Omaggio a Dolores Prato

a cura di Emanuele Dattilo

Giù la piazza non c’è nessuno: già il titolo ha un suono strano, sembra un’espressione tra l’arcaico e il dialettale, così come il nome del paese, o città, che ospita quella piazza: Treja, “terra del cuore e del sogno”. Bisogna partire da qui, da Treja, da questo nome ruvido, di provenienza incerta (secondo alcuni sarebbe il nome di un’antica Dea), scritto con quella bizzarra “j” centroitalica, e bisogna partire da quella piazza vuota per parlare di Dolores Prato, guardandosi bene dal prendere la strada più facile, che sarebbe quella di accostare immediatamente il suo nome a quello delle grandi scrittrici italiane sue contemporanee: Elsa Morante, Anna Maria Ortese, o Cristina Campo. O forse bisognerebbe fare il nome di Clarice Lispector, per tanti versi così simile a lei? O di Virginia Woolf (a cui era, in fondo, più vicina per età: Woolf del 1882, Prato nel 1892), per situarla, come sarebbe giusto, tra le grandi scrittrici europee? Dovremo necessariamente accostarla a una donna? Ma sarebbe un espediente riduttivo partire da questi nomi, o da qualsiasi altro, per avvicinare la sua opera o per canonizzarla. No, bisogna partire da Treja. Il nome di un luogo, chiuso in sé, ma anche di un tempo, di una lingua, di una storia, ancora sigillati.
Sarebbe arduo riassumere il contenuto di questo libro: la cronaca di un’infanzia vissuta “senza concimi né sostegni”, in piena libertà, fino all’entrata in collegio. Nata, a Roma, il 12 aprile del 1892, Dolores non conobbe il padre, e della madre conobbe quasi solo il cognome: Prato, probabilmente di origini ebraiche. Dopo aver vissuto per un brevissimo tempo in brefotrofio, poi con una balia a Sezze, in Ciociaria, Dolores crebbe infine, con due zii, a Treia (ora senza “j”), in provincia di Macerata. Ignara delle proprie radici, si radicò in Treja, o radicò Treja dentro di sé. Di lì partì, a vent’anni, per non tornare mai più. “Il luogo dove si ebbero i primi avvertimenti della vita diventa noi stessi”, è scritto nelle prime pagine di questo libro. Ciò significa che non è tanto ciò che ci accade, a plasmarci, ma proprio quei “primi avvertimenti”, le prime “scottature” (come le ha chiamate in un altro breve e bellissimo testo, ripubblicato sempre da Quodlibet, che ha pubblicato, oltre al romanzo principale, anche i Sogni) attraverso cui prendiamo confidenza con il mondo, e che ci restano indelebili addosso. Treja è dunque il nome di un presagio, e questo libro è appunto una cronaca dei presagi. La potente natura appenninica e adriatica, ricca di fiori – i cui nomi ripetuti hanno una parte importante in questo libro –, vissuta tra “certe figurette tutte nere, ma vive, come se stessero lì chiacchierando o camminando sotto la pioggia” ricorda per certi aspetti la natura ricca delle misteriose creature dipinte da Osvaldo Licini, suo conterraneo e coetaneo quasi esatto. Eppure in Dolores Prato non si sente mai nostalgia. “A mia insaputa, me la portai via” – a sua insaputa, poiché si accorse solo molti anni dopo di averla ancora lì con sé.
Come ha notato giustamente Jean-Paul Manganaro, che ha tradotto
Giù la piazza in francese, il libro è ricco, tra le altre cose, di considerazioni sul popolo, realtà ancora viva e incandescente agli occhi della piccola Dolores. I contadini della campagna intorno, gli operai, le donne, tutti osservati minuziosamente attraverso i mille segni distintivi che li definivano ai suoi occhi, i segni che “portavano” (“Il verbo “portare” era un personaggio stabilitosi fra il popolo e faceva tutti i mestieri. Quella gente non portava né borsette, né borsello, ma portava i capelli neri o rossi o biondi; portava il naso grosso o piccolo; portava le gambe storte o dritte; “porta una faccia da schiaffi””). Come se il popolo non possedesse altro che se stesso. Ed è soprattutto la lingua, la “parlata”, che definisce il confine ben preciso, tra la cameriera Eugenia e gli zii, tra la lingua appresa a scuola, la lingua grammatica, e la lingua popolana e vissuta, che è piuttosto una sopra-lingua, che sta alle cose come un soprannome (“In fondo la distinzione era nell’avere o no un soprannome”, è detto a proposito delle differenze tra le classi sociali di Treja).
Come ormai viene riconosciuto,
Giù la piazza non c’è nessuno è un libro che non ha simili nella letteratura del Novecento italiano. Per la vicenda narrata, per l’ambiente in cui è svolta, per la lingua personalissima dell’autrice, per la storia editoriale che ha avuto, questo libro rappresenta un caso senz’altro unico. La vicenda è nota: quando, dopo una lunga e faticosa gestazione, Dolores Prato consegnò a Einaudi il manoscritto di questo libro, esso venne ridotto e molto rimaneggiato da Natalia Ginzburg, che ne intendeva attenuare e addomesticare le stranezze e le irregolarità linguistiche. “Io salto i verbi come se qualcuno mi corresse dietro; i miei passaggi sono ponti levatoi mai abbassati; lei [Natalia Ginzburg] riduceva più intellegibile il mio modo di scrivere”, avrebbe poi dichiarato Dolores Prato, senza rancore, parlando di quell’edizione einaudiana. Nonostante ciò, l’intrinseca bellezza del libro fu riconosciuta dai lettori, ma ci si concentrò soprattutto sulla figura dell’autrice, esordiente ottantenne, completamente ignota negli ambienti letterari vigenti. E così il libro venne dimenticato presto. In seguito vennero pubblicate alcune pagine sugli anni successivi a Treja, da Adelphi, intitolate Le ore, a cura di Giorgio Zampa, il quale curò anche successivamente, per Mondadori, nel 1994, la prima edizione integrale di Giù la piazza non c’è nessuno, fedele alla volontà dell’Autrice. Infine Quodlibet, nel 2009, ha ripubblicato e reso disponibile l’edizione integrale di Giorgio Zampa, con una nota di Elena Frontaloni.
Dolores Prato è una scrittrice insieme classica e irregolare, con una lingua arcaica e modernissima, visionaria e realistica, ed è soprattutto uno dei pochissimi grandi scrittori del secolo scorso totalmente privi di vezzi letterari. Non fece in tempo a diventare uno stile, a essere copiata o imitata da nessuno. Quello che in altri è artificio stilistico, raggiunto attraverso studio, in lei si dà con una forza istintiva senza pari. Si dice che il suo unico autore, l’unico che leggesse con frequenza quotidiana e da cui ricavasse una vera ispirazione, fosse Dante Alighieri. E la grandezza di questo libro risiede principalmente in questa totale assenza di letterarietà: tutt’altro che una scrittrice “difficile”, dunque, ben più selvaggia degli scrittori realistici e naturalistici degli anni in cui è vissuta. Dolores Prato ci ha lasciato con la sua opera l’istantanea di una città di provincia nel primo decennio del millenovecento (che non è affatto una città provinciale, poiché, come diceva Antonio Delfini, in Italia di provinciale c’è solo la città di Roma), senza nessuna patina, senza gli amarcord e le nostalgie dell’infanzia, ma solo attraverso una potente, espressiva forma linguistica, mai compiaciuta, ma quotidiana, che travolge e disarticola tutto ciò che tocca, come il fiume Sile, che chiude – o piuttosto, interrompe, abbandona – il libro. Ora che finalmente, grazie alle edizioni Quodlibet, abbiamo un’edizione integrale accessibile, e insieme all’attenzione internazionale che quest’opera sta ora attirando dopo la traduzione francese, possiamo toccare con mano e riscoprire il valore autentico e ancora incontaminato di questo capolavoro.

Il brano che segue è all’inizio (pp. 3-7) dell’edizione Quodlibet di Giù la piazza non c’è nessuno. Il nostro omaggio alla scrittrice marchigiana si conclude con un’intervista di Elena Frontalini, acuta studiosa della Prato, al nostro amico di Jean-Paul Manganaro, apparsa su doppiozero.com il 21 novembre 2018, che ha magnificamente tradotto e proposto Giù la piazza non c’è nessuno in Francia (edizione Verdier), dove il libro ha riscosso un successo anche superiore a quello italiano.

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