Il male che arriva

di Pierre-Henri Castel

traduzione di Maria Baiocchi

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore il primo capitolo di un importante saggio di Castel, Le mal que vient (Les editions du cerf).

Passerà meno tempo tra me e l’ultimo uomo che, per dire, tra me e Cristoforo Colombo. Ecco, è questa l’affermazione preliminare di cui propongo di analizzare le conseguenze.

Diciamo subito in quale campo del sapere o per meglio dire della riflessione, la formulo e contro quali idee alternative o concorrenti. L’idea di un orizzonte apocalittico ma non religioso, di una fine del mondo legata in particolare alla guerra, alle catastrofi politiche, al crollo della civiltà, una fine verso cui tendiamo inesorabilmente, non è nuova. E nuova non è nemmeno l’idea che ne deriva secondo cui, al giorno d’oggi, vivremmo in piena modernità laica e scientifica i tempi della fine, quelli che precedono la fine dei tempi. Tutta una letteratura parzialmente dimenticata e iniziata con Karl Jaspers, poi continuata da Günther Anders e Hans Jonas, si è allora sforzata di immaginare il nostro avvenire nella prospettiva della guerra atomica, seguita dal famoso “inverno nucleare” che ci seppellirebbe tutti sotto cenere e neve e alla fine distruggerebbe l’umanità. Jonathan Schell, negli anni ottanta, ancora la riecheggiava in forma volgarizzata e meno metafisica, ma con chiara potenza evocatrice.

Ora, curiosamente, l’angoscia di una guerra nucleare pensata come avvenimento databile a un momento qualunque del futuro, avvenimento facile a rappresentarsi in tempo di Guerra fredda, blocchi contrapposti, Est contro Ovest, dopo la caduta del muro di Berlino non ci ossessiona più. Se dunque un simile evento dovesse scatenarsi, e io penso che sia ineluttabile, ormai coinciderebbe con la conclusione di sviluppi e di processi di ogni tipo, molti dei quali sono, se non completamente silenziosi, di certo lenti ed estremamente insidiosi. In effetti si radicheranno non solo nella nostra vita sociale e politica, ma anche, e questo è nuovo, in ogni tipo di determinismo naturale dipendente in ultima analisi da quello che ormai oggi si definisce come cambiamento climatico o anche da forme di inquinamento che attaccano il genoma delle specie, legate allo sconvolgimento irrecuperabile dei cicli e degli anelli di retroazione fisico-chimica sulla leggera pellicola che alimenta la vita sulla superficie del globo. Al lampo finale dell’esplosione atomica, ai mostruosi funghi che si levano ovunque sopra le nostre megalopoli, alla vita condannata dall’alterazione dei mattoni genetici elementari che ne assicurano la continuità è seguito nelle nostre coscienze qualcosa che non raggiunge mai davvero la soglia dell’incubo o dell’allucinazione orripilata: una perplessità, piuttosto, se non un sorriso incredulo davanti a ciò che azioni totalmente banali, spesso minime, ma che si accumulano poco a poco all’infinito, possano comportare di così cataclismico. Produrre i nostri alimenti in quantità industriale per quello che sembra essere il bene delle masse, fornire energia ai luoghi dove viviamo e lavoriamo, sbarazzarci dei nostri rifiuti, in breve vivere non solo normalmente ma in molti casi in stretta conformità con i nostri ideali di benessere individuale e collettivo e perfino l’idea che ci facciamo della libertà e della giustizia, ecco ciò che ormai ci promette lo sterminio. Una guerra nucleare se si dovesse produrre scoppierebbe nell’ultimo tempo di un’evoluzione storica e naturale complessa sullo sfondo di siccità o di inondazioni, di carestie, di ingiustizie sociali prima localizzate poi generalizzate, di migrazioni, di epidemie, di crisi economiche capaci di scuotere con sempre maggiore violenza le popolazioni, di Stati sempre più potenti all’improvviso minati probabilmente da convulsioni ideologiche e religiose strettamente legate all’invenzione di nuove categorie di disperazione. Cosicché sarà sempre più difficile per coloro che avranno modo di interrogarsi sulle cause, cogliere dove e come siano iniziati quegli eventi.

Sarebbe sbagliato credere che una simile trasformazione delle nostre prospettive relativa al nostro nuovo orizzonte apocalittico sia di ordine puramente affettivo e che solo la retorica della fine del mondo sia cambiata. Passando dall’inverno nucleare al riscaldamento globale non abbiamo solo cambiato metafora. E non è affatto vero che la violenta angoscia esistenziale degli anni sessanta, parossistica, ma ben ancorata alla paura della bomba, sia stata sostituita da un’angoscia diffusa, una forma di disperazione dolce, di fronte all’impossibilità di arrivare a una buona e solida causa, scientificamente indiscutibile, fonte di unanimità politica per arrestare la marcia verso il disastro. Si poteva militare per la pace in tempi di Guerra fredda e di certo anche oggi non è inutile cercare di ridurre il numero dei missili che riempiono i nostri arsenali. Ma quando il funzionamento stesso della civiltà, ovvero i mezzi della sua prosperità pacifica sembrano cospirare alla sua autodistruzione, si è tentati di aspettare per capire, perché non si sa da dove cominciare a reagire. Si arriva a temere che una reazione sbagliata possa accelerare l’avvento del disastro. E se in astratto sappiamo, per proiezione quantitativa, verso quale abisso stiamo correndo, si tratta però di una consapevolezza alla quale, oserei dire, non si riesce a credere. Come si vede non si tratta di un cambiamento di metafora, ma di un cambiamento di paradigma. D’altra parte un altro fattore mi spinge a pensare che ci sia di più, molto di più, nella situazione, di una nuova modulazione emotiva della prospettiva della fine dei tempi. È un problema epistemologico.

Si potrebbe dire dunque che le ragioni più gravi di inquietudine non possono essere facilmente individuate a causa del modo in cui sono costruite le nostre conoscenze scientifiche. Per esempio le cifre più preoccupanti, quelle che confermano innegabilmente il nostro avvenire nel giro di qualche secolo, sono il prodotto di lavori totalmente sconnessi dallo stile delle conoscenze che generalmente servono a riflettere sulla vita sociale. Per esempio che la nostra specie si impadronisce ogni anno del 70% della biomassa (la massa totale della materia organica sul pianeta, che si forma a partire dall’energia liberata da sole) lasciando il poco che resta alle altre specie non si traduce facilmente in termini economici – ovvero in termini di distruzione degli esseri viventi che consumiamo, utilizziamo direttamente o indirettamente, o rendiamo inutilizzabili per le altre specie. Come anche il fatto che, ogni anno, estraiamo dal suolo in energie fossili quello che la chimica naturale impiegherà tra i 500 e i 1000 anni per ricostituire. Avvertiamo vagamente l’enormità di un simile stato di cose e di alcune delle sue conseguenze per le industrie che ci sono familiari, come quella del petrolio o del carbone. Ma l’impatto fisico e poi psicologico di tale sottrazione e dell’inquinamento che ne deriva per la nostra sicurezza conservazione, i nostri mezzi di trasporto o di comunicazione, o la nostra alimentazione è più opaco. E questo si potrebbe moltiplicare. La biofisica del globo, quella scienza ormai decisiva, non si fonde in maniera fluida con la concezione abituale, storica, politica, economica e sociologica, delle società umane. Questo stato di fatto, epistemologico, insisto, conta molto senza ombra di dubbio in tutto quanto sappiamo ma, come ho detto sopra, senza che tuttavia si riesca a credervi, ovvero senza che si riesca a inserirlo nelle prospettive pratiche, al nostro livello. Il peggio però è una certezza. Solo gli impazienti possono dubitarne.

Questo intreccio vertiginoso di dimensioni fisico-biologiche e di aspetti storici e sociali confonde i punti di riferimento e ci disarma. Va da sé che quando uno tsunami devasta una centrale nucleare non si tratta di un disastro puramente umano e nemmeno quando l’utilizzazione sbagliata di terre si conclude con la deforestazione di milioni di ettari di foreste tropicali umide con conseguenze fatali per la biodiversità e il clima. Ma soprattutto questa densa rete di cause e di effetti ci impedisce di concepire la fine dei tempi come uno sfortunato incidente che potremmo prevenire se disponessimo di un piano di azione pertinente. Tutto porta verso quella direzione, che è sovradeterminata, non è un solo filo ma sono centinaia, migliaia di fili interrelati a tirarci e serrarci dentro inestricabilmente. Al punto che il carattere totalizzante del fenomeno ci fa ripiegare sulla speranza degli effetti salutari di una presa di coscienza – presa di coscienza certo – e dopo? Ma al tempo stesso questa sovradeterminazione inglobante non è una determinazione fatale: niente impedisce di immaginare effetti salvifici paradossali (biofisici) o più in generale che ciò che non sappiamo riservi anche delle belle sorprese. Dunque noi non sappiamo. C’è di che alimentare l’attendismo, o anche lo scetticismo bello e buono, denunciando un “catastrofismo prematuro”. Quando l’orizzonte della guerra nucleare si imponeva a tutti come minaccia storica totale, simili posizioni, oggi comuni, erano marginali. E la presa di coscienza si presentava a tutti con un oggetto politico chiaro come una modalità di reazione pertinente ed efficace. Ma erano altri tempi.

Le questioni che sto per sollevare sono materia molto più controversa. In effetti sulla base di quanto ho appena ricordato, vorrei avanzare l’ipotesi che non siamo necessariamente ciechi o incoscienti davanti al processo di annientamento lento e insidioso con cui dobbiamo fare i conti. È un cliché quello di lamentarsi della nostra insensibilità al disastro che si profila. Jaspers, Anders e Jonas erano scandalizzati: come non sentire l’obbligo etico di militare per la pace in questi tempi di potenziale olocausto nucleare? Come scuotere gli animi? Come trasformare l’angoscia paralizzante in impulso collettivo a salvarsi? Ma a mio avviso anche quei tempi sono passati. Visto il tipo di fine annunciata non si potrebbe al contrario prevedere che sia semplicemente impossibile convincere un numero crescente di noi che non è già troppo tardi? Altrimenti detto, forse siamo più rassegnati che insensibili, ovvero, idea che mi appresto a sviluppare in modo provocatorio, cinicamente coscienti che è già troppo tardi. Quali sono le conseguenze morali e politiche che dobbiamo tirarne? E se non fossimo imprudenti e irrazionali di fronte all’imminenza della fine dei tempi, ma stranamente lucidi, e tuttavia esposti a una tentazione inedita? Quella di trarre dal disastro stesso che si annuncia tutto il piacere possibile, tanto più che ne abbiamo i mezzi? Che significa d’altra parte essere malvagi, o malfattori o perfino perversi quando la fine che ci attende è una fine secca, senza giudizio universale, né castigo né salvezza per nessuno? in breve: “un’apocalissi senza regno”, come la chiamava Anders?

Al Male imminente, un Male che, lo sentiamo, non può che cambiare di dimensione, poi di natura man mano che la fine si avvicina, esiste forse un qualunque Bene da opporre?

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