Questione meridionale e questione culturale

di Marco Gatto

Poiché una discussione non semplificata attorno alla questione meridionale langue ormai da decenni, è lecito affidarsi a ragionamenti lontani nel tempo. In un libro del 1968, L’alternativa meridionale, Michele Abbate così si esprimeva: “in fondo di questo si trattava e si tratta: non certo di abbandonarsi a un idoleggiamento, da romantici in ritardo, dei valori della civiltà contadina minacciati dall’industrialesimo e dall’urbanesimo, né di ridursi a un’astratta, assurda denegazione della tecnologia e del benessere in quanto tali, quanto di elaborare, suggerire, spingere avanti un certo tipo di modello di sviluppo che, assicurando forme durature, reali, estese a tutti, di benessere, salvaguardi […] e renda operanti i valori della libertà a livello individuale e comunitario”.

Cinquant’anni dopo, l’opposizione binaria esemplificata da Abbate ha mutato veste, ma non sostanza. I vagheggiamenti nostalgici continuano a sussistere, nutriti da un’industria culturale che premia i ciarlatani del “meridianismo” a buon mercato; il culto della tecnologia, ormai giunto a dispiegarsi in forme alienanti e massificate, ha incontrato il capitalismo finanziario, che al Sud continua ad accordare il ruolo di contenitore di forza-lavoro a basso costo e di sedativo dei conflitti (da calmierare con il gioco di prestigio del reddito di cittadinanza). Per quale motivo il Meridione non insorga, e anzi si getti, come recentemente accaduto, fra le braccia del qualunquismo grillino e della Lega di Salvini, dovrebbe essere motivo di preoccupata riflessione, se le tradizionali logiche politiche di mantenimento di un “caos calmo”, da sempre vivissime nel nostro Paese, non facessero altro che confermare la solita diagnosi di un’anomalia tutta italiana, tutta interna alle ragioni intime della nostra storia, e quindi, a conti fatti, strutturale, pressoché irrimediabile.

A voler fare ormai storia, il paradigma del ritardo come patologia del Sud e della modernizzazione a tutti i costi ha lacerato ulteriormente il tessuto civile del Meridione: gli interventi esterni e le sollecitazioni dall’alto non hanno saputo interpretare la natura e la vocazione del territorio e, forzando potenziali processi di cambiamento, hanno dimostrato una carente lucidità politica nel considerare la situazione sociale e i problemi a essa legati.

Allo stesso modo, il modello di un meridionalismo dell’autonomia, che mirasse cioè a interpretare il Sud senza strumenti estranei alle sue stesse logiche, si è dimostrato, in larga misura, congeniale al momento postmoderno, sia sul piano politico che su quello culturale, per almeno due ragioni: 1) un’interpretazione autonomistica e auto-rappresentativa della condizione meridionale ricade quasi sempre in esiti consolatori e quietistici, e nell’esaltazione, talora mitizzante, di un supposto ethos mediterraneo, così proponendo una curiosa, quanto paradossale, forma di essenzialismo rispettoso delle diversità e della molteplicità, che si adagia perfettamente su una placida e acritica, se non gattopardesca, contemplazione dell’esistente; 2) la ricerca di logiche non colonizzate di auto-analisi propone una vecchia dialettica della separazione che, invece di cogliere il dato politico di un possibile universalismo emancipativo in senso moderno, finisce per esaltare il dettaglio, il particolare, l’esistenza separata delle culture, che vivono ora grazie alla loro indipendenza e autonomia, e non più alla luce del loro intreccio e della loro storicità. Quest’ultima forma di meridionalismo, che certo ha pure i suoi meriti, specie nel tentativo di decostruire un’immagine volgare e bieca del Sud che nutre tuttora certi esiti politici (si pensi ancora all’ideologia razzistica della Lega), rischia tuttavia di non aggirare rischiose e volgari semplificazioni storiche, alcune di taglio certamente populista, come nel caso di un insorgente sentimento neoborbonico (un nostrano prodotto di quel revisionismo storico che sta lentamente colpendo un Paese già privo di memoria).

Ma, al di là delle teorie e dei modelli interpretativi, dei discorsi culturali su cui rischia di avvitarsi un’estenuante e incontrollata discussione, comunque sintomatici di una difficoltà analitica palpabile, sembra che la tendenza a concepire il Sud come un problema risolvibile solo dall’alto e l’idea di declinare il Meridione con il lessico dell’autonomia siano due facce della stessa medaglia: entrambe non mettono a tema lo stravolgersi della questione meridionale alla luce dei recenti assetti economici intrapresi dal tardo capitalismo, il quale, riuscendo a scavalcare la politica sul terreno di una sintesi tra logica del consumo e mantenimento di un’incompiuta modernizzazione sul piano del vivere civile, propone una strategia di accettazione della disgregazione sociale che caratterizza lo stato delle cose nel Mezzogiorno.

A una logica della frammentazione non si può rispondere con strumenti analitici de-totalizzanti, siano essi improntanti all’idea della separazione, della funzionalità o dell’autonomia. L’incorporazione del Sud nella logica del capitalismo non segue più l’usuale dialettica volgarmente marxista e determinista di un utilizzo funzionale delle sacche di povertà a beneficio della ricchezza. Piuttosto, l’attuale capitalismo – nella sua forma spettacolare e consumistica, nella miscela di arcaico e postmoderno, di cui la ’ndrangheta è la manifestazione perfetta – ha inglobato le aree tradizionalmente subalterne in un orizzonte politico mediano, dove il vuoto di rappresentanza è facilmente occultato da una paritaria capacità di ottenere benefici dal consumo di merci, dove la manomissione dei diritti e la scomparsa della partecipazione sociale è mistificata da una retorica dell’appartenenza e dell’identità nazionale che placa gli animi, acquieta i possibili conflitti, annichila i ragionamenti critici sull’esistente. Fintantoché non si dà tale proiezione del problema meridionale sulla larga scala del capitalismo globale, è difficile fuoriuscire dalle logiche di disgregazione e frammentazione che restano sommerse dalla calma pacificata e normalizzante del dominio economico. In modo paradossale, la reale unità tra Sud e Nord, nel nostro paese, si deve alla forza persuasiva dell’attuale fase consumistico-spettacolare del modo di produzione capitalista, di cui la criminalità organizzata è parte integrante.

È vero: la questione meridionale è anche una questione culturale. In un senso però diverso, nuovo. L’illusione che una cultura nazionale o internazionale possa ormai dirsi diffusa in tutte le aree del Paese favorisce lo svuotamento di una reale e condivisa base culturale. Per dire, cioè, che la cultura ufficiale – anche e soprattutto quella che vorrebbe rappresentarsi come sensibile ai problemi delle aree depresse – ha paradossalmente sovvertito quelle pur larvali possibilità emancipative che solo un lavoro culturale e sociale serio, legato al territorio eppure non schiavo di logiche autonomistiche, poteva offrire. Ciò forse ha impedito il costituirsi solido di una classe di intellettuali e di operatori sociali capace di interrogare il presente senza modelli distrattivi o senza strumenti categoriali astratti; e, di conseguenza, ha favorito la dispersione e l’isolamento di esperienze reali di resistenza e di lotta. Un deficit organizzativo, questo, di cui è assolutamente responsabile la Sinistra meridionale, non solo troppo impegnata a rimuginare sulla propria inadeguatezza, ma ormai del tutto serva di logiche e interessi liberali. Basti considerare l’indecorosa fine della tradizione socialista in Calabria.

La domanda da porsi è la solita, al modo del “che fare?” di tolstojana memoria: quale lavoro culturale e quale produzione intellettuale possono davvero incarnare la necessità di uno sguardo alternativo? Di fronte allo sfacelo istituzionale della formazione scolastica e universitaria e di fronte a una corrosione delle possibilità collettive di interrogazione critica, quale strada percorrere per attivare un meridionalismo capace di veicolare contenuti universalistici, che rimetta in carreggiata i diritti, che proponga un’idea non banale di democrazia diretta, che rimetta al centro il tema del lavoro, fuori da ogni moda contemplativa, e formuli modalità diverse di socializzazione, non basate su un territorialismo identitario che rischia di assumere, in un paese sempre più razzista, forme di sopraffazione inaccettabili? Viene in mente, a tal proposito, una lettera messicana di Manlio Rossi-Doria a Rocco Scotellaro datata 29 dicembre 1952. Vi si parla del lavoro da compiere per cambiare le sorti della condizione contadina – di una condizione che ci parla da lontano, è vero, e che non ci appartiene – con toni che, tuttavia, mi paiono di straordinaria attualità e forse indicano una possibile via da percorrere: “È ben vero che il lavoro non si può e non si deve fare al di fuori dei contadini, ma coi contadini. E la vera maledizione di quella miserabile nostra riforma è che l’abbiamo voluta fare senza i contadini. Ma il lavoro, non è principalmente di sovvertimento, ma di costruzione, di educazione, di selezione, di differenziazione, di creare individui e varietà, di individuare problemi e trovare a ciascuno la sua diversa soluzione, di unir gli uomini, ma di lasciarli vivere ciascuno a suo modo. Solo l’intelligenza, la cultura, la libertà, la critica, lo sfottò, oltre alla solidarietà e al rispetto del legame civile, possono risolvere questi problemi”.

Sono gli strumenti, quest’ultimi, che rendono ancora attuale la battaglia culturale. Perché, in un quadro profondamente mutato di condizioni e valori, un lavoro costruttivo e pedagogico, che riabiliti il momento della prassi nei termini di edificazione di una coscienza civile e solidale, risulta ancora attuale. E a esso va aggiunto un occhio vigile sulle strategie che il potere ha elaborato per aggirare il problema di una rinnovata pedagogia culturale e sociale. Gli avversari, spesso, vestono la nostra stessa casacca: sono i funzionari (a volte persino inconsapevoli) di una malsana cultura festivaliera, di un avanspettacolo ai limiti del televisivo, di una tranquillizzante bonomia intellettuale, che dietro di sé cela solo individualismo, carrierismo e viltà. Se si insiste su questi concetti è perché, fuori da una versione restrittiva e apocalittica della realtà, e fuori dall’appena menzionata logica pubblicitaria, permangono al Sud soggetti di aggregazione sociale e attori individuali o collettivi capaci di incarnare una possibile emancipazione. L’Italia, ha scritto recentemente Guido Crainz, è sì un paese malato sino al midollo – e persino le giovani generazioni, per alcuni aspetti, contribuiscono all’inasprirsi della cancrena, dal momento che, a voler essere buoni, scontano un fortissimo disorientamento culturale, politico e istituzionale, con buon gioco di vecchi e nuovi imbonitori o tribuni –, e tuttavia non si possono non segnalare “risorse comunque presenti nella società”, pronte a sfide di responsabilità e a rinvigorire quel minimo senso civico che resta. Si pensi al corpo enorme dell’associazionismo volontario: l’Italia, e tanto più il Meridione, è piena di laboratori in cui si sperimentano forme di assistenza e di condivisione del sapere (individui che prestano gratuitamente il loro aiuto a migranti, poveri, malati, si tratti delle cure sanitarie o dell’alfabetizzazione). Si pensi, ancora, alle minoranze culturali che promuovono analisi sul campo delle contraddizioni sociali; al lavoro di giornalisti d’inchiesta; ai cronisti, agli autori che non riescono a entrare nel giro della grande distribuzione e fanno vivere la loro letteratura, il loro cinema, il loro teatro, sul territorio; ai docenti di periferia, costretti a un lavoro durissimo di ricostruzione delle macerie.

Ciò che serve è rendere sistematiche queste esperienze, farle durare attraverso un instancabile lavoro organizzativo, che non sia però legato a una semplice battaglia per la diffusione di idee, quanto orientato a leggere la realtà, a capirla e, se possibile, a cambiarla.

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