota per essere il vero e proprio fiume carsico del sistema penale italiano. Periodicamente, di fronte a fatti di cronaca eclatanti che hanno come protagonisti minori (ad esempio, il caso di Erika ed Omar), si innescano le retoriche punitiviste. I minorenni diventano il parametro del deterioramento del tessuto sociale italiano, che sarebbe troppo lassista e permissivo coi giovani. Eppure, malgrado i tentativi frequenti di eliminare il sistema giudiziario minorile italiano, l’ultimo dei quali risale al 2017, la diga di protezione dei minori dall’ondata di legge e ordine che è culminata recentemente con l’approvazione del provvedimento che amplia le prerogative della legittima difesa, sembra essere ancora solida.

Dal punto di vista storico, l’Italia è stato uno degli ultimi Stati occidentali a dotarsi di un sistema giudiziario minorile. Risale al 1934, sotto il regime fascista, l’istituzione di Tribunali e Carceri Minorili. L’arretratezza economica, l’unità nazionale tardiva, la presenza capillare della Chiesa cattolica nel sociale, ha fatto sì che la questione minorile venisse strutturata da un regime autoritario, che pure è stato ben attento a non sconfinare nel territorio della famiglia e della Chiesa, le istituzioni cardini della società italiana per lungo tempo. Quest’ultima, con la sua rete di istituti per minori, per lungo tempo ha supplito alla mancanza di un sistema di protezione sociale articolato a livello nazionale, per esempio assorbendo i figli “in eccesso” di famiglie numerose e bisognose, e rinfoltendo così le schiere del clero. Soltanto a partire dalla riforma del diritto di famiglia, realizzata nel 1977, si è sviluppato un servizio sociale territoriale che ha potuto prendere in carico i minori. Nel 1988 è stato approvato il Dpr 448, che disciplina il funzionamento del sistema giudiziario minorile.

L’apparato giudiziario e penale minorile italiano attuale, quindi, presenta alcune lacune che derivano sia dalla temporalità, in quanto è stato approvato nel 1988, non tenendo conto delle migrazioni, sia dal contesto sociale e politico, per esempio dai tagli alla spesa pubblica. Presenta altresì alcune peculiarità che lo rendono apprezzabile anche in contesti internazionali. Negli Istituti penali minorili (Ipm) italiani, la presenza media di minori detenuti, si aggira attorno a 500 unità, di fronte a una cifra doppia presente nelle Secure Homes inglesi. Inoltre, la legislazione italiana prevede un’età minima di imputabilità (doli incapax) di 14 anni, di fronte ai 10 di Inghilterra e Galles, ai 13 di Francia e Spagna, ai 7 anni dell’Irlanda (anche se prima dei 13 anni, di fatto, i minori irlandesi finiscono di rado tra le maglie della giustizia). Di conseguenza, si evita ai minori un ingresso precoce all’interno del circuito giudiziario, da cui spesso si attivano quei processi di criminalizzazione che condizionano negativamente i percorsi individuali.

I minori compresi tra i 14 e i 18 anni di età, qualora vengano colti in flagranza di reato, vengono trattenuti fino a 96 ore all’interno dei Centri di Prima Accoglienza, dove vengono a contatto con personale del Servizio sociale minorile (Ssm). Gli operatori del Ssm redigono un rapporto riguardante l’età, il sesso, la nazionalità, il grado di istruzione, le condizioni familiari della persona fermata. Sulla base di queste informazioni, filtrate dalla presenza di precedenti penali e dalla gravità dei reati, i magistrati inquirenti dispongono l’affidamento alle famiglie, dietro alcune specifiche ordinanze da seguire: frequenza della scuola, lavoro o corso di formazione, proibizione a frequentare certi luoghi. Altrimenti, il minore viene collocato presso l’Ipm del territorio di competenza. Già a questo livello, si riscontra una differenziazione tra i minori che provengono da un contesto socio-familiare che gli operatori minorili giudicano stabile, e quelli che invece denotano situazioni problematiche. Se la frequenza di una scuola, di un impiego, di una famiglia stabile, sono caratteristiche che molti minori italiani posseggono, non sempre si può dire lo stesso dei giovani migranti.

La presenza di minori non accompagnati nel circuito penale è un dato di fatto, e la carenza di risorse finanziare e residenziali fa sì che siano poco comuni i casi di minori stranieri non accompagnati che non vengano destinati a un percorso esterno alla detenzione prima del processo. In alcune realtà, come a Parma, in anni recenti, si è tentata la strada dell’affido omo-culturale. I minori non accompagnati, in questo percorso, vengono affidati a famiglie della loro stessa nazionalità, e avviati a percorsi di integrazione. Questo tipo di intervento, ancorché ricco di spunti positivi, soffre della differenza di punti di vista a livello di amministrazioni locali, nonché della ricettività a livello familiare, scolastico e produttivo nelle diverse realtà.

Nel caso dei minori rom e sinti, la situazione si connota in tutta la sua gravità. Innanzitutto, perché è più alta la presenza delle minorenni, rispetto alle loro coetanee italiane. Se soltanto il 10% dei minori che transitano nei Cpa è di sesso femminile, questa percentuale triplica quando si tratta di ragazze minorenni di origine sinti o rom. Alla base della sovra-rappresentazione di rom e sinti nel sistema penale minorile, che si riproduce anche all’interno degli Ipm, quindi dopo il processo, troviamo una diffidenza reciproca tra le due parti. Da un lato, gli operatori minorili spesso considerano come criminogeno un contesto caratterizzato dal nomadismo, dalla residenza nei campi nomadi, da famiglie che a volte sono recalcitranti a mandare i ragazzi a scuola e tollerano il loro impiego nelle attività illegali. Dall’altro lato, qualora sussistessero le condizioni per una diversione dei minori rom e sinti, spesso sono le stesse famiglie dei ragazzi a rifiutare questa prospettiva, e a preferire la detenzione dei loro figli a una prospettiva di integrazione. Dietro questa posizione delle famiglie rom e sinti, si può scorgere la diffidenza verso il sistema scolastico e assistenziale, giudicati come affetti da pregiudizi verso le culture nomadi e animati da intenti assimilatori e di controllo. La presenza di mediatori culturali, l’attivazione di progetti di inclusione, rappresentano risorse residuali, che fanno i conti sia con gli squilibri territoriali di cui soffre l’Italia, sia coi tagli alla spesa pubblica degli ultimi anni, che hanno scarnificato le risorse necessarie a gestire questo aspetto della questione minorile.

La produzione della devianza minorile italiana, tuttavia, si connota anche per gli squilibri territoriali. Al Sud, per esempio, le presenze all’interno dei Cpa e degli Ipm riguardano anche una parte consistenti di minori italiani. La debolezza del tessuto economico, la presenza di organizzazioni criminali (seppure, come vedremo, in modo differente per zona), fa sì che i minori che si affacciano all’interno del circuito penale minorile siano anche italiani che soffrono di carenze familiari, educative e residenziali. Inoltre, se nelle aree centro-settentrionali i minori italiani che commettono reati che giustifichino la detenzione prima del processo, come spaccio di stupefacenti e rapine, costituiscono un numero relativamente limitato, al Sud casi del genere sono frequenti.

La combinazione della tipologia del reato con la situazione socio-ambientale, influenza l’esito del processo. L’ordinamento prevede di comminare, in alternativa alla condanna detentiva, tre specifici istituti giudiziari: l’irrilevanza del fatto, il perdono giudiziale, la messa alla prova. Il primo provvedimento, riguarda i cosiddetti reati “bagatellari”, come possono essere il furto in un supermercato o il consumo occasionale di cannabinoidi. L’irrilevanza del fatto prevede che il reato non venga trascritto nel casellario, in conseguenza di una prognosi favorevole rispetto alla crescita del minore formulata dagli assistenti sociali del Ssm. Di solito si applica ai minori di età compresa tra i 14 e i 16 anni, per cui si formula una prognosi che equipara il reato commesso come un incidente di percorso. Lo stesso criterio di solito ispira l’irrogazione del perdono giudiziale, che costituisce il tipo di sentenza più comune presso i tribunali minorili italiani. A differenza dell’irrilevanza del fatto, questa misura, prevede la menzione nel casellario fino al compimento dei 18 anni di età, e riguarda la commissione di reati che destano maggiore allarme, come potrebbero essere le lesioni o una rapina. In entrambi i casi, tuttavia, la presenza di un contesto familiare giudicato stabile dagli operatori, la frequenza di una scuola o il possesso di un’occupazione, ma anche la “collaborazione” del minore, che viene valutata sulla base del suo rispetto delle ordinanze del giudice prima e durante il processo, determinano l’esito della vicenda giudiziaria. I minori stranieri, rom, sinti e meridionali, in questo contesto, si trovano spesso svantaggiati. Nel caso di migranti e nomadi, l’atteggiamento collaborativo non viene compreso nel suo significato, oppure non viene accettato per diffidenza. La carenza di risorse economiche ed educative, invece, penalizza anche i minori italiani dei ceti marginali o meridionali. Di conseguenza, per quanto riguarda questi ultimi, reati che potrebbero essere sanzionati con il perdono giudiziale, vengono trattati attraverso l’uso della risorsa penale.

Il terzo provvedimento che i tribunali minorili possono irrogare, è quello della messa alla prova. Si tratta di una misura che viene adottata in casi particolarmente gravi, come l’omicidio, lo spaccio di stupefacenti, la prostituzione, l’associazione per delinquere. Consiste nella sospensione del processo, e nella sottoposizione del minore reo a un periodo di prova che va da sei mesi a tre anni, durante il quale il giovane viene costantemente monitorato dai servizi sociali e dai magistrati, e sottoposto a misure quali psicoterapie, svolgimento di attività di volontariato, compimento degli studi, frequenza di corsi di formazione oppure collocamento in comunità, ricerca e mantenimento di un’occupazione. L’esito della prova estingue il processo. Anche nel caso della messa alla prova, forse più che nel caso dell’irrilevanza del fatto e del perdono giudiziale, la disponibilità da parte del giovane di un’ampia e robusta rete relazionale, amicale e parentale, svolge un ruolo cruciale sia per usufruire della misura, sia per approdare all’esito positivo che estingue il reato. Di conseguenza, sono i giovani italiani che vivono in un contesto familiare stabile, o che risiedono in un territorio che dispone di un robusto tessuto produttivo-associativo, a essere più spesso messi alla prova. Spesso le istituzioni dell’associazionismo e del volontariato accettano di svolgere il ruolo di vera e propria famiglia, per consentire ai minori provenienti da contesti disagiati, in particolare quelli di origine straniera, di usufruire del provvedimento. Anche qui, tuttavia, queste realtà debbono fare i conti con le risorse a loro disposizione, che pregiudica la possibilità per la messa alla prova di essere applicata a una fascia più ampia di minori. I giovani che usufruiscono di questa misura, dunque, sono in maggioranza schiacciante italiani, residenti nel Centro-Nord, collocati in contesti familiari stabili. In realtà, in alcuni contesti, come quello siciliano, si è notata una differenza sostanziale nell’irrogazione dei provvedimenti da parte dei tribunali minorili di Palermo e Catania. Se nel capoluogo le messe alla prova sono più alte e le condanne sono relativamente basse, nella città etnea si registra un numero più alto di condanne e una certa recalcitranza a concedere la messa alla prova da parte degli operatori minorili. Questa differenza può essere letta in relazione alla differente configurazione delle organizzazioni criminali. La mafia palermitana, che ha la tendenza a controllare in modo più capillare il territorio, potrebbe incoraggiare un maggiore atteggiamento collaborativo da parte dei minori che finiscono nel circuito penale. Viceversa, a Catania, dove le organizzazioni criminali denotano una connotazione “gangsteristica”, che integra anche i minori, l’atteggiamento collaborativo è minore, provocando una maggiore rigidità da parte del tribunale minorile locale.

Negli ultimi anni, a partire dai tribunali di Torino e Bari, anche in Italia si è sperimentata la mediazione penale, una misura che prevede l’ulteriore allontanamento del minore dal circuito penale. Consiste nell’incontro volontario tra il reo e la vittima, attraverso l’opera di un facilitatore che li conduce alla riconciliazione. Una applicazione estesa di tale misura, oltre a ridurre l’immissione di un numero elevato di minori nel circuito penale, avrebbe anche l’effetto di ricucire il tessuto sociale. Tuttavia, oltre che con la carenza di risorse, deve fare i conti con il punitivismo diffuso, che non sempre comporta l’accettazione, da parte delle vittime, di una riconciliazione con chi ha arrecato loro danno. Anzi, nel contesto attuale, appare altamente improbabile.

Per concludere, il sistema minorile italiano avrebbe bisogno di maggiori risorse per applicare anche ai giovani rom, sinti, migranti e meridionali le misure di cui beneficiano più spesso i loro coetanei italiani e settentrionali. Avrebbe quindi bisogno di governi non inclini ai tagli. E di una società che si fida di più di se stessa, e che non ammette la vendetta e la rappresaglia. In altre parole, di un altro Paese…

Educazione e intervento sociale

Famiglia, patria e residenza. Il sistema minorile italiano

di Vincenzo Scalia

La questione minorile si connota per essere il vero e proprio fiume carsico del sistema penale italiano. Periodicamente, di fronte a fatti di cronaca eclatanti che hanno come protagonisti minori (ad esempio, il caso di Erika ed Omar), si innescano le retoriche punitiviste. I minorenni diventano il parametro del deterioramento del tessuto sociale italiano, che sarebbe troppo lassista e permissivo coi giovani. Eppure, malgrado i tentativi frequenti di eliminare il sistema giudiziario minorile italiano, l’ultimo dei quali risale al 2017, la diga di protezione dei minori dall’ondata di legge e ordine che è culminata recentemente con l’approvazione del provvedimento che amplia le prerogative della legittima difesa, sembra essere ancora solida.

Dal punto di vista storico, l’Italia è stato uno degli ultimi Stati occidentali a dotarsi di un sistema giudiziario minorile. Risale al 1934, sotto il regime fascista, l’istituzione di Tribunali e Carceri Minorili. L’arretratezza economica, l’unità nazionale tardiva, la presenza capillare della Chiesa cattolica nel sociale, ha fatto sì che la questione minorile venisse strutturata da un regime autoritario, che pure è stato ben attento a non sconfinare nel territorio della famiglia e della Chiesa, le istituzioni cardini della società italiana per lungo tempo. Quest’ultima, con la sua rete di istituti per minori, per lungo tempo ha supplito alla mancanza di un sistema di protezione sociale articolato a livello nazionale, per esempio assorbendo i figli “in eccesso” di famiglie numerose e bisognose, e rinfoltendo così le schiere del clero. Soltanto a partire dalla riforma del diritto di famiglia, realizzata nel 1977, si è sviluppato un servizio sociale territoriale che ha potuto prendere in carico i minori. Nel 1988 è stato approvato il Dpr 448, che disciplina il funzionamento del sistema giudiziario minorile.

L’apparato giudiziario e penale minorile italiano attuale, quindi, presenta alcune lacune che derivano sia dalla temporalità, in quanto è stato approvato nel 1988, non tenendo conto delle migrazioni, sia dal contesto sociale e politico, per esempio dai tagli alla spesa pubblica. Presenta altresì alcune peculiarità che lo rendono apprezzabile anche in contesti internazionali. Negli Istituti penali minorili (Ipm) italiani, la presenza media di minori detenuti, si aggira attorno a 500 unità, di fronte a una cifra doppia presente nelle Secure Homes inglesi. Inoltre, la legislazione italiana prevede un’età minima di imputabilità (doli incapax) di 14 anni, di fronte ai 10 di Inghilterra e Galles, ai 13 di Francia e Spagna, ai 7 anni dell’Irlanda (anche se prima dei 13 anni, di fatto, i minori irlandesi finiscono di rado tra le maglie della giustizia). Di conseguenza, si evita ai minori un ingresso precoce all’interno del circuito giudiziario, da cui spesso si attivano quei processi di criminalizzazione che condizionano negativamente i percorsi individuali.

I minori compresi tra i 14 e i 18 anni di età, qualora vengano colti in flagranza di reato, vengono trattenuti fino a 96 ore all’interno dei Centri di Prima Accoglienza, dove vengono a contatto con personale del Servizio sociale minorile (Ssm). Gli operatori del Ssm redigono un rapporto riguardante l’età, il sesso, la nazionalità, il grado di istruzione, le condizioni familiari della persona fermata. Sulla base di queste informazioni, filtrate dalla presenza di precedenti penali e dalla gravità dei reati, i magistrati inquirenti dispongono l’affidamento alle famiglie, dietro alcune specifiche ordinanze da seguire: frequenza della scuola, lavoro o corso di formazione, proibizione a frequentare certi luoghi. Altrimenti, il minore viene collocato presso l’Ipm del territorio di competenza. Già a questo livello, si riscontra una differenziazione tra i minori che provengono da un contesto socio-familiare che gli operatori minorili giudicano stabile, e quelli che invece denotano situazioni problematiche. Se la frequenza di una scuola, di un impiego, di una famiglia stabile, sono caratteristiche che molti minori italiani posseggono, non sempre si può dire lo stesso dei giovani migranti.

La presenza di minori non accompagnati nel circuito penale è un dato di fatto, e la carenza di risorse finanziare e residenziali fa sì che siano poco comuni i casi di minori stranieri non accompagnati che non vengano destinati a un percorso esterno alla detenzione prima del processo. In alcune realtà, come a Parma, in anni recenti, si è tentata la strada dell’affido omo-culturale. I minori non accompagnati, in questo percorso, vengono affidati a famiglie della loro stessa nazionalità, e avviati a percorsi di integrazione. Questo tipo di intervento, ancorché ricco di spunti positivi, soffre della differenza di punti di vista a livello di amministrazioni locali, nonché della ricettività a livello familiare, scolastico e produttivo nelle diverse realtà.

Nel caso dei minori rom e sinti, la situazione si connota in tutta la sua gravità. Innanzitutto, perché è più alta la presenza delle minorenni, rispetto alle loro coetanee italiane. Se soltanto il 10% dei minori che transitano nei Cpa è di sesso femminile, questa percentuale triplica quando si tratta di ragazze minorenni di origine sinti o rom. Alla base della sovra-rappresentazione di rom e sinti nel sistema penale minorile, che si riproduce anche all’interno degli Ipm, quindi dopo il processo, troviamo una diffidenza reciproca tra le due parti. Da un lato, gli operatori minorili spesso considerano come criminogeno un contesto caratterizzato dal nomadismo, dalla residenza nei campi nomadi, da famiglie che a volte sono recalcitranti a mandare i ragazzi a scuola e tollerano il loro impiego nelle attività illegali. Dall’altro lato, qualora sussistessero le condizioni per una diversione dei minori rom e sinti, spesso sono le stesse famiglie dei ragazzi a rifiutare questa prospettiva, e a preferire la detenzione dei loro figli a una prospettiva di integrazione. Dietro questa posizione delle famiglie rom e sinti, si può scorgere la diffidenza verso il sistema scolastico e assistenziale, giudicati come affetti da pregiudizi verso le culture nomadi e animati da intenti assimilatori e di controllo. La presenza di mediatori culturali, l’attivazione di progetti di inclusione, rappresentano risorse residuali, che fanno i conti sia con gli squilibri territoriali di cui soffre l’Italia, sia coi tagli alla spesa pubblica degli ultimi anni, che hanno scarnificato le risorse necessarie a gestire questo aspetto della questione minorile.

La produzione della devianza minorile italiana, tuttavia, si connota anche per gli squilibri territoriali. Al Sud, per esempio, le presenze all’interno dei Cpa e degli Ipm riguardano anche una parte consistenti di minori italiani. La debolezza del tessuto economico, la presenza di organizzazioni criminali (seppure, come vedremo, in modo differente per zona), fa sì che i minori che si affacciano all’interno del circuito penale minorile siano anche italiani che soffrono di carenze familiari, educative e residenziali. Inoltre, se nelle aree centro-settentrionali i minori italiani che commettono reati che giustifichino la detenzione prima del processo, come spaccio di stupefacenti e rapine, costituiscono un numero relativamente limitato, al Sud casi del genere sono frequenti.

La combinazione della tipologia del reato con la situazione socio-ambientale, influenza l’esito del processo. L’ordinamento prevede di comminare, in alternativa alla condanna detentiva, tre specifici istituti giudiziari: l’irrilevanza del fatto, il perdono giudiziale, la messa alla prova. Il primo provvedimento, riguarda i cosiddetti reati “bagatellari”, come possono essere il furto in un supermercato o il consumo occasionale di cannabinoidi. L’irrilevanza del fatto prevede che il reato non venga trascritto nel casellario, in conseguenza di una prognosi favorevole rispetto alla crescita del minore formulata dagli assistenti sociali del Ssm. Di solito si applica ai minori di età compresa tra i 14 e i 16 anni, per cui si formula una prognosi che equipara il reato commesso come un incidente di percorso. Lo stesso criterio di solito ispira l’irrogazione del perdono giudiziale, che costituisce il tipo di sentenza più comune presso i tribunali minorili italiani. A differenza dell’irrilevanza del fatto, questa misura, prevede la menzione nel casellario fino al compimento dei 18 anni di età, e riguarda la commissione di reati che destano maggiore allarme, come potrebbero essere le lesioni o una rapina. In entrambi i casi, tuttavia, la presenza di un contesto familiare giudicato stabile dagli operatori, la frequenza di una scuola o il possesso di un’occupazione, ma anche la “collaborazione” del minore, che viene valutata sulla base del suo rispetto delle ordinanze del giudice prima e durante il processo, determinano l’esito della vicenda giudiziaria. I minori stranieri, rom, sinti e meridionali, in questo contesto, si trovano spesso svantaggiati. Nel caso di migranti e nomadi, l’atteggiamento collaborativo non viene compreso nel suo significato, oppure non viene accettato per diffidenza. La carenza di risorse economiche ed educative, invece, penalizza anche i minori italiani dei ceti marginali o meridionali. Di conseguenza, per quanto riguarda questi ultimi, reati che potrebbero essere sanzionati con il perdono giudiziale, vengono trattati attraverso l’uso della risorsa penale.

Il terzo provvedimento che i tribunali minorili possono irrogare, è quello della messa alla prova. Si tratta di una misura che viene adottata in casi particolarmente gravi, come l’omicidio, lo spaccio di stupefacenti, la prostituzione, l’associazione per delinquere. Consiste nella sospensione del processo, e nella sottoposizione del minore reo a un periodo di prova che va da sei mesi a tre anni, durante il quale il giovane viene costantemente monitorato dai servizi sociali e dai magistrati, e sottoposto a misure quali psicoterapie, svolgimento di attività di volontariato, compimento degli studi, frequenza di corsi di formazione oppure collocamento in comunità, ricerca e mantenimento di un’occupazione. L’esito della prova estingue il processo. Anche nel caso della messa alla prova, forse più che nel caso dell’irrilevanza del fatto e del perdono giudiziale, la disponibilità da parte del giovane di un’ampia e robusta rete relazionale, amicale e parentale, svolge un ruolo cruciale sia per usufruire della misura, sia per approdare all’esito positivo che estingue il reato. Di conseguenza, sono i giovani italiani che vivono in un contesto familiare stabile, o che risiedono in un territorio che dispone di un robusto tessuto produttivo-associativo, a essere più spesso messi alla prova. Spesso le istituzioni dell’associazionismo e del volontariato accettano di svolgere il ruolo di vera e propria famiglia, per consentire ai minori provenienti da contesti disagiati, in particolare quelli di origine straniera, di usufruire del provvedimento. Anche qui, tuttavia, queste realtà debbono fare i conti con le risorse a loro disposizione, che pregiudica la possibilità per la messa alla prova di essere applicata a una fascia più ampia di minori. I giovani che usufruiscono di questa misura, dunque, sono in maggioranza schiacciante italiani, residenti nel Centro-Nord, collocati in contesti familiari stabili. In realtà, in alcuni contesti, come quello siciliano, si è notata una differenza sostanziale nell’irrogazione dei provvedimenti da parte dei tribunali minorili di Palermo e Catania. Se nel capoluogo le messe alla prova sono più alte e le condanne sono relativamente basse, nella città etnea si registra un numero più alto di condanne e una certa recalcitranza a concedere la messa alla prova da parte degli operatori minorili. Questa differenza può essere letta in relazione alla differente configurazione delle organizzazioni criminali. La mafia palermitana, che ha la tendenza a controllare in modo più capillare il territorio, potrebbe incoraggiare un maggiore atteggiamento collaborativo da parte dei minori che finiscono nel circuito penale. Viceversa, a Catania, dove le organizzazioni criminali denotano una connotazione “gangsteristica”, che integra anche i minori, l’atteggiamento collaborativo è minore, provocando una maggiore rigidità da parte del tribunale minorile locale.

Negli ultimi anni, a partire dai tribunali di Torino e Bari, anche in Italia si è sperimentata la mediazione penale, una misura che prevede l’ulteriore allontanamento del minore dal circuito penale. Consiste nell’incontro volontario tra il reo e la vittima, attraverso l’opera di un facilitatore che li conduce alla riconciliazione. Una applicazione estesa di tale misura, oltre a ridurre l’immissione di un numero elevato di minori nel circuito penale, avrebbe anche l’effetto di ricucire il tessuto sociale. Tuttavia, oltre che con la carenza di risorse, deve fare i conti con il punitivismo diffuso, che non sempre comporta l’accettazione, da parte delle vittime, di una riconciliazione con chi ha arrecato loro danno. Anzi, nel contesto attuale, appare altamente improbabile.

Per concludere, il sistema minorile italiano avrebbe bisogno di maggiori risorse per applicare anche ai giovani rom, sinti, migranti e meridionali le misure di cui beneficiano più spesso i loro coetanei italiani e settentrionali. Avrebbe quindi bisogno di governi non inclini ai tagli. E di una società che si fida di più di se stessa, e che non ammette la vendetta e la rappresaglia. In altre parole, di un altro Paese…

Educazione e intervento sociale

Capire e imparare con Christopher Lasch

di Vittorio Giacopini

Nei prossimi numeri di “Gli asini” ritorneremo spesso sull’opera di Lasch che consideriamo tra le poche essenziali a capire come siamo cambiati, come sia cambiato il mondo, come niente sia più come ieri. Capire per agire…

Verso la fine, ormai ai ferri corti, un po’ con tutti, preferiva andare diritto al bersaglio, provocare. Magari non era nella sua natura, ma doveva farlo. A neanche sessant’anni, con un paio di capolavori all’attivo, e ancora molto da dire, e da studiare, Christopher Lasch stava diventando la bestia nera di un sacco di gente. Femministe, studiosi e politici liberal, repubblicani libertari, figli dei fiori ormai decisamente attempati, e comunque garantiti, ben sistemati, scrittori e attivisti “neri”, acrobati del Nasdaq e mangiatori di fuoco di Wall Street, svariate “minoranze”: come la metti la metti, ce l’avevano su con lui per varie ragioni. D’altronde, era anche una questione personale, cioè di vita o di morte. Il cancro, che credeva di aver sconfitto, era tornato, e non si voleva curare. Dopo aver smontato la ‘cultura del narcisismo’ e i guasti della mentalità turistico-terapeutica tipicamente americane, ossia globali, non voleva cascarci pure lui, come un farlocco. “Ci sono destini peggiori della morte” aveva scritto in quegli anni quel genio di Kurt Vonnegut, e Lasch era più d’accordo, ci mancherebbe. Al medico che lo seguiva scriverà un’ultima lettera al vetriolo, quasi un testamento: “disprezzo a tal punto quest’attaccamento alla vita, alla pura sopravvivenza, che sembra così profondamente incistato nell’anima americana…”.

Era un tema molto suo, caratteristico. In La cultura del narcisismo (il suo capolavoro, uno dei libri più geniali della critica sociale del Novecento) aveva messo alle strette esattamente questa tendenza ottusa e autocomisseratoria alla pura self-preservation, cioè al vivere inseguendo bisogni e pulsioni da poco, stimoli fiacchi. Sia chiaro: non era un moralista, ma era sempre appassionato, e poi era lucido. Ai “narcisi” postmoderni non rimproverava chissà quale ipertrofia dell’ego, piuttosto il contrario, perché il nodo per lui non era tanto l’individualismo ma proprio l’insussistenza ridicola di questi “Io” garruli e autocompiaciuti, drammaticamente senza personalità, e senza carattere. Una nazione e una cultura di “minimal self”, di borghesi davvero piccoli-piccoli, e di vittimisti: così gli era apparsa l’America, negli anni settanta. Neanche venti anni dopo – cioè dopo Reagan e la New Age – le cose avevano preso una piega peggiore, che temeva vincente, irrimediabile. Nei primi anni novanta – adesso che era malato, ma tutt’altro che domo – sentiva di dover tornare a occuparsi di politica, direttamente (anche per questo, rifiutava la chemioterapia: non aveva tempo di ripiegarsi su sé stesso, di rimbambirsi). Potevano accusarlo di essere un reazionario, ma lui se ne infischiava alla grande, aveva fretta. Così, alla fine, nell’America di Clinton (muore nel ’94, è l’anno di Pulp Fiction e di Forrest Gump, tanto per capirsi) il rinomato sociologo che aveva analizzato le avventure e le disavventure del “nuovo radicalismo” americano, e i temi della famiglia e del narcisismo, per quanto malandato ritorna in prima linea, scende in trincea.

La ribellione delle élite, il suo ultimo j’accuse, anche questo riproposto da Neri Pozza, è un libro durissimo, e la sua sola profezia (tutta sbagliata). Alle critiche, alle polemiche e agli ostracismi d’altronde era assuefatto, figurarsi se poteva turbarsi adesso, proprio impensabile. Quando negli anni settanta (in Rifugio in un mondo senza cuore), alla faccia di Donald Laing e di tutta la nuova psichiatria, aveva difeso l’istituzione e (orrore!) i valori della famiglia tradizionale le femministe l’avevano fatto a pezzi, e ne aveva riso. Figurarsi adesso, che stava morendo. L’America (e la democrazia) – per metterla molto in sintesi – sono state tradite dalle élite, e dalla sinistra: e il libro insiste su questo, con gelida furia. Lasch – come capita alle persone miti – diventa implacabile. La vecchia lamentala conservatrice sulla “rivolta delle masse” viene rivoltata come un calzino, e attualizzata. Il guaio, oggi, sono le élite, chi ci governa, e la “cultura” che le sostiene e le orienta, un’accozzaglia patetica di sentimentalismo beota ossessionato dall’autostima, e di vittimismo. “Le nuove élite sono in rivolta contro la middle America… quanti ambiscono a entrare nella nuova aristocrazia intellettuale tendono ad ammassarsi sue due coste, voltando le spalle al cuore del paese… Il multiculturalismo, d’altronde, si adatta loro alla perfezione, contribuendo a definire la piacevole immagine di una sorta di bazar globale in cui cucina esotica, modi esotici di vestire, musica esotica ed esotici costumi tribali possono venire assaporati indiscriminatamente, senza problemi e senza impegno… La loro è essenzialmente una visione turistica del mondo”.

Era indubbiamente sarcastico, e esasperato. Nello scollamento tra élite e popolo, Lasch vedeva uno snodo epocale e un micidiale agente di distruzione, e di irrilevanza. La sua non era una critica politica-politica ma di portata più ampia, sconsolatissima. Il guasto, temeva, riguarda sia le scelte governative sia la vita quotidiana, sia la vita activa sia la vita della mente, e non c’era scampo. Queste élite falsamente cosmopolite e turiste (per caso) in patria, queste classi dirigenti fissate con l’esotico, i crucci dell’autostima, il politicamente corretto, e naturalmente il denaro, il Capitale, hanno corrotto ogni cosa: il contagio è in atto. Il ‘male’ dilaga sin nelle ‘vene dell’America’ e, in tempi di globalizzazione, in tutto il mondo. È un gioco di specchi: le élite si barricano nei loro ‘consumi vistosi’ e l’America si trasforma, anzi svanisce. Nel suo paese, Lasch vedeva ormai soltanto una “parodia di comunità” e nei dogmi in rovina della sinistra, una rovina. Il liberalismo americano, borbotta Lasch, è “ossessionato dai diritti delle donne e delle minoranze, dai diritti dei gay e dal diritto all’aborto, dal bisogno di cancellare i modi di dire offensivi. “Il politicamente corretto”, insite ancora, “è diventato un’esperienza dell’alterità”, ma “a senso unico”: “i figli del privilegio” sono invitati a studiare le culture altre ma “i neri, gli ispanici e le altre minoranze sono dispensati dall’esperienza dell’alterità nelle opere dei maschi bianchi occidentali”. Il risultato finale è un paradosso: “un’insidiosa duplcità di criteri, travestita da tolleranza, finisce con il negare a quella minoranze il frutto della vittoria che hanno raggiunto a prezzo di tante lotte, cioè l’accesso alla cultura mondiale”.

Che fosse una profezia, pare scontato, che nel vaticinio ci fosse un possibile rimedio è da vedere. A questa deriva, Lasch nei suoi ultimi anni opponeva un toccasana che la storia ha mostrato quasi inservibile, comunque dubbio. Per Lasch la cura era un vero ‘populismo’, repubblicano. Forse però il ‘popolo’ è sparito o ha introiettato quei temi tipici delle élite, stemperandoli nel rancore, o in un macero di invidia e emulazione. Indovina indovinello: cosa direbbe oggi Lasch di un Donald Trump e della sua ghenga? Eppure anche “the Donald” non fa che continuare a ripeterlo, allo sfinimento: io sono con la “middle America”, contro le élite. A volte gli anni passano e passano invano. La critica ancora libertaria e radicale di Christopher Lasch si è mutata nel ringhio rancido e un po’ isterico di Breitbart News. Il “populismo” ha vinto, ma è un vero affare?

Educazione e intervento sociale

Le verità vanno controvento

di Elisabetta Tomazzolli

Maya Hayuk

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Lorenzoni ci porta ancora a Giove, tra le colline dell’Umbria, in una nuova avventura pedagogica. I protagonisti sono sempre loro, i bambini della scuola elementare del paese. Da vent’anni il maestro li accompagna dalla prima alla quinta, difendendo l’ormai così rara continuità educativa di una classe. Le pagine di I bambini ci guardano (Sellerio) segnano però questa volta un’interruzione: il congedo dalla scuola del maestro (ma non, ci auguriamo, da avventure pedagogiche altre). È il libro della resa dei conti, del mettersi in rapporto con un impegno durato molti anni. L’impegno ad ascoltare e rispondere allo sguardo dei bambini e l’impegno a educare per primi noi adulti all’assunzione delle nostre responsabilità, una cosa che in Italia si dovrebbe appunto imparare fin dai banchi della scuola perché è un valore, come dichiarava Mario Lodi nel bel documentario di Vittorio De Seta. Ma la resa dei conti, per un maestro “consapevole dell’assoluta relatività di ciò che si prova a costruire a scuola”, è fatta anche di questioni irrisolte e di sconfitte: “con Ale sento che non ho saputo osare a sufficienza, non ho saputo spostarmi davvero da dove ero” e “ma io, oggi, ho ancora una grande visione da proporre e condividere con le bambine e i bambini con cui lavoro?”. Sì, ciò di cui abbiamo più bisogno sono grandi visioni.

Con cura, scrive Lorenzoni, noi adulti dobbiamo accompagnare gli sguardi dei bambini “rivolti alle tragedie e alle meraviglie che abitano la terra”. E da dove lo sguardo al mondo può spaziare, vasto e profondo, se non da seduti sulle spalle dei giganti? Giotto, Socrate, Ipazia, Gandhi, Martin Luther King, ma anche Alex Langer, Malala e l’attivista africana Leymah Gbowee fanno da mentori lungo la strada della conoscenza. Ci insegnano ad attenuare i pregiudizi che tutti noi ci portiamo, spesso inconsciamente, addosso e sulle loro spalle impariamo a guardare oltre. “Caro San Cristoforo”, scriveva Langer, “la tua rinuncia alla forza e la decisione di metterti al servizio del bambino ci offre una bella parabola della ‘conversione ecologica’ oggi necessaria”. Attuale, emblematica e fondamentale appare in questo contesto la frase con cui Diego, in quinta, riflette sul senso della parola verità: “Forse le persone preferiscono la bugia semplice, comoda, invece della verità scomoda”. Considerazione che potrebbe aprire un intero corso in tutte le università, ma che ovviamente è troppo scomoda anche in molti di questi ambienti.

Il dialogo è la chiave di tutto questo libro, così come di tutto il pensiero pedagogico di Lorenzoni. “Ci siamo seduti in cerchio a terra, come facciamo sempre”. Quella di cui Lorenzoni racconta, attraverso i dialoghi da lui fedelmente registrati e trascritti come fa da quarant’anni, è una scuola che si occupa dei problemi sociali e che cerca a questi delle soluzioni. Il maestro ascolta monologhi e dialoghi dei bambini e, allo stesso tempo, con un orecchio sta attento a ciò che accade fuori, nel mondo. Il dialogo è allora la risposta all’“intollerabile atrocità”, al “vento dell’intolleranza”, alle “discriminazioni crescenti”, ai “nuovi veleni”, agli “umori aggressivi”, al “rancore sociale cresciuto negli anni della crisi”. E sono sempre davvero grandi i pensieri che Lorenzoni sparge nel libro, sono pensieri che si spostano continuamente su più punti di vista, in un viaggio che Buber chiamava sperimentare l’altro lato in una relazione di inclusione. E di cosa si dovrebbe parlare quando si parla di scuola se non di “quanto sia difficile dare vita in questo tempo a piccole comunità capaci di ascolto reciproco”?

Racconta anche di sé Lorenzoni, della sua famiglia e dei suoi stessi limiti che come persona si trova a fronteggiare. Lo fa attraverso le storie: tramandate oralmente, autobiografiche, inventate, lette nei libri. Tutte concorrono alla creazione di un pensiero pedagogico complesso, proprio quello di Morin, che tutti dovremmo sforzarci di applicare ogni volta che guardiamo al mondo con i nostri occhi adulti, l’unico che non ci fa cadere in “facili soluzioni” o scivolare verso “un unico punto di vista”. L’unico che porta un approccio educativo transdisciplinare dove “la matematica può facilitare un uso corretto del linguaggio”, come sosteneva l’amica Emma Castelnuovo. La vera conoscenza inizia nel complesso mondo fuori dalle mura scolastiche. Dentro la classe viene poi elaborata per ritornare al mondo reale, per migliorarlo. Le porte della scuola di Giove sono aperte a genitori, amici, richiedenti asilo, alla comunità intera perché la scuola è educazione alla convivenza e alla convivialità, come direbbe Illich.

Questa è per Lorenzoni la scuola “una esperienza educativa controvento”, come sottotitola il libro. Controvento perché basa l’educazione sul dialogo e non su “verifiche e interrogazioni che somigliano al vomito”. Controvento perché “consapevole dell’assoluta relatività di ciò che si prova a costruire a scuola” e perciò aperta alle sconfitte. Controvento perché le distanze sociali e biologiche vengono attenuate cercando “alleati nel tempo, nello spazio e nel ritmo”. Controvento perché è contro le schede e i libri preconfezionati all’interno dei quali si perpetua il programma (dover seguire il programma, essere indietro col programma, gli altri sono già ai romani e noi no), di continuo rievocato da insegnanti e genitori. Controvento perché si impara dagli animali a “sospendere il giudizio”, e con esso la paura di essere giudicati. Controvento perché inattuale, come voleva Bertin. Controvento perché sono anche i bambini a decidere cosa si fa, come quella volta in cui “Emilia e Maia propongono di inventare tutti insieme una storia”. Controvento perché parte dalla realtà dei bambini: non ci sono passaggi astratti per spiegare i problemi, ma sempre la realtà di cui i bambini possono fare esperienza diretta, perché “quella scoperta appartiene all’intera classe, perché è stata accompagnata da una salutare fatica compiuta da tutti”. Controvento perché non finisce a giugno e ricomincia a settembre. Controvento perché si scrivono e spediscono le lettere, si educa all’attesa. Controvento perché in questa esperienza educativa, come sosteneva Hannah Arendt, “nessuno ha il diritto di ubbidire”. Controvento perché segue il ritmo del lentius, profundius, suavius di Alex Langer…e della lumaca di Zavalloni! Controvento perché la matematica e la grammatica non fanno soffrire: come potrebbe far soffrire la matematica che “si nasconde dentro le mutande di un omino o sotto i piedi, dentro le scarpe di un adulto, dentro un albero, dentro le foglie”?…(ma è un passo tratto da un libro di Rodari? Ah no! L’ha scritto Dalila in prima elementare!). Controvento perché il teatro viene usato per dire la verità. Controvento perché contro la retorica dei buoni sentimenti. Controvento perché è una scuola che aiuta i bambini come Ale e Luigi, al grido montessoriano (o, meglio, al sussurro): “Aiutami a fare da solo”. Controvento perché si crede nella possibilità di cambiare il mondo “dando ragione non a uno ma a due” come faceva Gandhi.

Nietzsche si chiedeva quanta verità può sopportare, quanta verità può osare un uomo? Lorenzoni dimostra quanta ne possano sopportare e osare i bambini, guardando questo nostro mondo adulto.

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