Educazione e intervento sociale

Contro l’università. Troppe tesi?

di Claudio Giunta

illustrazione di Nikolaus Heidelbach

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

Si definisce “massa inerziale di un corpo” la resistenza che esso oppone a cambiare il suo stato di moto in conseguenza dell’applicazione di una data forza. Anche il sistema italiano dell’istruzione ha una sua massa inerziale, ed è tale che il suo moto è rimasto praticamente immutato anche dopo che, qualche anno fa, una Forza vi ha introdotto dei cambiamenti, in potenza, rivoluzionari.

Prima della riforma universitaria gli anni di corso erano quattro e la tesi di laurea era una. Di solito era un lavoro molto impegnativo che richiedeva mesi, e infatti era raro che ci si laureasse in tempo, anche se si finivano gli esami entro il quarto anno. La riforma universitaria del 2000 ha diviso in due parti la carriera universitaria: un triennio “propedeutico” e un biennio “specializzante”. Che fare con la tesi di laurea? Non si può dire che a questo proposito si sia fatto un grande sforzo di fantasia: se ne fanno due, una alla fine del triennio e una alla fine del biennio.

Educazione e intervento sociale

Contro l’università. Concorsi e valutazione

di Andrea Inzerillo e Gabriele Vitello

disegno di Tomi Ungerer

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Vale la pena di tornare a parlare di Le Concours, il film di Claire Simon che ha vinto il Premio Venezia Classici alla 73esima Mostra del cinema lo scorso anno e che forse non è stato visto in Italia con la dovuta attenzione. Di cosa tratta? Innanzitutto, e a un primo livello, della prova di ammissione alla più importante scuola di cinema di Francia, la Fémis di Parigi. Migliaia di candidati si ritrovano ogni anno a concorrere per entrare dalla porta principale nel sistema del cinema francese, provando ad assicurarsi se non la gloria, almeno un posto in uno dei rami dell’industria cinematografica d’oltralpe. La Fémis è per la settima arte il corrispettivo delle grandes écoles francesi, istituti di alta formazione che cercano i migliori candidati per garantire loro una preparazione d’eccezione. Nel considerare esclusivamente il merito, prescindendo dall’origine sociale degli allievi, le grandi scuole sono il fiore all’occhiello di quella che è, sulla carta, l’égalité francese. Il film di Claire Simon prova a indagare dunque il rapporto tra formazione e lavoro, nonché il tentativo di farsi spazio in un sistema estremamente selettivo come quello del mondo contemporaneo. Si sarebbe potuto intitolare La Compétition? Certo il film racconta di una società competitiva, eppure il titolo non sarebbe stato adatto, perché lo sguardo della regista non indaga le dinamiche che si creano tra i candidati – limitandosi anzi a rare manifestazioni di delusione tra gli esclusi, in occasione delle affissioni dei tabulati con i risultati delle varie prove o di qualche telefonata in cui si chiedono informazioni sugli stessi – bensì quelle che caratterizzano i rapporti tra i selezionatori, uomini e donne di cinema chiamati a scegliere nella massa di potenziali allievi della scuola. In uno degli incontri preparatori, Alain Bergala chiarisce che il processo di scelta è condotto da persone diverse da quelle che accompagneranno i vincitori nel percorso pluriennale di formazione, perché in questa scuola “non ci sono corsi, non ci sono professori”.

Educazione e intervento sociale

Contro l’università. Per una sociologia come ricerca

di Stefano Laffi

illustrazione di Daniel Clowes

Questo intervento, uscito sul n. 44 de “Gli asini”, fa seguito a quello di Vando Borghi pubblicato nel n. 41: acquista il numero o abbonati ora per sostenere la nostra rivista.

 

Sono arrivato alla sociologia dall’economia, che trovai una disciplina antibiologica, per come tratta la natura e l’uomo – risorse da sfruttare, costi di bonifica e di scioperi da contenere – e in parte fasulla, perché fatta nella dottrina universitaria di modelli che funzionano su ipotesi irrealistiche, nascoste dietro l’incessante uso di diagrammi. Nella sociologia sentivo e sento quel giusto debito alla complessità del mondo, senza sconti cioè spesso senza sintesi, un umanesimo di cui l’economia è priva, una dialettica aperta e meno schierata aprioristicamente per scuole, come succede alla psicologia. Alla Bocconi, dove studiavo, c’era un solo esame di sociologia, di nessun peso, e intuii che quella doveva essere la spina nel fianco di una disciplina come l’economia altrimenti potente, e supponente, a cui devo però la conoscenza della matematica e della statistica e la chiave di accesso alla prospettiva dominante sul mondo: sotto la lente del profitto tutto appare diverso – un bambino, un albero, una malattia, un libro – quando te ne accorgi ti spaventi ma capisci molte cose.

Educazione e intervento sociale

Associazioni: Roma non le vuole

di Lorenzo Manni

disegno di Alice Socal

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 44 degli Asini: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

Nata a Roma nel 1988 nel quartiere San Lorenzo su iniziativa dello psichiatra e scrittore Marco Lombardo Radice, il Grande cocomero è un’associazione di volontariato che opera nel campo della psichiatria dell’età evolutiva. 

 

Giovedì 9 Marzo 2016, tardo pomeriggio, i ragazzi del Grande cocomero sono impegnati in un accanito torneo di biliardino a eliminazione diretta e non fanno caso al grattare nervoso alla porta. Attraverso il vetro intravediamo la sagoma di qualcuno che nella pioggia non riesce a trovare la maniglia e si muove nervoso all’esterno. Facciamo entrare un signore alto, magro, visibilmente affaticato: portiamo dell’acqua, si siede su un divano, respira male, sembra in difficoltà. Ma non è vero.

Siamo noi quelli in difficoltà.

Verso la fine del 2014, Roma era stata travolta dalla scoperta della cosiddetta Mafia capitale, un’organizzazione criminale ramificata che aveva condizionato per diversi anni la politica cittadina gestendo appalti, lavori e affitti attraverso un consolidato sistema di corruzione di cui avevano beneficiato esponenti di tutti gli schieramenti politici.

Educazione e intervento sociale

Baobab experience: un esempio di intervento volontario

di Roberto Viviani, a cura di C.  Purificati e N. Villa

disegno di Boulet

L’accoglienza a Roma è diventata in questi mesi e anni il termometro più evidente di un fallimento civile e sociale che riguarda un intero paese e tutto il continente europeo. Esclusi i movimenti cattolici che si sono mobilitati intorno alle parrocchie, Baobab resta oggi la più interessante esperienza laica nata dal basso in questi anni. Da via Cupa, dove sorgeva il primo centro, a via Gerardo Chiaromonte (un parcheggio per bus abbandonato ribattezzato piazzale Maslax) da una parte all’altra della stazione Tiburtina, l’associazione ha subito venti sgomberi in due anni, ma ora accoglie e sopravvive in un terreno delle Ferrovie dello stato all’ombra di un enorme capannone ribattezzato nel 2004 quando venne sgomberato “Hotel Africa”, il primo caso in cui la città di Roma scoprì l’esistenza di centinaia di profughi. Abbiamo incontrato Roberto Viviani, uno dei primi volontari a frequentare il presidio di Baobab, che ci ha raccontato il lavoro dell’associazione (Gli asini).

 

Nel presidio del Baobab al momento dormono circa centoventi persone, un piccolo numero nelle poche tende, la maggior parte a terra senza niente per paura di altri sgomberi da parte della polizia. Il numero dei volontari è difficile da stimare perché c’è chi viene solo saltuariamente, potendo solo il weekend, chi riesce a garantire più giorni. Ognuno fa secondo le sue possibilità, ed è già tanto.

I bisogni primari garantiti sono: tre pasti al giorno, colazione pranzo e cena; una distribuzione di vestiti settimanale, salvo eccezioni, attraverso un magazzino diffuso nelle nostre macchine, pronto per qualsiasi evenienza. Il supporto legale garantito è disponibile quattro volte a settimana, grazie a diverse associazioni, come i Radicali e A buon diritto, oltre agli avvocati volontari del Baobab. Per l’assistenza medica abbiamo avuto l’appoggio, fin dal primo giorno, di Medu, Medici per i diritti umani. 

 

L’accoglienza e i confini

In questi anni è cambiato molto lo status giuridico di chi è arrivato al Baobab, perché nel 2015, quando abbiamo iniziato, era tutto più facile: c’era il centro di via Cupa e, soprattutto, perché il 99% dei migranti era composto da eritrei in transito. Il supporto legale, all’epoca, c’era una volta a settimana e andava praticamente deserto, perché le persone rimanevano per cinque o sei giorni al massimo, non erano identificati e quindi il problema era arrivare alla frontiera, dove si trovava qualche controllo al Brennero ma niente di troppo pericoloso. Dall’autunno 2015 la situazione è cambiata in modo radicale: tutti coloro che arrivano nel nostro paese e nella nostra città sono identificati, e quindi molti sono respinti alla frontiera e tornano indietro. In più ci sono i cosiddetti “dublinati”, cioè persone arrivate in altri paesi e che sono state rimandate indietro nel primo paese di sbarco, e sono quelle con la situazione psicologica più fragile.