I figli di Daesh e il nostro destino

di Domenico Chirico

In Siria ci sono 11mila tra donne e minori stranieri, familiari dei combattenti dell’Isis, che vivono in campi sorvegliati. Provengono da più di 60 nazioni diverse. Tra loro anche 120 orfani. In totale i minori potrebbero essere più di 8mila e parliamo di bambini di 12 anni. Chi ha più di 13 anni non si trova invece. Forse è in prigione o sottoterra. Perché l’Isis, che chiameremo con l’acronimo arabo Daesh, addestrava alla guerra i minori sin dalla più tenera età. E addestrava soprattutto all’odio e alla violenza. Odio verso gli infedeli e l’altro da sé. Tra i minori ci sono anche le “forze speciali”, con almeno 60 bambini che sono stati addestrati a commettere omicidi e torture e che ora sono in un centro di de-radicalizzazione creato dai kurdi siriani, con pochi mezzi e senza psicologi.
Bisogna ricordare che al massimo della sua espansione Daesh controllava un territorio con più di 8 milioni di abitanti. I minori educati da Daesh sono centinaia di migliaia. I figli dei foreign fighters, i combattenti stranieri, sono una minoranza. Che però oggi è detenuta con le madri in campi provvisori allestiti in Siria.
Il dottor B. è un medico siriano che parla russo, perché molti siriani hanno studiato negli anni Ottanta e Novanta nelle università di Mosca. E segue le donne e i minori detenuti in uno dei campi più grandi, il Roj camp di Al Malikihye. I figli dei combattenti stranieri erano più di 1.200 in questo campo, fino alla battaglia finale di Baghouz contro Daesh quando ne sono arrivati altre migliaia. Affamati, arrabbiati, senza speranza. Vivono da due anni sotto le bombe. Moltissime donne vengono dalle repubbliche ex sovietiche e il dottore se ne prende cura anche se spiega che è molto difficile prendersi cura di chi è stato per anni il tuo stesso persecutore. Ma i principi umanitari impongono di avere cura di tutte le persone in stato di bisogno e molti medici siriani operano in questo senso. E anche perché sono tutti stanchi di guerra e di violenza con un conflitto che dura da 8 anni e che ha provocato fino a oggi più di 5 milioni di rifugiati all’estero, 7 milioni di sfollati e 11 milioni di persone in stato di bisogno. Su una popolazione ante-guerra di 22 milioni di persone. E mentre per molte delle più di 50 nazionalità rappresentate, inclusi molti musulmani cinesi – gli uiguri – non c’è una reale speranza di rimpatrio, il problema si dovrebbe porre per donne e minori europei. I loro governi d’origine non li vogliono. Vorrebbero vederli tutti scomparire. Alcuni governi più sensibili, europei, si sono spinti a dire che avrebbero ripreso i minori e non le madri. Separandoli.
Per i combattenti prigionieri, circa 2000, si sta ragionando invece sull’allestimento di un tribunale o sul loro trasferimento in Iraq, dove però vige la pena di morte. Sarebbe il modo più comodo per liberarsene, affidando di fatto agli iracheni una massa di esecuzioni, anche di cittadini europei.
Ma per donne e minori che non dovrebbero avere colpe? Quale potrebbe essere il loro destino?
A tutt’oggi nessuno se ne vuole occupare. Il fardello è stato lasciato alle autorità kurdo-siriane del nord est della Siria che però non hanno né riconoscimento a livello internazionale né la forza politica e sociale o economica per gestire un numero così ampio e delicato di prigionieri. E poi ci sono gli attori umanitari che si danno da fare per dare delle risposte a situazioni che sono al limite. Dove i fondi arrivano a rilento, quando arrivano. L’assistenza è complessa e veicolata attraverso l’Iraq perché il nord est della Siria non è accessibile né da Damasco né dalla Turchia.
Il punto che frena molti governi dal creare programmi di rimpatrio per le donne è che molte sono state sodali dei loro uomini, hanno partecipato a training militari, li hanno incoraggiati, alcune hanno fatto parte di speciali milizie femminili. Difficile distinguere ora tra le migliaia. Alcune sono giovanissime che hanno seguito i mariti dall’Europa, come da piccoli paesi di tutto il mondo, come le Maldive o la Bosnia. E non erano consapevoli dell’abisso in cui si sarebbero trovate, con bambini appena nati e da crescere. Sotto gli incessanti bombardamenti della Coalizione anti-Isis che ha raso al suolo intere città. Difficile dunque distinguere tra vittime e carnefici tra di loro ma sicuramente i minori non hanno colpe e sono vittime. Farli crescere in campi male attrezzati con un’estate alle porte che prevede i soliti 50 gradi e gli scorpioni del deserto grandi quanto una mano come compagni di gioco non è un futuro. È la scelta di lasciarli morire o crescere nell’odio. È una scelta miope che non prevede il fatto che molte e molti possano fuggire, come già accaduto. E che molte possano covare un odio cieco verso i paesi di provenienza, inclusa l’Europa. Bombe a orologeria lasciate nel mezzo della Siria, e nulla esclude che un giorno tornino con mezzi di fortuna in Europa.
Ci sono anche, si stima, quattro donne italiane. Le autorità competenti lo sanno e nessuno fa niente. Donne di nazionalità italiana con figli, ma di origine maghrebina. Forse considerate per questo di serie B. O semplicemente punite come le altre per la loro scelta sbagliata o avventata. E lasciate lì a marcire.
Alcuni attori umanitari continuano a proporre all’Europa soluzioni come programmi di reintegrazione e rimpatrio. Con assistenza psicologica e reinserimento. Ma sono voci inascoltate. Prevale il sentimento di cinismo e punizione. Solo alcuni governi, sempre illuminati come gli svedesi, hanno rimpatriato 10 orfani originari del loro paese. Per il resto nulla. E invece questo sarebbe, almeno per l’Europa, uno dei campi dove esercitare la sua supposta civiltà. Ma dopo aver chiuso gli occhi davanti ai naufragi nel Mediterraneo è difficile pensare che si aprano di fronte a questi minori e alle loro madri che hanno scelto, o subìto, un destino così complesso. Ma la capacità di perdonare, accogliere e integrare sarebbe un esempio di forza. Non di debolezza. La debolezza ci sarà quando ci giungeranno le voci, che già arrivano, dei minori che muoiono nei campi o abusati. Delle donne che subiscono violenze, ulteriori o perpetue. E sarà un boomerang per l’Europa. Come sempre è in gioco il destino di tutti. I ragazzi cresciuti nelle periferie francesi o del Belgio, o la donna di Treviso trattenuta in Siria e che a centinaia hanno aderito a Daesh sono nostri concittadini. Non alieni. Non moriranno tutti e dobbiamo prenderci cura anche di loro. Abbandonarli è un altro crimine in un conflitto che rischia di non finire mai.

Trackback from your site.

Leave a comment