Le elezioni in Ucraina

di Fulvio Scaglione

Il nuovo Presidente Volodymir Zelens’kyj (che forse dovremmo chiamare Vladimir Zelenskij, visto che tuttora si esprime meglio in russo che nella lingua patria) propone a noi tutti, in sedicesimo, lo stesso problema che Donald Trump rappresenta dall’alto scranno della Casa Bianca: è la marionetta di qualcuno o un protagonista? Governa o si fa governare? Ci è o ci fa? I fatti sono noti: Zelen’skyj è diventato Presidente il 21 aprile scorso, ottenendo al ballottaggio il 73,2% dei voti e così umiliando il Presidente in carica, Petro Poroshenko, fermo al 24,45%. Un plebiscito, insomma.
Ma sono noti anche i dubbi. Zelens’kyj è un attore e produttore Tv notissimo in Ucraina come interprete di una sitcom intitolata Servo del popolo in cui gioca il ruolo di un onesto e ingenuo professore arrivato alla guida del Governo e da lì impegnato in una originale e personale battaglia contro la corruzione dei vertici dello Stato. Le analisi, ironiche o seriose, su questa inedita sovrapposizione tra spettacolo e realtà (in Ucraina la corruzione è un problema enorme e Zelen’skyj ha giocato su di esso tutta la campagna elettorale) si sono sprecate. Si tratterebbe, quindi, di una colossale messa in scena, di un colossale gioco di specchi che ha ammaliato tre quarti degli elettori?
In più, Zelen’skyj è legato a filo doppio all’oligarca Ihor Kolomojs’kyj, accreditato di una fortuna personale di 1,2 miliardi di dollari (il che fa di lui il terzo uomo più ricco del Paese) nonché proprietario, tra le tante cose (banche, miniere, compagnie aeree…), anche di 1+1, il canale Tv più visto in Ucraina nonché il canale che da anni trasmette la sitcom di cui Zelen’skyj è protagonista.
I dubbi crescono se si tengono presenti alcuni fatti aggiuntivi. Zelen’skyj, prima di diventare ufficialmente un candidato alla presidenza, era stato testato a lungo insieme con altri personaggi pubblici. Per esempio, il cantante rock Svjatoslav Vacarciuk, frontman del gruppo Okean Elzyj, una specie di Bono d’Ucraina. Una specie di gigantesca operazione di marketing, conclusa quando il cantante, dopo qualche esitazione decise di ritirarsi dalla corsa, e maturata in un clima in cui i potenziali elettori non facevano che chiedere novità. In uno dei sondaggi più credibili, quello del Razumkov Center di Kiev, il 71% degli interpellati sosteneva che con Poroshenko l’Ucraina stava andando in una direzione sbagliata, il 61% che occorrevano cambiamenti radicali e il 66% che il nuovo Presidente andava scelto tra persone che non avesse mai occupato posizioni di potere. In pratica, l’identikit di Zelen’skyj o di uno come lui.
Il nuovo Presidente, quindi, è la marionetta di un’oligarca? Per di più di uno come Kolomojs’kyj? L’oligarca può essere così brevemente descritto. Risiede in Svizzera. È titolare di tre passaporti (ucraino, israeliano e cipriota). Sostenitore della rivoluzione di Maidan che nel 2014 cacciò il presidente filo-russo Janukovich, è stato però anche finanziatore del famigerato battaglione Azov, noto per le tendenze filo-naziste al punto che il congresso americano ha approvato una legge che proibisce qualunque forma di sostegno alle sue azioni. Nel 2014, dopo Maidan appunto, è stato nominato governatore della regione di Dnepropetrovsk, carica da cui Petro Poroshenko si affrettò a sloggiarlo, nel 2015, appena diventato Presidente. Kolomoj’syj, infine, nei primi anni Novanta, insieme con l’altro miliardario Hennadiy Boholjubov, ha fondato PrivatBank, un istituto di credito arrivato a gestire un terzo dei depositi privati e metà dei correntisti dell’intera Ucraina. Banca nazionalizzata nel 2016 in cambio di una compensazione da 5,6 miliardi di dollari mai versata perché, nel frattempo, ai danni dei due oligarchi è stata aperta un’indagine per frode ai danni dei risparmiatori. Sarebbe costui, quindi, il manovratore del nuovo Presidente?
Queste sono le semplificazioni della polemica elettorale. La realtà, ovviamente, è più complicata e sfumata. In primo luogo, che alle spalle di Zelens’kyj ci sia un oligarca non ha né importanza né significato, per una semplice ragione: l’Ucraina intera, non solo la sua politica, è totalmente in mano agli oligarchi. Poroshenko è un oligarca. La pasionaria Julija Timoshenko, tagliata fuori dal ballottaggio delle presidenziali, è un’oligarca. Una decina di pezzi grossi si divide più di un quarto delle concessioni per l’estrazione e la commercializzazione di gas e petrolio. E così via.
Una condizione che vige dai primi anni Novanta, cioè da quando l’Ucraina è diventata indipendente, e che non è nemmeno paragonabile a quella della Russia, che pure di oligarchi se ne intende. Là, a Mosca, gli oligarchi possono arricchirsi come e quanto vogliono, a patto però di restare dentro i confini degli interessi strategici nazionali che il Cremlino traccia in esclusiva. Qui, a Kiev, gli oligarchi fanno ciò che vogliono. Il che ha generato enormi problemi di corruzione a tutti i livelli a partire dallo stesso Poroshenko. Per fare solo un esempio: quando fu eletto Presidente, nel 2014, promise di cedere le proprie aziende per evitare ogni qualunque conflitto di interesse. Nel 2016, però, furono pubblicati i cosiddetti Panama Papers, il gigantesco leak da 11 milioni di file sottratti a Mossack-Fonseca, lo studio legale di Panama specializzato nella costituzione e gestione di società offshore. Dalle carte venne fuori che non solo Poroshenko non aveva venduto nulla ma, al contrario, aveva creato una società di comodo per spostare i propri interessi nelle Isole Vergini britanniche, sfruttando quel paradiso fiscale per evadere una montagna di tasse nell’Ucraina da lui stesso governata.
Poroshenko, e il blocco di interessi da lui rappresentato in cinque anni di presidenza, ha offerto agli ucraini una proposta basata sullo slogan “esercito, lingua e fede”. La guerra del Donbass, ovviamente, che è stata l’occasione per una duplice operazione di consenso, interna ed esterna. All’interno, ha consentito a Poroshenko e ai suoi di far passare il bilancio della Difesa dal 2,4% del Pil del 2014 al 5% del 2018. Un’esigenza reale, vista la pressione degli indipendentisti e della Russia che li appoggia, ma anche una gigantesca mangiatoia per i corrotti e un welfare aggiuntivo per i militari, i miliziani e le loro famiglie. Con il tema della lingua, Poroshenko ha cercato di sollecitare lo spirito nazionale ucraino, facendo approvare nel 2017 una legge che consente l’insegnamento in lingue come il russo, l’ungherese, il polacco e il rumeno solo nelle scuole primarie. Infine la fede: Poroshenko si è molto battuto, e con successo, per far nascere una Chiesa ortodossa ucraina nazionale e autocefala, in chiara polemica con la Chiesa ortodossa russa e con Mosca.
All’interno, come il risultato delle presidenziali dimostra, l’operazione è clamorosamente fallita. Agli ucraini, in buona sostanza, il Presidente proponeva di rivivere ciò che avevano già dovuto affrontare, ovvero guerra (nel Donbass ci sono stati almeno 13mila morti, in grandissima parte civili, e 2 milioni di sfollati) e sacrifici (il reddito annuo pro capite è oggi sui 2.500 dollari, ed è il più basso d’Europa secondo la Banca Mondiale; il salario medio è oggi sui 260 dollari mentre nel 2003 superava i 400), in cambio di un orgoglio nazionale che, peraltro, per gli ucraini è ormai un dato acquisito e non più discutibile. Non a caso Poroshenko ha ripetuto per tutta la campagna elettorale che con Zelens’kyj l’Ucraina sarebbe tornata sotto il tallone della Russia. Ma chi poteva crederci? Chi poteva accettare un simile scambio?
Ma all’esterno, nel quadro politico generale che circonda l’Ucraina, le cose cambiano. Il grande sponsor della rivoluzione di Maidan, gli Stati Uniti, sono stati anche i grandi sostenitori di Poroshenko e delle sue politiche, stendendo sul suo governo un ampio e potente ombrello. Il Fondo monetario internazionale nel 2015 ha accordato all’Ucraina un prestito di 17,5 miliardi di dollari, 8,7 dei quali sono stati già erogati mentre un’altra tranche da 3,9 miliardi è stata stanziata, guarda che combinazione, un paio di mesi prima delle presidenziali. E Donald Trump, nel 2018, ha sdoganato l’invio di armi letali all’esercito ucraino impegnato nel Donbass. Al traino degli Usa si è mossa anche l’Unione Europea. Nel 2017 l’Unione ha firmato un accordo di libero scambio con l’Ucraina e ha eliminato l’obbligo di visto per gli ucraini che vogliono accedere allo spazio di libera circolazione di Schengen. Provvedimenti che hanno richiamato in Ucraina tutte le maggiori compagnie aeree low cost e ingenti investimenti. Solo dalla Germania sono arrivate più di 2000 aziende che danno lavoro a circa 600mila ucraini.
L’interesse strategico degli Usa è chiaro: continuare ad avere un’Ucraina schierata come il vero confine Est della Nato e attrezzata come una leva da usare contro la Russia di Vladimir Putin. Poroshenko prometteva tutto questo. Ma con Zelens’kyj come andrà? Ci si potrà fidare di lui?
Il comico diventato Presidente ha già dimostrato di non essere uno sprovveduto. Dopo l’elezione si è precipitato a visitare le truppe al fronte nel Donbass e a prometter loro più mezzi e sostegno. Nello stesso tempo ha pure mostrato di saper considerare altri fattori: per esempio, il fatto che cinque anni dopo la rivoluzione di Maidan la Russia resta il primo partner commerciale dell’Ucraina, accogliendo il 9,2% delle esportazioni ucraine e realizzando il 14,5% delle importazioni in Ucraina. E il sentimento anti-russo, come certificato da autorevoli sondaggi, è in Ucraina assai meno acuto di come si potrebbe credere, per una semplice ragione: l’autocoscienza nazionale degli ucraini è ormai così sviluppata e solida da non avere (quasi) più bisogno del nemico esterno per credere in se stessa.
Così, pur senza cedere di un millimetro sull’idea che il Donbass e la Crimea dovranno essere restituiti all’Ucraina, Zelens’kyj ha mandato segnali ben precisi. Il discorso d’insediamento è stato tenuto in ucraino e in russo. Alla Russia è stata ripetuta la proposta, già avanzata durante la campagna elettorale, di riprendere il dialogo, pur a condizioni ben precise. L’ancoraggio all’Unione Europea è stato ribadito, ammonendo però che “l’Unione Europea non comincia a Bruxelles ma nella testa degli ucraini”. E quando Vladimir Putin, che ha ostentatamente rifiutato di congratularsi con lui per l’elezione, ha concesso la cittadinanza della Federazione russa agli abitanti delle due Repubbliche filorusse autoproclamatesi nel Donbass, Zelenskyj ha risposto dicendo di essere pronto a concedere la cittadinanza ucraina a tutti coloro che decideranno di abbandonare i Paesi autoritari, con esplicito riferimento a Mosca e dintorni.
La forza politica di Zelens’kyj sta tutta nell’idea che l’Ucraina sia un paese pieno di problemi ma non un Paese che abbia solo la guerra o l’aggressione russa in testa. La gente, sfiancata da cinque anni di enormi difficoltà, gli ha dato fiducia. Le sfide più difficili, però, arrivano proprio adesso. Zelens’kyj ha iniziato a fare le pulizie, chiedendo le dimissioni del ministro della Difesa, del direttore dei Servizi di sicurezza e del Procuratore generale. Vuole inoltre arrivare al più presto a sciogliere il Parlamento e a indire elezioni politiche, per sfruttare l’inerzia del successo alle presidenziali. È però costretto ad affrontare la resistenza dell’intero sistema politico, che sul binomio “guerra e corruzione” ha prosperato finora, armato solo di un “partito del Presidente” ancora largamente virtuale e poco presente sul territorio.
Ce la farà? La vicenda è da seguire con attenzione anche per gli inevitabili riflessi sulla Russia. Petro Poroshenko, con quel continuo digrignar di denti che mascherava un sostanziale immobilismo, era una pacchia per Vladimir Putin. Zelens’kyj è più mobile, chiama il Cremlino a scoprire le carte. Le sue, quelle dell’Ucraina, sono la convinzione di farcela, con o senza la guerra, e la coscienza di aver comunque appreso la lezione della democrazia. Non è poco per uno che, solo qualche mese fa, il politico lo faceva solo per finta.

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