L’Italia dell’educazione è tutta del Sud

di Vincenzo Schirippa

“Cosa arriverà di più qui al Sud”. Il ministro seguito dalle telecamere potrebbe non aver capito davvero, ma ha comunque fiutato l’odore della sottomissione. Prende tempo: “Cosa, scusi?” “Cosa arriverà di più qui al Sud per recuperare il gap con le scuole del Nord”. Eccolo, il gap, e lui può affondare il colpo: ci vuole l’impegno del Sud, “vi dovete impegnare forte”. Come uno che non trattiene l’impulso di maltrattare chi per strada gli chieda una moneta, Marco Bussetti si scopre più di quanto vorrebbe – o chissà. “Lavoro, sacrificio, impegno, lavoro e sacrificio”, scandisce, come se qualcuno gli avesse preparato la battuta per fare il verso a tutto un immaginario morale ottocentesco, costellato da confuse proiezioni self-helpiste sulle sorti altrui, che si è fatto aceto nella botte del leghismo. Fuori dalla scuola di Afragola, dove la scena viene ripresa una degli astanti, chissà se meridionale, annuisce convinta e muove le labbra mute sul suono delle sue parole. La sua mobilità da muppet, la voce monocorde fuori campo, la maschera del ministro che si tende molto carica, espressiva, a riempire la scena: un pezzetto di teatro di figura. Le tonalità sono quelle forti che si portano di questi tempi ma, quanto alle parti e al gioco, siamo alle solite.

Ogni volta che si parla di questo, tengo a mente un passaggio della breve Storia del Movimento di collaborazione civica di Augusto Frassineti (Edizioni dell’Asino, 2014): “quando si dice che vi sono due Italie […], bisogna aggiungere che, sotto il profilo delle operazioni educative nella scuola, nella famiglia, nello stato, l’Italia è una sola e (absit injuria) tutta del Sud”. Non perché vada negata o minimizzata una questione meridionale dell’istruzione, ma perché dove cominci e dove finisca non si sa bene; alcuni sintomi andrebbero osservati anche quando non si prestano al pezzo di colore. Che ogni Sud sia un altrove in cui specchiarsi lo hanno scritto in tanti, ed è noto che quella meridionale è questione nazionale anche per quanto la parte rivela sul tutto. C’è il rischio di prendere questo assunto come espediente per eludere il tema: e non si dovrebbe quando ancora quest’anno, come ha ricordato Gioacchino Criaco, nel versante grecanico dell’Aspromonte chiudono le scuole per spopolamento. Chissà che invece non lo si possa usare per andare al di là di alcune suggestioni che affollano la scena.

Al sovraccarico di impressioni che riguarda il Mezzogiorno si aggiunge infatti la nebbia che avvolge il dibattito sulla scuola. Anche nei momenti di remissione, quando cioè sembra rientrare il fermento di provocazioni stagionali e di appelli generici, poche voci sembrano raccontare rispettosamente le scuole come sono e come potrebbero davvero cambiare. Paradossalmente potrebbe essere un momento propizio, data per possibile l’eclissi di due feticci. Uno è quello delle riforme, spesso sottovalutate nella loro natura conflittuale – non sono un pranzo di gala neppure le riforme. In questa penultima stagione l’abuso del termine è stato pagato caro: finalmente viale Trastevere potrebbe preferire un profilo basso, e noi lasciar perdere Godot. L’altro feticcio è quello dell’autonomia che, sopravvalutata da amici e nemici, si è dispiegata in regime di vacche magre dissipando energie e lasciando il campo ingombro di vincoli e adempimenti. Solo se ti avvicini e metti a fuoco vedi il brulichio di insegnanti, studenti e dirigenti che vanno avanti e indietro aggirando ogni ciarpame, valicando gli adempimenti o almeno non lasciandosene troppo distrarre; un fermento un po’ nascosto, ed è bene che lo rimanga, perché le esperienze educative vogliono un po’ d’ombra e il loro sacrificio per sovraesposizione non basterebbe a svelenire il discorso apocalittico sull’istruzione. Coltivare l’arte di collegarsi, ripartire dall’autodeterminazione professionale, rilanciare un’organizzazione cooperativa consapevole delle dinamiche dell’istituzione: è realistico tornare a pensare che ci si possa riformare da sé – al plurale – in questo modo?

Forse no, ma non vedo altro e tocca insistere. Ci sono, fra gli ostacoli, i fattori disorganizzativi che disperdono tempo e motivazioni – su questo, più che sul denaro che pure manca, ha spostato l’attenzione Cesare Moreno replicando al ministro. C’è l’individualismo del mestiere, più evidente fra secondaria e università ma nemmeno alla primaria si scherza: nelle relazioni professionali, così come sono, cooperare è antieconomico, è un investimento ingente a remunerazione differita, richiede mutuo addestramento e lubrificazione continua e ininterrotta. C’è inoltre la difficoltà a costruire l’autonomia di una cultura professionale “dentro” l’istituzione senza poter contare su un innalzamento di tono del senso comune pedagogico “fuori”: credo che la frase di Frassineti si riferisse soprattutto a questo. Il senso comune pedagogico delle famiglie, del territorio, dell’opinione pubblica; quello che gli stessi insegnanti si portano da casa e che contribuisce, più in profondità di ogni formazione ulteriore, a determinare la loro cultura professionale. Come è noto, l’insieme di conoscenze e disposizioni che precede l’accesso a saperi più formalizzati tende a risolvere a proprio favore, per assimilazione, il conflitto con una formazione che vorrebbe metterlo in discussione. Lo si capisce da come si intonano sul vecchio costume autoritario gli orpelli della modernizzazione scolastica: anni fa Paolo Perticari notava quanti nuovi approcci epistemologici si potessero di volta in volta professare senza mai cambiare espressione del viso in aula. Funzionano così, oggi, autoinganni come quello che la modalità frontale sia tradizionale, “classica” e il digitale di per sé interattivo mentre si usa la Lim come il televisore della nonna per somministrare frontalmente il video trovato su YouTube.

Non è questione di aver fatto o meno le scuole alte: ricordo fior di laureati in filosofia che, obbligati a quel po’ di didattica necessaria per abilitarsi, spalmavano brainstorming e cooperative learning ovunque senza riuscire a tradurre le loro idee in termini operazionali, concreti e coerenti. Qualcuno ricorderà come Lucio Mastronardi metteva in scena la lezione attiva del direttore su Cristoforo Colombo ne Il maestro di Vigevano: è una vecchia storia ma conviene ripensarci, ora che chi vuole lavorare a scuola passa tanto tempo nel sistema come studente. Sono più di vent’anni che, anche in Italia, maestre e maestri vanno all’università. La legge 107 del 2015 ha esteso il principio agli educatori di nido. Oggi più che mai ci sarebbe da guadagnare da un confronto vero: sia nel campo della didattica universitaria, dove alcuni cercano di sperimentare ma per conto proprio; sia su quel che viene dopo: senza rimpiangere né idealizzare i tempi in cui riviste specializzate e associazionismo professionale facevano il mestiere, ci sono spazi ulteriori di costruzione del noi professionale che nessun percorso accademico può inglobare o sostituire.

La carriera studentesca degli aspiranti maestri è uno dei fenomeni che smentiscono le profezie sulla fine della scuola, sull’esaurirsi del suo ciclo espansivo. Un altro è la crescita di un pubblico più vario di consumatori di cultura di massa connotata in senso psicopedagogico: dai cofanetti Montessori per casa all’offerta più visibile di scuole “altre”, dalla divulgazione più onesta agli spacciatori di santini digitali profilati per insegnanti social. Di questi ultimi vale la pena osservare quel che rivelano sulla persistenza dei luoghi comuni dell’attivismo e sulla loro versatilità. L’educazione nuova si è sempre prestata a misture eterodosse, rispetto alle radici democratiche che le rivendichiamo, e oggi ne troviamo spesso ingredienti scaldati in salsa dannunziana – l’immagine di Robin Williams in piedi sulla cattedra mi pare il riferimento iconografico più rappresentativo e non mi fa venire in mente aggettivi migliori. Provare a infiltrare, senza fare troppo gli schizzinosi, queste dinamiche con cui i nostri modi più inveterati di guardare bambini e ragazzi neutralizzano i fermenti che avrebbero voluto modernizzarli, sarà velleitario, ma qualcosa converrà pensare.

Anche per questa via l’Italia dell’educazione è tutta del Sud. Giorni fa mi è stato regalato, cosa rara alla fine di un pomeriggio di formazione, un principio di dibattito. Si parlava del diritto – dicevo io – di trovare nella scuola riferimenti iconografici che arricchissero l’immaginario; senza puntare il ditino sulle principesse Disney ma mostrando altro, anche ai bambini che non hanno in casa gli albi degli editori più raffinati. Congedandoci il dirigente ricordò all’uditorio che l’esperienza scolastica – glielo aveva detto altre volte – doveva essere in continuità con quella delle famiglie, dell’ambiente. Durkheim, ha chiosato la collega alla quale raccontavo – con entusiasmo, perché a me piace lavorare nelle scuole ma mi soffoca quella barriera di deferenza che a volte si oppone a chi viene da fuori, e quella scintilla dialettica mi aveva sollecitato. Con il tatto dell’ospite il dirigente reagiva a un’affermazione che a me pareva banale ma lo aveva allarmato come autorità pedagogica – chapeau – e magari aveva le sue ragioni. Quando Franco Lorenzoni afferma, introducendo il suo ultimo I bambini ci guardano, che “la scuola deve essere un po’ meglio della società che la circonda”: per me, che come genitore sono alle elementari e come ricercatore insegno alle future maestre, come suona questa frase? Nel risvolto di copertina potrebbe sembrare innocua ma, a prenderla sul serio come merita, è una scelta di campo impegnativa. C’è un mare di saggistica e narrativa sulla tensione fra i compiti che la scuola ha di riprodurre il contesto sociale e di riformarlo: saperlo non ti risparmia nulla quando questa tensione la vivi nelle relazioni in cui sei immerso.

Allora possiamo chiederci, attenti a dove mettiamo i piedi, perché se gli insegnanti si mescolano sul territorio le scuole del Sud continuano a sembrarci così diverse; perché l’insegnante di ritorno si esprime spesso con nostalgia, vorrebbe rifare qui le stesse cose negli stessi modi ma dice che non si riesce. Possiamo chiederci perché, guardandole più da vicino, molte scuole del Nord sembrino scuole del Sud ma non mi pare si possa dire il contrario di scuole che pure ci sorprendono favorevolmente qui. Cosa stiamo riproducendo, esattamente? È chiaro che le parole che usiamo non mordono le cose e dovremmo cercarne altre, ma un pezzo di lessico non si può disimparare del tutto. Anche le analisi quantitative che vorremmo fredde e lucide: sarebbe il momento di chiudere il rubinetto delle rilevazioni che la stampa rilancia a sprazzi, per la disperazione di chi le ricerche empiriche prova a farle seriamente. Sintesi buone per consolidare gli assunti di partenza, per drammatizzare ma non per spiegare la diseguaglianza, per illuminare vie di fuga individuali ma non per cambiare le cose.

Ho fatto per anni l’esperto nei Pon. Erano fondi europei spesi in parte per aumentare l’offerta formativa. Un’occupazione stagionale per pagarmi la gavetta all’università: d’inverno cercavo i bandi e seminavo candidature a spaglio, in primavera raccoglievo tre o quattro contratti. Ogni pomeriggio una scuola diversa da raggiungere in treno o in pullman, con uno zaino di libri, cancelleria e materiali di gioco e di lavoro. C’era molto da imparare, ogni ecosistema aveva le sue dinamiche. Si trattava di evitare, con un po’ di mestiere, che gli alunni fossero usati per fare il Pon: di dare un senso a quell’esperienza, ancor meglio se si metteva a punto uno stile comune con i colleghi che ci lavoravano e li conoscevano. Non racconto volentieri gli interlocutori che in quelle aule mi sollecitavano di più, seconde generazioni di migranti o calabresi in Calabria che fossero. Molti venivano dai paesi d’Aspromonte che erano stati famosi negli anni ottanta. C’era già pronta una cornice in cui rappresentarli – un altro modo di usarli, più irrimediabile – e io, che sono cresciuto in un associazionismo attratto dalle “aree a rischio” e di questa attrazione un po’ diffido, ho avuto timore di mancar loro di rispetto, per curiosità o per altri eccessi.

Se dovessi consigliare a qualcuno un viaggio nelle scuole del Sud, oggi lo manderei altrove. Per esempio a visitare certi licei, a vedere come si sforzano di canalizzare i figli di una borghesia di varia pezzatura angosciata dalla responsabilità di metterli al riparo, di prepararli ad andar via. Agli Open Day dove è tutto un fiorire di eccellenze, di sinergie vincenti, di iniziative fortemente volute che sono nel nostro Dna, di libri e di cultura balsamo e ristoro per le nostre terre martoriate. Tutta questa pompa stride, o forse no, con le targhe plastificate coi colori d’Europa che nessun correttore di bozze ha guardato, gli avvisi in Comics Sans MS con le clip art, le intitolazioni che segnalano accorpamenti suturati in fretta senza più togliere i punti. Bisognerebbe andare a vedere, non solo perché a fare il pezzo di colore sulle scuole di periferia siamo buoni un po’ tutti ma perché se negli ultimi anni qualche tipo di smottamento si è manifestato – non saprei dire di più, è una sensazione – è in questo tipo di scuole che vale la pena scavare, dove le due questioni – scuole d’Italia, scuole del Sud – sembrano più intrecciate.

Fra chi parte e chi arriva, la scuola sta. Siccome sta, sappiamo dove trovarla: per esempio, quando vogliamo trovare le diseguaglianze sociali già messe in ordine, senza andare in giro a cercarle. O quando qualcosa di nobile ci urge: spinti dall’imperativo di sensibilizzare chiunque a qualsiasi cosa, una scolaresca da mobilitare o da invadere la troviamo. L’utopia della scuola aperta al territorio, centro di una comunità democratica si è arenata anche così: non solo con il cristallizzarsi di relazioni difficili fra famiglie e insegnanti sempre più sulla difensiva – con felici e neanche poche eccezioni. Ma anche di relazioni opportunistiche fra attori dediti a finalità alte – o meno – ciascuno per conto proprio, per cui gli alunni possono trovarsi a consumare, gratis o a spese d’altri, genuine perdite di tempo, proposte generose e velleitarie e anche percorsi sensati, che a volte rifluiscono nella didattica ordinaria, dopo che l’esperto è andato via fra gli applausi, ma per lo più no. Va reso molto merito agli insegnanti che si orientano, sapendo dire qualche no e mediando a testa alta soluzioni educative attraverso percorsi irti di formalità. Questo fare ammuina, la società civile, cercando aule magne in cui mettersi in scena; questo orbitare intorno di lavoretti inventati e donatori di pedagogia in attesa di trasfusione raccontano una centralità persistente, catalizzatrice di tanti paradossi del mondo che c’è fuori, e vale anche qui la possibilità di raccontare le scuole d’Italia attraverso quelle del Sud.

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