La tratta. Donne nigeriane in Calabria

di Maria Elena Godino

Il testo che segue fa parte dell’ampio volume edito da Rubettino per conto della Regione Calabria, Persone annullate. Lo sfruttamento sessuale e lavorativo in Calabria. Le politiche sociali, le caratteristiche e le aree di maggior presenza delle vittime, a cura di Francesco Carchedi e Marina Galati, che ringraziamo.

Premessa

Descriviamo in questo testo le condizioni delle donne nigeriane trafficate a scopo di sfruttamento sessuale verso il nostro paese e che, giunte in Italia, sono entrate in contatto con la rete di protezione nazionale per le persone vittime di tratta. Tale lavoro è frutto dell’analisi di una serie di dati e informazioni riguardanti le donne nigeriane che sono state intercettate dalle azioni del progetto Incipit e vuole favorire una migliore comprensione del fenomeno della tratta sessuale di donne nigeriane.
Ricostruire la storia di una donna vittima di tratta attraverso l’ascolto e l’accoglienza della sua biografia non è semplice perché la narrazione è influenzata spesso da fattori quali la sofferenza, il disorientamento e la paura quale effetto delle intimidazioni subite, ma anche dalla consapevolezza di non avere un terreno comune di credenze con gli interlocutori italiani; ovvero di uno spazio dove la narrazione del rapporto degli umani con gli spiriti, con le divinità, con il mondo dell’invisibile, sia naturalmente possibile. Come vedremo meglio successivamente, il sistema di credenze tradizionali tipico del mondo nigeriano di tipo vuduista, animista (o entrambi) riveste un ruolo importante nella tratta delle persone, in particolare nel determinare una forma di assoggettamento piscologico delle vittime ai trafficanti molto forte.
Le informazioni riportate nel capitolo derivano dall’analisi di interviste, di relazioni o micro storie riguardanti le donne vittime di tratta sessuale che sono entrate in contatto, come accennato, con gli operatori che lavorano nel progetto Incipit. In particolare parliamo di 15 micro storie raccolte dagli operatori dell’Unità di contatto (udc) regionale nello svolgimento del lavoro in strada con le vittime e di 8 interviste in profondità realizzate con altrettante donne accolte presso centri di prima e seconda accoglienza gestite dallo steso progetto, nonché da 5 relazioni elaborate dagli operatori che si occupano della consulenza anti tratta. Il totale complessivo è di 28 interviste.
L’approccio metodologico è di natura qualitativa il cui focus ha riguardato l’analisi delle condizioni personali e culturali che favoriscono l’ingresso, la permanenza e la fuoriuscita nelle pratiche di sfruttamento sessuale delle donne nigeriane espatriate al fine di contribuire a comprendere i meccanismi sottostanti questa forma di violazione di diritti umani così massiva e devastante socialmente.
Il capitolo, inoltre, ricostruisce l’esperienza della migrazione delle donne trafficate a partire dal reclutamento fino al momento in cui decidono di chiedere aiuto per uscire dallo sfruttamento, ovvero ricostruire il ciclo della tratta sulla base delle storie raccolte.

Il profilo delle donne

I profili delle donne che fanno parte del collettivo esaminato sono eterogeni, ma hanno però alcuni elementi in comune. Parliamo di donne che dichiarano una età giovane che va dai 16 ai 31 anni. Provengono da situazioni familiari molto complesse, nella maggior parte dei casi si tratta di giovane donne che hanno perso uno dei genitori o entrambi e che vivono con una zia, per lo più materna. Il livello di istruzione è medio basso, molte sono analfabete o hanno frequentato pochi anni di scuola; alcune hanno completato la Junior secondary school, che nel sistema scolastico italiano corrisponde alla scuola media inferiore o secondaria di primo grado. La maggior parte però non ha sostenuto l’esame finale per motivi economici e dunque non ha conseguito il relativo titolo di studio.
Questi dati sono in linea con quelli riportati dalla letteratura. Alcuni elementi, come il basso livello di istruzione, il genere femminile, l’età e la provenienza, sono considerati fra gli indicatori rilevati nel 2016 anche dall’Oim per l’identificazione rapida delle vittime di tratta.
Ciò che caratterizza la storia di vita di molte delle ragazze è la perdita del sostegno economico familiare per la morte del padre o per la perdita del lavoro da parte dei familiari. Altro elemento in comune che si rintraccia nei loro racconti è l’avere subito diverse forme di discriminazione di genere. Ad esempio molte donne raccontano di non essere riuscite a continuare la scuola per problemi economici, per cui la famiglia ha preferito mandare a scuola il figlio maschio o perché costrette a occuparsi della cura e pulizia della casa e dell’accudimento degli altri membri della famiglia. Anche la violenza sessuale è un elemento che accomuna una parte delle donne vittime di tratta del collettivo in esame. Si parla, in questo caso, non della violenza subita durante il viaggio verso l’Italia, ma di episodi di violenza di cui sono state protagoniste prima di partire (è comune l’aver subito avance o aggressioni da parte di membri della famiglia).
Tutti questi elementi rendono evidente come la tratta degli esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale sia un fenomeno in cui il genere ha un ruolo importante. Infatti, la tratta di persone (trafficking) in Nigeria riguarda solo le donne, mentre quando parliamo dello spostamento degli uomini nigeriani verso l’Europa si parla di traffico di migranti (smuggling). Il fenomeno di migrazione che interessa gli uomini prevede che venga pagata una somma di denaro (all’incirca 10mila euro) prima di spostarsi dalla Nigeria e, una volta giunti sul luogo di destinazione, la persona è libera. Per quanto riguarda invece le donne, viene chiesta una piccola somma di denaro prima di partire, circa 300 euro. Il resto del debito dovrà essere pagato all’arrivo nel paese di destinazione, lavorando per il trafficante. I trafficanti possono arrivare a chiedere alle donne di restituire un debito che si aggira intoro ai 30/35mila euro e solo dopo aver restituito tutti i soldi la donna può ritenersi libera. Come ci spiega Grace Osakue, presidente di Girl’s Power Initiative Nigeria, questa differenza di trattamento tra uomini e donne è possibile grazie al differente modo in cui sono cresciute ed educate le persone.
Le ragazze sono state educate a non fare domande, ad affidarsi alle decisioni degli altri; devono sempre far piacere agli altri, ed essere sempre a disposizione. Per gli uomini non è così. Questo fa sì che mentre gli uomini giunti nel luogo di destinazione non possono essere trattenuti, le donne invece rimangono legate ai loro sfruttatori in un clima di perenne paura.
Come si legge nel documento Nexus between Gender based Violence and Human Trafficking “la società nigeriana è patriarcale e le preferenze dei figli, in base al genere, persistono ancora. Ogni volta che si devono fare dei sacrifici di diversa natura (economici, relazionali, istruttivi) la ragazza in famiglia è spesso quella su cui ricadono maggiormente. Sono facilmente persuase o costrette a fare sacrifici anche laddove sono in gioco la loro salute o la loro vita. Questo è il modo in cui molte delle ragazze hanno iniziato a essere trafficate”. Come ha dichiarato un trafficante “Aiuto le ragazze … Le ragazze hanno menti più semplici dei ragazzi in termini di disponibilità a rimborsare i soldi concordati”
Per quanto riguarda la provenienza delle donne del gruppo in esame la maggior parte proviene da Benin City e dalle aree limitrofe, o più in generale da Edo State. Questo dato è in linea con la letteratura che riporta come fin dall’inizio dell’emigrazione che risale agli anni ottanta, le ragazze erano provenienti da questa zone della Nigeria. Poche sono le ragazze che provengono da Delta State e Lagos State.

Le campagne di sensibilizzazione

Nello Stato di Edo sono attive diverse campagne di sensibilizzazione per la prevenzione e lotta alla tratta di minori e giovani donne dalla Nigeria all’Italia. Si legge sul sito ufficiale dell’ United Nation Office on Drag and Crime che l’agenzia, in collaborazione con il Napitip, ha avviato intensi programmi informativi perlopiù mirati a potenziali vittime di tratta, utilizzando diversi canali di comunicazione, quali: radio, televisione, seminari e workshop, interventi nelle scuole. Essa realizza anche attività di sensibilizzazione nei mercati, durante eventi sociali e religiosi e in luoghi pubblici di primaria importanza.
Oltre ai programmi di prevenzione sono stati promossi partenariati strategici per promuovere la mobilitazione della comunità. Tali interventi vengono condotti in tutti e tre i distretti dello Stato di Edo ed hanno come target privilegiato diversi gruppi come i minori, sia quelli che frequentano la scuola, sia quelli che non la frequentano più o che l’hanno terminata. L’attenzione è rivolta anche ai giovani apprendisti e alle giovani donne disoccupate, nonché alle donne adulte e agli opinion leader della comunità per monitorare le diverse modalità di reclutamento. La sensibilizzazione è diretta anche alle istituzioni locali e ai funzionari pubblici e privati che vi lavorano a vario titolo.
Tra i mandati istituzionali del Dipartimento investigativo e monitoraggio del Napitip è indicato anche quello di attivare interventi di prevenzione e di individuare gruppi criminali che compiono reati correlabili alla tratta e alle conseguenti forme di sfruttamento, e dunque soggetti a forte sanzioni penali.
Il Naptip, quindi, è attivo attraverso diverse campagne di sensibilizzazione rivolte a potenziali vittime di tratta. Ha anche il compito, insieme all’Edo State Task Force against trafficking, una altra agenzia governativa nigeriana, di proteggere le famiglie delle donne che sono sotto minaccia dei trafficanti
Ci racconta B. “io lo sapevo che chi veniva in Europa doveva prostituirsi perché alcune donne che sono partite, sopravvissute in Libia e ritornate in Nigeria, vengono nelle chiese a raccontare il viaggio e ciò che hanno subito” (Int. 9). Continua a raccontarci B. “ Io altre volte ho avuto l’occasione di partire ma non sono partita, perché non volevo prostituirmi. La signora che mi ha fatto venire in Italia mi ha assicurato che non avrei dovuto prostituirmi; mi ha detto che si prostituiva chi aveva fretta di restituire il debito perché si guadagnano soldi facili. Ma chi aveva pazienza poteva fare un altro lavoro, come le pulizie, la badante o lavorare in campagna, in questo modo, cioè, ci vuole più tempo a restituire il debito” (Int. 9).
Il senso di incredulità e smarrimento che si prova di fronte al meccanismo dell’inganno perpetuato dagli sfruttatori ci viene ben descritto dalla scrittrice Blessing Okoedion: “non so come abbia fatto a essere così stupida. Ancora oggi, a volte, non posso credere di essere stata tanto ingenua e sprovveduta. Ma anche di essere stata ingannata in quel modo da una persona di fiducia, una donna gentile, premurosa che pregava sempre e mi voleva bene. O almeno così mi aveva fatta credere. Sembra proprio che tenesse a me, quella donna…”.
Gli sfruttatori sono diventati molto abili del rassicurare le vittime, anche chi è più consapevole dei rischi a cui li espone la tratta. Ce lo spiega bene J. che ha conosciuto il fratello della maman mentre era ricoverata in ospedale perché affetta da tubercolosi: “Io ero ricoverata in ospedale perché stavo male. Lì ho conosciuto il fratello della maman. Il ragazzo ha parlato con mia zia che mi aveva accompagnata all’ospedale. Lui ha chiesto a lei cosa avevo e quando mia zia ha detto che ero malata di tubercolosi e che le medicine costavano tanto, il ragazzo le ha promesso di potermi aiutare, mandandomi in Italia da una sua sorella. In Italia, e con le attenzioni della sorella, sarebbe stato facile curare questa malattia. Poi abbiamo rivisto il ragazzo quando siamo andate a comprare le medicine in un altro ospedale ed è rimasto sorpreso di vedermi anche là. Mi ha detto “pure qua sei venuta!” e la zia ha risposto che in questo altro ospedale avremmo trovato le medicine che cercavamo. Allora il ragazzo ha detto che se ero pronta a partire lui avrebbe anticipato le spese del viaggio, di non preoccuparmi perché in Italia avrei potuto fare qualsiasi lavoro, la parrucchiera o la domestica e restituirgli l’anticipo. Mi ha rassicurato anche che dopo essere guarita avrei ripagato il debito lavorando. All’inizio mia zia non era d’accordo poi vedendo come il ragazzo si esprimeva si è convinta e mi ha lasciato andare” (Int. 2).

Il reclutamento e la decisione di partire

Nonostante l’investimento sulla prevenzione del traffico delle donne e dei minori in Nigeria è probabile che non si riescano a raggiungere tutti i villaggi, in particolare quelli dell’entroterra nigeriana, i quali restano quindi tagliati fuori da questa informazione e sono meno consapevoli della realtà italiana e quindi sono più asservibili. A ciò si aggiunge il fatto che vengono individuate ragazze sempre più giovani.
Ci racconta G., “io ero una bambina, mia madre non mi lasciava uscire, non potevo fare niente. Io non sapevo niente della prostituzione” (Int. 15).

Come riportato dal rapporto di Save the Children nel 2016, oltre a ragazze di 16 – 17 anni poco scolarizzate provenienti da contesti rurali sempre più poveri, si è affiancato l’arrivo di bambine di 13 – 14 anni.
Il reclutamento delle donne da parte dei trafficanti può avvenire in diversi modi. Le donne spesso incontrano il trafficante attraverso familiari, amici. L’incontro può avvenire in luoghi diversi, al lavoro, nei mercati, a scuola, a casa di conoscenti.
Ci racconta J. “Un giorno ero con la mia amica e ho sentito che la madre parlava con una sua amica delle ragazze che volevano partire per andare in Italia. Dopo che la signora ha chiuso il telefono mi ha chiesto se io fossi interessata a partire e io ho detto perché no? Così questa signora ha richiamato la sua amica e me l’ha passata al telefono. Lei mi ha detto che mi avrebbe aiutata ad andare a scuola una volta in Italia e così ho deciso di partire. In meno di due settimane sono partita” (Int. 7).
Molte vittime possono diventare potenziali trafficanti perché “le poche persone trafficate, che giunte in Europa, sono riuscite a inviare consistenti somme di denaro a casa hanno permesso alla propria famiglia di raggiungere il benessere economico; queste stesse persone sono diventate “punti di riferimento” per i trafficanti stessi e modelli da seguire per le donne che pensano di espatriare.

È difficile capire quanto le donne trafficate che arrivano nel nostro paese, e nella regione Calabria, a fini di sfruttamento sessuale, siano consapevoli della reale finalità del loro viaggio.
Una piccola parte della letteratura è concorde nel definire che in Nigeria si sappia che dei segmenti femminili, che vengono aiutati a espatriare contraendo un debito, per poter ripagare il debito contratto debbano in seguito prostituirsi. Secondo il Rapporto dell’ Ufficio delle Nazioni Unite sulla Droga e il Crimine (Unicri) del 2003, la tratta degli esseri umani è così radicata in Edo State, specialmente in Benin City, che si stima che virtualmente ogni famiglia del Benin sia in qualche modo coinvolta nella tratta come vittima, sponsor, madame o trafficante. Si legge nel rapporto “Molte famiglie  si vantano  di avere la figlia, la moglie, la sorella in Italia, Spagna o Paesi Bassi, indicando case, automobili, pozzi e altre cose materiali acquisite  con i soldi inviati dalle loro figlie”.
Secondo un articolo pubblicato su “Internazionale”, che a sua volta fa riferimento a un rapporto Onu del 2003, si rivela che “a metà degli anni novanta la maggior parte delle donne dello stato di Edo che andavano in Europa era probabilmente consapevole del fatto che avrebbe dovuto prostituirsi per ripagare i debiti, ma non conosceva le condizioni di sfruttamento violento e aggressivo a cui sarebbe stata sottoposta”.
Anche chi ha rivelato di essere consapevole del lavoro che avrebbe dovuto fare una volta giunta in Italia, non immaginava però il livello di violenza e aggressività che è stata costretta a subire o le condizioni oggettive (in strada, al freddo, con un pesante debito da risarcire). Come dichiara D. nel verbale di denuncia ai Carabinieri della sua situazione “mi avevano detto che in Italia mi sarei dovuta prostituire ma anche che avrei potuto continuare gli studi come desideravo e che avrei trovato il fidanzato, invece S. mi costringeva ad andare a lavorare tutti i giorni. È capitato che a volte non stavo bene e non potevo andare al lavoro. S. allora mi picchiava, insultava minacciandomi che mi avrebbe ucciso e buttato il corpo nel fiume” (Int. 21), o ci racconta A:.“lo sapevo che dovevo pagare il debito e come pagarlo ma non quello che è successo. Sono stata venduta due volte, ho iniziato a pagare il debito alla prima maman in Libia e poi lei mi ha venduta a un uomo che mi ha fatto venire in Italia e lui mi ha chiesto 30 mila euro” (Int 1).

Il giuramento, il debito e il juju

Nella tratta delle donne nigeriana a scopo di sfruttamento sessuale il giuramento rappresenta un aspetto centrale. Il giuramento, comunemente chiamato juju dalle medesime donne, è una pratica derivante della religione tradizionale e serve a sancire un impegno tra le parti, prevedendo la maledizione dei trasgressori. Attraverso il rito del giuramento si crea un legame stretto tra sfruttatore e vittima che assoggetta quest’ultima ai suoi aguzzini, fino ad arrivare a uno stato di asservimento e anche di schiavitù.
Tra la maman, che fornisce l’aiuto economico alle ragazze per intraprendere il viaggio verso l’Italia, e le ragazze disposte a partire si sigla un patto. Da questo momento la maman prevede il possesso e il controllo delle medesime una volta per tutte, poiché faranno tutto ciò che la maman chiederà. Il patto siglato attraverso il giuramento determina una forma di potere e di controllo sociale particolarmente efficace e autorevole, che trova fondamento nella complessità del mondo spirituale nigeriano; il controllo diventa attivo attraverso le pratiche del giuramento wodoo tipico di una parte significativa della tradizione religiosa.
Le ragazze sono sottoposte al rito di giuramento prima di partire dalla Nigeria. Ci racconta P. “Siamo andati a casa del native doctor. Erano presenti con me mia zia e la sorella della mia madame. Mi hanno fatto spogliare e mi hanno dato un lenzuolo bianco per coprirmi e mi hanno portato acqua in un secchio. Era acqua sporca con dei vermi dentro, puzzolente. Con quell’acqua dovevo lavarmi e dopo mi hanno fatto giurare che avrei pagato il debito e che non avrei rivelato il nome della madame. Hanno ucciso una gallina e mi hanno dato il cuore crudo da mangiare. Mi hanno preso unghie e la mutandina. Mi hanno detto che se avessi cercato di scappare sarei impazzita o morta” (Int. 27).
I capelli, le unghie, i peli sono parti del corpo delle donne che vengono raccolti in fazzoletti o in indumenti intimi e conservati nel santuario dove viene praticato il giuramento fino a che le stesse donne non riescono a estinguere il debito. Come ci spiega Simona Taiani: “queste parti restano come ‘oggetti attivi’ attraverso i quali si può agire sul corpo della donna inviandole dolore, malattia o morte”. Questa azione può avvenire anche a distanza.
Altro elemento in comune nel rito di giuramento è l’evocazione della morte tramite l’uccisione di un animale, in genere un pollo o una gallina, di cui la ragazza deve successivamente mangiare un pezzo e nel mangiarlo assimila simbolicamente il giuramento poiché diventa carne del suo corpo.

Installare il terrore

Questi riti installano terrore nelle vittime, e il rispetto del patto attraverso il pagamento del debito diventa fondamentale, perché è il modo di non venire meno al patto siglato prima del viaggio. E per questo motivo che i parenti stessi insistono affinchè le ragazze obbediscano ai trafficanti. Ci racconta A. “quando ho contattato mia zia per dirle che ero scappata lei mi ha detto che avevo sbagliato che almeno avrei dovuto restituire almeno metà del debito prima di scappare” (Int. 1). Ciò per lenire gli effetti del maleficio.
Se la donna non ha fatto il giuramento in Nigeria, questo viene fatto successivamente. Ci racconta E. “Ho fatto il giuramento in Libia. La mia maman voleva farmi giurare in Nigeria e io le ho detto che se siamo amiche che senso ha che mi fai giurare. In Libia però, siccome aveva paura che io potessi scappare, mi ha fatto giurare” (Int. 14). E. ci spiega ancora come è avvenuto il giuramento: “La maman ha messo per terra le statue di juju nigeriani, ha preso peli dalle parti intimi di tutte le ragazze, le ha mischiate e le ha messe sopra queste statue. Eravamo in sette ragazze, non c’era nessun native doctor, c’erano i boyfriend della maman che sono quelli che picchiano chi si rifiuta di lavorare o violentano le ragazze vergini che non vogliono prostituirsi. Ognuno di noi ha detto il proprio nome e cognome e ripetuto le parole che diceva la maman. È come un incantesimo; alcune ragazze che avevano già fatto il giuramento in Nigeria hanno dovuto rigiurare” (Int. 14), rinforzando così il legame con la medesima maman.
I jujù di cui ci parla E. sono feticci che rappresentano potenti divinità che fanno parte del ricco pantheon nigeriano. Capita spesso, quindi, che il giuramento venga ripetuto quando le ragazze arrivano nel luogo di prostituzione, ci racconta al riguardo J. “ad Afragola la maman mi ha fatto rifare il giuramento. Ha aperto il cofano della macchina e mi ha fatto poggiare le mani sul motore, mi ha fatto giurare ancora di ripagare il debito e di non parlare con nessuno e mi ha dato da bere l’acqua presa dal radiatore. Se io avessi provato a scappare (questo era il malefizio) sarei morta sicuramente in un incidente stradale” (Int. 12).

Un legame invisibile

Perché le donne risultano “incastrate” dal giuramento? Come possiamo attribuire concretezza a un rito che ci appare così irreale, annoverabile tra le superstizioni magiche? Nella realtà sociale e culturale dei paesi di migrazioni questo sistema rituale viene definito “stregoneria” e diventa difficile per noi comprendere la natura reale che ha per le donne nigeriane. Ma ciò per loro è una realtà concreta con cui dobbiamo misurarci per acquisire la fiducia di queste donne, poiché solo interloquendo con loro anche su questo piano possiamo aiutarle a uscire dal meccanismo prostituzionale.
Come ci spiega Simona Taliani “ la stregoneria è prima di tutto una costellazione ideologica esplicativa, funzionante all’interno di un universo simbolico e di un sistema sociale in cui le tensioni e i conflitti fra gli individui prendono linguaggio e significazione proprio grazie alla possibilità di essere coerentemente “pensati”, e quindi “detti” attraverso la trasfigurazione dei motivi aggressivi in atti concreti (nella fattispecie in atti di fattucchieria). Esplicitando questi potenziali atti aggressivi la maman li rendi possibili e quindi concreti. Venir meno quindi al patto sottoscritto determina meccanicamente (in base alla credenza) la concretezza formale dell’atto ipotizzato, ovvero si realizza – e questa è la paura paralizzante per la donna che trasgredisce – la maledizione prefigurata. L’atto potenziale (cioè il maleficio) si converte in un atto concreto.
Il juju è, quindi, quel dispositivo sociale, rivela ancora l’autrice, che permette alle donne Nigeriane di attribuire senso alla realtà. Dopo aver giurato di non rivelare mai a nessuno i nomi dei trafficanti e di pagare il debito pena la morte o la pazzia, ogni evento negativo che accadrà a sè o alla propria famiglia verrà letto come conseguenza del patto che non si è rispettato.
“La donna che tradisce l’accordo, uscendo dal circuito della prostituzione prima del pagamento del riscatto, lo fa sfidando la consapevolezza delle conseguenze che ne potrebbero derivare, sul piano della salute propria o di quella dei familiari o su quello della fortuna e del successo”.
La forma di assoggettamento della vittima non è soltanto legato alla paura della sanzione di ordine ‘soprannaturale’, quale pazzia o morte, ma anche a una minaccia di ritorsione nei confronti dei familiari, in caso di prematuro scioglimento del patto. L’assoggettamento tramite il jujù è, in ogni caso, talmente potente che agisce a qualsiasi livello di distanza, è un legame invisibile ma forte e duraturo.
F. è una donna nigeriana che riceve la proposta di raggiungere la Francia per completare i suoi studi dalla sorella del cognato. Ci racconta “io non ho fatto nessun giuramento quando sono partita perché la mia maman mi aveva detto di andare nel vicino villaggio di Orogù per fare un rito per la mia protezione e io ho risposto che non ce ne era bisogno perché mi avrebbe protetto Dio” (int. 16). Arrivata in Italia F. contatta la sua maman che va a prenderla in treno presso il centro di accoglienza. Una delle ragazze ospite dello stesso centro cerca di convincere F. a non partire, e visto che F. non si fida questa ragazza chiama la polizia ferroviaria e la maman riesce a scappare.
Da quel momento F. capisce le reali intenzioni della sua maman e decide di entrare nel progetto di protezione. Avendo perso le tracce di F. la maman si rivolge insistentemente allo zio di F. a richiedere la restituzione del debito che ammonta a 40 mila euro, finché, ci racconta F. “la mia maman ha chiamato mio zio dalla Francia per richiedere i soldi. Il fratello della mia maman è andato da mio zio per dire che è stato fatto un jujù con il mio nome. Mio zio non ci credeva per cui sono andati insieme nel villaggio vicino che dista 2 ore di motocicletta e mio zio ha visto nella casa del native doctor le varie statue e, affianco a una di esse, c’era anche il mio nome. Quindi se io non pago i soldi devo morire, non posso vivere bene e subire tante cose negative. Quando finirò di pagare il debito succederanno tante cose positive. Adesso io devo pagare il debito, quando avrò finito mio zio riornerà dal native doctor e lui mi toglierà il juju” (Int. 16).

Il viaggio. Le rotte del deserto

Tutte le donne intervistate sono giunte in Italia via mare. Il viaggio ha, in genere, inizio da Benin City. Il Niger è il primo paese che le donne trafficate verso l’Europa, e quindi verso l’Italia, attraversano raggiungendo Agadez, la sua capitale. Come si legge da uno studio pubblicato da BeFree trovando ulteriore confermain alcune microstorie da noi raccolte, ”le donne nigeriane trattate e condotte attraverso il Niger vengono portate ad Agadez, in “connection house”, e qui sono spesso esposte a violenza e costrette a prostituirsi per poter proseguire il viaggio. In città esiste un insediamento nigeriano, composto per lo più da migranti ritornati dalla Libia o fermatisi lungo il percorso, parte dei quali sono contatti locali delle reti di traffico di persone e di stupefacenti. Migranti “volontari” e vittime di tratta sono accomunati da un processo di vulnerabilizzazione che, spogliandoli di denaro, beni, informazioni e contatti con l’esterno, li vincola in modo più forte a organizzazioni che, nella prima parte del viaggio, sembravano lasciare maggiori spazi di libertà. Chiusi nei “ghetti”, controllati da capi e trafficanti che requisiscono documenti e telefoni, con lo spauracchio dell’arresto e del rimpatrio, vivono di fatto un sequestro a intensità più alta quanto più alto è il profitto di chi li traporterà verso la Libia e oltre.”
Ci racconta M. “siamo giunte ad Agadez in pullman. Arrivate qui ci ha accompagnati in un “campo” dove c’erano tante persone. Si chiamava “Ghetto Boss”. C’erano persone di più nazionalità. Noi simo rimasti lì per quattro mesi. Non ci era permesso uscire e c’era sempre qualcuno che ci sorvegliava. Non c’era cibo, né l’acqua, né l’elettricità. Solo quelli che avevano soldi si potevano permettere di comprare l’acqua”(Int 3).
Solitamente è in Niger che le ragazze ignare comprendono la vera finalità del viaggio. Ci narra E. “ad Agadez la gente mi chiedeva come mai avessi portato con me mio figlio e io rispondevo che la signora (la maman che l’aveva coinvolta nell’espatrio) mi aveva rassicurato che non dovevamo attraversare il deserto… ma loro mi dicevano: “guarda che ti ha preso in giro, sicuramente ti farà prostituire; non potevi lasciare tuo figlio con qualcuno?”. Io ho chiesto spiegazioni alla signora la quale ha continuato a dirmi di non preoccuparmi che saremmo arrivate in Spagna. Così abbiamo continuato il viaggio fino ad arrivare in Libia e qui mi ha detto che in realtà la destinazione finale era proprio la Libia e che se avessi voluto, dopo aver pagato il debito, avrei potuto continuare il viaggio verso l’Italia.”(Int. 14).
Passare per la Libia è una tappa obbligatoria per chi vuole raggiungere l’Europa. Una volta giunte in Libia le donne possono essere trasferite in ghetti gestiti per lo più da uomini arabi. Si legge sulla relazione di A. “sono arrivata a Saba con il pullman e sono stata portata in una connection house dove vivevano altre 300 persone di diversa nazionalità, uomini e donne. Eravamo controllati giorno e notte da uomini armati senza nessuna possibilità di uscire; venivamo anche picchiati e maltrattati per qualsiasi piccola cosa e ci portavano da mangiare del pane due volte al giorno. Gli uomini arabi venivano e sceglievano delle ragazze da portare via per violentarle, chi si rifiutava di andare veniva picchiata violentemente” (Int. 7).

La permanenza in Libia

La durata di permanenza in Libia è varia. Secondo il rapporto dell’Oim essa dipende dall’efficienza dell’organizzazione “laddove una durata molto breve può indicare un’organizzazione efficiente che accorcia i tempi verso lo sfruttamento, una durata lunga invece – oltre tre mesi – può indicare degli intoppo organizzativi”. In seguito all’accordo d’intesa sottoscritto tra Italia e Libia all’inizio 2017 per impedire le partenze di migranti e rifugiati verso l’Europa, la situazione però è cambiata perché migliaia di persone restano intrappolate nei campi di detenzione libici e anche per le donne trattate è molto difficile riuscire a raggiungere l’Italia.
In alcuni casi la destinazione finale della tratta è la Libia ed è quindi lì che inizia lo sfruttamento. E. è una donna che ha finito di pagare il debito in Libia e che ha deciso di raggiungere l’Italia dopo essere stata arrestata dalla polizia ed essere stata costretta a pagare per la sua scarcerazione. “La mia madame aveva detto che saremmo andate in Spagna e invece, arrivate in Libia, mi ha detto che saremmo rimaste lì e che io avrei dovuto restituirle più di 15 mila dinaro. Una volta pagato il debito sarei stata libera di andare in Italia. Sono stata nella Connect House libica per nove mesi. In tutto questo periodo io non ho mai ricevuto i soldi. Gli uomini entravano e pagavano la proprietaria della casa che poi dava i soldi alla madame. La madame mi ha dato un quaderno e io vi scrivevo le persone che incontravo. Lavoravamo ogni momento. Ogni momento qualcuno poteva venire, ci guardava e sceglieva la donna con cui andare. Anche se stavamo dormendo ci svegliavano. Nella casa eravamo 13 donne” (Int. 14).
La stessa donna ci spiega anche come evolve il ruolo delle vittime in Libia:” Ci sono varie categorie di prostituzione. Le ragazze appena arrivate in Libia che non hanno iniziato ancora a pagare il debito, per non farle scappare, le mettono in una casa dove non possono uscire e non possono avere contatti con l’esterno, le regole sono molto strette. Invece la ragazza che ha iniziato a pagare il debito e ne ha già pagato la metà ha un po’ di libertà e la mettono in un’altra casa da cui può avere contatti con l’esterno, cioè uscire con i clienti e anche dormire fuori. Le ragazze che hanno finito di pagare il debito, se vogliono fare anche essi dei soldi facilmente oppure vogliono far venire altre ragazze possono andare in una casa dove vanno i clienti più ricchi”(int. 14). Viene lasciata questa possibilità alimentando così la tratta, e recuperando, sfruttando altre donne, quello che hanno in precedenza sborsato. “È facile, dice ancora E., far venire le ragazze perché sei nel frattempo entrato in contatto con i connection men” (Int.14).

La situazione in Italia e l’uscita dallo sfruttamento. L’arrivo in Italia

Una volta giunti in Italia le donne contattano la madame tramite un numero di telefono che gli è stato lasciato prima di partire dalla Libia. “Siamo sbarcate, racconta G., in Italia la mattina e dopo alcuni giorni siamo state trasferite in un centro in Sicilia. Mi hanno dato una scheda telefonica e ho chiamato mia madre e poi la mia maman che vive in Francia. Lei mi ha chiesto dove fossi e io le ho detto solo che sapevo che eravamo a Canicattì. Dopo tre giorni mi ha richiamato e detto di uscire dal centro che c’era un uomo che mi aspettava. Io sono uscita e ho visto quest’uomo fuori” (Int. 4).
Questa dichiarazione mette in evidenza l’efficace sistema di organizzazione degli sfruttatori che riescono a individuare facilmente il luogo in cui le donne in Italia vengono collocate e al contempo la ramificazione di una rete dove i diversi attori svolgono un ruolo definito, e strettamente funzionale agli obiettivi correlabili al successivo sfruttamento della vittima.
Le donne, costrette a uscire dai sistemi di accoglienza italiani, vengono condotte in strada e obbligate alla prostituzione. Gli sfruttatori forniscono alle vittime, insieme al numero di telefono per le reciproche comunicazioni, anche indicazione su come comportarsi una volta giunti a destinazione. Racconta M. “Al mio arrivo in Italia nel momento dell’identificazione ho detto di essere due anni più grande perché non ero ancora maggiorenne e mi avevano detto che i più piccoli sarebbero stati controllati di più e meglio” (Int. 5).
Anche O. racconta che è giunta in Italia minorenne, ma che su indicazioni dei suoi sfruttatori si è dichiarata maggiorenne: “una volta arrivati nel centro di accoglienza ho chiamato il numero che mi era stato dato in Libia; dopo circa tre giorni dal nostro arrivo è venuto a prenderci un uomo che ci ha portato a casa sua ad Ancona e il giorno dopo a Torino dove c’era la madame. Dopo il nostro arrivo la madame ci ha fatto tagliare i capelli e comprato vestiti corti e scarpe con il tacco alto. La sorella della madame, che viveva con lei, ci ha insegnato a camminare con i tacchi perché nessuno di noi ne era capace. Poi ci ha detto che il viaggio da Ancona a Torino era costato un milione di euro mentre il viaggio dalla Nigeria in Italia era costato 30mila euro. Io non avevo assolutamente consapevolezza del valore degli importi. La madame ci ha poi detto che l’unico modo per guadagnare e restituire quelle cifre era di prostituirci. Noi ci siamo rifiutate e lei e la sorella ci hanno minacciato di morte e poi hanno iniziato a picchiarci pesantemente” (Int. 22).
L’entità del debito rimane per molto tempo ignaro o incomprensibile alle donne nigeriane. Spesso non viene comunicato o comunicato in una valuta di cui le donne non hanno comprensione. In ogni caso le donne sono sempre rassicurate sul fatto che pagare il debito, una volta giunta a destinazione, non è difficile e non comporta nessuna deprivazione.
Al contrario, una volta costrette, tutti i soldi guadagnati in strada vengono sottratti alle ragazze che oltre al debito devono pagare le spese per l’alloggio, per il cibo e i vestiti. Ci racconta M. che al momento della decisione di scappare ha saldato un debito di 3.980,00 euro che “in aggiunta ai soldi del debito ogni mese dovevo pagare 150,00 euro per il posto dove lavoravo, 200,00 euro di affitto, 80,00 euro per le bollette di gas, luce e internet. In più pagavo 40,00 euro a settimana per il cibo e dovevo pagare anche i vestiti che mi comprava la zia per il lavoro” (Int.3).
Non tutte le ragazze vivono sotto stretta sorveglianza della propria madame. Infatti, se gli sfruttatori sono certi che la ragazza pagherà il debito, quest’ultima ha maggiore libertà di movimento, che non significa avere condizioni di vita migliore.
Racconta L., al riguardo “abitavo in un magazzino, forse una vecchia stalla riconvertita ad abitazione (per modo di dire). Dormivo in una unica stanza con altre due connazionali; ai piedi del letto c’era un vecchio e piccolo televisore; vi era inoltre una cucina in un angolo del corridoio poggiata su una base di marmo a cui era collegata una bombola a gas e un bagno. I vetri esterni delle finestre erano rotti ed entrava aria fredda. Niente riscaldamento o acqua calda, solo una stufetta. Per questa casa pagavamo 300,00 euro al mese” (int. 23).

L’uscita dallo sfruttamento

Decidere di uscire dal circuito della prostituzione prima del pagamento del debito, come abbiamo visto, non è semplice, perché tradire l’accordo significa accettare le conseguenze che ne potrebbero derivare: sia sul piano della salute propria o di quella dei familiari che su quello della fortuna e del successo personale. Oltre a ciò bisogna riuscire a ingannare senza conseguenze i propri sorveglianti. In questa fase è importante l’appoggio sociale e morale che le ragazze possono ricevere e un ruolo importante lo rivestono gli operatori dell’unità di contatto, ma non sempre i tentativi di scappare vanno a buon fine.
Racconta B., una ragazza nigeriana di 26 anni arrivata in Italia nel 2012, ed entrata nel progetto anti tratta in seguito a una retata da parte delle forze dell’ordine, e che aveva già precedentemente provato a scappare: “Parlavo abbastanza bene l’italiano. Ho cercato aiuto per telefono, e subito gli operatori di strada sono arrivati da me. Abbiamo concordato un incontro non su Reggio (dove si prostituiva) ma alla stazione di Villa San Giovanni. Quella sera mi tranquillizzai tanto e riuscii a non far capire nulla alle altre ragazze che lavoravano in strada. Il pomeriggio sono andata in stazione ma avevo molto paura di essere stata seguita. Quando sono arrivata a casa, senza dirmi niente, il fratello della mia maman mi ha picchiata tantissimo, e dopo due giorni mi ha portato a Milano, dove ho ripreso ad andare in strada fino a che non è arrivata la polizia.” (Int. 24).
In alcune storie si rivela che un aiuto significativo per uscire dallo sfruttamento è stato l’appoggio ricevuto da abituali clienti o “fidanzati della strada” che hanno fornito alle ragazze decise a scappare un aiuto concreto, ad esempio comprando il biglietto del treno per allontanarsi dal luogo dello sfruttamento o ospitandole a casa per un certo periodo.
Ci racconta M., fatta arrivare in Italia dalla zia, che aveva stretto un rapporto sentimentale con F. un ragazzo italiano conosciuto in strada “Parlavo spesso con F. sul fatto di cambiare lavoro e ho provato a parlare anche con mia zia la quale mi rispose che non è facile trovare lavoro in Italia e comunque non avrei guadagnato così tanto come per strada per poter pagare il debito. Mi ha chiesto chi mi avesse messo in testa queste idee e anche se io ho risposto nessuno lei ha pensato subito che fosse stato F. Quando sono scappata ho passato qualche settimana a casa di F. finché l’unità di strada non ha trovato un posto dove stare” (Int. 6).
Le motivazioni che hanno spinto le ragazze a uscire dallo sfruttamento sono diverse. In alcuni casi le ragazze sono state condotte, in seguito a una retata, presso un servizio di Polizia e lì sono potute venire a conoscenza del sistema di protezione italiano per le vittime di tratta sessuale.

L’editto dell’Oba

Una spinta importante per aiutare le ragazze a uscire dalla tratta è arrivata anche dall’editto formulato dall’Oba Ewuare II, la massima autorità religiosa del popolo Edo, celebrato l’8 marzo del 2018 in cui revoca tutti i riti di giuramento che vincolano le ragazze trafficate e sfruttate. A presenziare alla cerimonia ufficiale sono stati invitati tutti i sacerdoti (native doctor) della religione tradizionale juju, che sono stati esortati a non celebrare più cerimonie mirate ad assoggettare le donne alle maman a scopo di sfruttamento sessuale e ha lanciato delle maledizioni contro i trafficanti e contro i native doctor che continueranno a perpetrarle a fini immorali. L’Oba ha anche esplicitamente esortato le ragazze a sentirsi libere dal pagamento del debito e a svelare l’identità dei trafficanti.
I video e le foto di quel momento sono circolati immediatamente sui media e diffusi tra le ragazze nigeriane vittime. Ci racconta P., “Dopo l’editto dell’Oba la mia madame mi ha chiamato e mi ha detto che mi avrebbe fatto lo sconto; non avrei più dovuto pagare 30mila euro ma 10mila, ma io avevo già deciso che sarei scappata. Così un giorno, quando la persona che mi controllava non c’era, sono uscita con lo zaino come se stessi andando a lavorare invece sono andata alla stazione. Ho chiesto aiuto a un mio amico nigeriano e lui mi ha dato i soldi per pagare il biglietto del treno” (Int. 28).
Il proclama dell’Oba ha prodotto una prima reazione positiva e alcune donne hanno trovato il coraggio di scappare; chi invece già all’interno del progetto anti tratta, che conviveva con la paura delle ritorsioni conseguenziali al non rispetto del giuramento, ha provato un senso di sollievo “adesso non ho più paura di morire” (Int. 6), ci racconta M.
Il proclama rappresenta un evento storico fondamentale ma sicuramente non ha fermato la tratta. Dopo un primo momento di disorientamento la rete criminale ha avuto modo di ri-organizzarsi per contrastare gli effetti sulle donne. Alcune madame affermano che l’editto è valido solo per le persone di Edo State, mentre negli altri stati della Nigeria il poter spirituale dell’Oba non ha nessuna influenza. Altre versioni prevedono che la liberazione dal giuramento valga solo per riti ancora da realizzare, non per quelli già effettuati prima dell’editto.
Alcune madame si proclamano più potenti dell’Oba. Le parole di G. forse possono aiutarci a comprendere le complesse dinamiche culturali e psicologiche che legano le donne che hanno presenziato al rito. G. è una giovane donna entrata in Italia minorenne e che si è rifiutata di prostituirsi trovando il coraggio di chiedere aiuto alla polizia appena giunta in Italia; non ha mai smesso di pensare al debito da pagare e la sua madame non ha mai smesso di importunare i suoi familiare per la restituzione dei soldi. “Chi non è nigeriana non può capire. Io vorrei non credere al juju ma so che il juju esiste. Conosco storie di persone che sono morte a causa del juju e persone che hanno confessato di averne ucciso altre attraverso il juju” (Int. 4). La paura di G. è palese.
G. dopo l’editto dell’Oba si è sentita libera in un primo momento, ma questo senso di libertà non è durato a lungo e ci spiega perché: “Anche la madame ha paura dei juju e sa quanto sono potenti. Se lei continua a chiedermi di restituirle i soldi anche dopo la maledizione dell’Oba vuol dire che lei può rivolgersi a dei juju più potenti” (Int. 16). Un altro ostacolo che rende difficile la liberazione delle donne è legata alla scarsa fiducia che esse ripongono verso le organizzazioni governative nigeriane. Il Naptip, che ha ricoperto un ruolo importante nella decisione dell’Oba di rendere illegali i giuramenti, può essere di ulteriore aiuto alle ragazze che trovano il coraggio di uscire dalla tratta recuperando le parti del corpo sottratte al momento del giuramento, cioè i “sacchettini” dove sono stati riposti i peli e le unghie delle vittime. Se la ragazza riesce a indicare il santuario in cui è avvenuto il giuramento il Naptip interviene personalmente e, recuperandole, potrebbe interrompere il maleficio.

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