Educazione e intervento sociale

Vagabondi efficaci

di Fernand Deligny. Traduzione di Chiara Scorzoni

Questo lungo articolo di Fernand Deligny, resoconto delle iniziative pedagogiche messe in campo fino ad allora con i cosiddetti ragazzi difficili (disadattati, criminali, asociali, caratteriali e irrecuperabili, secondo le diagnosi di allora) uscì per la prima volta sul n. 39 di “Partisans” (ottobre-dicembre 1967), la rivista “di movimento” fondata da François Maspero e poi raccolto nel 1970, per le edizioni dello stesso Maspero, in una bellissima antologia dal titolo programmatico di Les vagabonds efficaces: il problema, sosteneva Deligny, non è quello di normalizzare dei disadattati, ma di rendere “efficace” il loro disadattamento. Da lì a poco, quando iniziava a montare il Maggio francese per le strade di Parigi, Deligny avrebbe dato avvio all’ultimo “tentativo”, portato avanti per trent’anni, fino alla morte, sui monti delle Cévennes, con ragazzini autistici e mutacici. Stiamo curando per le Edizioni dell’asino un’antologia degli scritti che renderà conto dell’intera parabola “antipedagogica” del grande (e in Italia sconosciuto) educatore francese. (Gli asini)

 

Il gruppo e la domanda

Intorno agli anni Cinquanta ebbe luogo un tentativo di presa in carico “in cura libera” di adolescenti caratteriali, delinquenti e psicotici, che non sembravano poter migliorare attraverso un “internamento”, ovunque fosse, Servizio psichiatrico compreso.

Mi è stato spesso chiesto di precisare i metodi di questa organizzazione che chiamammo La Grande Cordata.

Ora, a distanza di una quindicina d’anni, capisco perché io non abbia mai risposto a quella domanda. Quanto accadeva, come si suol dire, all’interno di quell’organizzazione nata da un piccolo gruppo di volontari dalle idee abbastanza disparate acquista senso solo se rendo conto della Grande Cordata come di una tappa, o piuttosto, come di una presa di posizione che viene dopo altre prese di posizione nel corso di un lungo cammino pieno di deviazioni e senza una meta precisa.

Non si tratta dunque di un metodo, non ne ho mai avuto uno. Si tratta proprio di una posizione da mantenere, in un dato momento, in luoghi del tutto reali, all’interno di una situazione molto concreta. Non mi è mai capitato di riuscire a mantenerla per più di due-tre anni. Ogni volta, era circondata, assediata e io mi arrangiavo come potevo, senz’armi né bagagli e sprovvisto di qualsiasi metodo.

Educazione e intervento sociale

C’era una volta il San Michele

di Vittoria De Palma

illustrazione di Simone Massi

Nel secolo XVI Tommaso Odescalchi raccolse i fanciulli poveri e diede origine all’Ospizio di San Michele, che fu ingrandito da Innocenzo XII. Nell’Ospizio erano raccolti fanciulli abbandonati che venivano mandati nelle botteghe delle città dove si istruivano nelle arti meccaniche. Secondo quanto riferisce il Morichini, (Degli istituti di pubblica carità e istruzione primaria, Roma 1842, vol. II), “videsi che ciò non tornava a vantaggio del buon costume, onde si stimò meglio intrattenerli in casa medesima e introdurre lavori grossi detti romaneschi, e questa fu la prima origine del lanificio dell’Ospizio Apostolico”. Riferisce inoltre il Morichini che in questo ospizio fu installata per la prima volta in Roma una pompa idraulica, che fu anche la prima macchina che apparve in Roma: ciò fu dovuto al cardinale Antonio Tosti, il quale ha dato il nome alla via dove oggi è situata la nuova sede.

Educazione e intervento sociale

Genova, di droga si muore

di Roberto D’Alessandro

In un torrido fine luglio genovese, mentre la città dibatte noiosamente su quanto sia opportuna l’iniziativa del “red carpet” nelle località turistiche della Liguria, un evento sembra scuotere le coscienze e riportare sui media il tema della droga. È la morte di Adele, una ragazza di sedici anni, che nel corso di una serata tra amici assume una dose di mdma (ectasy), viene colta da malore e crolla a terra vanificando ogni tentativo di rianimarla da parte dei soccorritori.

Quando muore una ragazza di sedici anni in queste circostanze, riparte sui media la catena di titoli caratterizzati da parole come “emergenza”, “allarme”, “dilagare del fenomeno”. E per esorcizzare l’angoscia di non trovare rapidamente una connessione tra causa ed effetto, prima ancora di capire cosa stia succedendo molti si prodigano alla ricerca di soluzioni, spesso troppo semplicistiche per affrontare il problema. La complessità del quale richiederebbe invece la costruzione di un sistema di risposte e interventi, che intercettino mondi diversi ma tra loro connessi come quello della formazione, dell’educazione, della cultura, del divertimento, delle relazioni intergenerazionali.

Educazione e intervento sociale

Napoli, uno sparo nella notte

di Gianluca D’Errico

 

Mi sbilancio: se qualcuno volesse capire qualcosa in più della città di Napoli, oggi, dovrebbe leggere Lo sparo nella notte di Riccardo Rosa, edizioni monitor.

Non siamo di fronte ad alta letteratura o a complessa analisi, ma a una inchiesta giornalistica. Il libro racconta dell’uccisione di Davide Bifolco, un giovane napoletano, a opera di un carabiniere. Una morte della quale si parlò tanto all’epoca dei fatti nel settembre 2014, e non solo in città. Tre ragazzi su uno scooter, un inseguimento a opera di una volante, un carabiniere che spara. Questi i tre elementi accertati della storia, elementi, fin dai primi giorni, variamente ricombinati ad alterare la verità. Si scrisse che sul mezzo c’era un pregiudicato, si scrisse che i ragazzi avevano un’arma, che avevano forzato un posto di blocco. Tutte cose poi smentite. Smentite che non fecero clamore: da questo modo approssimativo e tendenzioso di ricostruire i fatti sarebbe dovuta derivare una generale riprovazione per quella che, secondo me, è una delle categorie professionali più “corrotte” che abbiamo in Italia: i giornalisti. Così non fu ovviamente, anzi: alle ricostruzioni sbagliate (pochissimi ebbero il buonsenso di anteporre un “forse” alle “verità” che provenivano in massima parte da quanto riferito dall’arma dei carabinieri) si aggiunsero analisi pseudo sociologiche e criminologiche a dir poco fuorvianti. Gli sputasentenze che affollano i salotti della tv italiana insieme a tanti editorialisti fondarono le loro prediche e telecondanne su fatti che nessuno si prese la briga di verificare.

Lentamente ma inesorabilmente la vittima, un sedicenne incensurato di un quartiere periferico di Napoli, divenne il “colpevole”. Colpevole di essere in qualche modo assorbito in una battaglia tra “il bene e il male”, forze dell’ordine e criminalità, che in quel quartiere si svolge quotidianamente; di essere, a prescindere dalla propria storia personale, un “non civile” ( “era un teppista, lo era da vivo e lo è da morto” ebbe a dire Borghezio in una delle tante trasmissioni televisive che si avvicendarono nei giorni successivi all’omicidio secondo quanto riferisce Rosa); colpevole di avere qualche parente che aveva avuto problemi con la giustizia.

Educazione e intervento sociale

Studenti in carcere

di Claudio Pedron

illustrazione di Paper Resistance

Insegno in carcere da venticinque anni e uno dei problemi principali è stato quello di riuscire ad aprire le classi in cui insegnavo. Aprirle per far uscire e anche per far entrare. In entrambi i casi, l’ospite era una: la conoscenza. Fin dal 1992 ho cercato contatti con le scuole esterne, andando a incontrare gli studenti e portandoli in carcere. Aprire per aprirsi, non necessariamente accogliere ma ascoltare e interrogarsi. Dall’anno scorso ho trasformato questa esperienza in un progetto per il Cpia 1 (Centro provinciale istruzione adulti) Firenze: “Il carcere a scuola, la scuola in carcere”.

Ci sono molte esperienze analoghe in giro per l’Italia. La mia si sviluppa in tre passaggi:

  1. Insegnanti, volontari, ex detenuti, operatori carcerari vanno nelle classi esterne a parlare e rispondere alle domande degli studenti.
  2. Le stesse classi vengono in carcere a incontrare gli studenti momentaneamente reclusi e gli operatori.
  3. Tutti assieme nel teatro del carcere per uno spettacolo e un confronto di restituzione.

Nel mezzo due libri da leggere: Camosci e girachiavi. Storia del carcere in Italia un saggio di Christian G. De Vito (Laterza 2009) e Alice nel paese delle domandine, una raccolta di racconti curata da Monica Sarsini (Le Lettere 2011). In aggiunta il lavoro svolto in classe con gli insegnanti. Hanno partecipato 240 studenti tra interni ed esterni al carcere.

Per raccontare questa esperienza ho scelto dei pezzi da alcuni scritti pescati a caso tra i testi che i ragazzi e le ragazze dai 15 e i 21 anni di un istituto professionale, di un liceo scientifico e di un liceo classico ci hanno restituito alla conclusione del progetto.

Un mio allievo, momentaneamente recluso, ha detto che noi insegnanti sbagliamo. Non dobbiamo portare questi ragazzi in carcere perché non si ha paura di quel che si conosce ma di quello che non si conosce. Credo sia un buon motivo per continuare, giudicate voi.