L’Algeria in movimento

di Nedjib Sid Moussa

traduzione di Bruna Filippi

L’ondata di proteste iniziata con le manifestazioni del 22 febbraio ha provocato una grande frattura nella società algerina, tanto che tutti i numerosi osservatori o protagonisti malgrado le loro divergenti posizioni e punti di vista, concordano sul fatto che si deve parlare di un prima e un dopo quell’evento.

Qual era la situazione prima del 22 febbraio 2019?
Sul piano politico, si stava andando sgomenti verso un quinto mandato d’Abdelaziz Bouteflika che, nato nel 1937 e già ministro in gioventù, era arrivato alla presidenza alla fine degli anni Novanta grazie all’appoggio dell’esercito, nel momento in cui la popolazione si augurava di voltare pagina dopo una “guerra civile” che aveva opposto le forze di repressione dello Stato algerino alla guerriglia islamista, e comportato la morte o la sparizione di decine di migliaia di persone, senza contare gli sfollati, gli esiliati, i traumatizzati, eccetera.
Se è senza dubbio ancora troppo presto per fare un bilancio esaustivo dei vent’anni di presidenza Bouteflika, bisogna dire che questi due decenni hanno comportato una riduzione significativa della violenza e sancito la sconfitta della insurrezione islamista, anche se la sua ideologia retrograda non ha smesso di penetrare ancora di più nel tessuto sociale, specialmente attraverso il settore educativo, e questo con la compiacenza delle fazioni più conservatrici delle autorità. Bisogna poi anche mettere nel conto le realizzazioni di infrastrutture pubbliche e le costruzioni di alloggi e infine una qualche ridistribuzione della “manna” proveniente dalle risorse degli idrocarburi; certo, prima di tutto a profitto della modernizzazione del suo apparato di sorveglianza e delle clientele legate al regime, ma poi anche ad altre componenti di un paese che conta 42,2 milioni di abitanti di cui quasi il 63% hanno meno di 35 anni, visto che c’è stato un incremento delle nascite a partire dall’inizio degli anni 2000.
Ciò nonostante, gli anni Bouteflika, segnati dalla repressione, la corruzione e il nepotismo, corrispondono anche all’emergenza di una nuova casta di oligarchi che si sono arricchiti grazie alle commesse pubbliche o ai loro legami con i centri decisionali del regime, come ad esempio Ali Haddad, proprietario del gruppo privato Etrhb Haddad, attivo nel settore edile e dei lavori pubblici, oppure Issad Rebrab che è il fondatore del gruppo Cervital e l’uomo più ricco del paese. Arrivato al vertice dello Stato nel 1999, nell’occasione di una elezione segnata dalla defezione di tutti gli altri concorrenti, Bouteflika è potuto restare così a lungo al potere perché ha fatto revisionare, nel 2008, la costituzione adottata nel 1996 che diceva: “La durata del mandato presidenziale è di cinque anni. Il presidente della Repubblica può essere rieletto solo una volta”. Quest’operazione – criticata dall’opposizione democratica ma sostenuta da Luisa Hanoune, la segretaria generale del Partito dei lavoratori che ha condotto una politica di “sostegno critico” al regime – ha permesso ad Abdelaziz Bouteflika di ripresentare la sua candidatura alle elezioni presidenziali del 2009. Raggiunto il suo obiettivo, il presidente si è poi permesso il lusso di fare una nuova modifica della costituzione nel 2016, ritornando alle disposizioni fissate dalla versione del 1996 e limitando i mandati a due.

Perché l’Algeria non ha partecipato alle “primavere arabe”?
Nella loro propaganda, i detentori del potere e i sostenitori del regime algerino hanno provato a intimorire la popolazione presentando le diverse lotte e contestazioni che dal 2011 in poi hanno attraversato il mondo arabo come altrettanti complotti orditi dagli imperialisti occidentali per destabilizzare gli Stati della regione. Lo spettro di un ritorno alla “guerra civile” nel caso di una mobilitazione massiccia contro il regime autoritario veniva continuamente evocato. Inoltre, gli algerini non erano tentati di partecipare alle “primavere arabe” perché avevano già vissuto la loro “primavera” nel 1962: così dichiarava Ahmed Ouyahia, al tempo primo ministro e dirigente del Raggruppamento nazionale democratico, l’altra formazione di governo insieme al Fronte di liberazione nazionale (Fln), partito unico fra il 1963 e il 1989. La sua campagna ufficiale per le elezioni legislative del 2012 aveva per slogan “l’Algeria è la nostra primavera”.
Questi slogan e ragionamenti erano peraltro condivisi anche da quello che resta di una sinistra algerina influenzata dal leninismo, dai più manichei degli anti-imperialisti sempre preoccupati di denunciare, con la loro retorica cospirazionista e nazionalista, “la mano degli stranieri” spesso attribuita alla Francia o agli Stati Uniti. E questo senza paura d’essere contraddetti dai fatti, poiché queste due potenze sono dei partner dello Stato algerino, se non altro per l’approvvigionamento degli idrocarburi come anche nella lotta contro il terrorismo e la gestione dei flussi migratori.
L’intervento militare in Libia nel 2016, come anche la drammatica evoluzione della rivoluzione siriana hanno accentuato la reticenza a lanciarsi in uno scontro frontale con un “regime”, un “sistema” o un “potere” che – sia nell’ottobre 1988 al tempo delle rivolte dei giovani che durante la “primavera nera” della Kabilia nel 2001, per non citare che questi due esempi – ha sempre dimostrato la sua capacità a reprimere nel sangue. Così, le “sommosse dell’olio e dello zucchero” che hanno segnato la prima settimana del 2011, non si sono trasformate in un movimento generalizzato per la caduta del regime algerino. E parimenti, le iniziative nate in quel contesto, come il Coordinamento nazionale per il cambiamento e la democrazia, non sono mai state coronate dal successo per via della eterna diffidenza della popolazione di fronte alle forme istituzionali della politica o nei confronti di figure decise a contrapporsi. Eppure, la società è rimasta segnata da un’intensa conflittualità sociale, se è vero che soltanto nel 2011 si sono contate circa 10mila proteste settoriali di ogni tipo (manifestazioni, scioperi, sit-in, blocchi, eccetera). Ma, evitando di collegare le varie rivendicazioni di categoria alla messa in discussione del potere politico e quindi dando prova di pragmatismo, le varie proteste contavano di vedere soddisfatte le proprie aspirazioni.
Quest’approccio si è dimostrato pagante ma solamente a corto termine poiché le autorità hanno per esempio concesso aumenti salariali, che poi magari sono stati riassorbiti dall’inflazione. Nello stesso modo, dopo aver fatto finta di procedere ad aperture dello spazio politico, dando la parola agli oppositori nei mezzi di comunicazione di massa di solito poco inclini al pluralismo, il governo è riuscito ogni volta a chiudere i giochi e a disinnescare la minaccia di un più ampio movimento di lotta.

Quali sono stati i fattori scatenanti il movimento popolare?
Nel 2013, Abdelaziz Bouteflika ha avuto un incidente vascolare cerebrale che ha affievolito le sue capacità fisiche. La sua lunga degenza a Parigi, al Val-de-Grâce e poi agli Invalides, due ospedali gestiti dall’esercito francese, ha reso ancora una volta evidente l’atteggiamento schizofrenico dei responsabili algerini, sempre pronti a denunciare il “partito della Francia” ma pronti a farsi curare dagli antichi colonizzatori, in mancanza di un efficace sistema sanitario nel paese che governano. Da allora, Abdelaziz Bouteflika ha cominciato a muoversi in sedia a rotelle, a limitare le sue apparizioni pubbliche e quasi a non prendere più la parola; cosa che inciterà alcuni oppositori a chiedere l’applicazione dell’articolo 102 della costituzione che recita: “Quando il Presidente della Repubblica, a causa di malattia grave e durabile, si trovi nell’impossibilità totale di esercitare le proprie funzioni, il Consiglio costituzionale si riunisce in pieno diritto, e dopo aver verificato la realtà di questo impedimento con tutti i mezzi appropriati, propone all’unanimità al Parlamento di dichiarare lo stato d’impedimento.”
Senza poter fare campagna elettorale in forza del suo stato di salute, senza poter partecipare a nessun incontro dei suoi sostenitori e senza neanche poter rivolgersi direttamente ai suoi elettori algerini, Abdelaziz Bouteflika viene nonostante tutto rieletto per un quarto mandato consecutivo nel 2014, sotterrando almeno per il momento le speranze suscitate dalle “primavere arabe”, come anche le illusioni circa le velleità democratiche di un presidente ormai in ritiro per via della sua condizione. Questa nuova situazione ha suscitato prima di tutto della commiserazione invece che disapprovazione per un presidente così malridotto, tanto più che giravano voci circa l’attribuzione del potere reale a Saïd, suo fratello cadetto e di formazione universitaria. Questo sentimento però poi si tramuta in indignazione quando il presidente inaugura, nell’aprile 2018, la moschea Ketchaoua e un troncone della metro d’Algeri. Quest’apparizione pubblica si era infatti svolta subito dopo la richiesta del segretario generale del Fln di un quinto mandato, mentre le immagini trasmesse dalle reti sociali – alle quali si sono rapidamente abituati gli algerini – smentivano quel miglioramento del suo stato di salute vantato dai suoi incensatori. Per di più, e cioè oltre a questa sorta di ferita narcisistica dal punto di vista della popolazione, si è accentuata la crisi di rappresentanza in una società che non ha mai conosciuto delle vere elezioni e si è prosciugata la disponibilità delle risorse, in modo che le autorità non potevano più pretendere di “comprare la pace sociale” come facevano negli anni precedenti. Al contrario, gli ufficiali non avevano altro da offrire che una politica di rigore economico, con grande soddisfazione dei sostenitori della via neoliberale che hanno guadagnato sempre più influenza.
Il 2 febbraio 2019, il Fln annuncia la candidatura d’Abdelaziz Bouteflika. Il 10 febbraio, lui stesso conferma la sua intenzione di sollecitare un quinto mandato, con una lettera nella quale precisa: “Sicuramente, non ho più le stesse forze fisiche di prima (…) ma la ferma volontà di servire la patria non mi ha mai lasciato e mi permette di trascendere gli impedimenti legati alle noie di salute.” Nel frattempo, a partire da sabato 16 febbraio, una prima manifestazione si svolge a Kherrata, situata all’est della wilaya di Béjaïa, dove migliaia di persone si sono ritrovate dietro una bandiera in cui c’era scritta la parola d’ordine: “No al quinto mandato della vergogna”, riprendendo il celebre slogan delle “primavere arabe”, “il popolo vuole la caduta del regime”, o addirittura quello della “primavera nera” di Kabylia, “potere assassino”. È stato questo, senza dubbio, il primo e più grande evento che ha scatenato la dinamica attuale, anche se l’attenzione mediatica si è poi focalizzata sulle marce spettacolari del 22 febbraio.

Quali sono le forme che l’insurrezione popolare ha assunto?
In risposta a un appello anonimo che era circolato sulle reti sociali, decine di migliaia d’algerini, dai quattro angoli del paese, si sono ritrovati in strada il 22 febbraio dopo la grande preghiera del venerdì. Dato il suo carattere massiccio, pacifico e festivo, questa mobilitazione popolare faceva eco alle manifestazioni che celebravano l’indipendenza del paese del 1962, ma anche all’esultanza seguita alla qualificazione della squadra nazionale di calcio per la coppa del mondo del 2009.
Ecco perché si ritrovano nei cortei i simboli della lotta contro il colonialismo francese, cominciando dalla bandiera nazionale, i canti patriottici e i ritratti dei martiri che non hanno conosciuto l’Algeria indipendente e non sono dunque ritenuti responsabili della piega autoritaria che ha preso il paese. Questa espressione di nazionalismo popolare, stabilendo un legame fra la rivoluzione anticoloniale e la rivoluzione democratica di oggi, rimane comunque ambivalente. In effetti, vuole in sintesi significare la volontà di riappropriarsi di un paese, di uno spazio pubblico a lungo monopolio dei responsabili governativi, accusati di essere dei “harkis” o degli “agenti della Francia”. Al contempo si manifestano anche delle forme xenofobe o antisemite visto che uno slogan rimproverava per esempio ad Abdelaziz Bouteflika la sua “marocchinità”, facendo dunque di lui una persona inadatta a governare degli algerini, mentre Ahmed Ouyahia era qualificato come un “ebreo” da manifestanti che non facevano alcuna differenza fra antisemitismo e antisionismo.
Il linguaggio e i simboli del calcio, lo sport più popolare e strumentalizzato dal regime, sono stati fatti propri dai manifestanti, una frangia non insignificante dei quali è composta da tifosi “ultras”. A cominciare dai canti, il più noto dei quali è La Casa del Mouradia, composto nel 2018 dal gruppo Ouled El Bahdja legato all’Unione sportiva della medina di Algeri (Usma). Il suo titolo permette di riferirsi sia alla serie La casa de papel che al palazzo presidenziale di El Mouradia. Un altro canto, composto dal gruppo Torino associato al club Mouloudia di Algeri (Mca), la formazione sportiva più popolare di Algeri, è stato lanciato nel gennaio 2019, ma ha conosciuto un minor successo, anche se si iscriveva nello stesso repertorio protestatario. Il suo titolo, che significa “buon anno”, ha il senso di un ironico augurio a Saïd Bouteflika.
A causa della chiusura dello spazio pubblico e della mancanza di divertimenti accessibili ai giovani delle classi popolari, gli stadi sono degli spazi nei quali gli spettatori esprimono le loro aspirazioni o frustrazioni, associando forme radicali ma anche reazionarie, dando l’immagine di una situazione confusa. Se però si trovavano dei gruppi di tifosi nei cortei, questi non venivano per sfilare come “ultras” ma come individui decisi a rompere con un ordine che li soffocava. D’altronde, cosa rara, il derby che opponeva il Mca al Usma il 14 marzo è stato boicottato proprio dai tifosi dei due club per la “situazione politica eccezionale” e anche per il timore di eventuali “incidenti” provocatori.
Ma la sommossa popolare ha anche molto a che vedere con altri movimenti sociali che hanno dato un loro contributo regionale, come il “hirak” del Rif che è iniziato nel 2016 e il cui nome, che significa “movimento”, è stato ripreso in Algeria. Con le dovute distinzioni e proporzioni, si può dire che le modalità d’azione sono anche comparabili con la sequenza aperta nel 2018 in Francia con i Gilets jaunes, nella quale si ritrovano la stessa diffidenza verso i partiti politici, come anche l’illusione di un possibile colloquio con le forze repressive. In effetti, la polizia e l’esercito venivano visti con favore dai numerosi algerini che manifestavano spesso per la prima volta. Questa volontà di fraternizzazione, che c’era soprattutto all’inizio del movimento, si è tuttavia affievolita mano a mano che la repressione della polizia colpiva non solo i giovani delle classi popolari e che il capo dello stato maggiore dell’esercito Ahmed Gaïd Salah cominciava ad apparire come l’arbitro della transizione dopo le dimissioni d’Abdelaziz Bouteflika il 2 aprile, facendo temere uno scenario “egiziano”. Molti dei protagonisti che sono stati al centro della cronaca in questi ultimi anni “dormono” in prigione (Saïd Bouteflika, Ali Haddad, Louisa Hanoune, Issad Rebrab, eccetera), o sono comunque passati sotto processo. Ma gli algerini rifiutano le logiche e i regolamenti di conti dei clan e continuano a respingere ogni deriva monarchica o militarista.
Questo movimento storico mette in luce tutte le contraddizioni della società ma anche la zza delle forze progressiste o rivoluzionarie, che faticano a mettersi in accordo con una gioventù, quella degli stadi e dell’università, che è determinata a costruire il proprio avvenire nel proprio paese: certo usando il linguaggio del loro tempo e a volte anche con una certa ingenuità, ma sottolineando con audacia e bellezza la problematica delle libertà individuali e collettive, come anche la stretta relazione fra la questione democratica e la questione sociale.

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