Europa: una crisi e le sue radici

di Guido Crainz

L’espressione stessa di “sogno europeo” può apparire oggi retorica, essendo ormai lontano il clima in cui prese corpo. Educazione europea è il titolo di un intenso romanzo del 1945 di Romain Gary che ci porta nel clima disperato della Resistenza polacca, ed è un titolo amarissimo: “le Università europee sono state la culla della civiltà – scrive – ma esiste anche un’altra educazione europea, quella che ci viene impartita adesso: i plotoni d’esecuzione, la schiavitù, la tortura. È l’ora delle tenebre”. Dal canto suo Max Frisch evocava poco dopo uno scenario di morte:rimane l’erba che cresce nelle case, il dente di leone nelle chiese (…) un silenzio di cardi e palude, una terra senza storia, ove nessuno conta più il succedersi delle stagioni, l’alito degli anni”.

Su quelle macerie fu necessario ricostruire, allontanando i tragici errori che avevano portato a quel disastro: dagli egoismi degli stati nazionali, primo bersaglio polemico del Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, sino all’umiliazione imposta alla Germania dopo la prima guerra mondiale. Mai più guerre in Europa, questo voleva dire nel 1950 la “Comunità europea del carbone e dell’acciaio” costituita dai primi sei paesi per garantirne il controllo comune: essa metteva così “i mezzi della guerra – carbone e acciaio, allora – al servizio della pace”, per citare la dichiarazione “fondativa” di Robert Schuman, ed era la prima ragione di un’Europa unita. Fallì invece poco dopo il tentativo di creare una “Comunità europea di difesa” con un esercito comune: forse era troppo presto per vedere di nuovo soldati tedeschi in uniforme. Quel tentativo però rinviava alla seconda ragione che portava alla costruzione dell’Europa: la necessità di fare argine di fronte alla pressione, se non alla avanzata, dei regimi comunisti. Nel 1950 la guerra di Corea aveva provocato nelle cancellerie europee un allarme fortissimo e aveva rafforzato la scelta già sancita con il Patto Atlantico: nella sotterranea convinzione però che gli Stati Uniti fossero sì un alleato decisivo ma al tempo stesso troppo potente (e stava qui la terza ragione dell’unità europea).

Sono sufficienti pochi cenni per evocare la nostra lontananza dal clima delle origini, e quella prima partita è stata decisamente vinta: nel 1957 i Trattati di Roma e la Comunità economica europea inaugurano una seconda fase, non più solo “difensiva”, per dir così. E la politica agricola ne è il primo cuore, con un insieme di negoziati e di mediazioni che non apparivano sempre comprensibili ai cittadini ma avevano al centro un nodo fondamentale: far convivere e prosperare paesi che avevano livelli di partenza estremamente diversi (il nodo che era stato eluso nell’ unificazione italiana, con conseguenze profondamente negative per le sue parti più deboli, in primo luogo il Mezzogiorno). E gli anni sessanta furono particolarmente felici, anche perché segnati da una grande fase espansiva dell’Occidente: con straordinarie trasformazioni nel modo di produrre e di consumare, di vivere e di sognare, e con una circolazione culturale internazionale senza precedenti.

Per un trentennio almeno il progresso sembrò inarrestabile, facendo cadere per via alcuni degli ostacoli che si erano frapposti. Nel 1973 assieme a Danimarca e Irlanda entra nella Comunità anche l’Inghilterra, che non aveva partecipato alla prima fase – forse legata ancora al mito o al fantasma dell’impero – e poi ne era stata tenuta lontana dalla politica egemonica di Charles De Gaulle. Negli anni ottanta, scomparse le ultime dittature, vi entrano anche la Grecia, la Spagna e il Portogallo. E nel 1979 vi è il primo abbozzo del sistema monetario europeo, con una unità convenzionale denominata Ecu.

È sufficiente evocare a grandi tratti questa storia per cogliere subito il drammatico paradosso cui siamo di fronte. Con cui ci misuriamo. Su cui si gioca il futuro e la sorte stessa dell’Europa. È forte infatti l’impressione che la fase di maggior trionfo del “sogno europeo”, all’indomani del 1989, coincida con l’inizio di una crisi profonda: molto prima degli spartiacque costituiti dalla crisi finanziaria internazionale del 2008 e dall’ingigantirsi dei flussi di popolazioni da altri continenti. Ben prima cioè dello scenario segnato nel 2015 dal tracollo della Grecia e dall’emergenza immigrazione.

I sintomi della crisi iniziano a manifestarsi già all’interno della “fase gloriosa” e delle sue principali scansioni: il 1989, con il crollo del comunismo e della Cortina di ferro; il 1992 con il Trattato di Maastricht, che fissa i parametri per l’ingresso nell’Unione europea; il 1998, con la definizione dell’area dell’euro, che entra in circolazione nel 2002; il 2004, con l’allargamento dell’Unione a dieci nuovi paesi. Esce in quello stesso anno un libro di Jeremy Rifkin che ha appunto come titolo Il sogno europeo: esso “sta lentamente eclissando il sogno americano”, scriveva Rifkin. La stagione dell’ottimismo, insomma, coronata nel 2007 – all’insegna di Schengen – dalla caduta degli ultimi confini, spesso insanguinati dalla storia: da quelli della Germania con la Polonia e la Cecoslovacchia sino al “muro di Gorizia”, sul nostro confine orientale.

Una marcia trionfale, almeno a un primo sguardo, ma fu un grave errore sottovalutare i problemi che si aprivano: quasi tutti i nuovi stati facevano parte dell’Europa a lungo “sequestrata” dal comunismo sovietico, per dirla con Milan Kundera, con realtà economiche, istituzionali e culturali profondamente differenti. Il sogno europeo aveva bisogno dunque di nuovi e solidi progetti, lontane ormai le ragioni delle origini. Aveva bisogno di definire i percorsi e i tempi di una reale unificazione delle istituzioni e degli orizzonti collettivi, e in questo processo la cultura era chiamata in causa quanto la politica. Quindici anni dopo quel grande allargamento i cittadini europei vivono in una Unione priva di strumenti politici realmente efficaci, ignari forse più di prima dei processi in corso al suo interno, esposti alle pulsioni nazionaliste (o sovraniste, se preferite) e al tempo stesso incapaci di comprenderne realmente le radici.

Eppure quelle pulsioni erano avvertibili da tempo, anche a voler ignorare l’esplosione delle guerre nella ex Jugoslavia che qualcosa pur dicevano sul riemergere dei nazionalismi. Si resti all’interno della costruzione unitaria e si pensi all’inatteso comparire del movimento di Jean Marie Le Pen, giunto al ballottaggio nelle presidenziali francesi del 2002; o al diffondersi già allora di movimenti analoghi in diverse aree europee, talora nelle periferie urbane e nelle aree ex industriali che erano state roccaforti della sinistra. Si pensi anche all’evoluzione del “gruppo di Visegrad”, il vero fantasma che oggi si aggira per l’Europa, e vale la pena di ricordare che esso non nasce contro l’Europa. Nasce infatti nel 1991 per favorire un ingresso coordinato in Europa della Cecoslovacchia, allora unita, della Polonia e dell’Ungheria, ed è promosso da figure come Vaclav Havel -primo paladino del “ritorno in Europa”, per usare le sue parole – o come Lech Walesa. Cos’è successo poi? Si pensi infine ai pronunciamenti referendari della Francia e dei Paesi Bassi che nel 2005 affossano il progetto di Costituzione europea: la crisi finanziaria del 2008 irrompe dunque in uno scenario già incrinato e dobbiamo interrogarci anche sulla fase apparentemente trionfale dell’Unione.

Per tentare di avvicinarci al problema è necessario scomporlo nelle sue molte parti, iniziando proprio dal 1989. Già l’anno successivo è lucidamente profetico il discorso tenuto al senato polacco da Bronislaw Gieremek -uno dei leader più autorevoli di Solidarnosc e storico di grande valore – in un convegno che aveva come tema proprio l’Europa. Oggi, diceva Gieremek, nei nostri paesi post-comunisti vi è giustamente euforia per la libertà riconquistata ma non dobbiamo dimenticare che essi non hanno conosciuto una vera democrazia neppure prima del comunismo (con l’eccezione della Cecoslovacchia fra le due guerre): e quindi le istituzioni democratiche e il pensiero democratico non hanno radici profonde. Vi sono dunque tre pericoli nei paesi che si sono liberati dalla dittatura comunista, proseguiva Gieremek: il nazionalismo, il populismo, la tentazione di governi forti (sono parole del 1990). Non era solo una lucida intuizione, Gieremek spiegava bene perché questi pericoli erano particolarmente presenti in quelle società. Il nazionalismo,ad esempio: contro l’oppressione sovietica – osservava – la forma più immediata di resistenza era il richiamo al sentimento nazionale, che assumeva quindi un valore democratico, ma quel sentimento può avere anche versanti perversi, nazionalistici e sciovinisti. Il populismo: siamo cresciuti nella demagogia dei regimi comunisti e il falso appello al popolo può riemergere anche con altro segno e fare presa, nelle difficoltà della democrazia. E infine l’attrazione per “governi dalla mano forte”, particolarmente presente nelle società post-comuniste che non hanno conosciuto istituzioni e culture solidamente democratiche.

Gieremek concludeva: questi pericoli non cancellano le nuove possibilità, consigliano semmai la gradualità nei cambiamenti e richiedono una forte attenzione alla transizione. Lo abbiamo ascoltato? Lo hanno ascoltato la politica e la cultura dell’Europa occidentale? A me non sembra, eppure ancora nel 1990 Adam Michnick, un altro protagonista del ritorno polacco alla democrazia, scriveva: “Il totalitarismo lascia in eredità anche un nazionalismo aggressivo e l’odio tribale. L’eventuale vittoria di queste tendenze trasformerebbe l’Europa centro-orientale in un inferno”. E sempre nel 1990 Vaclav Havel osservava: “le strutture europee oggi esistenti sono state teoricamente create per l’intero continente ma in realtà costituiscono una sopravvivenza della divisione dell’Europa e sono strutture sostanzialmente europeo-occidentali. È necessario quindi uno sforzo di entrambe le parti perché solo un’iniziativa del genere può portare all’integrazione”. È stato fatto questo sforzo? Era possibile farlo?

È difficile rispondere, e certo è impossibile cambiare la storia, ma forse è ancora possibile intervenire su un’altra questione, posta anch’essa da voci lucide e isolate in un altro momento cruciale di questo percorso, l’avvio della zona dell’euro. In questo caso conviene prendere avvio da punti di vista “italiani”, a partire da quello di Carlo Azeglio Ciampi, il cui impegno era stato decisivo per portare il Paese fra i fondatori dell’euro. È stato fondamentale, osservava, riconquistare credibilità economica internazionale ma è necessario ora un rinnovamento complessivo capace di investire non solo l’economia ma anche la cultura, i costumi, gli stili di vita. È necessario cambiare noi stessi, in altri termini. Parole forti, ma va ricordato che il Paese era stato travolto qualche anno prima dal crollo della cosiddetta “prima repubblica”, che fu anche crollo morale di un ceto politico. E l’Italia – annotava Barbara Spinelli – ha dovuto fare due cose in apparenza contraddittorie: provare a diventare finalmente una nazione per poi sciogliersi parzialmente in Europa. E già prima aveva scritto: Solo con i banchieri non nasce l’Europa. Tutto quel che si dice di Maastricht, annotava, “comincia a essere drammaticamente insufficiente. È vero che le nazioni europee rischiano il declino se non si adattano presto a un’economia globalizzata”. Ed è vero che nel mondo globale occorre cambiare abitudini radicate: “per ogni individuo il futuro si fa più incerto” e occorre abituarsi all’idea di un’esistenza mobile, solitaria, spesso precaria” (la crisi del 2008 aggraverà radicalmente le incertezze). Ad inquietare però, concludeva la Spinelli, non è il compito in sé: inquieta invece “la latitanza del sovrano tradizionale – cioè la politica – di fronte a riforme che vengono affidate ai tecnici e alle Banche centrali perché siano loro a imporle ai cittadini smarriti come dolorose necessità”. Ed Ezio Mauro aggiungeva: è stato quasi inevitabile avviare l’unificazione “attraverso l’unico comun denominatore oggi possibile, quello della moneta” ma è urgente ora “dare un contesto istituzionale, culturale e politico a questa moneta. Perché rappresenti l’Europa e non soltanto un gruppo di Paesi comandati da una banca”. A questa urgenza non si rispose, e con l’inizio effettivo della circolazione monetaria abbiamo avuto la prima spia di un limite, di una carenza grave. Non fummo capaci di riconoscerci in padri fondatori condivisi, il tentativo fallì e così le banconote dell’euro si limitano a proporre anonime immagini di porte, finestre e ponti, mentre le monete metalliche hanno una facciata differente nelle diverse nazioni. Quasi il simbolo di un vuoto, e lo abbiamo ogni giorno sotto gli occhi senza vederlo.

Altri rischi poi si aggiunsero, spesso connessi a una visione dell’allargamento come un bene in sé. Nasce anche così il tracollo della Grecia, che ha origini e responsabilità lontane: sin da un ingresso in Europa nel 1981 che alimenta false illusioni ed è privo di controlli reali. E così i crediti comunitari furono usati per scopi ben diversi da quelli cui erano destinati: con il rigonfiamento dell’impiego pubblico per conquistare clientele, l’aumento dissennato delle pensioni e così via. Le illusioni furono alimentate ulteriormente nel 2001 da un ingresso altrettanto prematuro nella zona dell’euro. Ci si affidò – ha osservato Lucio Caracciolo – alla “pedagogia dell’euro: la nuova moneta avrebbe trasformato lo spirito di un popolo, le cicale sarebbero diventate formiche. Non è accaduto”, e si è giunti così al crollo del 2015.

Pur riguardando un piccolo paese dunque le “forzature” hanno portato sull’orlo di una crisi generale, e la forzatura è enorme nel 2004 con l’ingresso nell’Unione di dieci nuovi membri: un ampliamento senza precedenti, comprendente paesi disomogenei e largamente al di sotto del reddito medio degli altri membri dell’Unione. Ed è in quel clima ottimistico che iniziano i negoziati per un ulteriore allargamento alla Turchia e alla Croazia: eppure già nel 2005 i referendum della Francia e dell’Olanda affossano il progetto di Costituzione europea e segnalano un’involuzione, una battuta d’arresto grave. Si fermava di fatto allora il processo di unificazione politica e si accentuava il primato dell’economia: con tutte le conseguenze che ne sarebbero venute.

In realtà non è stata solo la “pedagogia dell’euro” a non funzionare. Ci si chiede giustamente perché sia stata tollerata sin qui la “democrazia illiberale” dell’Ungheria di Orbàn, una negazione esplicita dei principi ispiratori dell’Europa. Si veda però uno dei temi di maggior presa della propaganda nazionalistica di Orbàn, il perdurante senso di disagio degli ungheresi che vivono in Romania e Slovacchia a seguito dei confini decisi dopo la prima guerra mondiale. Ad essi Orbàn ha concesso unilateralmente il doppio passaporto (quello che ipotizza oggi l’Austria nei confronti del Sud Tirolo): eppure anche Romania e Slovacchia sono entrate da tempo in Europa. Non doveva essere l’Europa lo strumento principale per superare le lacerazioni del passato? Di nuovo: cos’è che non ha funzionato?

Forse ha pesato, ha scritto André Glucksmann, il modo mitico in cui fu vissuta la caduta del Muro di Berlino: “la parentesi terribile del XX secolo sembrò chiudersi. La Storia sembrò riprendere il proprio cammino in avanti” e si diffuse “un’euforia sconfinata”, ma “popoli che escono a fatica dal dispotismo totalitario ritornano nella Storia liberi di scegliere: nel bene e nel male”. A est la democrazia liberale non era l’unica strada possibile e l’Occidente, concludeva Gluksmann, ha sostenuto troppo poco chi la propugnava realmente: gli Havel, i Walesa, i Michnik. O i molti meno conosciuti come Pawel Adamowicz, il sindaco di Danzica assassinato in questo stesso gennaio del 2019. Arbitariamente poi, ha aggiunto Jacques Rupnik, la democrazia liberale è stata identificata con il liberismo economico: un errore reso drammatico dall’irrompere della crisi finanziaria internazionale del 2008 e dalle profonde insicurezze che essa ha alimentato. Dagli sconvolgimenti nei rapporti sociali, nelle classi, nei vissuti, nelle speranze e nelle paure. Non viene dal nulla, però, la crisi del 2008 e non viene dal nulla la radicalità delle sue conseguenze: è dal 1992 che i paesi più avanzati crescono meno degli altri. Da tempo quindi la globalizzazione ha riavvicinato i paesi già sviluppati a quelli emergenti: ha reso cioè meno poveri i paesi arretrati e meno ricchi i paesi sviluppati, mentre nei singoli paesi sono cresciute le divaricazioni sociali. Il prezzo è stato pagato soprattutto dai ceti medio-deboli dei paesi sviluppati, e si è andata diffondendo una psicosi da assedio. Vi è anche questo nel progressivo crescere di partiti populisti e antieuropei soprattutto nelle aree periferiche e impoverite dalle smobilitazioni industriali: l’Unione europea ha iniziato a esser vista soprattutto qui come veicolo di una globalizzazione sregolata che minaccia di travolgere le tradizionali protezioni sociali garantite dallo stato.

Sull’onda della crisi del 2008 nazionalismi, xenofobie e populismi crescevano ulteriormente: interpretati ora in Francia da Marine Le Pen e variamente presenti dal Regno Unito all’Austria, dalla Danimarca alla Svezia. E dall’Ungheria alla Polonia: nell’Europa centro-orientale, ha osservato Maurizio Molinari, le ferite della globalizzazione hanno fatto riemergere identità ataviche. Rivelava così la sua fragilità un progetto di unificazione europea basato largamente sui benefici economici, nell’illusione che favorissero di per sé l’unificazione politica. Il traballare dell’economia ha portato con sé il traballare della costruzione unitaria: non c’è da stupirsi troppo se sono andati sotto attacco, insieme, progetto europeo e costituzionalismo democratico, allargamento dei diritti e multiculturalismo. Con la crisi del 2008 cresce dunque la seconda, vigorosa ondata dei partiti populisti e antieuropei: con un forte ritorno alle identità nazionali, con prese di posizione sempre più aspre contro l’immigrazione e contro Bruxelles. Un processo che è sembrato trionfare con la vittoria della Brexit in Inghilterra e con quella di Trump negli Stati Uniti. Una Controrivoluzione, per citare un libro di Jan Zielonka scritto sotto forma di lettera al suo maestro, Ralf Dahrendorf, scomparso dieci anni fa. Tu sei nato nella Germania nazista, scrive Zielonka, ma hai assistito poi allo sviluppo del welfare, all’azione di parlamenti capaci di regolare il mercato e all’epoca d’oro della stampa come luogo privilegiato del discorso democratico. Io invece vivo da adulto in paesi che smantellano i sistemi di welfare, con parlamenti che de-regolano i mercati e con internet che è diventato il luogo essenziale della comunicazione. In questo mondo, conclude Zielonka, è inevitabile pensare che l’Europa e il suo progetto liberale debbano essere reinventati e ricreati: cercando di capire perché la crisi finanziaria internazionale si è trasformata in una crisi della democrazia europea.

Paralisi della politica, ma anche della cultura: questo aspetto ci chiama direttamente in causa e al tempo stesso ci indica un compito, una necessaria assunzione di responsabilità. È un nodo colto con grande lucidità da Peter Schneider già all’inizio del 2006, poco dopo l’ingresso in Europa dei paesi ex comunisti. Inizialmente Schneider segnalava i problemi che si aprivano mettendo in comunicazione diretta economie così diverse e con livelli salariali così differenti, con il rischio di trasferimenti crescenti di industrie verso est e di lavoratori verso ovest. Insisteva però soprattutto sulla necessità di superare la reciproca estraneità culturale che vi era stata a lungo fra le “due Europe” del dopoguerra: resterebbe altrimenti in piedi, aggiungeva, una sorta di “Cortina di ferro senza il comunismo”. E segnalava con forza l’urgenza di intensificare relazioni culturali e confronti reali sul passato e sul futuro: purtroppo – scriveva – non viviamo affatto un clima comparabile al grande scambio di idee che dopo la seconda guerra mondiale animò e unì gli intellettuali dei paesi che si erano combattuti. È difficile dargli torto, e non può essere ignorata la profondità del fossato che si è aperto o rafforzato nei decenni dell’Europa divisa.

L’Europa occidentale, ha scritto l’ungherese György Konrad, ha vissuto a lungo “con le spalle rivolte al muro di Berlino”, e osservazioni convergenti sono venute da intellettuali vissuti sui versanti opposti della Cortina di ferro. L’inglese Norman Davies, ad esempio, ha denunciato “la tendenza dominante a guardare al passato europeo esclusivamente con gli occhi dell’Occidente e a trattare qualsiasi cosa fosse a est dell’Elba come estranea e aliena” . E il polacco Wojciech Jagielski ha annotato: “L’Europa era la nostra terra promessa, il mitico Ovest a cui anche noi aspiravamo e volevamo appartenere.Per questo abbiamo studiato la vostra storia che consideriamo parte della nostra storia. Però mi chiedo che cosa abbiate imparato voi su di noi”. Per non parlare dei “tradimenti dell’Occidente”, avvertiti come tali in un vissuto popolare molto diffuso: dal patto di Monaco del 1938, che aprì a Hitler la via verso est, agli accordi di Jalta, che di fatto consegnarono a Stalin quella parte d’Europa.

Non potevano esser sottovalutate queste e altre divisioni originate dalla storia, questi e altri terreni su cui aprire un confronto serrato e continuo per andare oltre. Per costruire un tessuto di relazioni culturali, di dialoghi intellettuali e umani capaci di resistere anche alle tensioni politiche; capaci di costruire una sempre più solida “rete di protezione” di fronte ai rischi costanti, e oggi inaspriti, di lacerazione. Si delinea dunque di fronte a noi un grande campo di confronto e di impegno. Un enorme terreno di iniziativa culturale che contribuisca davvero a incrinare e ad abbattere quella sorta di “Cortina di ferro senza il comunismo”, per dirla con Schneider, che è sopravvissuta all’89. È un terreno che abbiamo frequentato troppo poco in questi anni, ed è necessario riconoscerlo alla vigilia di elezioni europee che possono imprimere un ulteriore impulso alle derive disgregatrici. Qualunque sia il loro esito, su quel terreno di iniziativa e impegno culturale dobbiamo convergere nella maniera più generosa, aperta e vigorosa: altrimenti ci avvieremmo davvero, io temo, alla finis Europae. E se a ciò si giungerà, ha scritto ancora Zielonka, forse “non sarà frutto di una vittoria aperta delle forze antieuropeiste ma conseguenza involontaria della paralisi dell’Europa”. Questo è il rischio contro cui dobbiamo combattere, io credo, su tutti i terreni e con tutte le nostre forze.

Pescara, 24 gennaio 2019, Lezione magistrale per il conferimento del premio Luciano Russi

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