cultura pedagogica

Ricordo di Tullio De Mauro

di Goffredo Fofi

foto di Alessio Jacona

foto di Alessio Jacona

La sua Storia linguistica dell’Italia unita (Laterza 1963, più volte ristampato) è uno dei titoli imprescindibili della nostra cultura novecentesca, quello dove il magistero di Gramsci ha trovato il maggior equilibrio possibile tra scienza e comunicazione. Quel saggio ci ha aiutato a mettere ordine nel groviglio dei dialetti e delle lingue, delle differenze economiche e antropologiche della nostra storia e della nostra geografia, ci ha offerto un quadro che ci è parso fondamentale per le pratiche pedagogiche più oneste, e che dimostrava una singolare e inattesa vicinanza ai principi di una scienza che ancora oggi – tra le poche davvero necessarie – fa fatica ad affermarsi, la geografia umana che tiene insieme molti aspetti del sapere per dar conto della complessità del presente, delle sue molteplici componenti e radici.

Non fosse che per questo, grande dev’essere la nostra riconoscenza nei confronti di Tullio De Mauro, che ha peraltro avuto il merito di introdurre nella cultura italiana il nome di Saussure e le acquisizioni e gli approcci della grande linguistica, compresa la russa. Accademico scrupoloso, docente appassionato del suo lavoro pur nell’accettazione degli usi e costumi dell’accademia – non sempre i più adeguati ai bisogni della realtà – ha creduto fortemente, contro venti e maree, alla necessità di operare dall’interno delle istituzioni per un cambiamento della nostra società in funzione democratica e in difesa di quelle che chiamavamo un tempo le “classi subalterne”. Solo questo ci divideva da lui, noi ostinatamente “extra-parlamentari” ed “extra-istituzionali”, ma nello stesso tempo ce lo faceva considerare un amico e non uno “dell’altra parte”, perché abbiamo sempre creduto nel dialogo e nel confronto non tanto con le istituzioni quanto con la “sinistra parlamentare”, un confronto reso più difficile, e oggi concretamente impossibile, dalla  degenerazione, confusione e morte della sinistra, al cui centro è stata l’eterna ambiguità del Partito comunista e dei suoi eredi, “manifesto” compreso, avviluppata all’esistente e alle astuzie della sopravvivenza, avviluppata al tronco dello sviluppo, scambiato, come ebbe a insistere Pasolini, col progresso (e già il concetto di progresso era stato messo in discussione da tanti, noi compresi).

cultura pedagogica

L’onda lunga delle pedagogie nere

di Grazia Fresco Honegger

Stiamo facendo uno spoglio dei primi numeri della rivista per ritrovare vecchi collaboratori, per ripercorrere piste interessanti, per rinsaldare la rete costruita in questi anni. Molti articoli pubblicati in passato non sono invecchiati e hanno ancora una forte presa sul presente.
Questo pezzo di Grazia Fresco Honegger è uscito sul n.1 nell’estate del 2010. Abbonati ora per ricevere la versione cartacea.

illustrazione di Adelchi Galloni

illustrazione di Adelchi Galloni

Alice Miller, psicoanalista zurighese, dopo aver lavorato per lunghi anni con gli adulti, intorno al 1980 decise di uscire dalla Società Psicoanalitica Svizzera e di chiudere con la professione, convinta ormai che “la teoria e la pratica psicoanalitica mascherino o rendano irriconoscibili le cause e le conseguenze dei maltrattamenti infantili, visti come fantasie quando invece sono fatti concreti[1]”. Una disciplina – la psicoanalisi – importantissima ma che, secondo le sue esperienze, finisce per giustificare il male che si infligge all’infanzia. Trasformata in una sorta di psicologia selvaggia, è entrata dappertutto, volgarizzata in modo tentacolare tanto da produrre danni vistosi che sono sotto gli occhi di tutti, anche se disinvoltamente ignorati.
All’epoca la Miller coniò il termine pedagogia nera per definire la diffusissima persecuzione da parte degli adulti di ogni elemento vitale dei bambini nei primi anni della loro crescita: annientamento dei sentimenti, sadismo, punizioni corporali, disprezzo, ingiustizie, erotismo precoce, paure, minacce, promesse mancate. Una pedagogia che genera mostri, un pozzo nero di odio sconfinato (il pozzo del dolore, lo definiva Janov). Se ne può avere un’idea leggendo libri come I quasi adatti di Peter Hoeg, ambientato nella nobilissima Danimarca degli anni Settanta o vedendo film come Magdalene, di Peter Mullan, la storia umiliante di una ragazzina o poco più, stuprata e chiusa contro la sua volontà in un convento irlandese e qui seviziata ulteriormente. Un caso come i tantissimi di cui proprio la cronaca di questi giorni sta restituendo una verità atroce e insieme misconosciuta.
Quanto al nostro paese “la persecuzione del bambino”, come la definisce la Miller, si consuma tra famiglia, scuola ed extra-scuola, ammorbata da una cultura cinica o all’opposto permissiva – di fatto un “Arrangiati!”. Non a caso, forse, il suicidio è diventato anche in Italia la seconda causa di morte tra gli adolescenti, senza escludere i suicidi “nascosti”, quelli dei ragazzi che si distruggono nelle droghe o sulla strada. Un quadro veramente angosciante.

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A scuola dopo il dottorato? Una risposta

illustrazione di Roberto Innocenti

illustrazione di Roberto Innocenti

 di Nicola Ruganti

Fare proposte è legittimo e giusto, ma si dovrebbe anche fare un buon servizio alle persone che tiriamo in ballo con le nostre idee.
Quale è il senso della proposta di Claudio Giunta sul “Sole 24 ore” del 14 dicembre scorso, a proposito del reclutamento docenti? Io ho capito questo: in Italia ci sono circa diecimila addottorati; non tutti sicuramente vorrebbero insegnare, ma, per quella percentuale che lo voglia fare, perché non rendere possibile l’accesso all’insegnamento? Le modalità sarebbero queste: “conversazioni con specialisti di pedagogia, tirocinio semestrale in classe”.
La formazione dei docenti contempla delle abilità che sono dette “cliniche”: quelle di stare nell’azione con una postura di attenzione all’imprevisto e all’altro mentre allo stesso tempo si persegue un programma. dove si impara questo?  Dove si impara come tornare sulla propria pratica per scorgervi altri significati e ipotesi? Gli aspetti da analizzare sono due: uno tecnico normativo, da non tralasciare ma meno interessante del secondo, che è il ruolo della pedagogia.
Dal punto di vista tecnico normativo: le scelte, le opzioni sono disponibili in ogni momento? No, perché il tempo stratifica burocrazia e nella scuola italiana dei ricorsi diventa difficile immaginare che il dottorato diventi abilitante. No, perché l’altra faccia della medaglia è che si scelga il dottorato per diventare insegnante alle medie superiori o inferiori che siano e non per diventare ricercatore.
Così facendo si crea un vizio sostanziale di una certa rilevanza, il Ministero dell’Istruzione continua a inanellare concorsi a concorsi, graduatorie a graduatorie e bluff su bluff. Proporre un ultroneo gruppo di aspiranti all’insegnamento non sembra una riflessione che aiuti a fare chiarezza a coloro che vogliono fare gli insegnanti né al sistema scolastico più in generale.

cultura pedagogica

A cosa serve andare a scuola?

Illustrazione di Tomi Ungerer

Illustrazione di Tomi Ungerer

di Claudio Giunta

Questo articolo è uscito sul fascicolo 6-2012 della rivista “Il Mulino”.

1. Qual è lo scopo dell’istruzione? Dopo anni di letture e di riflessioni, uno ha la tentazione di accontentarsi di un programma minimo, di puro buon senso…

Il principale obiettivo dell’istruzione potrebbe consistere nell’imparare a usare (e nell’imparare a credere in) frasi come È un problema da valutare meglio, o Non tiriamo conclusioni affrettate, o Non ci saranno favoritismi, o Bisogna sforzarsi di dare a tutti le stesse opportunità, o È bene che chi ha di più aiuti chi ha di meno, o Bisogna aver cura dei beni pubblici, o Ognuno dev’essere libero di esprimere le sue opinioni. E consiste anche nel non usare, nell’imparare a sorridere di frasi come Lei non sa chi sono io, o È solo un negro, o È solo una donna; o anche di frasi sbagliate per il tono più che per il concetto: Io non sono uno che le manda a dire, o Quella è persona mia, o È tutto un mangia mangia, eccetera. Un buon uso del linguaggio, che dovrebbe corrispondere (anche se non sempre corrisponde) a un buon uso delle idee.

Questo obiettivo, questo elenco di obiettivi, non ha nulla di naturale. Possiamo immaginare senza sforzo un gruppo di individui, una società, nella quale si difendano e si diffondano precetti diversi: per ipotesi, che Il posto delle donne è la casa, che I neri non devono andare all’università, che Nella scala sociale ognuno deve starsene al suo posto, che L’importante è seguire una dottrina, credere in qualcosa (quest’ultimo non è un exemplum fictum ma un frammento di conversazione che ho captato qualche giorno fa in treno: e che contraddice quell’ideale di autonomia e di maturità che sta al fondo del nostro concetto di istruzione). Non solo possiamo immaginare questi luoghi, ma sappiamo che questi luoghi ci sono, esistono, ed esistevano anche in occidente fino a poche generazioni addietro. Tutti gli aficionados di Downton Abbey (Inghilterra, primi anni Dieci del Novecento) sanno quanto sia piacevole affacciarsi per un’ora alla settimana su questo mondo così vergognosamente iniquo e così piacevolmente ordinato. Ma è passato un secolo da allora, e l’uso o il non uso di frasi come quelle che ho elencato definisce l’habitus che noi oggi consideriamo auspicabile per un membro della nostra società. Altre società, in altre epoche, hanno disegnato o disegneranno habitus diversi; noi troviamo sensato trasmettere ai più giovani questo fascio di certezze e di dubbi: queste attitudini.

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Oltre l’asfissia della pedagogia italiana contemporanea

di Paolo Mottana

La lettera di Luigi Monti mi sollecita a intervenire su questioni, quelle che riguardano il pensiero pedagogico italiano contemporaneo, intorno alle quali, evidentemente, mi trova su posizioni largamente assonanti.

Gli interrogativi allarmati che egli solleva nella sua lettera dura e necessaria sono assolutamente in sintonìa con quanto da tempo mi sforzo di proporre, attraverso libri e iniziative culturali e educative di vario genere.

Il carattere chiuso, inibito e ritardatario della cultura educativa italiana non è certo una novità anche se, nel corso del secolo scorso, ha saputo dare prova, con alcuni suoi ben noti personaggi, di una vitalità talora esemplare, se pensiamo soprattutto ad alcune esperienze eccezionali (dalla Montessori a don Milani, dalla Pizzigoni a Codignola, Borghi, Capitini, Lodi ecc.). È piuttosto sul fronte della cultura istituzionale, universitaria, che il discorso si fa inquietante. Qui occorre purtroppo ricordare quanto il dibattito piuttosto provinciale tra una cultura cattolica certo non particolarmente sensibile alle esigenze educative più innovative e una cultura laica che ha oscillato tra la scoperta del pragmatismo americano e l’arroccamento sulle roccaforti delle filosofie fenomenologico-esistenziali, abbia certo dato frutti talora cospicui ma abbia anche persistito nella sua beata indolenza oltre ogni limite di sopportazione.