Greta in un mondo da cambiare

di Francesco Martone

Fridays for the Future, Extinction Rebellion, Marcia contro le grandi opere imposte e inutili e per la giustizia climatica. Tre mobilitazioni che si sono susseguite nelle ultime settimane non solo in Italia, non solo a Roma. Dopo lo sciopero globale per il clima del 13 marzo, all’indomani della grande marcia dei movimenti contro le grandi opere a Roma, a Bruxelles Extinction Rebellion è scesa in piazza per chiedere all’Unione Europea di prendere impegni concreti contro il climate change. Centinaia di migliaia di persone, uomini e donne, giovani e meno giovani, accomunati da un’unica parola d’ordine: cambiamo il sistema, non il clima. Portano la questione climatica al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica, dei media e dei decisori politici non con un semplice slogan, né con un’affermazione di principio, bensì con l’indicazione chiara di quale debba essere oggi la direzione da prendere, e presto, per affrontare efficacemente la questione del climate change, e assicurare nientedimeno che la sopravvivenza del genere umano.
Cambiare il sistema significa riconoscere che la situazione estrema nella quale si trova l’umanità non è conseguenza di un ciclo naturale, nel quale la mano dell’uomo, come ha contribuito a creare il problema, può risolverlo ricorrendo alla tecnologia senza scalfire il modello di sviluppo. Significa riconoscere che la causa principale risiede nel modello estrattivista, nella dipendenza da combustibili fossili, nella convinzione che le risorse naturali siano infinite, o sostituibili. Che siano mercanzia da immettere sui mercati, o trasformabili financo in prodotti speculativi per i mercati finanziari. Significa aprire lo spazio all’alternativa possibile che dev’essere alternativa al capitalismo, soprattutto in questa fase, appunto definita estrattivista. E connettere la questione climatica ad altre questioni relative al diritto a una vita degna, sana, al diritto al godimento dei diritti fondamentali, e così trasformare l’emergenza climatica in grande occasione di ridefinizione dei rapporti tra umani e Madre Terra e di conversione radicale dei processi produttivi, e degli spazi pubblici e privati.
I dati parlano chiaro: se non si pratica un cambiamento di marcia radicale sarà impossibile contenere l’aumento della temperatura a 1,5 gradi centigradi. Altri dati indicano la direzione. Secondo un rapporto recente di Un Environment, l’agenzia Onu per l’ambiente, l’estrazione di risorse è responsabile di metà delle emissioni di anidride carbonica a livello globale e per l’80% della perdita di biodiversità. Si calcola che dal 1970 il volume di estrazione di risorse naturali sia triplicato, e il mondo consumi oggi oltre 92 miliardi di tonnellate di materiali. Dal 1970 l’estrazione di combustibili fossili è passata da 6 a 15 miliardi di tonnellate. Tutte le attività estrattive rappresentano il 53% delle emissioni di anidride carbonica senza contare quelle che vengono prodotte dalla combustione di fossili. Unica possibilità di contrasto all’estrattivismo appare pertanto essere quella di impedire l’estrazione di giacimenti ancora inesplorati e chiudere progressivamente le infrastrutture esistenti da subito. E di praticare da subito l’economia circolare, capace di autorigenerarsi e di ridurre al massimo l’uso di risorse e lo smaltimento di rifiuti. Con la prima opzione esisterebbe, secondo un recente studio della rivista “Nature”, il 64% di possibilità di contenere l’aumento della temperatura a 1,5 gradi. Ciononostante né a Parigi né nelle successive conferenze Onu sul Clima, l’ultima delle quali si è tenuta nel cuore della produzione di carbone a Katowice in Polonia, i governi sono riusciti a mettersi d’accordo nell’impegnarsi per l’unica soluzione possibile. Vale a dire una terapia shock che preveda la fine delle attività di prospezione ed esplorazione e un progressivo ma rapido restringimento del volume di combustibili fossili estratti nel mondo. Dovremmo insomma decidere di lasciare sottoterra l’80% delle riserve conosciute. Tuttavia, a fronte di circa 800 miliardi di dollari spesi ogni anno dalle imprese petrolifere per andare a cercare altro petrolio o gas, poco più di 100 miliardi vengono stanziati ogni anno per sostenere i Paesi in via di sviluppo nella loro transizione ecologica.
Il dato interessante è che dove non ci pensano i governi ci pensa il settore privato. Sono sempre più le imprese del settore finanziario e delle assicurazioni, accompagnate da amministrazioni locali e governi, a disinvestire dal fossile.
Si calcola che nel solo 2018 il valore dei fondi di investimento che hanno deciso di uscire dal fossile sia pari a 6 trilioni di dollari, con circa 1.000 investitori che si sono impegnati in tal senso. Ultimo in ordine di tempo il fondo sovrano della Norvegia con un valore di circa un trilione di dollari. Si sta aprendo quindi una crepa nel sistema, nella quale inserirsi con proposte quali il Green New Deal, un grande piano di investimenti pubblici per la giusta transizione, la decarbonizzazione e l’economia circolare, e la creazione di posti di lavoro green. Per far ciò è necessario rafforzare alleanze, convergenze, sinergie tra chi resiste sui territori, chi si oppone alle grandi infrastrutture e all’estrazione di risorse naturali ormai scarse, chi disinveste dal fossile, o si impegna a sganciarsi progressivamente dalla dipendenza da petrolio, carbone e gas, chi pratica innovazione, chi offre soluzioni. In occasione di Parigi, quando si approvò il pacchetto di impegni necessari per affrontare questa grande sfida globale, accanto ai lavori ufficiali, quelli dei governi, si svolse una miriade di attività, iniziative, azioni, per le strade e le piazze della città.
Erano attivisti e attiviste, contadini, ambientalisti, altermondialisti, indigeni di ogni parte del mondo, chi lotta contro gli accordi commerciali internazionali, e il liberismo, chi pratica altraeconomia. Insomma da Parigi è nata una nuova “comune”, che da allora si è allargata a macchia d’olio in ogni parte del globo. Un cantiere in corso, donne, contadini, lavoratori, cittadini e cittadine, attivisti, pacifisti, ecologisti, comunisti o post-comunisti, leader indigeni, piccoli imprenditori che praticano altraeconomia, filosofi e artisti, catene umane, e linee rosse. Un cantiere che si avvale di una nutrita cassetta degli attrezzi: concetti quali debito ecologico e giustizia climatica, decarbonizzazione, “keep the oil underground”, stop alla deCO2lonizzazione, riconoscimento dei diritti della natura e delle comunità, ecocidio, resistenza nonviolenta. Quest’altra metà del cielo ha dichiarato uno stato di emergenza climatica e costruito la propria agenda, quella dei popoli e della Terra. Lo fa intrecciando la critica al modello di sviluppo alla critica alla fase attuale del capitalismo estrattivista, a strutture di potere patriarcale dove l’umano è sempre solo sinonimo maschile, alla costruzione di linguaggi e pratiche autenticamente “decolonizzate”. Un movimento globale che si è manifestato e si manifesta quotidianamente nella resistenza alle grandi infrastrutture e all’estrazione di risorse nei territori, con grande rischi per la propria incolumità. Si calcola che la grande maggioranza degli oltre 300 difensori dell’ambiente uccisi lo scorso anno erano impegnati in mobilitazioni contro le grandi opere e l’estrazione di risorse naturali, principalmente in America Latina. Accanto a tutto questo il coraggio e la determinazione di una ragazza svedese, Greta Thunberg e delle centinaia di migliaia di studenti e studentesse che hanno deciso di scioperare i venerdì, ha acquistato un nuovo carattere. Sono le nuove generazioni che si prendono in mano il destino della Terra, che rilanciano la sfida accanto a chi lo fa da tempo, che ci invitano con forza a proiettarci verso il futuro, un futuro che non necessariamente dev’essere quello dell’estinzione ma un futuro di giustizia, e di cura del Pianeta. Per quelle generazioni e quelle a venire.

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