Il Labour e la Brexit

Il Labour è il partito del remain. Un sondaggio di YouGov alla vigilia della conferenza del 2018 del Labour mostrava che il 90% del partito voterebbe per rimanere nell’Unione Europa se ci fosse un altro referendum e l’86% sosterrebbe un secondo referendum. La maggioranza degli elettori del Labour è a favore della permanenza nella Ue e, tra chi ha votato per uscirne, la maggioranza pensa ci siano questioni più rilevanti della Brexit. Momentum, il movimento che è stato creato dai sostenitori di Corbyn nel 2015, ha recentemente fatto un sondaggio tra i suoi membri ed è risultato che più della maggioranza di essi sostiene il remain.

Il problema è che la leadership, e in particolare la segreteria di Jeremy Corbyn, sta perseguendo deliberatamente una politica ambigua. Durante la campagna referendaria, nonostante i suoi critici abbiano sostenuto che fosse poco convinto, Corbyn ha sostenuto il remain. Non è chiaro se l’accusa fosse fondata o se semplicemente sia stato marginalizzato dalla campagna ufficiale per il remain dominata da politici conservatori, liberal-democratici e laburisti di centro. Ad ogni modo Corbyn ha fatto sicuramente dei discorsi piuttosto appassionati. In uno di questi ha affermato: “C’è una forte ragione socialista per rimanere nell’Unione Europea, così come ci sono forti ragioni per una riforma e un progressivo cambiamento dell’Europa. Lavorando insieme attraverso tutto il continente, possiamo sviluppare la nostra economia, proteggere i diritti sociali e i diritti umani, contrastare il cambiamento climatico e combattere più efficacemente l’evasione fiscale ”.

Dopo la campagna referendaria, Corbyn ha ritenuto che il risultato andasse rispettato  e che il Labour dovesse provare a superare la divisione tra chi voleva rimanere nella Ue e chi ne voleva uscire – una prospettiva piuttosto diffusa all’epoca. Corbyn ha sostenuto una Brexit “morbida”(soft), il che significa rimanere nella unione doganale e mantenere le norme sull’ambiente e sui diritti dei lavoratori. Come conseguenza, la questione Brexit è stata poco discussa nelle elezioni 2017. Il partito laburista ha ottenuto un ottimo risultato, dal momento che è riuscito a ridurre enormemente lo stacco che lo separava dai conservatori, essendo passati dal 25% di punti di differenza nei sondaggi all’inizio delle elezioni al 2% nei voti effettivamente presi. Così il Parlamento è rimasto senza una maggioranza e i conservatori sono stati costretti a dipendere dai voti del Democratic Unionists Party (DUP), un partito fortemente nazionalista. Il successo del Labour non è solo dovuto al carisma di Corbyn e alla popolarità del suo manifesto contro l’austerità. Piuttosto il successo è dipeso dalla massiccia campagna dal basso portata avanti in maggioranza da giovani attivisti –  dispiaciuti di non aver votato nel referendum del 2016 – e da un voto tattico organizzato da organizzazioni contro la Brexit, come Best for Britain. La vittoria del Labour nei quartieri più ricchi di Londra,  Kensington e  Chelsea, non può essere spiegata in termini di sostegno a Corbyn; era piuttosto la sensazione che il Labour fosse la forza politica che con maggiori probabilità si sarebbe opposta alla Brexit.   

Dalle elezioni del 2017, la pressione per un secondo referendum ha iniziato a crescere – in particolare tra gli attivisti del Labour. Alla conferenza del partito del 2018, le sezioni locali del Labour hanno portato circa 150 mozioni sulla Brexit. La maggior parte di queste chiedeva di indire un secondo referendum o un voto popolare sull’accordo proposto da Theresa May. Non ci sono mai state così tante mozioni su uno specifico argomento nella storia del partito. Dopo lunghi negoziati con la dirigenza (la Brexit era stata tenuta fuori dall’agenda ufficiale della conferenza del 2017 ma è stata largamente discussa negli eventi collaterali e in World Transformed, la conferenza parallela di Momentum), una risoluzione di compromesso è stata raggiunta quasi all’unanimità. Il partito si sarebbe dovuto opporre al piano di May e avrebbe dovuto provare a indire nuove elezioni. Se le elezioni non fossero state possibili, tutte le altre ipotesi sarebbero state sul tavolo, incluso il voto popolare sulla Brexit. Non a caso, quando il segretario ombra per la Brexit, Keir Starmer, ha presentato la soluzione di compromesso, ha aggiunto “con un opzione per rimanere”, l’intera conferenza è esplosa in un applauso.

Questo è il contesto in cui ci troviamo oggi. L’accordo che Theresa May ha portato da Bruxelles era chiaramente una sconfitta, molto più dura di quanto ci si potesse aspettare. Il Labour ha subito  stabilito un voto di sfiducia contro il governo, in cui, a sua volta, è stato sconfitto. La dirigenza del Labour, comunque, ha continuato a dire di volere “un accordo migliore” o “più ragionevole” e, nel caso fosse fallita questa possibilità, facendo una concessione ai remainers, ha proposto un voto popolare.

Un accordo migliore è una chimera – un “unicorno fantastico”, come molti lo chiamano. Questo accordo riguarderebbe lievi modifiche al piano di May. Fondamentalmente si tratterebbe di rendere permanente l’unione doganale e aggiungere tutele per ambiente e lavoratori. Anche se la Ue fosse pronta ad accettare un nuovo giro di negoziati, si troverebbe comunque ad affrontare gli stessi ostacoli affrontati da May. I brexiters lo odierebbero perché il Regno Unito rimarrebbe ampiamente nel quadro delle regole europee ma senza la rappresentanza nelle sue strutture di governo. Ciò equivarrebbe a un’enorme perdita di sovranità, trasformando il Regno Unito in un c.d. “stato vassallo”. Allo stesso modo, i remainers, in particolare quelli di sinistra, si opporrebbero perché il Regno Unito non avrebbe voce in capitolo sulle regole e quindi non sarebbe in grado di unirsi ad altri partiti e movimenti di sinistra per riformare e democratizzare l’Unione Europea.

Quindi perché la leadership rimane su questa posizione? Una teoria molto diffusa è che, nonostante la sua posizione pubblica fosse per il remain, Corbyn stesso sia un euroscettico. Corbyn infatti fa parte della vecchia sinistra legata a Tony Benn, ossia la sinistra che nel 1975 ha votato contro l’adesione alla Comunità europea. Questa teoria è particolarmente diffusa tra i veterani degli anni di Tony Blair, i parlamentari della destra del Labour, che si oppongono con tutte le loro forze a Corbyn. A prescindere dalle opinioni personali di Corbyn, è vero che nonostante il Labour sia prevalentemente a favore della permanenza nella Ue, c’è un piccolo gruppo di lexiters (sostenitori del leave di sinistra) che ha una forte influenza nell’ufficio di Corbyn. Questi sostengono che l’Unione Europea sia  un’istituzione intrinsecamente neo-liberale e, in quanto tale, irriformabile: l’ispiratore di questa linea di pensiero è Costas Lapavitsas, un professore di economia della Soas di Londra, nonché ex parlamentare di Syriza. I lexiters sostengono inoltre che le norme sugli aiuti di Stato impedirebbero al Labour di attuare un programma socialista.

Entrambi questi argomenti sono ampiamente contestati. Nel partito i remainers di sinistra, che sono la maggioranza, sostengono che, in un mondo globalizzato, il socialismo in un Paese sia solo una fantasia. Se vogliamo affrontare seriamente le conseguenze della globalizzazione e, in particolare, gli effetti sulle zone deindustrializzate della Gran Bretagna che hanno votato per uscire dalla Ue, è essenziale far parte di un blocco più ampio di nazioni e unire le forze con la sinistra europea. Inoltre sia la Francia che la Germania hanno livelli di aiuti di Stato molto più elevati rispetto al Regno Unito e non c’è nulla nel manifesto del Labour che non sarebbe possibile secondo le attuali regole europee. Questi membri del Labour sottolineano inoltre che sia stata la Gran Bretagna a spingere per larga parte delle politiche neo-liberali della Ue e che perciò, come contro-compensazione, dobbiamo elaborare un approccio alternativo assieme ai nostri colleghi socialisti. Ma forse l’argomento più importante è di tipo politico. La Brexit si realizzerà solo in alleanza con la destra e ciò minerebbe qualsiasi progetto socialista.

Una seconda teoria, forse più convincente, è che la leadership del Labour stia cercando di tenere insieme i parlamentari laburisti. Ci sono molti deputati laburisti provenienti da collegi elettorali che hanno votato prevalentemente per uscire dalla Ue. Questi parlamentari potrebbero aver sostenuto il remain in passato ma, nel caso in cui il partito si schierasse in favore del remain, sono profondamente preoccupati per le loro posizioni. Di fatto, nelle elezioni del 2017 i laburisti sono riusciti a mantenere la maggior parte delle tradizionali roccaforti elettorali. Una chiara posizione sul remain non si tradurrebbe necessariamente in ulteriori perdite. Queste sono le aree che precedentemente erano minerarie e manifatturiere e sono le aree che potrebbero essere più colpite dalla Brexit. Molti di coloro che hanno votato per lasciare la Ue erano già passati allo Ukip (Uk Independence Party) e più tardi, dopo il referendum, quando il voto per lo Ukip è crollato, questi elettori tendenzialmente sono passati tra le fila dei conservatori piuttosto che al Labour (anche se il dato variava in tutto il Paese). Anche nelle zone dove si  votava per uscire dalla Ue, la maggioranza degli elettori del Labour è per il remain e, per quanto riguarda gli elettori laburisti, i sondaggi indicano che solo il 9% ritiene che la Brexit sia la questione politica più importante.

In una recente visita in due zone dove ha prevalso il leave, ho trovato che l’umore generale fosse la disillusione – la gente era piuttosto stufa della Brexit, inorridita dal caos di Westminster, e generalmente era d’accordo, anche se sosteneva il leave, che gli effetti economici della Brexit sarebbero stati piuttosto negativi. La mia impressione è che una campagna politica incentrata sulle  questioni locali e, più in generale, su come attrarre investimenti, posti di lavoro e rigenerare l’economia sarebbe ciò che chi vive in queste aree desidera. E soprattutto, se il Labour continuasse a essere ambiguo riguardo alla Brexit, perderebbe molto più consenso nel resto del Paese – nelle aree a favore della permanenza nella Ue – di quanto non guadagnerebbe nelle sue tradizionali roccaforti continuando con la politica della ambiguità.

Una terza teoria ha a che fare con la tattica. Alcuni sostengono che la leadership stia perseguendo una buona strategia per far fallire i Tories. La proposta di un accordo “migliore” avanzata dal Labour potrebbe essere sostenuta da molti Tories moderati, dividendone così il partito. Se questa fosse la strategia però, bisogna notare che è assolutamente riprovevole mettere le strategie del partito davanti al bene del Paese. Inoltre se questo significasse lasciare che la Brexit accada, o peggio, se si permettesse che non si arrivi a nessun accordo (No deal), dalla maggior parte dei membri del partito la leadership laburista non verrebbe mai perdonata.

Infine c’è l’argomento della democrazia. Corbyn è un democratico e potrebbe sinceramente credere che l’esito del referendum vada rispettato. Inoltre c’è un certo disagio relativamente all’ipotesi di intraprendere un secondo referendum che fornirebbe all’estrema destra un’arma in più e potrebbe accentuare la polarizzazione tra remainers e leavers. L’omicidio della parlamentare Jo Cox durante il primo referendum dà un certo fondamento a queste paure. Ma mentre questa preoccupazione è comprensibile, in definitiva, l’argomento sulla democrazia non convince.

Innanzitutto il primo voto non è stato molto democratico. Si è scoperto infatti che la campagna per il leave ha infranto la legge sul tetto alle spese per le campagne politiche. Se si fosse trattato di un’elezione, simili accuse sarebbero potuto essere portate davanti a una Corte elettorale che, potenzialmente, avrebbe potuto imporre la ripetizione delle elezioni. Questo non vale in un referendum perché i referendum sono solo consultivi (sic!). Ma il primo voto è stato illegittimo anche per altre ragioni, che riguardano il numero di bugie raccontate, le fake news diffuse, e le probabili interferenze della Russia. Inoltre, per una decisione di simile portata, le regole sono state determinate in modo francamente pessimo. La vittoria si basava su una maggioranza semplice, le regioni non hanno avuto parola sul processo, e mentre i cittadini del Commonwealth potevano votare, i cittadini dell’Ue residenti in Regno Unito, no.

Ma anche lasciando da parte tutto questo, democrazia non può significare che le decisioni siano irreversibili. Le persone cambiano idea. Alcuni elettori muoiono, mentre i cittadini maggiorenni acquisiscono il diritto di voto. E tutti i sondaggi indicano un significativo spostamento dell’elettorato del remain anche nelle aree dove ha prevalso il leave. Dato che le elezioni si svolgono periodicamente, perché sarebbe antidemocratico tenere un nuovo referendum? C’è, come è noto, una posizione democratica contro i referendum, che è quella di considerarli una metodologia populista in contrasto con i metodi deliberativi, in particolare dei parlamenti. Ma avendo optato per un referendum nel 2016, è difficile pensare che la decisione possa essere annullata senza un altro referendum.

Alcuni commentatori, come l’ex primo ministro Gordon Brown, Neal Lawson della ong laburista Compass, o la parlamentare laburista di un collegio elettorale dove ha prevalso il leave Lisa Nandy, hanno proposto una o più assemblee dei cittadini in cui remainerse leavers si potrebbero riunire per decidere quale sia la strada migliore da intraprendere. Un esperimento di successo dell’University College (UCL) nel settembre 2017 si è espresso in favore di una Brexit morbida. Ma così come è successo in Irlanda, queste assemblee dovrebbero essere combinate con un referendum.

Rispetto alla tesi che un secondo referendum darebbe slancio all’estrema destra e potrebbe, secondo le parole di Theresa May, “minacciare la coesione sociale”, bisogna considerare che proseguire con la Brexit sarebbe molto peggio. Brexit è un progetto di destra e porterà alla disgregazione della Gran Bretagna. La Scozia diventerà indipendente e l’Irlanda o sarà unita o tornerà in guerra. Inoltre Brexit è un progetto razzista contro gli immigrati. E lungi dal ridare il controllo alle persone nelle aree abbandonate, darà il controllo a chi vuole deregolamentare l’economia e immagina la Gran Bretagna come un rifugio sicuro per gli hedge funds,  le aziende di fracking e similia.

Tutte queste teorie presumono che Corbyn sia un leader tradizionale con vecchie idee laburiste, o comunque che egli si occupi per lo più di escogitare astute tattiche e che possa imporre le sue opinioni dall’alto. Ma in realtà Corbyn rappresenta un nuovo fenomeno, un fenomeno di quella che Hilary Wainwright chiama la “nuova politica”. Il vero evento della politica inglese è stato l’entusiasmo che lo ha portato al potere, che ha reso il Partito Laburista il più grande partito in Europa – il che spiega il suo successo nelle elezioni del 2017. Il Labour non è più il vecchio partito della classe operaia, intesa come composta prevalentemente da maschi, come si crede in molti dei collegi elettorali dove ha prevalso il leave. Il Labour oggi è il partito dei lavoratori del settore pubblico, dei nuovi lavoratori dell’high tech e del nuovo settore dei servizi con contratti a zero ore sottopagati. Questi lavori comprendono sia uomini che donne e persone provenienti da tutta Europa e dal mondo. La “nuova politica” parte dal basso ed è partecipativa, si basa sulla conoscenza e sulla creatività quotidiana e il ruolo della leadership è quello di facilitare queste dinamiche.

Se Corbyn è inadeguato a questo fenomeno, comportandosi come un leader tradizionale, tutto ciò potrebbe evaporare. Non a caso molti elettori stanno già lasciando il partito. C’è un’enorme frustrazione per il fatto che il Labour non stia usando questa straordinaria opportunità per aprire a un futuro migliore, esponendo la debolezza di May e l’inganno e il caos determinato dai Tories. Il futuro della “nuova politica” in Gran Bretagna e in Europa dipende da come viene risolta la Brexit.

Il testo di Mary Kaldor, professoressa della London School of Economics, è stato scritto a inizio anno per il partito Socialdemocratico tedesco (Spd). Da allora molto si è mosso dentro il Partito Laburista. A febbraio sette parlamentari in parte provenienti dall’area legata a Blair e guidati da Chuka Umunna hanno lasciato il partito fondando un nuovo gruppo, The Independent group (Tig)  che  ha ottenuto un grande consenso nei sondaggi: il Labour è crollato al 24%, il neonato Independent group è al 18% e i Tories  si attestano al 38% dei consensi. Gli scissionisti sono stati raggiunti da tre parlamentari conservatori e da altri due laburisti. La divisione è avvenuta sui temi della Brexit e dell’antisemitismo.

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