Evitare la catastrofe

di Alex Giuzio

Negli ultimi mesi le questioni ambientali sono diventate un tema molto più discusso sui media rispetto al recente passato. Questo potrebbe sembrare all’apparenza un bene, ma in realtà poco o nulla di tale chiacchiericcio si sta convertendo in azioni incisive per evitare la catastrofe ecologica a cui stiamo andando incontro. L’ecologismo sembra essere diventato soprattutto un’inutile retorica, una moda, l’ennesimo abile ingranaggio del sistema capitalistico per addomesticare il dissenso incastrandolo nel consumismo. Qualche anno fa era il momento del cibo biologico e a chilometro zero, ora tocca ai divieti alla plastica: si tratta di principi giusti e di azioni utili, ma che sono per lo più gesti autoconsolatori dall’incidenza minima.
Il collasso ambientale può essere evitato solo cambiando l’intero sistema economico e produttivo, fermando del tutto la crescita e quindi l’inquinamento, convertendoci a un approccio ecologico globale. Perché questa consapevolezza si diffonda tra i cittadini e la politica, uno dei fronti su cui l’ambientalismo può agire è quello del linguaggio, ribaltando i concetti su cui si basa lo sciagurato approccio capitalista alle questioni climatiche. Oggi tutto è architettato per far percepire la catastrofe come un evento lontano, su cui non possiamo agire o, peggio, che non ci riguarda: non si parla di “riscaldamento globale di causa antropica” bensì di “cambiamento climatico”, che all’apparenza è un concetto giusto e innocuo ma che in realtà, pensando alle sfumature del suo significato, implica un’atmosfera che muta da sé, una natura in evoluzione, una totale estraneità e impotenza dell’uomo – un “cambiamento del clima” appunto.
Ad aiutarci a riflettere su come raggiungere un utile approccio ecologico attraverso il linguaggio e l’ontologia ci sono due ottimi saggi di Timothy Morton, filosofo ecologista che ha scritto due tra i libri più necessari sul rapporto tra uomo e ambiente, pubblicati entrambi nel 2018 in Italia: “Hyperobjects” (“Iperoggetti”, Nero edizioni) e “Being ecological” (tradotto da Laterza col titolo sciocchino di “Noi, esseri ecologici” – per l’appunto).
“La formula stessa di “cambiamento climatico” sembra una forma di negazionismo […] e utilizzarla al posto di “riscaldamento globale” è come parlare di “cambiamento delle condizioni di vita” invece di Olocausto, scrive Morton. La sua tesi è che le informazioni ecologiche vengano erogate secondo una modalità da “discarica di informazione”, attraverso dei “fattoidi” che hanno l’effetto di ripararci dallo shock anziché provocarcelo. Secondo Morton, i “fattoidi” sono dei fatti che probabilmente sono veri e sicuramente ci impressionano, ma sono costruiti manipolando frammenti di verità allo scopo di apparire in un determinato modo. Dire che questa specie “si sta estinguendo” o che quella area naturalistica “sta per scomparire”, come i mezzi di comunicazione fanno di continuo, ci spaventa nell’immediato ma poi è del tutto inutile, poiché crea una autorevole e godibile bolla che ci porta a pensare che il problema più grande debba ancora arrivare e non ci riguardi. Invece i cataclismi metereologici, l’estinzione di centinaia di specie animali, lo scioglimento dei ghiacci e l’innalzamento dei mari stanno avvenendo adesso e sono una pura conseguenza dell’essere umano che negli ultimi duecento anni ha avvelenato il mondo, lo ha infettato come un virus e si è avvelenato lui stesso, tra smog diossina e microplastiche che circolano anche dentro i nostri corpi. Un destino di morte certa di cui ancora non c’è consapevolezza.
Chi nega la catastrofe ecologica nega la modernità ed è vittima dell’essenza stessa del problema: in quanto “iperoggetto”, il riscaldamento globale è infatti qualcosa di enorme e dilatato nel tempo e nello spazio, dunque di difficile comprensione, ma cercare di travolgere l’opinione pubblica con la “discarica di informazioni” è sbagliato e controproducente. L’approccio ecologista deve infatti partire dalla complessità del problema: “Gli individui non sono in alcun modo colpevoli del riscaldamento globale. […] Avviare il motore della tua auto tutti i giorni è statisticamente insignificante quando si parla del riscaldamento globale. Il paradosso risiede nel fatto che, se parametriamo azioni del genere in modo da includere qualsiasi motore avviato tutti i giorni dal momento in cui hanno inventato quello a combustione interna, gli esseri umani stanno causando il riscaldamento globale. […] È questo il paradosso dell’era ecologica. E il motivo per cui un intervento volto a fermare il riscaldamento globale deve essere immenso e collettivo”. Quello di cui c’è bisogno, scrive ancora Morton, è dunque “un appropriato livello di shock e preoccupazione su uno specifico trauma ecologico che è poi il trauma ecologico della nostra epoca: quello che ci permette di definire l’Antropocene come tale”. Occorre mettere da parte la convinzione che “il mondo finirà se non agiamo subito”, che è “paradossalmente uno dei fattori che più inibiscono l’impegno consapevole per una convivenza ecologica sulla Terra”. Difatti “la fine del mondo è già avvenuta”, a partire dall’invenzione della macchina a vapore che ha dato inizio all’inquinamento perenne della Terra.
In questo scenario non esistono politici illuminati e pronti a cambiare direzione, anzi la maggior parte di essi ha un approccio che spaventa: mostrano attenzione alle istanze ambientaliste, le ascoltano e ne affermano le ragioni, fanno la gara a fotografarsi con la giovane attivista Greta Thunberg, poi si girano dall’altra parte e non fanno nulla. O al massimo trasferiscono il proprio impegno in misure del tutto illusorie, come possono essere l’abbattimento di un ecomostro (mentre se ne costruiscono degli altri), gli incentivi per le auto a metano (che inquinano lo stesso) o il riciclo della plastica (un materiale che andrebbe del tutto eliminato insieme al concetto di “usa e getta”). Nessun leader ha il coraggio e la responsabilità di assumere quelle decisioni radicali e necessarie per garantire la sopravvivenza dell’umanità: vietare i mezzi a motore per uso privato, promuovere la dieta vegetariana, fermare la cementificazione, spegnere tutto il superfluo, limitare l’industria a produrre solo ciò che è necessario e convertirla all’energia rinnovabile. Si tratterebbe di misure impopolari che andrebbero a minare il consenso politico, proprio perché la maggior parte dei cittadini non ha ancora gli strumenti per capire come sia giunto il momento di prepararsi a un totale cambio delle proprie abitudini di vita. Di qui la necessità di farlo capire attraverso il mutamento del linguaggio e dell’approccio ecologico, altrimenti continueremo a meritarci quello che abbiamo: il negazionista Trump, lo Zingaretti difensore della Tav, il menefreghismo collettivo, l’estinzione di massa.

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