Il voto di scarto. L’Umbria come esempio

di Piergiorgio Giacchè

Stando ai risultati delle elezioni europee, il governo del cambiamento ha tenuto fede alla sua definizione: non avrà ancora fatto la rivoluzione ma intanto ha compiuto una rotazione su se stesso, con le stesse forze politiche che si sono scambiate le rispettive percentuali di elettori. Davvero “è passata la nottata”, nel senso che i grillini hanno smesso di cantare e i galli cimbri annunciano l’alba livida della “lega degli italiani”, arrivata davvero “prima” al traguardo che tutti prevedevano e molti auspicavano.
Ma tutti chi? E i molti chi sono? Dai Tutti nessuno può tirarsi fuori e sentirsi senza peccato, visto che nessuno ha scagliato idee o parole come pietre in grado di scalfire il governo giallo-verde o di lasciare un segno o un solco sulla campagna elettorale. Dei Molti invece fanno parte e hanno preso partito tanti candidati dispersi, elettori periferici, simpatizzanti invisibili, che hanno aiutato la somma a diventare il totale del primo partito o forse di un solo Primo Italiano al comando. Il voto storico dei parmigiani padani non ce l’avrebbe fatta mai senza il favore e il fervore degli atri muscosi e fori cadenti delle cento province d’Italia: non più dalla bassa padana ma “dal basso” della democrazia elettorale viene la vittoria e la gloria di Salvini. E non tanto per via del contributo in quantità, ma perché da lì viene la vera nuova qualità del voto: sono i villaggi isolati e le frazioni rurali il campione che andrebbe studiato dai sociologi del comportamento elettorale. Comportamento che non da oggi si è modificato, ma che solo adesso dai molti si è propagato a tutti… (me – ahimè – compreso): si va tutti a votare piuttosto contro qualcuno che a favore di qualcosa, magari non a casaccio ma sempre per dispetto, brandendo la nostra croce analfabeta come se avessimo ragione o rabbia, ma invece è solo per il gusto e il gesto di farsi un selfie in segreto, ovvero in tutta libertà che poi – come si dice e si canta a sinistra – è pur sempre partecipazione.
In quel momento e in quell’atto non contano i programmi diversi o le promesse uguali, non contano la condizione sociale e l’interesse economico e tutti quei parametri classici che ieri dividevano le classi e poi i sessi e infine le regioni degli Italiani. Tantomeno se c’è di mezzo l’Europa di cui poco si sa e niente si vuole sapere, mentre si opta per il più o il meno di un’Europa di cui si vuol cambiare tutto, tranne l’Erasmus di cui si dice un gran bene… Insomma, non si può più fingere un voto ideologico ma nemmeno fidarsi del voto di scambio: non c’è più il voto clientelare da vendere e nemmeno quello di opinione da bere. Semmai si inseguono e si indossano le mode, le più aggressive e stupide che ormai vengono solo da destra, e vanno ancora più a destra del vincitore onnipotente: l’ultimo striscione dei Fratelli d’Italia recita in semi-inglese, “Peace and Love? No grazie. Viva le forze armate!” – e chi pensa che è solo una esagerazione non ha capito bene quanto è efficace e attraente lo sport estremo della pubblicità politica. Oggi, a destra o a sinistra che sia, “basta la parola” come diceva il carosello di una purga liberatoria.
Sì, diciamolo, il voto è diventato di deiezione e non più di proiezione: nessuno, che sia sano di mente e non vuole mentire, sa che le elezioni non c’entrano con nessuno di quei valori bandiera che vanno dalla libertà (sempre sia lodata) alla solidarietà (sempre più contestata) alla felicità (sempre più spesso evocata). Come in quella poesia breve come uno slogan, “ognuno sa di essere solo davanti all’urna e non vede l’ora che arrivi la sera”. Si passa poi la nottata in maratona per conoscere chi ha vinto la lotteria ma soprattutto chi l’ha persa, augurandosi più la sconfitta di qualcuno che la vittoria di qualcun’altro. Il voto è diventato “di scarto”, sia nel senso del rigetto da antipatia sia in quello del dribbling che spiazza e punisce l’antico partito amico che ci ha deluso… e così impara!
D’accordo, ha vinto la Lega e lo si sapeva, ma intanto hanno perso i grillini e anche i berluschini, e i radicali europeisti e gli invisibili sinistri e – amaro in fondo – i soliti ignoti e ignavi verdi all’italiana. E finalmente anche il Pd non si sente troppo bene, malgrado festeggi il ritrovato “secondo posto” dell’antica tradizione e consolazione comunista…
Eppure c’erano delle regioni in cui il Pd (già Ulivo, Pds, Margherita, eccetera) era primo, non degli italiani ma almeno degli umbri. E non è per ragioni anagrafiche che mi scappa questo esempio, ma perché l’Umbria fra tutte le regioni rosse è l’ultima ad averne provato vergogna; e poi ha dimensioni (minime) e relazioni (fitte) e condizioni (povere) che la rendono l’ideale campione della sociologia e persino della psicologia elettorale. Qui, il voto di scarto può assumere il suo significato pieno, perché da un lato la quantità di elettori è matematicamente residuale, ma dall’altro la qualità di rifiuto e riciclaggio è stata alta, e per una volta ha permesso all’Umbria di confluire nella grande discarica del voto vincente e quel che più conta del voto “di moda”!
La Lega in cinque anni è passata dal 2 al 40%, e se si vogliono contare le politiche dell’anno scorso, un balzo in avanti di diciotto punti non può che confermare una sola verità e volontà: il voto “salvinifico” delle sue campagne sperdute piene di paesi deserti, nonché delle sue cittadine d’arte baciate dalla storia e benedette da don Matteo, parla chiaro e forte della sua voglia di riscatto contro chi la vorrebbe ancora vedere arretrata, abbandonata, terremotata.
Già quasi un decennio fa, un giornalista (Paolo Stefanini, Avanti Po, Il Saggiatore 2011) che si era messo a studiare la prima esondazione della Lega nord verso il Centro Sud, era arrivato fino a Terni, passando per i più sperduti borghi dell’appennino toscano. Giunto a Badia Tedalda, proprio al confine dell’alta valle umbra del Tevere, in una affollata riunione della Lega raccoglie le proteste e gli allarmi contro l’invasione degli immigrati. Si stupisce della animosità della riunione e fa notare agli abitanti che non c’erano immigrati in giro, che loro tenevano le chiavi nella porta di casa mostrando fiducia e serenità… Gli fu risposto in perfetto e risentito toscano: “Ovvia, ma il televisore ci s’ha anche noi… che ti credi?”.
Oggi ci sono i social e gli smartphone, ma è ancora il televisore che fa testo e fa voto… di scarto.
Nei piccoli paesi ma anche nelle case di città, la tivvù ha ancora un suo ruolo e un suo trono: è il mezzo che fa il fine elettorale più delle reti futuriste e delle guerre stellari. È ancora la televisione – almeno in Italia – il dio che atterra e suscita, che affanna e consola, con l’autorità che Tutti le riconoscono e soprattutto con l’obiettività e l’attualità a cui Molti credono e infine cedono. O meglio soccombono, affatto interessati alle chiacchere o alle notizie ma sedotti dalle facce, che in tivvù valgono ben più delle faccine. Insomma, la piccola residua gente umbra ha votato Lega non per via della immigrazione o della sicurezza, non per i porti chiusi di un mare che non c’è, ma per non restare indietro rispetto alla moda politica del momento e soprattutto ai modi bruschi e al volto franco dell’uomo monumento. Stavolta l’elettore umbro non resterà ignorante e infine distante dalla novità, come è successo con le cinque tramontate stelle: stavolta Salvini è la faccia giusta e forse l’uomo forte, ma è soprattutto il personaggio che appare in tivvù più di Maria De Filippi e non dimentica il cuore immacolato di quell’altra Maria – sì proprio quel cuore che fa ridere i colti e irrita i preti – ma in campagna è un’altra cosa, e anche quell’ex-voto non va trascurato perché tutto fa brodo. E finalmente anche l’Umbria e il suo cuore verde un po’ di brodo vegetale l’ha portato anche lei…
Vediamo da vicino qualche caso, anzi il più piccino: a Poggiodomo, paese di 101 abitanti la Lega cattura un 57% , la stessa percentuale si registra anche a Monteleone di Spoleto che è metropoli di 591 abitanti; e se nell’altro Monteleone di Orvieto la Lega supera appena il 40% c’è da osservare che in quel comune, della tradizionale fascia rossa mezzadrile, i residenti stranieri sono da tempo un quarto della popolazione e molti di essi sono fra gli elettori… Inutile continuare con i nomi oscuri e i dati chiari degli altri paesi e città: ovunque lo squillo di tromba della destra è risuonato più forte, tranne qualche isolata zona di resistenza dovuta alla coincidenza con le amministrative. Con orgoglio o vergogna, non so dirlo, solo nel piccolo paese di Paciano la Lega non è riuscita ad arrivare al misero 20%; voglio citarlo perché è il paese di mia nonna e mia madre e lo conosco e lo sento mio. Siamo sempre stati gli ultimi a morire, o gli ultimi a capire?
Un dubbio simile deve essere venuto a tutto l’elettorato di sinistra e del Pd in particolare, che in Umbria non ha nemmeno pareggiato il conto con il dato disastroso delle politiche del 2018. Eppure anche qui canta vittoria, ma forse è un caso simile a quello di Pinocchio malato: forse il Pd sorride perché è felice di non essere morto, o forse perché è sazio e perfino stufo di settant’anni di vittorie sul campo… Stanco di battagliare e amministrare un piccolo popolo di contadini ingrati, che il Partito ha traghettato appunto dai campi agli uffici, quasi senza passare dalle officine. E gli umbri che avevano disceso le loro valli con orgogliosa sicurezza, dopo aver accumulato doppie case e tre fra stipendi e pensioni (e automobili ed elettrodomestici e videogiochi…), hanno fatto un voto di scarto per paura e per avidità? O infine perché abituati e contagiati dall’arroganza dei loro stessi eterni governanti?
Si dice che in Umbria lo scandalo della sanità e il balletto delle dimissioni della presidentessa non hanno fatto bene al Partito democratico, ma non è poi così vero, ché non si è mai stati così veloci a digerire e reagire qualche inevitabile abuso di potere. Infine ai dirigenti indagati è stata rimproverata più la mancanza di riservatezza che l’arroganza abituale e necessaria a chi governa da anni per il bene del popolo; infine i concorsi e i ricorsi alle raccomandazioni fanno parte di una rete di relazioni comunali e regionali a cui nullo homo può skappare.
No, l’improvviso e massiccio voto di scarto ha altre ragioni e più antiche nostalgie. Gli è che – visto dall’Umbria – il buon Salvini non sembra affatto il duce ma ricorda il coraggioso segretario di sezione: resuscita un capopopolo che rilancia la posta e giura di difendere il posto malgrado i debiti e la crisi. Non importa se poi si inventa un nemico d’oltremare che al lago Trasimeno non può sbarcare; non importa se è di destra, almeno finché resta al centro dello schermo televisivo e continua la sua battaglia – ma chiamiamola “campagna”, perché no? – contro le invasioni barbariche che hanno già occupato Badia Tedalda e sono a due passi da una regione che solo da pochi decenni crede di esistere e pensa di governarsi e perfino di essere un’eccellenza nella sanità e nella scuola, nell’arte e nella cultura… come l’ha fatta crescere o almeno le ha fatto credere il vecchio glorioso e “scartato” Partito.
“Chi è causa del suo mal…”

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