Troppa sanità, troppe differenze

di Roberto Landolfi

La questione minorile si connota per essere il vero e proprio fiume carsico del sistema penale italiano. Periodicamente, di fronte a fatti di cronaca eclatanti che hanno come protagonisti minori (ad esempio, il caso di Erika ed Omar), si innescano le retoriche punitiviste. I minorenni diventano il parametro del deterioramento del tessuto sociale italiano, che sarebbe troppo lassista e permissivo coi giovani. Eppure, malgrado i tentativi frequenti di eliminare il sistema giudiziario minorile italiano, l’ultimo dei quali risale al 2017, la diga di protezione dei minori dall’ondata di legge e ordine che è culminata recentemente con l’approvazione del provvedimento che amplia le prerogative della legittima difesa, sembra essere ancora solida.

Dal punto di vista storico, l’Italia è stato uno degli ultimi Stati occidentali a dotarsi di un sistema giudiziario minorile. Risale al 1934, sotto il regime fascista, l’istituzione di Tribunali e Carceri Minorili. L’arretratezza economica, l’unità nazionale tardiva, la presenza capillare della Chiesa cattolica nel sociale, ha fatto sì che la questione minorile venisse strutturata da un regime autoritario, che pure è stato ben attento a non sconfinare nel territorio della famiglia e della Chiesa, le istituzioni cardini della società italiana per lungo tempo. Quest’ultima, con la sua rete di istituti per minori, per lungo tempo ha supplito alla mancanza di un sistema di protezione sociale articolato a livello nazionale, per esempio assorbendo i figli “in eccesso” di famiglie numerose e bisognose, e rinfoltendo così le schiere del clero. Soltanto a partire dalla riforma del diritto di famiglia, realizzata nel 1977, si è sviluppato un servizio sociale territoriale che ha potuto prendere in carico i minori. Nel 1988 è stato approvato il Dpr 448, che disciplina il funzionamento del sistema giudiziario minorile.

L’apparato giudiziario e penale minorile italiano attuale, quindi, presenta alcune lacune che derivano sia dalla temporalità, in quanto è stato approvato nel 1988, non tenendo conto delle migrazioni, sia dal contesto sociale e politico, per esempio dai tagli alla spesa pubblica. Presenta altresì alcune peculiarità che lo rendono apprezzabile anche in contesti internazionali. Negli Istituti penali minorili (Ipm) italiani, la presenza media di minori detenuti, si aggira attorno a 500 unità, di fronte a una cifra doppia presente nelle Secure Homes inglesi. Inoltre, la legislazione italiana prevede un’età minima di imputabilità (doli incapax) di 14 anni, di fronte ai 10 di Inghilterra e Galles, ai 13 di Francia e Spagna, ai 7 anni dell’Irlanda (anche se prima dei 13 anni, di fatto, i minori irlandesi finiscono di rado tra le maglie della giustizia). Di conseguenza, si evita ai minori un ingresso precoce all’interno del circuito giudiziario, da cui spesso si attivano quei processi di criminalizzazione che condizionano negativamente i percorsi individuali.

I minori compresi tra i 14 e i 18 anni di età, qualora vengano colti in flagranza di reato, vengono trattenuti fino a 96 ore all’interno dei Centri di Prima Accoglienza, dove vengono a contatto con personale del Servizio sociale minorile (Ssm). Gli operatori del Ssm redigono un rapporto riguardante l’età, il sesso, la nazionalità, il grado di istruzione, le condizioni familiari della persona fermata. Sulla base di queste informazioni, filtrate dalla presenza di precedenti penali e dalla gravità dei reati, i magistrati inquirenti dispongono l’affidamento alle famiglie, dietro alcune specifiche ordinanze da seguire: frequenza della scuola, lavoro o corso di formazione, proibizione a frequentare certi luoghi. Altrimenti, il minore viene collocato presso l’Ipm del territorio di competenza. Già a questo livello, si riscontra una differenziazione tra i minori che provengono da un contesto socio-familiare che gli operatori minorili giudicano stabile, e quelli che invece denotano situazioni problematiche. Se la frequenza di una scuola, di un impiego, di una famiglia stabile, sono caratteristiche che molti minori italiani posseggono, non sempre si può dire lo stesso dei giovani migranti.

La presenza di minori non accompagnati nel circuito penale è un dato di fatto, e la carenza di risorse finanziare e residenziali fa sì che siano poco comuni i casi di minori stranieri non accompagnati che non vengano destinati a un percorso esterno alla detenzione prima del processo. In alcune realtà, come a Parma, in anni recenti, si è tentata la strada dell’affido omo-culturale. I minori non accompagnati, in questo percorso, vengono affidati a famiglie della loro stessa nazionalità, e avviati a percorsi di integrazione. Questo tipo di intervento, ancorché ricco di spunti positivi, soffre della differenza di punti di vista a livello di amministrazioni locali, nonché della ricettività a livello familiare, scolastico e produttivo nelle diverse realtà.

Nel caso dei minori rom e sinti, la situazione si connota in tutta la sua gravità. Innanzitutto, perché è più alta la presenza delle minorenni, rispetto alle loro coetanee italiane. Se soltanto il 10% dei minori che transitano nei Cpa è di sesso femminile, questa percentuale triplica quando si tratta di ragazze minorenni di origine sinti o rom. Alla base della sovra-rappresentazione di rom e sinti nel sistema penale minorile, che si riproduce anche all’interno degli Ipm, quindi dopo il processo, troviamo una diffidenza reciproca tra le due parti. Da un lato, gli operatori minorili spesso considerano come criminogeno un contesto caratterizzato dal nomadismo, dalla residenza nei campi nomadi, da famiglie che a volte sono recalcitranti a mandare i ragazzi a scuola e tollerano il loro impiego nelle attività illegali. Dall’altro lato, qualora sussistessero le condizioni per una diversione dei minori rom e sinti, spesso sono le stesse famiglie dei ragazzi a rifiutare questa prospettiva, e a preferire la detenzione dei loro figli a una prospettiva di integrazione. Dietro questa posizione delle famiglie rom e sinti, si può scorgere la diffidenza verso il sistema scolastico e assistenziale, giudicati come affetti da pregiudizi verso le culture nomadi e animati da intenti assimilatori e di controllo. La presenza di mediatori culturali, l’attivazione di progetti di inclusione, rappresentano risorse residuali, che fanno i conti sia con gli squilibri territoriali di cui soffre l’Italia, sia coi tagli alla spesa pubblica degli ultimi anni, che hanno scarnificato le risorse necessarie a gestire questo aspetto della questione minorile.

La produzione della devianza minorile italiana, tuttavia, si connota anche per gli squilibri territoriali. Al Sud, per esempio, le presenze all’interno dei Cpa e degli Ipm riguardano anche una parte consistenti di minori italiani. La debolezza del tessuto economico, la presenza di organizzazioni criminali (seppure, come vedremo, in modo differente per zona), fa sì che i minori che si affacciano all’interno del circuito penale minorile siano anche italiani che soffrono di carenze familiari, educative e residenziali. Inoltre, se nelle aree centro-settentrionali i minori italiani che commettono reati che giustifichino la detenzione prima del processo, come spaccio di stupefacenti e rapine, costituiscono un numero relativamente limitato, al Sud casi del genere sono frequenti.

La combinazione della tipologia del reato con la situazione socio-ambientale, influenza l’esito del processo. L’ordinamento prevede di comminare, in alternativa alla condanna detentiva, tre specifici istituti giudiziari: l’irrilevanza del fatto, il perdono giudiziale, la messa alla prova. Il primo provvedimento, riguarda i cosiddetti reati “bagatellari”, come possono essere il furto in un supermercato o il consumo occasionale di cannabinoidi. L’irrilevanza del fatto prevede che il reato non venga trascritto nel casellario, in conseguenza di una prognosi favorevole rispetto alla crescita del minore formulata dagli assistenti sociali del Ssm. Di solito si applica ai minori di età compresa tra i 14 e i 16 anni, per cui si formula una prognosi che equipara il reato commesso come un incidente di percorso. Lo stesso criterio di solito ispira l’irrogazione del perdono giudiziale, che costituisce il tipo di sentenza più comune presso i tribunali minorili italiani. A differenza dell’irrilevanza del fatto, questa misura, prevede la menzione nel casellario fino al compimento dei 18 anni di età, e riguarda la commissione di reati che destano maggiore allarme, come potrebbero essere le lesioni o una rapina. In entrambi i casi, tuttavia, la presenza di un contesto familiare giudicato stabile dagli operatori, la frequenza di una scuola o il possesso di un’occupazione, ma anche la “collaborazione” del minore, che viene valutata sulla base del suo rispetto delle ordinanze del giudice prima e durante il processo, determinano l’esito della vicenda giudiziaria. I minori stranieri, rom, sinti e meridionali, in questo contesto, si trovano spesso svantaggiati. Nel caso di migranti e nomadi, l’atteggiamento collaborativo non viene compreso nel suo significato, oppure non viene accettato per diffidenza. La carenza di risorse economiche ed educative, invece, penalizza anche i minori italiani dei ceti marginali o meridionali. Di conseguenza, per quanto riguarda questi ultimi, reati che potrebbero essere sanzionati con il perdono giudiziale, vengono trattati attraverso l’uso della risorsa penale.

Il terzo provvedimento che i tribunali minorili possono irrogare, è quello della messa alla prova. Si tratta di una misura che viene adottata in casi particolarmente gravi, come l’omicidio, lo spaccio di stupefacenti, la prostituzione, l’associazione per delinquere. Consiste nella sospensione del processo, e nella sottoposizione del minore reo a un periodo di prova che va da sei mesi a tre anni, durante il quale il giovane viene costantemente monitorato dai servizi sociali e dai magistrati, e sottoposto a misure quali psicoterapie, svolgimento di attività di volontariato, compimento degli studi, frequenza di corsi di formazione oppure collocamento in comunità, ricerca e mantenimento di un’occupazione. L’esito della prova estingue il processo. Anche nel caso della messa alla prova, forse più che nel caso dell’irrilevanza del fatto e del perdono giudiziale, la disponibilità da parte del giovane di un’ampia e robusta rete relazionale, amicale e parentale, svolge un ruolo cruciale sia per usufruire della misura, sia per approdare all’esito positivo che estingue il reato. Di conseguenza, sono i giovani italiani che vivono in un contesto familiare stabile, o che risiedono in un territorio che dispone di un robusto tessuto produttivo-associativo, a essere più spesso messi alla prova. Spesso le istituzioni dell’associazionismo e del volontariato accettano di svolgere il ruolo di vera e propria famiglia, per consentire ai minori provenienti da contesti disagiati, in particolare quelli di origine straniera, di usufruire del provvedimento. Anche qui, tuttavia, queste realtà debbono fare i conti con le risorse a loro disposizione, che pregiudica la possibilità per la messa alla prova di essere applicata a una fascia più ampia di minori. I giovani che usufruiscono di questa misura, dunque, sono in maggioranza schiacciante italiani, residenti nel Centro-Nord, collocati in contesti familiari stabili. In realtà, in alcuni contesti, come quello siciliano, si è notata una differenza sostanziale nell’irrogazione dei provvedimenti da parte dei tribunali minorili di Palermo e Catania. Se nel capoluogo le messe alla prova sono più alte e le condanne sono relativamente basse, nella città etnea si registra un numero più alto di condanne e una certa recalcitranza a concedere la messa alla prova da parte degli operatori minorili. Questa differenza può essere letta in relazione alla differente configurazione delle organizzazioni criminali. La mafia palermitana, che ha la tendenza a controllare in modo più capillare il territorio, potrebbe incoraggiare un maggiore atteggiamento collaborativo da parte dei minori che finiscono nel circuito penale. Viceversa, a Catania, dove le organizzazioni criminali denotano una connotazione “gangsteristica”, che integra anche i minori, l’atteggiamento collaborativo è minore, provocando una maggiore rigidità da parte del tribunale minorile locale.

Negli ultimi anni, a partire dai tribunali di Torino e Bari, anche in Italia si è sperimentata la mediazione penale, una misura che prevede l’ulteriore allontanamento del minore dal circuito penale. Consiste nell’incontro volontario tra il reo e la vittima, attraverso l’opera di un facilitatore che li conduce alla riconciliazione. Una applicazione estesa di tale misura, oltre a ridurre l’immissione di un numero elevato di minori nel circuito penale, avrebbe anche l’effetto di ricucire il tessuto sociale. Tuttavia, oltre che con la carenza di risorse, deve fare i conti con il punitivismo diffuso, che non sempre comporta l’accettazione, da parte delle vittime, di una riconciliazione con chi ha arrecato loro danno. Anzi, nel contesto attuale, appare altamente improbabile.

Per concludere, il sistema minorile italiano avrebbe bisogno di maggiori risorse per applicare anche ai giovani rom, sinti, migranti e meridionali le misure di cui beneficiano più spesso i loro coetanei italiani e settentrionali. Avrebbe quindi bisogno di governi non inclini ai tagli. E di una società che si fida di più di se stessa, e che non ammette la vendetta e la rappresaglia. In altre parole, di un altro Paese…

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