Educazione e intervento sociale

Come Ada Gobetti parlava ai genitori

di Sara Honegger

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Non siete soli. Scritti da “il Giornale de genitori” 1959-1968, a cura di Angela Arceri, Centro Studi Piero Gobetti e Edizioni Colibrì, è il titolo di un articolo pubblicato da Ada Marchesini Gobetti sull’“Unità” il 16 giugno 1955 che Angela Arceri ha scelto per presentare, a distanza di più di mezzo secolo, quel “Giornale dei genitori”, che la stessa Gobetti fondò e diresse fra il 1959 e il 1968, anno della sua morte. Un titolo che definisce l’obiettivo principale della rivista: offrirsi come luogo di riflessione e discussione per i genitori interessati a trovare o a riscoprire il significato profondo del loro ruolo educativo.

Siamo nel pieno di quella che è stata chiamata la mutazione antropologica degli italiani: 25 milioni di persone coinvolte nella migrazione interna; nascita e crescita esponenziale di consumi e sistemi di comunicazione; la scolarizzazione di massa; il profilarsi di un “universo giovanile che progressivamente si definisce come mondo a sé”, come ha scritto Guido Crainz, mondo su cui il mercato si getterà a piene mani. Ada avverte tutto questo con sensibilità e lungimiranza, riconoscendo in anticipo sui tempi il venir meno di un “ossigeno morale”, essenziale a far sì che non si scivoli, senza neanche rendersene conto, nel conformismo, nel culto del capo. E alla voglia di una vita migliore – uno dei temi centrali nella frattura generazionale – risponde con la necessità di spostare lo sguardo dalle cose – quel benessere che già allora stordiva con le sue promesse – al patrimonio morale e ideale che ogni genitore può lasciare ai propri figli.

L’attualità della sua proposta editoriale si deve a diversi aspetti. Il primo riguarda la decisione stessa di impegnarsi in prima persona attraverso una rivista che si occupa di educazione. La passione educativa non era nuova per lei. Da tempo teneva due rubriche dedicate ai genitori su “L’Unità” e “Noi donne”, articoli poi raccolti nel libro Non lasciamoli soli, pubblicato nel marzo del 1958. È anche grazie ai proventi del libro, andato subito esaurito, che decide di dar vita al “Giornale dei genitori”. Quel che cerca è uno strumento flessibile, capace di seguire da vicino le enormi trasformazioni sociali ed economiche del tempo e il loro impatto sulla vita quotidiana. Non ha la pretesa di insegnare ai genitori il loro “mestiere” né intende dare soluzioni bell’e pronte e definitive. La rivista vuole invece essere “uno strumento di lavoro che permetta loro di affrontare da sé i problemi” (dall’editoriale del primo numero, maggio 1959) relativi all’educazione dei figli, sia nell’impostazione ideale sia nella pratica quotidiana. Ovviamente non fa tutto da sola, anzi, la chiave del successo della rivista sta anche nella sua capacità di coinvolgere figure di primo piano appartenenti a diversi mondi del sapere e della vita sociale: quindi pedagogisti ed educatori, ma anche intellettuali capaci di inquadrare in un contesto sempre ampio il tema educativo. Accanto a Dina Bertoni Jovine, Lucio Lombardo Radice, Luciana Nissim Momigliano, Loris Malaguzzi, Goffredo Fofi, Grazia Honegger Fresco, Gianni Rodari, troviamo Galante Garrone, Bianca Guidetti Serra, Renata Viganò, solo per citarne alcuni. Scorrere l’indice dei nomi posto alla fine di Non siete soli conduce in quell’Italia, che non esitiamo a definire migliore, che in modi e rigore diversi, ha provato nel tempo a rendere vive e attuali le pratiche e le utopie della Resistenza, esperienza centrale anche nella formazione di Ada, e che lei stessa restituì nel famoso Diario partigiano (Einaudi1956).

 

Il secondo aspetto riguarda l’oggetto della sua attenzione, ovvero la famiglia. Subito viene da chiedersi come mai, se il problema di fondo è quel “paese mancato”, quella Resistenza mai attuata fino in fondo (basti rileggere L’orologio di Carlo Levi) dedicare tanto impegno proprio all’educazione in famiglia. Claudia Mancina e Mario Ricciardi (Famiglia italiana, a cura di Claudia Mancina e Mario Ricciardi, Donzelli 2012) ci ricordano che esiste “un legame positivo fra l’affermazione dell’individualismo e la forma moderna e democratica delle relazioni famigliari. La famiglia infatti ha un ruolo essenziale nella formazione degli individui e dei cittadini, che può avere una curvatura autoritaria in certi contesti, sociali, liberale in altri; non è di per sé autoritaria, come ha sostenuto la scuola di Francoforte. C’è un evoluzione della famiglia, dalle forme autoritarie alle attuali forme aperte e paritarie, e questo cambiamento – che è insieme conseguenza e causa dell’affermazione dell’idea di eguaglianza – è uno dei tratti più significativi della storia occidentale. Ma in tutte le sue forme essa ha un ruolo formativo che difficilmente può essere ignorato o sostituito”. Ecco, Ada Gobetti non lo ignora affatto. Avverte in tempo reale la crisi di questa istituzione complessa, intima, sociale e giuridica al tempo stesso, il suo trasformarsi, forse troppo velocemente, rispetto alla capacità resiliente degli individui. Ovviamente non le interessa la famiglia quale baluardo di una società arroccata su principi autoritari, a difesa di privilegi consolidati dalla storia. Le sta invece assai a cuore la famiglia quale primo nucleo di socialità, luogo dove si possono esperire, in quel modo così profondo che caratterizza l’apprendimento nelle prime fasi evolutive della vita, il dialogo, la ricerca della verità, il reciproco rispetto, la necessità di sentirsi parte attiva di un mondo in cammino. In altre parole, le sta a cuore la famiglia quale luogo dove la politica, intesa come partecipazione attiva alla vita del paese dove per arte si è nati, sia di casa: qui di tutto si può parlare, anche di libertà religiosa o di sesso – ricordiamolo, siamo nell’Italia pre ’68 – perché ciò che si teme non sono gli argomenti, bensì la frattura generazionale intesa anche come silenzio, fuga dall’impegno quotidiano.

Il terzo aspetto riguarda la lingua con cui Ada ha scelto di parlare, di vivere giorno per giorno il proprio impegno politico. E anche in questo si rivela profondamente consapevole dello spirito del suo tempo. Negli anni in cui spesso maldestre sono le risposte all’analfabetismo e alla mancanza di istruzione di buona parte degli italiani, negli anni in cui vivacissima è la discussione sulla lingua nazionale che si sta imponendo attraverso la scuola e la televisione (a questo proposito si può leggere La lettera sovversiva di Vanessa Roghi, Laterza) sceglie un italiano semplice ma mai semplificante, capace di dare nome esatto alle cose e di raggiungere lettori di tutti i tipi. Leggere i suoi articoli è come sedersi a una tavola di cucina per parlare bevendo una tazza di caffè, una tavola che lentamente prende la forma del gruppo di discussione, dove i diversi pareri sono riportati quasi con dovere di cronaca. Lo spessore pedagogico del suo pensiero, la capacità di monitorare continuamente la temperatura culturale e sociale del suo tempo e l’orizzonte internazionale in cui si muove, arrivano a chiunque e permettono a chiunque di confrontarvisi, cercando dentro di sé le domande e le risposte più adeguate alla propria situazione. I temi che di volta in volta decide di affrontare nei suoi articoli di fondo sono quanto mai vari. Ma tutti ruotano intorno a un perno assai chiaro: l’educazione dei figli è il primo mattone di una società più giusta.

Sta qui il quarto, ma non meno importante aspetto tutt’oggi attuale del suo lavoro: la raffinata ricucitura di mezzi e di fini, fin nelle cose più semplici del quotidiano. Perché è nelle scene di ogni giorno, nelle parole e nei gesti del quotidiano, che i genitori trasmettono, consapevoli o meno che ne siano, le proprie convinzioni, il proprio modo di stare nel mondo, l’impegno o la fuga. La famiglia può essere il luogo dove si apprendono le regole dell’autoritarismo, della legge del più forte, del “me ne frego”, diremmo di nuovo oggi, oppure, come auspicava già nel 1869 Stuart Mill nel suo famosissimo The Subjection of Women – “una scuola di simpatia nell’eguaglianza, nel vivere assieme nell’amore, senza potere da una parte e obbedienza dall’altra”.

Non c’è bisogno di dire altro per sottolineare l’attualità del progetto editoriale che Ada porta avanti in anni in cui alta è la fiducia nella portata militante della carta stampata. Se l’esplosione degli opuscoli, delle riviste, dei fogli politici si avrà soprattutto a partire dal ’68, esiste già un’editoria alternativa legata all’educazione portata avanti da singoli o piccoli gruppi militanti: basti pensare a “Scuola e città”, attiva dal 1950 grazie a Lamberto Borghi; ai “Quaderni del Movimento di Cooperazione Educativa”, sviluppatisi rapidamente nell’Italia del boom economico grazie alla diffusione della tipografia di stampo freinetiano e all’impegno personale di molti maestri, fra cui l’insuperato Mario Lodi. Così come esistono riviste che, pur non trattando specificatamente di pedagogia, se ne occupano, e proprio nel senso dato a questo tipo di impegno da Ada Gobetti, come i “Quaderni Piacentini” (cfr. I “Piacentini”, di Giacomo Pontremoli, edizioni dell’Asino 2017). Nessuno, però, si rivolge a quella cellula base della società che è la famiglia. Nello sguardo a questo preciso spaccato, dove le contraddizioni sembrano incunearsi in modo dirompente, sta l’assoluta novità e precisione del progetto editoriale ideato e portato avanti da Ada.

Viene da chiedersi che spazio avrebbe, oggi, una rivista di questo tenore. Non lo si prenda come uno sguardo moralistico, ma in anni in cui il filtro del tempo e della parola di carta hanno smesso di giocare il loro ruolo – pensare una cosa e postarla su un profilo o scriverla in un gruppo whatsapp è questione di un secondo – la calma riflessiva e la costruzione di un pensiero consapevole che traspare dalle pagine di Ada, assumono un sapore quasi doloroso. Non c’è mai un nemico contro cui scagliarsi, un dibattere senza oggetto di lavoro chiaro, un perdere costantemente il senso dei propri confini e limiti. C’è, invece, la volontà di analizzare per comprendere e scegliere, guidati da solidi principi di giustizia. È grazie a questo andamento socratico del pensiero che le pagine di Ada svolgono il loro ruolo di educatrici alla libertà, per parafrasare il titolo di un libro di Lamberto Borghi, uno degli intellettuali che hanno contribuito al giornale. Pur appartenendo a un partito dogmatico, Ada sembra incapace di far sua ogni deriva autoritaria: la difficile formazione che lei stessa visse accanto a Piero Gobetti, la porta a trasformare quella fatica nella forma dialogica dei suoi scritti, coinvolgendo i genitori nella necessità di tenere vivo il dialogo con se stessi ancor prima che con i figli.

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Educazione e intervento sociale

I bambini e la guerra. Una storia che si ripete

di Bruno Maida
Incontro con Luigi Monti

murale di Bansky

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I bambini in armi hanno una loro iconografia consolidata: il ragazzino ugandese o colombiano, in tuta mimetica, strafatto di colla, che imbraccia un kalashnikov e guarda in camera con sguardo da adulto, sostituito più di recente dal bambino jihadista nell’atto di sgozzare uomini bendati in tuta arancione. Icone che generano una reazione morale simile a quella provata di fronte alla rottura di un tabù. Ma il coinvolgimento dei bambini nelle guerre degli adulti non è una novità assoluta del Novecento ed è un fenomeno molto più complesso di quanto queste immagini statiche e la nostra indignazione ci restituiscano.

Sono centinaia i ragazzini che all’inizio del Duecento pare abbiano attraversato l’Europa in direzione della Terra santa per partecipare a quella che è conosciuta come Crociata dei bambini. Molti moriranno in un naufragio, alcuni saranno venduti agli arabi, pochi faranno ritorno. Molto alta fu la partecipazione dei bambini nelle guerre di religione che insanguinarono l’Europa tra il xv e il xvii secolo. Una partecipazione attiva che in molti casi prevedeva anche azioni dirette nell’assassinio di ebrei e ugonotti. Durante la Rivoluzione francese i bambini sacrificati alla causa venivano definiti “martiri” della nazione. Nella guerra civile americana pare abbiano combattuto 100mila bambini di età inferiore ai 15 anni. La piccola vedetta lombarda, Il tamburino sardo e altri racconti mensili del libro Cuore testimoniano il coinvolgimento dei bambini nelle guerre risorgimentali italiane. Dieci dei mille garibaldini erano adolescenti. Insomma, possiamo dire che la storia dei bambini in guerra coincida con la storia della guerra.

A partire dalla Prima guerra mondiale, però, il nesso tra guerra e infanzia – intendendo con ciò il coinvolgimento dei bambini nelle guerre, in termini sia di partecipazione che di numero delle vittime – compie un salto di qualità e assume aspetti specifici che porteranno fino al fenomeno, per certi versi estremo, dei cosiddetti “bambini soldato” delle guerre post-novecentesche. Dentro a questa specificità ha provato a guardare lo storico torinese, Bruno Maida, attraverso uno studio vastissimo e articolato, il primo in lingua italiana, pubblicato da Einaudi alla fine del 2017 con il titolo di L’infanzia nelle guerre del Novecento, premiato la scorsa estate a Lecce dalla nostra rivista.

Questo libro nasce soprattutto sulla spinta di due esigenze. In primo luogo dal tentativo di misurarmi e per quanto possibile oppormi a una rappresentazione pubblica dell’infanzia in guerra sostanzialmente fondata sulla commozione e sull’abuso delle immagini. Se prendiamo la fotografia di un bambino in un contesto di guerra e la mettiamo in prima pagina, nove volte su dieci l’obiettivo reale è spostare l’interesse o la posizione ideologica di chi legge, non difendere quel bambino o coloro che potrebbero essere colpiti dalla stessa violenza. In secondo luogo dalla volontà di contribuire a fornire alla storia dell’infanzia uno statuto che tra i contemporaneisti si fatica a trovare.

Studiando il nesso tra guerra e infanzia nel corso del Novecento emergono alcune contraddizioni rispetto alle quali si può scegliere se procedere per semplificazione (e quindi, facilmente, per banalizzazione e strumentalizzazione) oppure se accettarne fino in fondo la profondità, in certi casi la vertigine, senza pretendere di scioglierle del tutto. Ne cito alcune, tra le più evidenti. Da una parte il Novecento è il secolo che ha prodotto più leggi, convenzioni, pratiche di welfare a difesa dei bambini, dall’altro è quello che li ha coinvolti in maniera più pervasiva nella violenza della guerra. Da una parte l’infanzia è stata considerata la ragione stessa del sacrificio bellico in quanto garante della continuazione della società e dall’altro si è accettato di farne una delle tante poste in gioco. Da una parte consideriamo l’infanzia l’età dell’innocenza, dall’altra la pratica estrema del massacro e del genocidio in varie occasioni ha avuto come protagonisti attivi anche i bambini. Da una parte guardare in faccia la sofferenza ed empatizzare con le vittime infantili è un atto profondamente umano, dall’altro non aiuta sempre a comprendere questioni tanto complesse. Scrutare dentro le guerre che sono scoppiate nel corso degli ultimi cento anni ha significato fare i conti con queste contraddizioni e accettare di non riuscire sempre a ricomporle, nemmeno su un piano teorico.

Educazione e intervento sociale

Due saggi sulla valutazione

di Mauro Boarelli

murale Argiris Ser

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Arrivano contemporaneamente le traduzioni di due importanti libri sulla valutazione pubblicati qualche tempo fa in Francia, probabilmente il Paese europeo dove maggiore è stato negli ultimi anni lo sforzo di analizzare da punti di vista differenti l’espansione di una pratica che sta mutando la natura del lavoro – sia nel settore pubblico che nel settore privato – e quella dei sistemi educativi. La tirannia della valutazione di Angélique del Rey (elèuthera) e Valutatemi! di Bénédicte Vidaillet (Novalogos) hanno il pregio di affrontare un tema vasto e complesso cercando di “mettere ordine”, di dare un senso alle cose.

I lettori italiani conoscono del Rey come co-autrice – insieme a Miguel Benasayag – di Elogio del conflitto (Feltrinelli 2008), uno studio sull’importanza del conflitto nella costruzione delle società democratiche e sui pericoli derivanti dalla sua rimozione, che rappresenta una delle più gravi metamorfosi sociali che caratterizzano il nostro tempo. C’è un filo che lega questi due libri apparentemente distanti, poiché gli strumenti di valutazione standardizzata che hanno colonizzato la scuola e il lavoro sono al tempo stesso effetto e causa di questa rimozione: la caduta della conflittualità ha contribuito ai processi di sfaldamento sociale che rappresentano il terreno di coltura per pratiche fondate esclusivamente sugli individui; al tempo stesso, la diffusione di queste pratiche ha contribuito a sterilizzare la conflittualità sostituendola con la competitività. Del Rey aveva iniziato a indagare i processi di valutazione con un lavoro precedente dedicato alle “competenze”, altro feticcio della post-pedagogia che – a differenza della sua più nobile progenitrice – è dedita a puntellare con “teorie” costruite a posteriori il discorso dei poteri economici che dettano legge nel campo educativo (À l’école des compétences. De l’éducation à la fabrique de l’élève performant, La Découverte 2010). La tirannia della valutazione completa il quadro, e prende le mosse da una constatazione tanto ovvia quanto negata nel discorso pubblico (che – anzi – è costruito proprio a partire da questa negazione): la valutazione non ha avuto nel corso del tempo lo stesso volto con il quale si presenta ai nostri giorni, non è un insieme di tecniche neutre e oggettive fissate una volta per tutte e universalmente valide, ma ha mutato e continua a mutare le proprie funzioni e i propri strumenti in base alle ideologie che di volta in volta la governano. Questa mutazione, inoltre, è strettamente legata alle trasformazioni intervenute nell’organizzazione del lavoro. In particolare, l’autrice si sofferma sull’impatto del New Public Management, ideologia tecnocratica che ha guidato negli ultimi trent’anni l’estensione al settore pubblico di metodi organizzativi e di governo sviluppati nel settore privato. In questo passaggio, le tecniche di valutazione hanno giocato un ruolo cruciale, in quanto sono state separate dalle pratiche di lavoro e di insegnamento, sono state “disincarnate” e rese autonome da ciò che le produceva e le rendeva necessarie, sono state trasformate in un fine in sé, slegato da ogni altra logica. I frutti di questa separazione, di questa inversione tra mezzi e fini, sono molteplici. Da un lato “conflitti di lealtà”, poiché i lavoratori si trovano in uno stato di tensione tra la fedeltà ai propri doveri professionali e la necessità di sottomettere quei doveri a criteri imposti dall’esterno. Dall’altro passività e conformismo, poiché la maggior parte dei lavoratori sarà indotta ad adottare comportamenti opportunistici per sfuggire a questa tensione potenzialmente distruttiva (Del Rey si sofferma su alcuni casi di suicidio tra funzionari pubblici causati dal conflitto tra la volontà di perseguire l’interesse pubblico e la trasformazione del lavoro in una direzione a esso indifferente od ostile). Ciò che il New Public Management ha prodotto è una definizione della qualità derivata esclusivamente dalla quantità, l’esclusione di ogni determinazione del valore che sia intrinseca al lavoro stesso (o allo studio) e la sua sottomissione a parametri esterni, dettati dalle logiche di mercato. Il risultato finale è un sistema di valutazione che stabilisce una “equivalenza degli esseri e delle cose, (…] che oggettivizza i soggetti e li sradica da se stessi, svuotandoli della loro interiorità”, che – infine – ha come scopo ultimo non più quello di valutare il fare, ma l’essere, e ciò comporta una profonda mutazione antropologica: gli individui – come sottolinea Francesco Codello nell’introduzione – sono chiamati non più a saper fare, ma a saper essere.

Questo nucleo centrale dell’analisi presenta numerosi punti di connessione con il libro di Bénédicte Vidaillet, psicanalista ed esperta di psicologia dell’organizzazione. Anche Vidaillet dedica ampio spazio all’intreccio tra lo sviluppo delle attuali forme di valutazione e le trasformazioni nel mondo del lavoro. In particolare, si sofferma sul rapporto tra le motivazioni intrinseche e le motivazioni estrinseche che guidano il comportamento dei lavoratori mostrando – anche sulla base di ricerche empiriche – che esse sono fra loro alternative e non complementari, e che le seconde annullano le prime: “è improbabile che degli incentivi esterni siano più motivanti rispetto a svolgere un lavoro per il fatto che lo si ama e si vuole farlo bene”. Un’osservazione che – naturalmente – potrebbe essere estesa anche allo studio. Il sistema complesso e fortemente burocratico degli “indicatori” che a ogni livello e in ogni campo di attività pretende di misurare e classificare, non solo sostituisce la dimensione qualitativa con quella quantitativa, ma antepone il risultato al lavoro delegittimando ogni forma di piacere non direttamente legata a una visione utilitarista e svuotando “il lavoro di ciò che rende possibile svolgerlo semplicemente per amore del lavoro ben fatto”. In pratica, il sistema di valutazione funziona attraverso l’istituzione di automatismi che assegnano a ciascuno obiettivi da raggiungere, obiettivi rigorosamente individuali che – sommati tra loro – dovrebbero garantire il risultato complessivo. Si tratta, evidentemente, di una forma di taylorismo, la cui rinascita era stata non a caso sottolineata nell’ultimo intervento pubblico di Bruno Trentin (riproposto da questa rivista nel n. 18) dedicato a una critica radicale del concetto di “merito”. L’obiettivo perseguito è quello di ricondurre tutto ai singoli individui, di indebolire i legami reciproci fino a spezzarli, a insediare la rivalità e l’invidia al posto della cooperazione e, infine, a eliminare il conflitto. Ancora una volta, attraverso un percorso analitico diverso rispetto a quello di Del Rey, si giunge alla stessa conclusione: i sistemi di valutazione standardizzati rappresentano un potente strumento di depotenziamento del conflitto sociale.

Educazione e intervento sociale

I bambini di Giove, al saggio di fine anno

di Piergiorgio Giacché

murale di Margaret Kilgallen

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I bambini di Giove vengono da un olimpo scolastico raro, che non si sa più come definire, una volta che la “buona scuola” l’hanno rubata i politici, e le “eccellenze” si regalano a tutti gli istituti dotati di informatica, elettronica, robotica e altri giocattoli nuovi di zecca. La scuola di Giove non è dunque eccellente ma efficiente e perfino divertente: non ha nuovi giocattoli ma proprio per questo ancora sa “giocare”, che è poi il verbo del teatro.

La scuola di Giove è quella di un piccolo paese umbro con un “piccolo maestro” un po’ alla Meneghello, che cioè non smette di essere “studente e partigiano” di una pedagogia dove il Dire e il Fare e il Pensare crescono l’uno sull’altro e si confondono in una unica esperienza… Non dovrei fare i complimenti a Franco Lorenzoni che ne ha già accumulati abbastanza, ma quando vedo i processi e tocco i risultati della sua “scuola”, non posso tacere e non voglio mentire… I bambini di Giove, una volta arrivati alla licenza di quinta diventano “fanciulli”, ovvero entrano nell’anticamera dell’adolescenza, che poi non è l’età della crisi (come dicono gli psicologi) ma quella dell’apertura (come dice un pedagogo come Aldo Capitini): quella fase in cui si acquista il coraggio e non si perde la purezza, si incomincia una storia ma non si interrompe l’avventura. Quella fase in cui la “sorpresa” della coscienza li turba e intanto li entusiasma, li spinge verso “il giusto, il buono, il vero, il bello” – perché così si chiamano e si mettono in fila i “valori”, sempre secondo Capitini. Ed è appunto ad Aldo Capitini che i fanciulli di Giove hanno dedicato un loro “saggio di fine d’anno”. Un compito in classe di tutta la classe che viene composto e proposto come se fosse teatro, ma solo perché la scena è la lavagna orizzontale dove ci si può muovere con il corpo e scrivere con l’azione quello che si è imparato e inventato a scuola. Quest’anno, il tema era lo studio e la scelta tra la Pace e la Guerra, e lo svolgimento combinava le riflessioni dei giovani alunni e le citazioni di antichi autori come Erodoto e Aristofane e moderni profeti della nonviolenza come Gandhi e Leymah Gbowee.

Io il loro “saggio” l’ho visto a Foligno, nel giovane teatrino dello Zut, diretto e curato da Michele Bandini ed Emiliano Pergolari, anche loro nati e “imparati” in una scuola, anzi nella Non-scuola di teatro di Ravenna. Da Giove erano venuti i ragazzi con le loro famiglie, ma è stata la prima volta – a mia memoria – che i genitori e i parenti si sono comportati da vero pubblico adulto e suddito, evitando quel vizio di festeggiare e fotografare ciascuno il proprio figlio, come in tutte le altre occasioni di ‘teatro scolastico’ accade di vedere e dover sopportare. Soltanto al finale è arrivato l’applauso, dovuto non allo spettacolo ma al suo contrario: l’ammirazione per la coralità e la concentrazione di una classe che restava totalmente immersa nel “suo” gioco.

Ecco, si è trattato di “teatro del gioco” invece che di gioco del teatro: di fronte a un pubblico, certo, ma chiuso e concluso nel cerchio dei loro corpi o nel campo delle loro azioni. Un gioco che può usare un linguaggio teatrale ma continua a obbedire alla sue regole e ritmi che alternano serietà e libertà, impegno e divertimento; un gioco aperto alla vista ma non sottomesso al “farsi vedere”. Appena un passo più in là e l’esposizione si sarebbe falsata in esibizione, ancora un altro passo e i giocatori “professionisti” si sarebbero corrotti in attori “dilettanti”, e perfino traditori del teatro del gioco a vantaggio del dare spettacolo…

Ma questo non è successo, il limite non è stato superato e nemmeno sfiorato, come per un miracolo della regia, anzi per merito della “scuola”.

I bambini di Giove adesso andranno alle medie, ma si può scommettere e insieme sperare che – dopo essere diventati tutti insieme un “saggio” – non rientreranno facilmente e immediatamente nella “media”. Non se restano insieme, non se hanno davvero imparato le regole del gioco.

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Educazione e intervento sociale

Perché il padre

di Giovanni Zoppoli

istallazione di Jorge Rodriguez-Gerada

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Dal documento del Mammut napoletano sulle esperienze e i problemi dell’ultimo anno di attività, stralciamo una parte che ci sembra di grande interesse per il dibattito pedagogico e per la comprensione dei dilemmi più radicali della società contemporanea (Gli asini).

Nello scorso ciclo è venuto a galla uno dei principali fattori di blocco nel processo di separazione/individuazione delle ultime generazioni. Questo fattore è “banalmente” il padre, in senso astratto e figurato. In poco meno di un secolo abbiamo assistito alla decadenza ineluttabile di una delle due funzioni genitoriali determinanti al pari dell’altra. E a farne le spese in primis è stato proprio uno dei principali campi della funzione paterna: il processo di separazione/individuazione. Quello dove il padre (o chi ne svolge le funzioni) svolge un ruolo determinante di accompagnamento verso l’esterno, verso il fuori della famiglia. È il ponte, amorevole ma determinato e capace di mettere a tacere il diluvio dei sentimenti, verso la società dei grandi. Nella tradizione mitica (di una società non medicalizzata)  è  lui che taglia il cordone ombelicale.

È necessario ribadire che stiamo parlando di un processo intrapsichico, riportato in ambito educativo. Parliamo principalmente delle funzioni svolte da un educatore e, inevitabilmente, dell’equilibrio raggiunto da quell’educatore rispetto alle parti del proprio sé preposte a queste funzioni (si guardi alle teorie dell’analisi transazionale, della gestalt e della bioenergetica in riferimento alle dinamiche bambino, genitore, adulto. Tra gli autori più chiari in merito Thomas A. Harris, in particolare nel saggio Io sono OK, tu sei OK (Rizzoli 1974), ma anche il lavoro di Bennett Shapiro relativamente ai più recenti sviluppi della bionergetica internazionale).

Nel secolo precedente ha perso del tutto credibilità la funzione paterna come capofamiglia, autorità intoccabile, distante,  che non prende parte alla vita quotidiana dei figli se non in questo modo. Eppure, in mancanza di altre, questa è la percezione che sembra permanere in piedi nelle profondità dei figli del 2000 (modello a cui uniformarsi o a cui contrapporsi, non fa troppa differenza). Il padre che si arrabbia, il padre inarrivabile, il padre super impegnato per iper lavoro o disoccupazione, il padre come spauracchio da sventolare al figlio disobbediente, il padre da aizzare contro il primo mal capitato. Descrizione che finisce per  coincidere, per altro verso, con la figura di essere umano essenzialmente stupido, in fin dei conti innocuo o facilmente neutralizzabile da una “femmina” che ci sa fare, limitato, incapace di badare a sé stesso per più di qualche ora senza una mammina – e successive sostitute – che si prenda cura di lui. È purtroppo questa l’immagine di padre più ricorrente (quando c’è, e quando non c’è si pretende che siano altri – nonni, educatori e affini – a interpretarla). Immagine che, come per il parlamentarismo di cui parlavamo prima,  ha di fatto perso credibilità e forza (per fortuna). Ma l’intimità madre figlio diventa in questo modo ancora più irraggiungibile per il padre rispetto al secolo scorso. Dinamica  nella  quale il padre riveste ovviamente un ruolo attivo, con precise responsabilità. Anche perché, in mancanza di un modello di padre a cui riferirsi, lascia campo libero alle pulsioni simbiotiche, finendo molto spesso per esercitare anche lui una preminente funzione materna. Il padre si è lasciato esiliare al terreno di eterno bambino travestito da super-io, lontano dall’intimità familiare. In senso astratto e figurato anche qui. Poco conta se il padre è rimasto sotto il tetto coniugale o meno, abbiamo incontrato casi molto critici di funzione paterna assente sebbene chi la esercitava continuasse a convivere sotto lo stesso tetto, a fronte di situazioni più equilibrate dove i padri avevano invece deciso di esercitare la propria funzione da separati.
Insomma, la sfida a cui anche noi vogliamo puntare in questo anno di Mammut, è la ricerca del padre, o meglio della sua funzione, in ciascuno di noi e nella collettività di cui siamo parte. La ricerca di quella funzione capace di stare dentro, ma di farsi allo stesso tempo ponte verso la fine del diluvio, verso terre nuove che solo il navigante potrà scorgere. Ben consapevoli che tutti i venditori di verità su questo argomento fanno parte del problema, perché non esiste oggi una figura di padre perfetto a cui tendere. Additare modelli di padre equivale a entrare a far parte del delirio narcisistico sfruttato da chi della difficoltà umana ha fatto la propria miniera. Esiste però la possibilità di rendersi conto di questo problema e di mettere in campo una ricerca autentica per tentare di affrontarlo. A partire dalla ricerca della responsabilità di ciascuna delle parti in gioco (madre e padre interni ed esterni) in questa dinamica devastatrice.