Etica e politica del restare

di Vittorio Teti

Il problema dello spopolamento dei paesi dell’interno – che solo di recente sembra cominciare a essere intuito nelle sue reali dimensioni – è un fenomeno in atto senza inversioni di tendenza da almeno un cinquantennio nelle aree italiane di montagna e di collina. Riguarda quindi tutte le zone alpine e appenniniche e investe regioni del Sud quanto del Nord. Le sue cause sono molteplici: storiche (catastrofi, terremoti, alluvioni) ed economiche, demografiche e sociali (l’emigrazione), antropologiche e politiche, antiche e recenti. Le sue ragioni, locali e generali, sono diverse e specifiche e vanno indagate caso per caso, pur in un contesto più generale, con le tante peculiarità e i vari esiti locali.
Se lo spettro delle cause e delle ragioni è ampio, le conseguenze dello svuotamento dei luoghi interni finiscono per colpire altrettanti piani, da quello antropologico, sociale, economico a quello idrogeologico. Il vuoto che si viene a costituire è anche un vuoto di memorie, di rapporti, un deserto di speranze.
Dall’Abruzzo al Friuli Venezia Giulia, dal Piemonte alla Calabria, dalla Sardegna al Veneto, sulla base dei dati Anci-Istat, si registra un calo per il periodo compreso tra il 1971 e il 2015 superiore in media alla metà dei residenti, con punte peraltro molto più elevate nei centri più piccoli. In Calabria, l’elenco dei paesi a rischio di abbandono è davvero impressionante, interminabile. Le proiezioni dei dati ci dicono che, verosimilmente, tra meno di vent’anni la regione potrebbe perdere altri cinquecentomila abitanti: un dato che ci riporterebbe alla terra desolata e desertificata dei periodi che seguirono le grandi pestilenze e le catastrofi del tardo medioevo.
Nonostante le enormi e devastanti calamità che ne hanno segnato i piccoli centri, le popolazioni, la cultura, la mentalità e anche a dispetto della crisi e dell’erosione del “paese presepe”, la Calabria è stata e resta tuttavia la “terra dei paesi”. Il “vuoto” che si crea riguarda di fatto anche i “centri urbani” più grandi, che del paese hanno il carattere e la dimensione, come si può constatare oggi in centri storici in larga parte in stato di abbandono, desolati, cadenti, non di rado a rischio crollo.
Le proporzioni del problema suggeriscono di per sé la necessità di affrontarlo con serietà, competenza, passione, affetto, nella consapevolezza della sua non facile soluzione.
Accanto a riflessioni attente, profonde, serie e mirate, sia in una prospettiva locale e a breve termine che in un quadro di “lunga durata” e in contesti più vasti; accanto a iniziative concrete, economiche, sociali tendenti ad arrestare il declino, la fuga, l’abbandono o, talora, a favorire forme nuove di ritorno e di “ripopolamento”, bisogna segnalare come, di recente – al pari di quanto era successo negli anni sessanta con il folklore e le culture popolari – non mancano operazioni strumentali, mediatiche, sterilmente nostalgiche e lacrimevoli, nonché interventi e piani di recupero che spesso sono più nefasti e distruttivi dello stesso abbandono. Per comprendere e affrontare il fenomeno è innanzitutto decisivo ricostruirne le ragioni storiche, sociali, ideologiche.

Dagli anni settanta dell’Ottocento l’emigrazione – il grande esodo, la “rivoluzione silenziosa”, la fuga di massa – ha costituito la “grande causa di trasformazione” dei paesi, dei villaggi, delle campagne e ha modificato, in maniera profonda, la vita, la cultura, la mentalità delle popolazioni. L’emigrazione, pur inserendosi in una tradizione consolidata di viaggi, mobilità e spostamenti, sia all’interno che fuori della regione, si manifesta tuttavia come una “catastrofe”. Essa si verifica in coincidenza con un processo di trasformazione recente, dato dalla discesa lungo le marine, dall’abbandono progressivo di zone interne e dall’apertura della ferrovia lungo la costa jonica ed è legata a eventi di ordine più generale, quali l’unificazione nazionale, il brigantaggio, la resistenza alla leva, l’avvio della modernizzazione capitalistica nelle campagne e la conseguente distruzione di forme di economia, di agricoltura e di artigianato tradizionali.
In questo quadro si afferma un’antropologia di persone perennemente in fuga e nasce anche una nuova cultura legata al distacco, al ritorno, ai legami, spesso conflittuali, esistenti tra “paese uno” e “paese due”. Anche da fermi, la vita è sempre altrove: la fuga, l’erranza, l’inquietudine sono tratti caratterizzanti l’antropologia dei calabresi del passato. Per capire il contesto in cui l’emigrazione si inserisce, non bisogna dimenticare una storia segnata da mobilità di uomini, cose, animali – una “tribù nomade” la chiama Alvaro –, spostamenti di abitati, abbandoni e rifondazioni di luoghi a seguito di terremoti, alluvioni, frane, malaria, esigenze di cercare nuovi spazi produttivi. Non bisogna dimenticare il passaggio o la permanenza di dominatori stranieri che lasciano sempre una loro impronta. Il verificarsi della prima grande ondata emigratoria, pur creando elementi di dissoluzione dell’antico universo, non comporta però lo spopolamento dei paesi. A ciò contribuiscono i ritorni comunque notevoli e significativi, il nuovo ruolo che le donne “si inventano” supplendo all’assenza dei mariti, dei figli, dei padri e, infine, i vantaggi economici delle rimesse.
Con il passare dei decenni, però, in varie aree d’Italia l’emigrazione interna o verso l’estero comincia a incidere sulla disgregazione dell’antico equilibrio produttivo, demografico culturale, sociale della montagna (questo vale sia per le Alpi che per la dorsale appenninica). Significativa a questo proposito è ad esempio una grande inchiesta in otto volumi pubblicata negli anni trenta dall’Istituto nazionale di economia agraria sullo Spopolamento montano in Italia.
Tuttavia in questo periodo la mobilità non significa ancora spopolamento, la crescita demografica non subisce interruzioni, e anzi, almeno in Calabria, durante il periodo fascista anche i grossi centri montani e i “paesi presepe” conoscono un incremento della popolazione, che verrà confermato dal censimento del 1951. Ma la via della fuga, scoraggiata durante il regime fascista che non ammette di sentir parlare di “questione meridionale”, e il desiderio di abbandonare una montagna di cui si avverte la crisi progressiva, fanno parte ormai delle aspirazioni delle popolazioni.
Una terra mobile, da sempre attraversata da figure erranti, come scrive Alvaro in Un treno nel Sud, diventa mobilissima e la fuga diventa tratto antropologico e fattore di erosione dell’antico ordine. Le grandi alluvioni del 1951 e quelle degli anni successivi, fino ad arrivare al 1971, provocano l’abbandono di intere comunità e diventano causa del trasferimento degli abitanti lungo la costa o nelle città del Nord. La montagna, la cui economia è ormai in crisi, non è più attrattiva. Non a caso i paesi abbandonati per l’alluvione vengono ricostruiti lungo le coste e soltanto pochi centri (come Canolo, Nardodipace, Careri) vengono spostati più in alto. In pochi continuano a credere nelle potenzialità e nelle possibilità della montagna, come Zanotti Bianco che nel 1954 ammonisce che, per persone vissute per secoli di agricoltura e pastorizia, di pochi scambi con l’esterno, ricostruire con scelte burocratiche gli abitati lontano dalla montagna, lungo le marine che avevano sempre visto solo a distanza dall’alto, avrebbe significato la fine di una capacità produttiva, la distruzione della vita comunitaria che nei secoli, pur tra difficoltà immani, aveva consentito la vita delle popolazioni.

Esaurita una certa resistenza della montagna che si registra tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta, dovuta anche a un ritorno delle prime generazioni di diplomati e laureati provenienti dal mondo contadino, la frattura si verifica negli ultimi due decenni del xx secolo, quando si rompe l’equilibrio territoriale tra montagna e pianure e le colline si svuotano delle antiche vocazioni economiche e delle culture a esse legate.
Un fenomeno antico e di lunga durata assume così dimensioni vistose, drammatiche, da fine di un mondo. Non si tratta tanto di guardare ai numerosi paesi e borghi abbandonati nel corso dello scorso secolo, molti in anni a noi recenti, ma di vedere e comprendere un processo in atto, lo svuotamento progressivo di interi paesi, il rischio di estinzione di tante comunità. Paesi che sorgono in luoghi di presenza umana molto antica finiscono definitivamente, in modo costante. Giorno dopo giorno nei paesi dell’interno vengono chiuse scuole, uffici postali, ospedali, presidi delle forze dell’ordine.
Ad essere cancellati, lasciati in stato di abbandono e destinati a essere colonizzati e ricoperti dalla vegetazione spontanea sono anche i molti beni materiali e le antiche infrastrutture distribuite di cui erano ricchi anche i più piccoli paesi dell’interno: chiese, palazzi, fontane, acquedotti, musei, cisterne, opere d’arte, castelli.
Per secoli l’assetto urbanistico dei paesi, i terrazzamenti delle rasule, l’organizzazione degli spazi abitativi e produttivi rendevano possibili forme di controllo delle acque che, nei mesi di maggiori precipitazioni, sono lasciate libere di abbattersi sugli abitati che incontrano sul loro percorso con violenza imprevista, più di quanto potesse comunque avvenire in passato. Nelle antiche sedi dell’economia collinare, un tempo capace di guardare alla montagna e alle marine, con la fine dell’agricoltura e della pastorizia avanza una desertificazione e una macchia disordinata che diventano il terreno ideale, a seconda delle stagioni, per incendi e alluvioni rovinose, che finiscono col produrre danni e morti anche nei centri costieri sorti in maniera disordinata e senza un legame nuovo con l’interno. Il ribaltamento del rapporto tra pieno e vuoto, anche in Calabria, la desertificazione delle aree montane e collinari e l’intasamento caotico delle pianure costiere e delle valli non dipende solo da scelte locali e nazionali, ma da una linea strategica di portata globale. I capitali d’investimento finiscono con il privilegiare aree territoriali più attrezzate, meglio strutturate, anche grazie a una modernizzazione realizzata con l’apporto dei montanari espulsi dalle attività di lavoro produttivo, sistematicamente rafforzando chi è più forte e indebolendo chi è già debole.
La percezione e la consapevolezza che gli abitanti rimasti hanno di un inedito vuoto è responsabile inoltre di generare apatia, rassegnazione, conflitto, scarsa capacità di elaborare nuove forme di economia e nuove pratiche culturali. Fiaccati dalle partenze, asserviti dall’assistenza, privati della partecipazione a forme economiche tradizionali, diventano sempre più opachi, rinunciatari, delegano ad altri. Appaiono tristi, gli abitanti dei paesi interni, incerti del futuro, privi di amministratori e gruppi dirigenti capaci di progetti di rinascita, di nuove forme di protagonismo. Sono in pochi ad andare in controtendenza e un intero universo cede, chiude, viene abbandonato, spesso nell’indifferenza generale, nel silenzio più assoluto.
I paesi che chiudono, che muoiono, che si lasciano andare, non fanno notizia. Di questo passo più che “parchi letterari” o luoghi di turismo culturale e di sviluppo sostenibile (un discorso complesso, che dovrebbe essere approfondito) si potranno progettare soltanto riserve di caccia e luoghi per escursionisti, itinerari per romantici esteti delle rovine. La disaffezione per i propri luoghi, l’incuria che essi conoscono, la devastazione che subiscono è uno degli esiti di un abbandono di boschi, paesi, colline e di una crescita disordinati, spesso senza che nei nonluoghi corrispondenti lungo le coste riescano a nascere nuove economie. Se in passato la Calabria si presentava, come in una bella immagine di Predrag Matvejević, come “un’isola senza mare”, oggi bisogna evitare il rischio che rimanga invece un’isola senza un retroterra con cui comunicare e dialogare. Anche se il fenomeno ha subito ormai un’accelerazione che non consente più di ignorarlo, l’allarme non è stato dato oggi: almeno dagli anni sessanta è esistita una tradizione di studi che individuava, non in termini sterilmente nostalgici, il rischio che l’abbandono della montagna avrebbe costituito per l’intero territorio. Le risposte della politica sono state sempre improntate a slogan di maniera. A prosperare è stata solo la retorica sulla montagna e sul “paradiso” Mediterraneo, inteso in modo astorico, patinato, indifferenziato.
Quelli che sono sempre mancati sono stati piani e progetti integrati per mettere in sicurezza il territorio, per creare nuove economie, per rendere nuovamente abitabili quei luoghi. Gli interventi riparatori e provvisori, lo notava già Alvaro, non risolvono il problema, tendono piuttosto ad accentuarlo. Non sono mancate, infatti, in passato indicazioni avvedute di un meridionalismo interno, non seguite dai gruppi dirigenti del tempo e dei decenni successivi.
Quello che serve, in maniera preliminare, è cambiare modalità dello sguardo, invertire la prospettiva, ripartendo anche dalle osservazioni di alcuni autori “classici” del meridionalismo e rovesciandole ove necessario. La scelta del termine “meridionalismi”, al plurale, mi pare contenere una giusta indicazione nella direzione del recupero di questo rapporto problematico con il meridionalismo classico. Lo ha ricordato recentemente Goffredo Fofi nella sua prefazione a I fatti di Casignana di Mario La Cava: occorre un meridionalismo critico.
A inizio Novecento Giustino Fortunato, autore di pagine fondamentali sulla “questione meridionale”, compie una critica serrata delle descrizioni “positive” e “fantastiche” che da secoli, fin dall’antichità, avevano costruito le regioni meridionali come terre fertili, prospere e naturalmente ricche. In particolare la Calabria appare al grande meridionalista come uno “sfasciume” e una terra degradata a causa dei continui terremoti. Giustino Fortunato decostruiva l’antica immagine del Sud come “paradiso abitato da diavoli”. Il “determinismo naturalistico” di Fortunato confermava quella “inferiorità”, “maledizione”, “impossibilità di cambiare le cose” che venivano attribuite al Sud e ai suoi abitanti dagli antropologi positivisti con considerazioni razziali ed etniche. Il paradigma di Fortunato, accanto a innegabili meriti, ha contribuito in qualche modo a oscurare con l’immagine dello sfasciume anche quella della bellezza e dell’abitabilità dei luoghi, che gli erano complementari. L’immagine del Sud come paradiso veniva rovesciata in quella di un Sud infelice e naturalmente povero.

Cambiare sguardo, ribaltare antiche immagini, comporta però fare i conti con la propria storia, la propria ombra. Ai contrasti geoantropologici corrispondono contrasti interni. Ogni cosa, dalle nostre parti, può diventare il suo contrario. Nel “paradiso abitato da diavoli”, ci sono la luce e il sole, ma anche le ombre e le oscurità. Ci sono aspetti luttuosi, melanconici, ombrosi nella mentalità e nell’antropologia delle popolazioni, che vanno posti in relazione con una storia complessa e difficoltosa, fatta di guerre, invasioni, catastrofi, evitando di esaltarli ed esasperarli, magari a fini identitari, ma riconoscendoli e assumendoli. La Calabria, come ricorda padre Pino Stancari, è tra sottoterra e cielo: un sottoterra che non va inteso in senso geografico o geologico, ma che allude a viscere sotterranee, a profondità che non appaiono superficialmente e non sono facilmente discernibili. Il sottoterra ha una sua ambiguità: può essere voragine possessiva e rapinatrice oppure profondità sotterranea che è in grado di esprimere una capacità di accoglienza sorprendente. Anche il cielo ha, simmetricamente, una sua ambiguità: il cielo che può essere inteso come fuga, scivolamento nel mito, oppure come apertura, grande prospettiva, capacità di slancio, prontezza nel volgersi all’altrove.
Sono osservazioni penetranti, che possono aiutarci a riconoscere i lati ombrosi della nostra storia collettiva e individuale, senza indulgenza né autolesionismi. Le responsabilità non sono sempre altrove, sono anche qui, sono anche nostre. L’autoascolto e l’autosservazione non debbono tradursi in sterile rimpianto, in inutile compiacimento, ma in una capacità di fare i conti con il proprio passato per affermare una diversa presenza. Nel Sud, che ha conosciuto storie di contrasti e di conflitti, dove le identità sono spesso spezzate, frammentate e lacerate, dove sono mancate la mediazione e la conciliazione, dove davvero gli opposti si toccano e sentimenti e comportamenti sono, nel bene e nel male, alle volte eccessivi ed esasperati, bisogna avere la capacità di guardare in bianco e nero, di rintracciare l’indistinzione scrutando le zone in chiaroscuro.
Corrado Alvaro criticava le élite locali che trovavano rifugio nelle glorie e nelle magnificenze della Magna Grecia, mentre contadini e braccianti fuggivano all’estero. La critica di Alvaro, che amava la cultura classica e ne traeva spunto anche per la sua opera narrativa, suonava come un biasimo alla retorica locale e nazionale delle élite del suo tempo, per certi versi anticipazione della “retrotopia” contemporanea. Tuttavia, mentre ai tempi di Alvaro questo passato, per quanto mitizzato, continuava a esercitare un’influenza sul presente, ai nostri giorni ci si rifugia invece in un mondo leggendario, senza tempo né luoghi storici, il cui unico esito è la costruzione di un’identità angusta e monocromatica. Archiviate, occultate le contrapposizioni di classe, quasi in un rispecchiamento dell’invenzione della Padania, certo anche per reazione alle xenofobie razziste e leghiste, assistiamo all’invenzione di una “Borbonia felix”, in chiave antiunitaria, senza alcun fondamento storico e a puri fini ideologici. Rispetto alla nostalgia regressiva, retrotopica delineata da Baumann, in Alvaro l’evocazione del passato e il riferimento alla civiltà dei contadini e dei pastori ha però un carattere sostanzialmente diverso, costruttivo, capace di fare i conti con la memoria e con l’utopia.
Predrag Matvejević osservava che “La tendenza a confondere la rappresentazione della realtà con la realtà stessa si perpetua: l’immagine del Mediterraneo e il Mediterraneo reale non si identificano affatto. Un’identità dell’essere, amplificandosi, eclissa o respinge un’identità del fare, mal definita. La retrospettiva continua ad avere la meglio sulla prospettiva. Ed è così che lo stesso pensiero rimane prigioniero degli stereotipi”. La rivendicazione d’identità ha un carattere estremamente vago, dissimula più di quanto non chiarisca.
L’identità non è, ma si fa, si costruisce. Nella terra dei grandi contrasti, una sottile linea d’ombra, di confine, separa la convinzione dall’enfasi. Per dirla con Michelstaedter, “rettorica” è l’apparato di parole, gesti, istituzioni con cui viene occultata l’impossibilità di giungere alla “persuasione”. “Persuasione” è il tentativo, sempre vanificato dalla manchevolezza irriducibile della vita, di giungere al possesso di sé stessi. Non di meno la persuasione è una via da perseguire per contrastare quanto più possibile la retorica, le ombre, le favole, i pregiudizi che occultano la “verità”. La “persuasione” viene troppe volte sommersa dalla retorica.

Tutta la lunga preistoria e storia dell’Homo sapiens ci ricorda che la partenza, il viaggio, l’esodo non sono separabili dal restare. Partire e restare sono due esperienze, due strategie di sopravvivenza e di evoluzione, sia sotto il profilo biologico che culturale, che devono essere necessariamente comprese assieme.
Restare non ha che fare con la conservazione, ma richiede la capacità di mettere in relazione passato e presente, di riscattare vie smarrite e abitabili, scartate dalla modernità, rendendole di nuovo vive e attuali. Per mille ragioni anche il restare – e il restare di chi ha viaggiato o di chi torna – condivide la fatica, la tensione, la nostalgia dell’errare. Restare non comporta pigrizia, assuefazione, adattamento, attesa del meno peggio o della fine, né rinviare sempre a domani. Restare significa contare le macerie, curare gli anziani e gli ammalati, accompagnare i defunti, custodire e consegnare ricordi e memorie, raccogliere e affidare ad altri nomi, soprannomi, episodi di mondi scomparsi o che stanno morendo. Restare significa mantenere il sentimento dei luoghi e camminare per costruire qui e ora un mondo nuovo, anche a partire dalle rovine del vecchio. Sono i rimasti a dover dare senso alle trasformazioni, a porsi il problema di riguardare i luoghi, di proteggerli, di abitarli, di renderli vivibili. Gli “ultimi abitanti” di un luogo potrebbero diventare i primi abitanti di una nuova comunità, inventata e costruita con persone che vengono da fuori, che avranno bisogno delle loro conoscenze. Restare significa raccogliere i cocci, ricomporli, ricostruire con materiali antichi, tornare sui propri passi per ritrovare la strada, vedere quanto è ancora vivo quello che abbiamo creduto morto e quanto sia essenziale quello che è stato scartato dalla modernità. Nostalgie, rimpianti, risentimenti attraversano le pietre, le grotte, i ruderi, le erbe che nascondono o proteggono le rovine, le piante di fico che accompagnano e provocano la caduta delle abitazioni. Le feste che si svolgono nei paesi abbandonati e diroccati svelano questi sottili e controversi legami con i ruderi; i pellegrinaggi di ritorno tra le rovine segnalano forse anche un’insofferenza per i nonluoghi e desiderio latente di costruire nuove forme dell’abitare.
La restanza richiede pienezza di essere, persuasione, scelta, passione. Un sentirsi in viaggio camminando, una ricerca continua del proprio luogo, sempre in atteggiamento di attesa, pronti allo spaesamento, disponibili al cambiamento e alla condivisione dei luoghi che ci sono affidati. Un avvertirsi, appunto, in esilio e stranieri nel luogo in cui si vive e che diventa il sito dove compiere, con gli altri, con i rimasti, con chi torna, con chi arriva, quelle piccole utopie quotidiane di cambiamento e di rinascita che, venute meno le grandi utopie del Novecento e di fronte alle retrotopie dominanti, è quanto meno possibile a tutti coltivare. Disponibili anche allo scacco, all’insuccesso, al fallimento, al dolore. Non esiste, forse, spaesamento, sradicamento più radicale di chi vive esiliato in patria e combatte una lotta quotidiana, fatta di piccoli gesti per salvaguardare e proteggere i luoghi che potrebbero essergli sottratti non da chi arriva da fuori, ma da chi vi abita dentro come un’anima morta. Restare significa riscoprire la bellezza della “sosta”, della “lentezza”, del silenzio, del raccoglimento, dello stare insieme, anche con disagio, del donare; la verità del viaggiare e del camminare. Nel mondo globale, delle false partenze, dei ritorni, delle identità aperte, dei viaggi da fermi, la nostalgia sembra essere diventata il sentimento di chi resta. Coloro che restano potenziano il senso del viaggiare e diventano approdo per quanti ritornano: forse perché viaggiare e restare, viaggiare e tornare, sono pratiche inseparabili, trovano senso l’una nell’altra. Rimasti e partiti debbono dare vita a una dialettica che parla d’integrazione, d’incontro, di vite separate e di riconciliazione. Rimasti e partiti, senza enfasi e senza rancori, dovrebbero percepirsi nelle loro somiglianze e nelle loro diversità, legate a una particolare esperienza di vita, a un singolare rapporto con il luogo d’origine e con gli altri luoghi.
Bisogna essere utopici e concreti. Sono necessari nuovi pensieri per uscire da visioni localistiche. Siamo in una fase dell’umanità in cui immagini apocalittiche o di un futuro radioso si sovrappongono e si contrastano proprio perché non siamo più in grado di pensare il futuro, siamo dominati dalla fretta e da una sorta di eterno presente, che ci impedisce di guardare indietro e di andare avanti con coraggio, fantasia, lungimiranza, disposti allo stupore. Una possibile via d’uscita a questa condizione ci chiede di immaginare l’inimmaginabile, prevedere l’imprevedibile.
Bisognerebbe riprendere le vie e le mobilità dell’asino e dei primi treni. Riaprire quelle stazioni vive, affollate, mobili, di cui racconta Alvaro in Un treno nel Sud, che avevano alimentato tante speranze, nuovi scambi, una mobilità a dimensione umana, che avevano svolto un ruolo positivo e che, poi, nel tempo sono state trasformate in macerie, in luoghi deserti, dove nessuno passa, si ferma, scambia. Ogni paese, ogni frazione, ogni villaggio – persino quello con un solo abitante – ha il diritto all’esistenza, va curato, tutelato perché è un presidio geografico, culturale, mentale delle popolazioni. In questo senso, bisogna abbandonare ogni calcolo di profittabilità o pura valutazione economicistica, privilegiando semmai aggregazioni di più comuni, strutturando gli spazi in modo da stabilire legami tra “non più luoghi” all’interno e non “ancora luoghi” nelle pianure e lungo le marine, creare nuove “comunità”. Non dovrebbe esistere un paese, anche il più piccolo, senza centri culturali, luoghi di socialità e, soprattutto, senza scuole. Le scuole – anche con pochi alunni – devono restare aperte e funzionanti. Il diritto allo studio e all’istruzione è garantito dalla Costituzione, nell’interesse stesso della collettività, per assicurare prima di tutto a ogni cittadino l’accesso a un titolo legale di studio che gli consenta di accedere alle scuole superiori, alle università, al mondo del lavoro e delle professioni. Non abbiamo bisogno di chiudere le scuole, ma di aprirne.
La soluzione, o almeno un tentativo, per contrastare lo spopolamento, comporta quindi il rovesciamento sia di vecchi paradigmi interpretativi che di modelli di sviluppo economicistici, del tutto indifferenti alla storia, alla cultura, alla memoria, alle persone. Al contrario, l’approccio all’abbandono e al ritorno deve essere politico, richiede interventi mirati, concreti, iniziative compiute con convinzione e persuasione. Occorrono investimenti significativi per interventi mirati alla tutela, valorizzazione, cura e difesa del paesaggio, dei paesi, degli edifici. Bisogna intervenire con un grande progetto di rinascita e di ricostruzione, che parta dalla messa in sicurezza dei centri, delle scuole, degli edifici pubblici, delle strade, delle abitazioni. Un cambiamento di prospettiva che ponga la necessità e crei le capacità di prevenire, invece di intervenire a catastrofe avvenuta. Questo presuppone sguardi totalmente nuovi, amorevoli, interventi immediati e progetti di lunga durata. Bisogna creare nuove forme di socialità, nuove comunità resistenti, nuove reti e nuovi tessuti sociali. Aprirsi all’esterno, collegarsi con “reti del ritorno”, esperienze di “restanza”, “comunità resistenti e resilienti” presenti in tutte le regioni d’Italia e di Europa. Contro lo svuotamento delle aree interne e l’abbandono dei paesi si deve agire anche contrastando gruppi di potere, ceti dirigenti corrotti, collusi, illegali che speculano anche sulle macerie e che individuano nell’abbandono e in falsi e improbabili progetti di “restaurazione”, spazi per forme di economie assistite, criminali, che conducono inevitabilmente alla fine.
Se ogni abbandono va studiato e compreso nelle sue peculiarità, allo stesso modo ogni operazione di ritorno o rinascita deve avvenire a partire da iniziative ed esigenze locali, dalle risorse (in senso lato) presenti nel territorio, da politiche e scelte mirate, diverse a seconda delle peculiarità e delle vocazioni dei luoghi. Nessuna soluzione e nessun intervento sono possibili, efficaci, corretti senza la presenza e la partecipazione delle popolazioni che abitano quel luogo e lo hanno scelto per vivere e, nel caso di luoghi abbandonati, di soggetti e persone dell’area geo-antropologica entro cui ricadono le rovine o i paesi vuoti. Nessuna soluzione è possibile se non si affronta il problema demografico, se non si attuano politiche di sostegno (non di assistenzialismo) alle famiglie, ai giovani che vogliono creare economie e tornare o restare per ricostruire, tenendo conto, appunto, di vicende di nuovi esodi e dei nuovi arrivi. Sostegni concreti a cooperative e piccole imprese possono essere fattivamente finalizzati all’intento di restare o di innovare.
Non si possono sprecare strumenti come i finanziamenti europei per le aree interne. Sarebbe imperdonabile adoperare i fondi con intenti clientelari, a pioggia, con intenzioni elettoralistiche, senza una finalità alta, etica, civile, che abbia come obiettivo la costruzione di comunità abitabili. Anche se non si può fare tutto in una volta e non si possono risolvere problemi atavici, abbandoni e dimenticanze secolari, non si può prescindere dalla situazione dell’intero Paese, è però possibile invertire la logica assistenzialistica e paternalistica con cui sono stati spesi finora i fondi pubblici. Si possono almeno fornire segni, tracce, indicazioni per il futuro e per ridare speranza e fiducia a luoghi e abitanti che vivono situazioni di solitudine, sfiducia, apatia: gli errori di oggi rischiano concretamente di affossare definitivamente la Calabria e il Sud. Franco Costabile, ne Il canto dei nuovi migranti (1964), ai nomi dei paesi che fuggivano, che scomparivano altrove, accostava nome e cognome degli uomini politici responsabili di un esodo biblico. Non bisogna fare riferimento alle responsabilità di una generica Politica, ma avere la forza e il coraggio di indicare, con nomi e cognomi, politici, tecnici, professionisti, intellettuali che hanno la responsabilità di compiere scelte politiche mirate, chiare, ariose, “disinteressate”, fatte con un’idea e una visione, il sogno, l’utopia, di un mondo nuovo, per evitare che il Sud subisca l’ennesima beffa. Oltretutto, le tendenze autonomiste delle regioni del Nord rischiano di allargare ulteriormente la forbice delle diseguaglianze, minando alla base i principi dell’unità nazionale e ostacolando una visione in controtendenza.
Sbrighiamoci. È già tardi, troppo tardi. Forse non ce la faremo, ma almeno ci avremo provato. Nel nome dei nostri vecchi, che hanno faticato con dignità, e per le generazioni che verranno e che non ci perdoneranno di avere consegnato loro un deserto, mentre avevamo a disposizione un Paradiso da riconoscere e da assumerci, perché nessun paradiso è mai dato in maniera gratuita e una volta per sempre.

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