Né buono né cattivo

di Luca Marinelli

incontro con Nicola Villa

Intervista uscita sul numero 33-34 degli Asini maggio-agosto 2016. 

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Siamo convinti che ci sia una nuova leva di attori italiani, nati negli anni ottanta, che si sta allontanando dalla scuola italiana tradizionale, per la quale un attore trova una sua cifra ed è sempre simile, e i suoi personaggi sono variazioni di maniera. Questi volti nuovi stanno confermando il loro talento con interpretazioni sempre più credibili, di respiro più internazionale. Tra questi c’è Luca Marinelli, romano del 1984, che ha esordito appena sei anni fa in La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo, ha poi lavorato con Gipi, Virzì, Sorrentino e l’hanno scorso in due film, Non essere cattivo di Claudio Caligari e Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, che l’hanno reso noto al grande pubblico. L’abbiamo incontrato per riflettere sulla sua formazione e su quello che ha capito di questo mestiere, fino a oggi.

 

Come si diventa attori? Riesci a individuare un momento in cui hai deciso di fare questo lavoro, quando hai capito che era la tua vocazione?

Sono cresciuto in una famiglia divisa tra diversi mondi , mio padre e tutta la sua parte erano e sono doppiatori, mia madre impiegata, ed i nonni materni sarta e falegname. Se grazie al lato paterno avevo i primi approcci con doppiaggio e recitazione, attraverso il lato materno mi nutrivo di vita altra da questo e di altri valori.

Mi attirava molto la recitazione, ma pensavo a studiare, ad andare avanti per il solito cammino, liceo, università e poi, forse, il lavoro. L’università l’ho seguita per pochissimo, due mesi!, cambiando tutti i corsi possibili, non capendoci nulla. A un certo punto mi sono detto “ci provo”, provo a fare l’attore perché era una cosa che non avevo mai tentato. La vocazione per me è nata probabilmente dalla curiosità e dal divertimento che ho subito provato. Il primo tentativo è stato col Centro sperimentale di cinematografia di Cinecittà, però non andò bene, non mi presero. L’anno successivo provai a entrare sia all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico e di nuovo al Centro sperimentale. Passai l’esame d’ammissione ad entrambi per il periodo di prova ma scelsi la Silvio D’Amico perché mi attirava questa scuola piccola, tutta fatta di legno, che scricchiolava, con le aule molto essenzali ricoperte di parquet.

 

E gli anni alla Silvio D’Amico sono stati importanti?

Sì molto, e direi anche un’esperienza molto selettiva. Innanzitutto è difficile passare l’ammissione perché devi sostenere tre prove, se non ricordo male: una prova scritta, un monologo, un dialogo, una poesia e una canzone nella seconda fase e, se passi queste due, una settimana di Accademia, al termine della quale viene scelta la metà di quelli messi alla prova. In Accademia si vive a stretto contatto con i compagni ed è un’esperienza completa e potente, dal lunedì al sabato, otto ore al giorno, un mettersi a nudo e sperimentare apertamente. Il rapporto con gli insegnanti è diretto, perché certo ci sono le lezioni, però non è una struttura rigida universitaria. Mi rendo conto di aver appreso, in quegli anni, ciò che mi piaceva, di aver ascoltato chi volevo ascoltare, magari non incamerando tutto. Alla fine dei tre anni di studio c’è il cosiddetto “provinone” (solitamente un monologo), una buona occasione per farsi conoscere perché l’Accademia invita tutti gli ambienti del cinema e del teatro come pubblico. Dopodiché c’è la cosa più interessante, il saggio finale, per il quale sono gli studenti del terzo anno a poter decidere chi deve fare la regia. Si tratta proprio di un invito. Il direttore dell’ accademia ti chiede: “Chi vorreste come regista del saggio finale?” e noi, più o meno in maniera unanime, facemmo un grosso nome, quello di Carlo Cecchi. E a un certo punto arrivò proprio Cecchi in Accademia. Io me ne innamorai immediatamente! Ci fu un rapporto molto forte. C’è ancora, anche se non abbiamo più lavorato insieme, perché, se ho fatto un “salto” nella recitazione, è stato grazie a lui, ho imparato molto da lui, sia del mondo del teatro, che del mondo della recitazione, è stata una scoperta continua. Mettemmo in scena Il sogno di una notte d’ estate, realizzando due anni di tournée con Cecchi in scena nel secondo anno, cosa straordinaria anche per l’Accademia perché non capitava da decenni o forse non è mai successo che un saggio finale diventasse una tournée in giro per i teatri d’Italia.

 

Cecchi vuol dire tante cose: il rapporto con una storia del teatro, quella delle cantine, dell’avanguardia, e anche la “scuola” di Elsa Morante, da cui lui ha imparato molte cose. Che cosa credi vi abbia passato in quei due anni?

Non ho mai chiesto molto a Carlo, nel senso: ho più preso che chiesto. Il suo metodo di lavoro può essere molto duro ed esigente, come molto amabile e gentile. Per lui il teatro è tutto e la sua professionalità è ammirevole. Non ci ha mai tenuto per mano, noi “piccoli studenti dell’Accademia”, ma ci trattava come degli attori veri, da pari a pari. Ci spronava a prenderci delle responsabilità di attori. Quando arrivavamo sul palco, ci ripeteva spesso: “non lasciatevi nei camerini!”. Questa è una regola attoriale generale, il fatto di dire “siamo ora, qui sulla scena” senza pensare a quando si è studiata la parte, quanto si è ripetuta in camerino. Senza portare i propri problemi del mondo fuori e personali in scena: “tu sei qui, ora” , ripeteva spesso. Questa sembra una cosa scontata, ma non lo è. Cecchi è uno di quegli attori che sente molto il pubblico. Si può dire che sia stato il mio primo vero maestro. Poi gli altri li ho incontrati nel cinema.

 

Tu sei passato subito dal teatro, una cosa che si fa in due (l’attore e il pubblico), e il cinema che è una cosa radicalmente diversa. Com’è stato questo passaggio?

Sono stato fortunato: direttamente dal palco al cinema. Poco dopo la fine della tournée sono iniziate le riprese di La solitudine dei numeri primi nel 2009. Saverio Costanzo è il regista che mi ha introdotto a questo mondo del cinema completamente diverso: mentre nel teatro c’è l’immediatezza – che è anche un’arma a doppio taglio perché, certe volte, quando il pubblico non c’è si avverte come una massa grigia che ti guarda in silenzio–, nel cinema vivi lo sdoppiamento dei tempi. Le prime riprese, ricordo, urlavo le battute affinché mi sentisse anche l’ultima persona a venti metri da me sul set. Il cinema è molto più stretto come spazio, anche più aggressivo, perché hai la machina, le macchine, addosso. Sono importanti i dettagli nella recitazione.

 

Da subito hai avuto esperienze con un certo tipo di cinema, d’autore, con Saverio Costanzo prima e con Gipi, ne L’ultimo terrestre(2011). E poi, alla tua terza o quarta esperienza, con Paolo Virzì in Tutti i santi giorni (2012) il quale, erede della commedia, ha un modo totalmente diverso di dirigere gli attori. Che cosa hai imparato da lui?

Effettivamente sono registi totalmente diversi l’uno dall’altro. Virzì, e lo si sente spesso e qui lo confermo, ama i suoi personaggi e ti mette sempre a tuo agio, infondendoti una sensazione di fiducia. È un regista che vede gli attori e li mette veramente nella condizione di esprimersi al meglio, creando un clima particolare. Si avverte in tutti i suoi film.

 

Rispetto al teatro, hai trovato delle differenze di lavoro? Il cinema è un lavoro più collettivo?

È vero il cinema è una macchina collettiva come il teatro. Il gruppo è fondamentale, il gioco di squadra è ciò che ho sentito in maniera veramente potente nel caso della lavorazione di Non essere cattivo. In quel caso si è proprio formata una banda, “la banda Caligari”, dal primo all’ultimo componente della troupe. È come se sapessimo tutti di far parte – non vorrei usare una parola naif – del “testamento” di un grande autore. Di far parte di qualcosa di unico.

 

A proposito di questo “testamento”. Che cosa ti ha insegnato Caligari durante le riprese di Non essere cattivo (2015)?

Claudio è stato un maestro con poche parole e giuste e molti fatti. Era molto diretto. Ci ha sempre coinvolto in tutte le fasi organizzative, per esempio ci ha fatto partecipare a me e ad Alessandro Borghi a tutti i casting – quando abbiamo scelto il personaggio del travestito oppure i componenti della banda di amici. Ogni tanto ti prendeva da parte, dicendoti cose che alle volte erano di difficile comprensione, quasi oracolari per me, citando una quantità di testi e libri che non avevi mai sentito. Oppure ci dava dei film da studiare (i suoi primi due film , Accattone, Rocco e i suoi fratelli, Mean Streets) un modo per dirti quale fosse la sua direzione, con delle immagini e delle esperienze. Era come se ti dicesse di guardare la realtà fuori dalla finestra. Erano vere e proprie lezioni di cinema date come le dava un maestro, un intellettuale vero, che guardava le cose attorno a se da un pari livello, senza mai elevarsi. Ti spiegava le cose secondo una sua visione, a volte più chiara, altre più oscura. In delle occasioni diceva questa meravigliosa frase “falla come te la senti”,che era per noi una spinta molto emozionante ma profondamente responsabilizzante.

 

Particolarmente importante è stato il ruolo di Valerio Mastandrea, produttore creativo, aiuto regista, direttore degli attori. Si può parlare di una funzione da “fratello maggiore” per voi attori più giovani?

Non so se sia stato chiaro tutto quello che lui ha fatto per il film. Valerio ha messo tutto se stesso in questo progetto: ha trovato i finanziatori; è stato al fianco di Claudio in ogni momento delle riprese. Ed era anche al nostro fianco, noi attori più giovani. È vero, definirlo “fratello maggiore” è corretto. Inoltre un attore, con la sua grande esperienza, era in grado di spiegare la scena in una maniera completamente diversa, immediata. C’era una fiducia cieca tra di loro. Era davvero un supporto gigantesco per noi. Senza dimenticare tutto quello che ha fatto dopo, quando Claudio, finito il primo montaggio, è venuto a mancare, l’ottimizzazione del film era sulle sue spalle. Io credo che siamo molto fortunati ad avere una persona e un attore come Valerio Mastandrea in Italia. Una persona che fa questo lavoro con passione, con questa serietà e partecipazione, e che lo fa anche trasmettendo un messaggio, un esempio. Questo non è scontato, per nulla.

 

Cos’hai capito, dunque, del mestiere dell’attore?

Se da una parte questo lavoro è così ricco, dall’altra è molto spietato. Il mestiere dell’attore è come un dolce tornado, che ti può prendere e portare in un posto bellissimo, ma che può anche distruggere tutto ciò che c’è intorno. Un altro aspetto logorante è l’alternanza tra i periodi di lavoro e di inattività. Una cosa che non t’insegnano in accademia è che devi aspettare, che forse non farai mai niente. Dopo il primo film rimasi un anno fermo, quasi completamente fermo, e mi cominciò a marcire qualcosa dentro la testa. La frustrazione vedendo che altri lavorano e tu no è tremenda, ma bisogna combatterla. Bisogna sempre mantenere la propria energia pulita, non farla mai diventare nera. Pensare che forse se non si lavora può essere anche per una propria colpa.

 

Tu vivi a Berlino per questioni private, ma questa condizione è più vantaggiosa rispetto allo stare fermi nel nostro paese?

Sono abbastanza riservato e vivere a Berlino è come scoprire un’altra cultura, un’altra mentalità, un altro ritmo di vita. È molto affascinante come città. Il vivere lì non mi invalida per niente il lavoro – mi muovo con facilità con gli aerei – Vivi un po’ più nell’anonimato. Dopo Lo chiamavano Jeeg Robot, però le hostess mi riconoscono e mi fanno le battute.

 

Come te lo spieghi l’exploit di Lo chiamavano Jeeg Robot?

È un film coraggioso, nato dalla voglia di realizzare un film di supereroi nel migliore dei modi possibile, di realizzare un film inaspettato. E inoltre c’è una vicinanza a una città, Roma, che secondo me è stata premiata dal pubblico. Non solo in questa città, perché il film è molto italiano. Non è il solito film dei supereroi che, chissà, dove vivono. È ambientato veramente in Italia, sul tram, a Tor Bella Monaca, dentro una discoteca… è qui, è sul Tevere. Lo vedi, è proprio l’Italia. È bello da questo punto di vista, anche quando l’hanno chiamato “un’amatriciana Marvel”.

Ed è stato guidato da un regista di ottimo talento e coraggio.

 

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