Libia e dintorni

di Luca Ranieri

Heidegger sosteneva che l’essere è ciò che permette il darsi a vedere degli enti, l’orizzonte entro cui si manifestano. Gli enti, gli eventi, le cose del mondo ci sono nella misura in cui si mostrano di fronte ai nostri occhi, si fanno avanti, presenti (praes-enti). Ma da Foucault in poi, sappiamo anche che questo spazio in cui gli enti si fanno presenti, visibili, e quindi soggetti a (o soggetti di) discussione, ed eventualmente anche di deliberazione democratica, non è uno spazio neutro, bensì è uno spazio percorso, attraversato e intimamente costituito da relazioni di potere. È il potere che definisce il perimetro entro cui enti ed eventi del mondo appaiono. È il potere che, infiltrandosi nella microfisica di ogni rapporto, decide cosa emerge e cosa affonda nella cacofonia del mondo. Che pone l’agenda delle discussioni, e cura l’immagine degli argomenti sul tavolo. Un potere con la “p” minuscola, non quello del grande burattinaio che amano immaginare i cospirazionisti, bensì quello decentrato nella pluralità dei saperi e delle pratiche, ma proprio per questo pervasivo e ineludibile.
La guerra, in quanto manifestazione estrema e nuda del potere, offre un teatro eloquente per l’esibizione di queste dinamiche. In guerra, si sa, la prima vittima è la verità. L’informazione di guerra forma, deforma e trasforma l’opinione pubblica. Perciò il sapere sulla guerra, il sapere della guerra, è anche una forma di potere di cui è fondamentale mantenere il controllo. La storia del ventesimo secolo ci ha assuefatti ai bollettini di guerra filtrati dalle propagande di regime. E noi smaliziati lettori postmoderni abbiamo imparato a non prendere per buone le verità della televisione, specialmente quelle che parlano la stessa lingua di un paese profondamente e integralmente coinvolto in un conflitto armato in corso.
La guerra in Libia è un caso paradigmatico: guerra di spie par excellence, in cui il dato empirico è avvolto nel mistero e soggetto a continua manipolazione. L’Italia è esposta in prima fila alle dinamiche di sapere e potere che definiscono i parametri del conflitto libico. Il nostro “interesse nazionale” – sufficientemente ipertrofico da estendersi al di là dei confini della nazione stessa – annovera fra le sue priorità le sorti della Libia, tecnicamente uno stato sovrano. La perfetta continuità registrata in questo senso dai governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Conte allude ad ambizioni strategiche più profonde e durature del balletto superficiale dei partiti, e trascende le tattiche dal respiro corto buone solo per accalappiare e addomesticare un consenso volubile.
Così vicina e così importante, la Libia occupa stabilmente da anni le prime pagine dell’informazione sugli esteri in lingua italiana. Eppure, non è difficile cadere nella sensazione che più se ne parla, meno se ne capisce. Cosa succede in Libia? Succede qualcosa, o siamo sempre al punto di partenza di una guerra civile di cui non si vede la fine proprio perché non fa che reiterare il suo inizio? E a cosa assomiglia, questa guerra civile? A uno scenario somalo, di totale implosione dello stato e anarchia di bande armate, o a uno scenario siriano, di insorgenza in aree ben delimitate e repressione con mezzi pesanti, bombardieri e decine di migliaia di vittime civili? E in questo conflitto, noi, con chi stiamo? Stiamo con Serraj, oppure con Haftar – che sempre più spesso viene invitato a Roma con tutti gli onori? Stiamo contro gli islamisti, quelli dell’Isis, o con loro, quelli delle milizie di Tripoli e Misurata?
Parte della confusione è certamente attribuibile alla mutevolezza del conflitto libico stesso. In Libia, le identità sono negoziabili, e sul campo si susseguono cambiamenti di fronte, decomposizioni, ricomposizioni e colpi di scena, in un caleidoscopico giro di alleanze in cui sembra che tutto cambi affinché non cambi niente. Confusione che rimbomba nella sfera mediatica, dove spesso poi sopravvive di una vita propria, che prescinde dalle dinamiche reali. La difficoltà di accesso diretto e di verifica, e il minuzioso controllo dei margini di agibilità di ricercatori e giornalisti, infatti, non fanno che allargare il fossato epistemologico fra il ribollire degli eventi in Libia, e ciò che di essi appare al discorso pubblico fuori dal paese. Due meccanismi, complementari ma di segno opposto, contribuiscono ad allargare questo fossato: la sottrazione e l’addizione. La prima opera in forma di censura, raramente conclamata, e più spesso sostituita surrettiziamente dalla banalizzazione di pratiche istituzionali, che tuttavia assolvono la funzione di filtrare il visibile, l’udibile e il dicibile a proposito del conflitto libico.
La seconda consiste invece nella produzione di “notizie” più o meno deliberatamente sganciate dal dato di realtà, che invadono la sfera mediatica per condizionare l’interpretazione del conflitto a uso e consumo di predesignati attori terzi. Sarebbe fuorviante chiamarle semplicemente fake news, perché l’apparenza mediatica qui si confonde e ibrida con l’essenza stessa del conflitto, dove anche le notizie dubbie possono avere effetti drammaticamente reali sui rapporti di forza in gioco.
È difficile stabilire con esattezza quando sia cominciata questa guerra ontologica, frontiera 2.0 della guerra di sapere/potere sulla Libia. Forse c’è sempre stata, ed è consustanziale alla guerra stessa. Ma per il pubblico italiano, una svolta si registra a partire dall’estate del 2017. A partire da luglio, da un giorno all’altro crollano gli sbarchi in Italia di migranti partiti dalle coste libiche. Perché nessuno tenti più la traversata, proprio durante la stagione teoricamente più propizia, resta un mistero; finché a inizio settembre appare sulla stampa inglese un’intervista al noto trafficante libico Ahmed Dabbashi, detto “Lo Zio”, il quale dichiara candidamente di aver ricevuto aiuti e garanzie dal governo italiano per porre fine al commercio dei barconi. In altre parole, Minniti avrebbe ricompensato i trafficanti disposti a passare dal contrabbando di uomini al contrabbando di influenze politiche. È ovviamente arduo verificare la fondatezza di queste dichiarazioni. A dispetto delle smentite ufficiali, Roma si trova comunque esposta a un grave imbarazzo internazionale (se non altro di facciata, dal momento che nella sostanza molti in Europa sembrano implicitamente avallare la determinazione del governo italiano a fermare i flussi migratori dalla Libia, costi quel che costi). Ma proprio mentre giornalisti e ricercatori da tutto il mondo si preparano ad andare in Libia per cercare di vederci più chiaro, e capire quale sia la ragione di un cambio così radicale dei flussi migratori, la Libia opera un giro di vite senza precedenti sui requisiti di accesso al paese. I giornalisti stranieri sono messi alla porta, in coda per mesi ad attendere permessi che in molti casi non arriveranno mai. “Incertezze istituzionali”, si dirà, scaricando la responsabilità sul muro di gomma di una burocrazia senza nomi, né ruoli né indirizzi. I giornalisti locali nel frattempo diventano oggetto di sorveglianza e minacce da parte delle milizie libiche a cui “i partner internazionali” hanno deciso di trasferire avanzate tecnologie di controllo e ascolto. Tali dispositivi non hanno fatto altro che aggravarsi da allora, rendendo l’ingresso in Libia praticamente impossibile anche agli habitués del paese. E ai pochi che ottengono il permesso di entrare a raccogliere informazioni di prima mano, viene imposta una gabbia di misure di “sicurezza” e “accompagnamento” tali da limitarne drasticamente la libertà di movimento e azione. Il filtro si esercita su ciò che entra nel paese, come su ciò che ne esce.
Che tali misure si applichino ai giornalisti e ricercatori è in fondo poco sorprendente, in un paese dove la paranoia securitaria ereditata dall’ancien régime continua a ritenere la trasparenza una minaccia più che un diritto. Più preoccupante è che le stesse restrizioni colpiscano anche i funzionari Onu e Ue deputati a monitorare il progresso dei progetti di stabilizzazione sostenuti dalla comunità internazionale. La gestione dei famosi centri di detenzione per i migranti esibisce in maniera parossistica l’inversione dei rapporti fra controllati e controllori: da anni, l’accesso ai siti sensibili in Libia si ottiene solo con la compiacenza delle milizie locali, su cui il debolissimo governo di Tripoli non esercita alcun reale potere. Le milizie mostrano senza mostrarsi, danno visibilità senza darsi a vedere, mentre i riflettori dell’opinione pubblica internazionale, puntati sulla facciata scintillante dei “centri esemplari gestiti dall’Onu”, producono con lo stesso gesto il cono d’ombra che nasconde ogni sorta di abusi, dalla dispersione e diversione dei fondi di aiuto umanitario, alle violazioni di massa dei diritti di migranti e richiedenti asilo. Non è dato sapere cosa avvenga realmente nei centri quando gli ambasciatori occidentali sono tornati a casa e i riflettori restano spenti. Dall’oscurità emerge solo, confusa, la voce dei superstiti giunti in Europa: i quali tuttavia sono autorizzati a presentarsi, nella migliore delle ipotesi, come vittime meritevoli di cura, ma non certo come latori di un discorso di verità sulla situazione in Libia. Il salto epistemologico, che rompe la gabbia dell’ordine del discorso prevalente, avviene solo quando al brontolio confuso delle voci “non confermate” si sostituisce l’epifania delle immagini nude di una compravendita di schiavi mediate dalla Cnn. E la trasformazione della voce in fenomeno presenta al mondo l’impudica verità che in fondo sarebbe già stata ampiamente accessibile a chi avesse voluto prendersi la briga di guardare dalla parte giusta. D’altra parte, l’assenza di seri meccanismi di monitoraggio e valutazione d’impatto dei progetti di stabilizzazione della Libia, fra cui quelli relativi alla gestione dei flussi migratori, aveva già da tempo alimentato il sospetto che l’azione degli attori internazionali in Libia fosse finalizzata non tanto a sortire effetti concreti sul campo, quanto a rassicurare le opinioni pubbliche occidentali che “ce ne stiamo occupando”, di fatto allargando lo iato fra gli eventi concreti e il regime di verità in cui trovano espressione.
Oggi assistiamo a un’ulteriore torsione dei parametri di sapere/potere che definiscono il regime di verità del conflitto libico. Tenuta lontana dalla Libia, la comunità internazionale opera a partire dalla Tunisia o dall’Italia, affidandosi all’azione d’intermediari e al controllo remoto. Ma l’autoritarismo crescente delle autorità, che per ragioni diverse prende piede a Roma e Tunisi, sta ulteriormente riducendo i margini di azione e i canali di comunicazione disponibili. Il regime di verità si sta progressivamente trasformando in una verità irreggimentata. A fine marzo, l’esperto indipendente Moncef Kartas, incaricato dall’Onu di investigare i traffici di armi che violano l’embargo imposto alla Libia, è stato sequestrato dalle autorità tunisine, e rinchiuso in isolamento senza che siano formulate chiare accuse a suo carico. Si tratta di un caso senza precedenti, non solo per la Tunisia ma anche per l’Onu stessa, tanto più paradossale se si considera che Kartas aveva già pubblicato diversi rapporti che, apparentemente senza ostruzione, erano già stati presentati dall’Assemblea generale. L’episodio suggerisce quindi che nel contesto delle attuali polarizzazioni relative al conflitto libico la produzione di sapere risulta sempre più completamente assoggettata a dinamiche di potere divergenti e inconciliabili. Ciò che si presenta è soggetto a un dispositivo di controllo sempre più rigido, che si infiltra in ogni spazio del discorso pubblico.
Nel frattempo, Roma e Bruxelles hanno supportato la perimetrazione di una zona di soccorso in mare di esclusiva responsabilità delle autorità libiche. Tutti gli attori terzi, Onu, militari europei o ong, ne sono stati allontanati con le buone o con le cattive, di modo che è oggi praticamente impossibile garantire un monitoraggio indipendente, e sapere cosa accada davvero di fronte alle coste della Tripolitania. La deliberata creazione di una terra incognita in mezzo al mare impedisce fra le altre cose di operare un conteggio dei migranti naufragati. Sicché per la prima volta dall’inizio della cosiddetta crisi migratoria le cifre dei morti in mare proposte dall’Onu, dalla stampa e dagli osservatori indipendenti hanno cominciato a divergere nettamente, creando un alone di dubbio che da sempre costituisce l’anticamera di ogni negazionismo.
Ma ancora una volta, sarebbe fuorviante focalizzarsi unicamente sulla sottrazione censoria perdendo di vista la produttività intrinseca del regime di verità proprio al conflitto libico. Mentre l’escalation di militarizzazione paralizza il dibattito mediatico e politico, l’avanzata di Haftar verso Tripoli di inizio aprile si circonfonde di uno statuto ibrido, fra realtà e propaganda. Le bombe che cadono sulle postazioni nemiche sono annunciate, celebrate, magnificate e talvolta semplicemente rimpiazzate dalle bombe mediatiche che piovono sulle opinioni pubbliche libiche e internazionali. Le sganciano combattenti da tastiera dal grilletto facile, umani ma anche robot, per terrorizzare il nemico con la notizia di vittorie sul campo che talvolta non si sono mai realizzate. Ma che nella confusione dei bollettini di guerra non mancano di essere recuperate da giornalisti stranieri inaccorti, o compiacenti, in una spirale in cui la notizia dell’evento, a prescindere dalla sua fondatezza, retroagisce sull’evento stesso contribuendo a determinarlo.
La comprensione della guerra in Libia riservata agli osservatori esterni è quindi inscindibilmente legata agli effetti di verità di questo dispositivo, in cui la produzione di sapere e le relazioni di potere si alimentano a vicenda. I meccanismi complementari della sottrazione censoria e della addizione produttiva circoscrivono il perimetro di ciò che si presenta come evento di guerra, mentre la verifica empirica è preclusa “per ragioni di sicurezza”. La guerra ontologica, apparecchiata su tutti i nostri schermi iperconnessi, presenta così in forma superficialmente pacificata il risultato di una lotta all’ultimo sangue che decide cosa della Libia si dia in mostra, a chi, e con che mezzo.
Il caso della Libia non sarà forse l’unico, e probabilmente neanche l’ultimo, ma è certamente quello a cui il pubblico italiano è più massicciamente esposto. Esercitare pensiero critico in questo caso è lontano anni luce dalla presunzione di svelare “la realtà” agli occhi del pubblico ingenuo, squarciando il velo della falsa coscienza ordito da fantomatici poteri forti. Esercitare pensiero critico è invece, forse, cercare di capire come si esercita il regime di verità che dà a vedere determinati fenomeni e a udire determinate voci, prima che queste siano ingabbiate definitivamente negli steccati della guerra ontologica.

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