Chi parte: italiani nel Regno Unito

di Giuseppe DOnofrio

Le riflessioni e le interviste contenute in questo contributo sono basate sui risultati della prima parte di una ricerca sulle migrazioni italiane nel Regno Unito, condotta da Stefania Marino e Giuseppe D’Onofrio e pubblicata sulla “Rivista italiana delle politiche sociali” nell’ottobre del 2017.

La crisi economica del 2008 ha segnato l’inizio di un nuovo ciclo dell’emigrazione italiana all’estero, con caratteristiche e protagonisti differenti rispetto alle grandi migrazioni intraeuropee registrate negli anni successivi al secondo conflitto mondiale.

Secondo l’ultimo rapporto sulle migrazioni internazionali dell’Oecd, l’Italia è all’ottavo posto nella graduatoria mondiale dei paesi di emigrazione. Uno dei principali paesi di destinazione dei nuovi flussi migratori dall’Italia è il Regno Unito che, a seguito delle partenze del 2016, è diventato la prima destinazione dell’emigrazione italiana (16,7% dei trasferimenti del periodo 2012-2016), scavalcando la Germania (15,9%) e la Svizzera (11,3%), che erano state le due mete principali nel decennio passato (cfr. Strozza S., Tucci E., I nuovi caratteri dell’emigrazione italiana, in Viaggio tra gli italiani all’estero. Racconto di un paese altrove, Il Mulino 2019).

La ripresa dell’emigrazione italiana in questo paese avviene all’inizio degli anni duemila e comincia a mostrare la sua reale entità nel quinquennio che va dal 2007 al 2011. Gli italiani emigrati nel Regno Unito in questi cinque anni sono più di quelli emigrati nel trentennio che va dal 1961 al 1991. Inoltre, se nel 2011, secondo i dati forniti dalle rilevazioni sulle forze di lavoro inglesi, gli italiani presenti nel paese erano 126mila, la loro presenza in cinque anni cresce quasi del 40% raggiungendo nel 2016 le 176mila unità (Rienzo C. e Vargas-Silva C., 2017, Migrants in the Uk: An Overview, The Migration Observatory at the University of Oxford). La crescita esponenziale dell’emigrazione italiana in questo paese trova conferma anche nei dati Istat relativi alle cancellazioni anagrafiche dei cittadini italiani per trasferimento di residenza: in soli cinque anni i trasferimenti di residenza sono quadruplicati passando dai 5.378 del 2011 ai 24.788 del 2016.

Composizione dei flussi e mercato del lavoro di approdo

A partire dall’ultimo decennio, a emigrare in questo paese sono soprattutto giovani dai 18 ai 39 anni. I flussi hanno origine principalmente dalle regioni del Nord, seguite da quelle dell’Italia meridionale e centrale, e risultano piuttosto omogenei sotto il profilo della composizione di genere. Se dal nord del paese si fugge principalmente dalla crisi che ha attanagliato i distretti produttivi dell’Italia settentrionale a partire dal 2008, per i meridionali l’emigrazione si configura non solo come fuga dalla crisi (secondo gli ultimi dati del rapporto La Malfa, dal 2010 al 2016 la grande industria meridionale ha perso oltre 10mila addetti, oltre il 50% dei quali concentrato nella regione Campania), ma anche dalla disoccupazione cronica, dall’informalità e dal lavoro discontinuo e sotto-remunerato. Questa nuova migrazione si avvale sempre più del rinnovamento delle catene migratorie reso possibile dallo sviluppo dei social network. Questi strumenti consentono di generare un circuito di informazioni tra immigrati e potenziali migranti relative non solo alle scelte abitative, al costo della vita, alle procedure per ottenere l’assicurazione sociale, ma anche e soprattutto alle opportunità di lavoro, alle modalità contrattuali, alle paghe e agli orari di lavoro.

Dai dati Istat relativi ai trasferimenti di residenza per titolo di studio, emerge un elemento di forte discontinuità rispetto a quanto si racconta della migrazione italiana in questo paese. Dall’ultimo quinquennio, infatti, i flussi verso il paese tendono a caratterizzarsi per una massiccia presenza di emigranti con un titolo di studio pari e inferiore al diploma di scuola secondaria di secondo grado. Il 70% di tutti coloro i quali hanno trasferito la propria residenza nel Regno Unito dal 2012 al 2016 ha un titolo di studio pari o inferiore al diploma di scuola secondaria di secondo grado e solo il 30% possiede una laurea. La componente dei laureati quindi, per quanto crescente nel tempo, resta una componente minoritaria dell’emigrazione italiana nel paese; e ciò non accade solo per il Regno Unito, ma per tutti i paesi dove gli italiani hanno deciso di emigrare negli ultimi decenni.

L’elemento relativo ai livelli di scolarizzazione fornisce informazioni non solo in merito ai cambiamenti nella composizione dei flussi, ma anche rispetto ai mutamenti nella domanda di lavoro immigrato espressa dal Regno Unito e alla collocazione dei lavoratori italiani nel mercato del lavoro del paese. Dall’analisi dei dati sulle forze di lavoro inglesi (secondo quadrimestre del 2014) emerge come l’occupazione italiana nel paese registri elevati livelli di concentrazione sia nei gruppi professionali (56,3%) che nelle occupazioni di basso livello (43,6%) come logistica, ristorazione, ospitalità alberghiera, servizi di pulizia. La tendenza del mercato del lavoro del Regno Unito a incorporare manodopera immigrata nei settori “secondari” del mercato del lavoro, caratterizzati da lavori dequalificati, bassi salari, contratti di lavoro temporanei, elevato turn over, scarsa formazione professionale e limitate opportunità di carriera, riguarda quindi anche l’immigrazione italiana. Al pari dell’immigrazione da altri paesi dell’Unione europea orientale e mediterranea, anche il lavoro italiano, quindi, viene sempre più utilizzato per soddisfare la crescente domanda di manodopera nei settori a bassa qualificazione.

Il lavoro nella ristorazione

Nel Regno Unito, secondo l’osservatorio sulle migrazioni della città di Oxford (Rienzo C., 2016, Migrants in Uk Labour Market: An Overview, The Migration Observatory at the University of Oxford), tra i settori a bassa qualificazione, la ristorazione e l’ospitalità alberghiera rappresenta quello con il più elevato livello di concentrazione di manodopera straniera e quello che dal 2007 al 2014, a seguito della crisi economica che ha colpito soprattutto i paesi dell’area euro-mediterranea, ha registrato la crescita maggiore delle quote di occupazione di lavoratori stranieri, in particolare quelli provenienti dai paesi europei (Ue-10, cioè senza Cipro, Croazia e Malta). È proprio in questo settore che molti dei nuovi emigranti italiani prestano la loro attività.

Gli italiani nel Regno Unito si muovono in un mercato del lavoro che a partire dagli anni ottanta è stato reso sempre più flessibile e deregolamentato, e all’interno del quale ricercano vantaggi e opportunità. Nel paese, però, il crescente ricorso alla flessibilità contrattuale ha contribuito a un generale processo di inasprimento delle condizioni di lavoro e di sfruttamento della manodopera. Questo sfruttamento, ovviamente, interessa anche i lavoratori italiani. È questo il racconto di due ragazze italiane intervistate nella città di Manchester:

“Lavoro come cameriera in un fast-food. I miei colleghi sono soprattutto italiani, spagnoli, rumeni e polacchi. Guadagno otto sterline all’ora e ho un contratto a zero ore. Lavoro circa nove ore al giorno per cinque giorni a settimana. Dico circa perché se il manager ha bisogno di manodopera, io mi faccio le mie ore di lavoro stabilite. Se non c’è bisogno, loro sono liberi di mandarti a casa anche dopo due ore. Il contratto a zero ore funziona così. Nei periodi in cui il fast-food non è frequentato, ad esempio durante il Ramadan, succede spesso che ti mandino a casa anche dopo un’ora. Il lavoro è molto stancante perché hai dolori ovunque. Specialmente durante la chiusura, a fine serata, si lavora come muli. Non c’è una ditta di pulizie e quindi dobbiamo fare tutto noi. Devi spazzare, pulire i tavoli, buttare i rifiuti e lavare a terra. Poi devi considerare che trascorri più di dieci ore in piedi. Purtroppo chi arriva qui si ritrova a lavorare soprattutto nella ristorazione perché questo è il settore dove è più facile trovare lavoro e dove c’è più richiesta di personale. È l’unico settore che ti permette di lavorare, di avere uno stipendio e di vivere qui. È l’ancora di salvezza per la stragrande maggioranza delle persone che decidono di emigrare qui. Pensa che gli inglesi fanno una settimana di lavoro e vanno via”. Vanessa, 33 anni, originaria della provincia di Catania

“Il lavoro come lavapiatti è molto semplice e non è richiesta nessuna qualifica. Poi è il settore dove si trova più facilmente lavoro. Non mi piace molto, ma lo faccio per pagare l’affitto e coprire le spese. È un lavoro manuale molto faticoso dove difficilmente assumono ragazze perché devi sollevare continuamente pesi. Devi lavare pentole e piatti e poi devi portare venticinque chili di patate sulla schiena da una stanza all’altra. Ho modificato il mio corpo per fare questo tipo di lavoro”. Emilia, 36 anni, originaria della provincia di Napoli.

In Uk, come detto precedentemente, la crescita delle quote di occupazione di lavoratori stranieri ha riguardato soprattutto il settore della ristorazione e ospitalità alberghiera, che registra i più elevati livelli di concentrazione di manodopera straniera. Il settore è anche quello caratterizzato dalla più alta incidenza di contratti a zero ore (il 20% del totale dei posti di lavoro secondo stime ufficiali). Il lavoratore in pratica si rende disponibile a essere chiamato senza che sia garantito un numero minimo di ore di lavoro (cfr. Brinkley I., 2013, Flexibility or Insecurity? Exploring the Rise in Zero Hours Contracts, The Work Foundation, Lancaster University, Londra).

“Lavoro come aiuto cuoco in un ristorante. È un lavoro che mi porta via tantissimo tempo per le relazioni e i rapporti. Ho un contratto a zero ore e quindi mi pagano solo le ore che faccio. In alcuni periodi, per esempio prima di Natale, arrivo anche a cinquanta ore di lavoro a settimana. Dopo Natale ci fermiamo e inizio a lavorare di meno. È un’occupazione molto stancante perché il ristorante lavora tanto, sto in piedi per dieci ore davanti ai fornelli, fa molto caldo, devo pensare a un sacco di cose e non posso distrarmi. Nel weekend cuciniamo anche per cinquecento persone al giorno. La cosa positiva è che vengo pagato a ore. Se però sono malato, o semplicemente non posso andare a lavoro perché ho un impegno, non sono pagato”. Valentino, 35 anni, originario della provincia di Varese.

L’Europa è attraversata da processi di migrazione e ridislocazione dei capitali e delle attività produttive. Tra il 2007 e il 2014 il valore aggiunto della manifattura si è contratto in quasi tutti i paesi del blocco occidentale a eccezione di Austria e Germania. A questa contrazione fanno da contraltare i livelli del valore della produzione manifatturiera raggiunti nello stesso periodo da alcuni paesi dell’Europa orientale, dove il valore della manifattura è cresciuto di oltre il 40%. Se la mobilità del capitale nello spazio europeo può essere considerata come espressione del potere delle forze capitaliste, la mobilità del lavoro può essere considerata come espressione del potere dei lavoratori, poiché essa è anche il prodotto di una scelta soggettiva che esprime il rifiuto a rimanere nell’area della disoccupazione e dei bassi salari e quindi un’azione finalizzata al miglioramento delle proprie condizioni di vita. Le parole di questa ragazza esprimono chiaramente una visione della mobilità come fuga e come esercizio di potere:

“Vengo dal Sud della Sardegna. Sono figlia di una casalinga e di un operaio. In Italia ho fatto diversi lavori: cameriera, bracciante, commessa in un negozio di tabacchi, guida turistica, educatrice per bambini. Per otto anni ho lavorato in Italia e non ho mai avuto un contratto di lavoro, a parte durante quei pochi mesi in cui ho lavorato come guida turistica con contratto a progetto. Ho lasciato l’Italia per questo motivo, perché credo che una donna non possa arrivare a trent’anni senza aver mai saputo cosa significhi avere le ferie pagate o semplicemente lavorare con un contratto regolare e vivere da sola. Prima di partire ho chiesto opinioni agli iscritti del gruppo Facebook “Italiani a Manchester” e poi ho deciso” Maria, 32 anni, originaria della provincia di Cagliari.

Proletari e precari

La cornice strutturale all’interno della quale collocare il massiccio movimento migratorio che ha interessato l’Italia negli ultimi anni è quella di una progressiva marginalizzazione delle periferie europee, ovvero la tendenza alla concentrazione della proprietà e del controllo dei capitali nelle aree centrali dello spazio europeo con la conseguente esclusione dei paesi periferici interessati da fenomeni di subalternità produttiva e di migrazioni di massa.

La narrazione tossica e fuorviante della fuga dei cervelli costruita e propagata nel nostro paese dai media mainstream, con la complicità di una buona parte dell’accademia italiana, ha finito per eclissare i principali protagonisti di un’emigrazione dal carattere sempre più operaio e proletario. L’emigrazione di soggetti a bassa scolarizzazione (cuochi, camerieri, baristi, commessi, facchini, lavapiatti), seppur maggioritaria, fatica a mettere in discussione il racconto razzista-egemonico che vede una migrazione italiana “figa” e “meritevole”, poiché intellettuale e ad alta specializzazione, contrapporsi a una migrazione stracciona e precaria, poiché proletaria e non qualificata, che interessa invece solo chi arriva e che se ci riguarda ha a che fare con un passato remoto della storia del paese.

La maggioranza dei nuovi migranti italiani non parte alla ricerca di uno stile di vita diverso e non asseconda il libero movimento di circolazione delle élite culturali transnazionali. La loro è una partenza alla ricerca di lavoro, un lavoro semplicemente meno precario di quello disponibile a casa. Questi migranti si muovono in un grande mercato del lavoro europeo flessibile e deregolamentato, nel quale esiste una gerarchia della precarietà e dove la complessità delle figure che compongono l’universo di questa nuova migrazione riflette i livelli di tale gerarchia.

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