Disimparare il dato. Colonialismo di ieri e di oggi

di Bonaventure Soh Bejeng Ndikung

incontro con Maria Pace Ottieri

Bonaventure Soh Bejeng Ndikung, nato a Yaoundé, Camerun, è il fondatore e curatore di Savvy contemporary, un laboratorio d’idee che ha sede negli scantinati di un ex crematorio nel quartiere di Wedding, a Berlino. Dottorato in biotecnologie mediche in Germania prima di occuparsi d’arte, figlio spirituale del filosofo del postcolonialismo Achille Mbembe, dal 2008 Bonaventure Ndikung, con l’aiuto della curatrice Elena Agudio, e di trentaquattro persone di tutto il mondo, porta l’arte e la filosofia dell’Africa, dell’Asia e dei Caraibi a confronto con l’arte occidentale. Spazio di discussione, esposizione, luogo di convivialità dove si mangia e si beve, Savvy si appella al “potere cosmogenico degli artisti” per decolonizzare le menti, ridefinire il concetto di ospitalità, sperimentare la società del futuro.

Alla fine del 2019, a Berlino, aprirà l’Humboldt Forum, un immenso centro culturale nel cuore della città, che vedrà riunite le collezioni d’arte del Museo Etnologico e del Museo di Arte Asiatica. Ospitato da un edificio del XV°secolo, un ex-castello prussiano, è uno dei progetti tedeschi, per non dire europei più discussi e osteggiati. Lei è stato una delle voci più presenti nel dibattito, ce ne può spiegare le ragioni?

È interessante che lei cominci con la questione dell’Humboldt Forum. È proprio uno dei progetti europei più ambiziosi e nello stesso tempo più problematico. In generale, penso che stia prendendo troppo spazio e che sottragga l’ attenzione da persone e istituzioni che stanno svolgendo un buon lavoro critico. Detto questo, vorrei sottolineare un certo numero di ragioni del perché ho espresso le mie critiche all’Humboldt Forum, come è stato concepito fino a oggi. A questo proposito ho scritto un saggio dal titolo Those Who Are Dead Are Not Ever Gone – On the Maintenance of Supremacy, the Ethnological Museum and the Intricacies of the Humboldt Forum, pubblicato l’anno scorso sulla rivista “South As A State Of Mind”. La prima ragione è la matrice coloniale. L’Humboldt Forum appartiene a una genealogia di progetti coloniali che discende direttamente dal Museum für Völkerkunde Berlin-Dahlem, fondato nel 1873 e aperto nel 1886, solo un anno dopo l’infame Conferenza di Berlino sul Congo del 1884-1885 che portò alla spartizione del continente africano. L’eredità coloniale non può essere sottovalutata e bisogna farci i conti. La decisione di spostare la collezione di arte, manufatti, resti umani e altro – in gran parte acquisiti con i mezzi più discutibili dalle ex-colonie – dal museo di Dalhem all’Humboldt Forum che è la rievocazione di un castello prussiano, è un ulteriore sforzo per rievocare la stessa impresa coloniale. Come saprà, il Brandeburgo-Prussia è stato attivo nella tratta degli schiavi transatlantica, con la vendita di un numero stimato tra i 15mila e i 24mila africani negli anni tra il 1680 e il 1717. È dunque difficile interpretare in altro modo il gesto di ricostruire il castello prussiano per piazzarci le vestigia coloniali se non come gesto di potere. In secondo luogo, la mancanza di trasparenza. La nota critica d’arte Bénédicte Savoy, circa un anno fa, è uscita dal comitato scientifico dell’Humboldt Forum per la frustrazione, dopo aver sollevato serie accuse nei confronti della Prussian Cultural Heritage Foundation e dell’ Humboldt Forum sulla mancanza di ricerche circa la provenienza degli oggetti, la scarsa trasparenza, le prove scientifiche inadeguate, l’irresponsabilità. C’è ancora un’incredibile mancanza di informazioni sulla provenienza delle opere d’arte e anche la questione della restituzione resta nell’ombra. Come scrisse Richard Kandt, residente dell’Impero Tedesco in Ruanda, a Felix von Luschan, capo del dipartimento africano del Museo reale di Etnologia, il Königliches Museum für Völkerkunde, di Berlino, nel 1897, sulla provenienza degli “oggetti” del museo: “È particolarmente difficile procurare un oggetto senza impiegare almeno una qualche forza. Credo che metà del vostra museo consista di oggetti rubati”. La realtà del 1897 è la stessa del 2018.

Terzo punto, la cancellazione. Il castello Hohenzollern, fondato nel 1443, demolito dopo la Seconda Guerra Mondiale e ricostruito nel 1973 come Palazzo della repubblica in cui si riuniva la camera del popolo della DDR, dopo la caduta del muro fu chiuso e dal 1998 al 2008 demolito gradualmente per far spazio alla ricostruzione dell’Humboldt Forum. Dopo la caduta del muro e la riunificazione della Germania, la Germania dell’ovest ha sostanzialmente usurpato e cercato di sostituirsi completamente alla Germania dell’est. Sono stati fatti tutti gli sforzi possibili per spazzare via un sistema definito arretrato e per favorire un sistema democratico capitalista adatto al 21° secolo. L’Humboldt Forum rappresenta dunque anche la cancellazione della Ddr.

Quarto punto: la dissonanza cognitiva in rapporto a che cosa significhino oggetti e soggetti. Dopo secoli di oggettificazione di altri esseri umani come strumenti, risorse e forza lavoro che ha permesso la schiavitù, il colonialismo i musei e altre istituzioni scientifiche sembrano aver realizzato che è/era improprio, immorale, illegale avere usato così altri esseri umani. Ma quello che molti musei e istituzioni occidentali che ospitano cosiddetti “oggetti” del non-Occidente non sanno, o non hanno ancora riconosciuto, è che in gran parte i cosiddetti “oggetti” non sono mai stati e non saranno mai oggetti. L’oggettivazione di questi esseri rituali e spirituali, vettori storici ed entità culturali va di pari passo con la deumanizzazione e oggettivazione di umani del non-Occidente. Vale a dire che se lo scheletro è stato liberato dalla sua natura di oggetto, è tempo che i cosiddetti “oggetti” siano liberati dalle catene dell’ oggettivazione in cui sono stati tenuti fin da quando furono portati via dalle loro società come prigionieri, proprio come gli esseri umani come schiavi. Comprendere i cosiddetti “oggetti” come soggetti esige uno spostamento radicale dall’interpretazione occidentale della soggettività, dall’idea di persona e comunità, così come esige un drastico spostamento dall’interpretazione occidentale di arte, autorialità e società, e naturalmente una riconfigurazione profonda di che cosa significhi essere umano.

Quinto punto: la santificazione di Humboldt. Che Humboldt fosse un genio è probabilmente un fatto indiscutibile, attraverso i suoi vividi scritti ha aperto i lettori europei alle realtà della schiavitù e del colonialismo nel Nuovo Mondo. Ma è stato implicato in molti modi (in)direttamente nell’impresa coloniale. Solo due esempi: è noto che quando nel 1804 Humboldt arrivò negli Stati Uniti, incontrò il presidente Jefferson e altri uomini politici e diede loro preziose informazioni sulle colonie spagnole che aveva appena esplorato, grazie alle quali gli Stati Uniti poterono colonizzare quello che è oggi il Texas. Mentre disse agli americani che la schiavitù era una “disgrazia” e l’oppressione sui nativi americani una “macchia” sulla nazione, Humboldt non ritenne necessario applicare la stessa enfasi a Jefferson.

Come è successo con l’arrivo di immigrati e rifugiati in Europa, il dibattito intorno ai musei etnologici ha ridisegnato le linee tra “noi” e “loro”. In entrambi i contesti, le nozioni di differenza e le domande su chi e che cosa può essere definito come “occidentale” o “europeo” riappaiono. È perciò pertinente e urgente chiedersi: che cosa costituisce o può costituire un comune “noi”? Chi è incluso o escluso da questo comune denominatore e su quali basi ?

Nel processo di definizione di un “noi” collettivo si ripone meno enfasi su ciò che unisce che su ciò che separa. Ora quello che complica è che la nozione del “noi” potrebbe in realtà abbracciare l’idea di umano e umanità. Ma poiché i cosiddetti “altri” fanno parte degli emarginati dalla storia e non sono mai stati visti come umanità, non contano in questo “noi”. In Anthropos and Humanitas: Two Western Concepts of Human Being il filosofo giapponese Nishitani Osamu scrive che “anthropos” di etimologia greca e “ humanitas ” di etimologia latina, non si distinguono solo fra loro per ragioni pratiche, ma anche perché gli umani che possiedono la civiltà sono humanitas e mai anthropos. Scrive Osamu, che “esiste un’inestricabile e fondamentalmente asimmetrica relazione tra i due. Quest’asimmetria svolge una funzione sistemica legata al regime dello stesso moderno “sapere”, una funzione che costituisce il “doppio standard” del moderno sapere umano o umanistico”. In altre parole, l’“anthropos” non può sfuggire lo status di oggetto del sapere antropologico, mentre l’humanitas non è mai definita dalla mancanza, ma anzi esprime se stessa come il soggetto di ogni conoscenza, vale a dire i musei etnografici appartengono all’anthropos, mentre i musei neutrali e civilizzati all’humanitas.

Ora è chiaro che la costruzione di un “altro” diventa uno strumento indispensabile ai programmi economici capitalisti. Gli “altri” o i “loro” sono i lavoratori, gli stranieri, i rifugiati, le donne, i neri, ecc, tutti coloro il cui lavoro è necessario a mantenere i privilegi di coloro che sono al potere. O tutti quelli che sono stati deprivati della loro umanità primaria, così che coloro che chiamano loro stessi “noi” possano essere umani. Tracciare la linea del noi e degli altri nel museo comincia con cosa/chi è considerato un soggetto e cosa/chi un oggetto. E lo stesso avviene nella società. Quando lei mi domanda “che cosa costituisce o può costituire un “noi” comune? Chi è incluso e chi escluso da questo comune denominatore e su che basi?”, mi piacerebbe rispondere dicendo che il denominatore comune è il fatto che siamo tutti terrestri. Animati o inanimati, abbiamo i nostri ruoli e le nostre responsabilità che dobbiamo assumerci. La questione al nocciolo è come coabiteremo? Come vivremo insieme in questo pianeta? In Poetica delle relazioni, Edouard Glissant scrive che le relazioni sono fatte di differenze. Dobbiamo vivere insieme, non malgrado le nostre differenze, ma in virtù delle nostre differenze. Il mondo è talmente connesso e le azioni di A su B è probabile che tornino indietro in una forma o in un’altra come un boomerang. Se gli Usa appesantiscono le sanzioni sul Venezuela a loro vantaggio economico, ciò porterà a una maggiore destabilizzazione della regione, più miseria umana in Venezuela, più afflusso di rifugiati negli Stati Uniti. Se Paul Biya, il presidente del Camerun, e le sue truppe continuano la repressione su artisti, giornalisti, intellettuali e oppositori, come hanno fatto per gran parte dei trentasei anni al potere, senza essere messi in discussione dai cosiddetti poteri dell’Occidente, un numero crescente di persone lascerà il Paese per venire in Europa. Se le grandi barche europee continueranno a pescare nelle acque al largo della costa atlantica dell’Africa Occidentale, sottraendo agli abitanti la possibilità di mantenere le loro famiglie con la pesca, allora la gente salirà sulle barche, anche se non sa nuotare, per cercare di venire in Europa. L’Occidente è una costruzione coloniale e capitalista che ha bisogno di costruire il non-Occidente come forza lavoro. Oggi diventa sempre più evidente che le migliaia di persone nelle barche a cui non è permesso entrare in Italia sono considerate non umane. D’altra parte, se ci fosse una barca alla deriva nel Mediterraneo con 100 cani e gatti randagi, senza acqua né cibo, puoi bene immaginare quanti italiani e europei scenderebbero in strada a protestare.

Disimparare i nostri privilegi è un passaggio decisivo per costruire una relazione etica con l’ “altro” ed è necessario a promuovere idee nuove. Decolonizzare le menti, ridefinire il concetto di ospitalità, sperimentare la società del futuro sono tra i compiti che si dà Savvy, il laboratorio di idee che lei ha fondato nel 2009 nel quartiere Wedding di Berlino. Ci può raccontare qualche progetto?

Il modo in cui ho capito la proposta di Gayatri Spivak di Unlearning One’s Privileges As One’s Loss è che indipendentemente dai nostri privilegi in termine di razza, classe, nazionalità o genere e dai vantaggi che ce ne possono venire, essere confinati in questi spazi di privilegio ci impedisce o può impedirci di assorbire un certo tipo di sapere altro dagli esclusi. Credo sia uno spostamento sociale ed epistemico importante, come a dire che nonostante i nostri privilegi non siamo equipaggiati socialmente e cognitivamente a capire l’ “altro” che abbiamo creato.

Qualche anno fa a Savvy contemporary abbiamo messo in piedi un grosso progetto di conferenze e performance dal titolo “Disimparare il dato”, il cui scopo era di riflettere sui nostri insostenibili privilegi ed esercitare la pratica di disimpararli. È un processo cruciale e imprime il ritmo delle relazioni nelle società. Purtroppo la nozione di disimparare come la si intende nei discorsi di certe istituzioni oggi può essere facilmente fraintesa come una distruzione di conoscenze. Ma non è in nessun modo quello che io sostengo, piuttosto una necessaria “Auseinandersetzung”, discussione, con i nostri privilegi, riconoscendo i limiti della nostra stessa episteme, interrogando e capovolgendo la singolarità e la superiorità di concetti che abbiamo ereditato, come quello di stato-nazione, cittadinanza, umanità. Alla fine del progetto ho scritto che “disimparare non è dimenticare, non è cancellare o spazzare via. È scrivere in modo più consapevole e scrivere in modo nuovo, è commentare e mettere in discussione. È mettere delle nuove note a piè di pagina a vecchie narrazioni. È spazzare via la polvere, tagliare l’erba , lanciare la moneta e svegliare gli spiriti. Disimparare è guardare nello specchio e vedere il mondo, invece di un concetto di universalismo che pretende un’ egemonia della conoscenza.” Questo è al centro di quello che facciamo a Savvy contemporary.

Per via del nostro background e delle realtà del mondo oggi, pensiamo ovviamente in modo costante a ciò che significa oggi essere ospitali, coesistere in questo mondo.

L’anno scorso abbiamo fatto una mostra collettiva e conferenze, performance, proiezioni di film dal titolo “A chi appartiene la terra che ho illuminato?” , curata dalla mia collega Elena Agudio. Abbiamo invitato artisti e pensatori di varie discipline a riflettere con noi su quello che Jacques Derrida ha chiamato il patto tra ospitalità e ostilità, in cui, secondo il filosofo, c’è sempre una venatura di ostilità nell’ospitalità, “un’essenziale ‘autolimitazione’ costruita all’interno dell’idea di ospitalità che preserva la distanza tra se stessi e lo straniero, tra il possedere la propria proprietà e l’invitare l’altro a casa propria”. C’è una forte relazione tra quello che io possiedo e che l’altro non possiede. È chiaro che se possiedo uno smartphone, devo essere consapevole dei bambini, degli uomini e delle donne che a stento hanno una vita perché estraggono il coltan in Congo. Se vogliamo avere due macchine a testa, dobbiamo sapere che cosa questo produce nell’ambiente e del fatto che per produrre petrolio a buon mercato, gli Stati Uniti dovranno creare le condizioni per accedere a quello della Libia o del Venezuela.

Ci può raccontare dell’interessante progetto Colonial Neighbours e di come i berlinesi vi hanno partecipato?

Colonial Neighbours è uno dei progetti chiave di Savvy contemporary, diretto dalla mia collega Lynhan Balatbat e dal suo team di ricercatori che lavorano sulla storia coloniale tedesca. Il capitolo sull’eredità della Germania coloniale è troppo spesso dimenticato e manca completamente nel curriculum scolastico e nei discorsi culturali.

Il punto di partenza di questo progetto di Savvy contemporary è stato un incontro che ho avuto con un politico tedesco che si occupava di cultura nel 2011. In quest’incontro mi chiese “Lei da dove viene?”, una domanda che di solito non apprezzo poiché spesso è un modo camuffato per dirti che non sei autoctono. Ho risposto che sono nato in Camerun e con mia sorpresa il politico ha replicato: “Una colonia francese…” e io a mia volta: “una colonia tedesca”. E di nuovo, con mio grande stupore, lui: “La Germania non ha avuto colonie a lungo”. Quello che mi ha infastidito non è stato il fatto che un funzionario di livello relativamente alto non conoscesse la storia coloniale del suo Paese, ma che oltre trent’ anni di colonizzazione tedesca in Camerun sia considerato un periodo breve, mi è sembrato spaventoso. Il colonialismo è violento. È uno stupro, e niente è peggio di uno stupro veloce.

Da questo episodio è nato il progetto Colonial Neighbours. Ho pensato che avevamo bisogno di un modo per capire noi stessi attraverso le nostre storie intrecciate. Ero convinto che la storia del colonialismo tedesco fosse così presente da non essere vista, come recita il detto “vor lauter Bäumen den Wald nicht mehr zu sehen”, non riuscire a distinguere gli alberi dal bosco. Andando in giro per Berlino o per la Germania si leggono nomi di strade che commemorano figure coloniali; ci sono espressioni, parole, insulti in tedesco che conservano quest’eredità coloniale, nella cultura pop, nella pubblicità, nella vita quotidiana. Benché la storia coloniale sembri assente nella memoria collettiva, io e i miei colleghi eravamo convinti che ci fosse un processo attivo di negazione e di silenziamento di questa storia. Abbiamo lanciato degli appelli alle persone perché si guardassero intorno, nelle soffitte e nelle cantine, e cercassero qualsiasi cosa legata al colonialismo: oggetti (album di fotografie, francobolli, diari) o prodotti commerciali (bottiglie di birra, scatole di caffè) o altre tracce della storia come parole, canzoni, modi di dire, racconti orali, una varietà di materiali, contestualizzati poi attraverso interviste che ora servono da intermediari per il racconto delle storie intrecciate della Germania, con il continente africano, la Cina e le regioni colonizzate nel Pacifico. Il progetto Colonial Neighbours come archivio offre un luogo di documentazione per queste storie silenziate e testimonia che quello che Anibal Quijano chiama la “colonialità del potere” esiste e si manifesta tutti i giorni. Invitiamo artisti e studiosi a interagire con l’archivio e quindi ad attivarlo e a esserne attivati come dice Lynhan Balatbat.

Il fenomeno della migrazione a cui assistiamo da trent’anni a questa parte in Europa può essere considerato il capitolo contemporaneo del colonialismo? Da una parte immigrati e rifugiati tornano come spettri a reclamare tutto quello che è stato loro rubato, dall’altra il loro disperato e rischioso viaggio si può vedere come l’ennesima trappola coloniale in cui è caduto il loro immaginario.

Il colonialismo è una bestia a molte teste e veleni che si rigenerano incessantemente. Non appena si pensa che gli sia stata tagliata la testa, rigenera un altro tipo di testa che non può essere distrutta con le stesse armi che hanno distrutto la vecchia testa. È un’impresa che costantemente si ridefinisce per servire i fini del progetto capitalista. Come Kwame Nkruma nsottolineò nell’introduzione a Neo-Colonialisms. The Last Stage of Imperialism: “al posto del colonialismo come principale strumento dell’imperialismo abbiamo oggi il neocolonialismo, la cui essenza è che lo stato che vi è soggetto, è teoricamente indipendente … In realtà il suo sistema economico e dunque la sua politica è diretta dall’esterno. I metodi e i modi di questa direzione possono assumere varie forme. Per esempio, in un caso estremo le truppe del potere imperiale possono presidiare il territorio dello stato neocoloniale e controllare il suo governo.” Credo che questa dichiarazione di Nkrumah dica tutto sui nostri tempi. Il colonialismo non appartiene al passato, ma esiste come un continuum di varie strutture che si possono chiamare neocolonialismo. Lei ha ragione nel dire che lo spostamento umano a cui assistiamo all’interno del continente africano e fuori, attraverso i mezzi più inumani, sia direttamente e indirettamente legato alle violenze coloniali del passato e del presente. E vediamo la stessa cosa accadere in Asia e nelle Americhe. In Venezuela i poteri occidentali, gli Stati Uniti in particolare, stanno facendo tutto il possibile per mandare via Maduro, dopo aver piegato il paese con le sanzioni, aver affamato il popolo venezuelano e averlo messo a forza contro la persona al potere. È la stessa strategia usata in Zimbabwe e in Iran e in molti altri stati, la strategia che portò agli omicidi di Patrice Lumumba e Thomas Sankara. Ma quello che è cambiato negli ultimi trent’ anni è che si è verificato un radicale collasso delle distanze tra qui e lì. Sono lontani i giorni in cui una nazione europea poteva fare un colpo di stato in un paese remoto o smaltire i suoi rifiuti tossici sulle sue spiagge, o solo vendere armi a qualche dittatore perché le usasse contro il suo popolo, senza avere ripercussioni. Dopo che gli occidentali hanno sostenuto l’uccisione di Gheddafi in Libia, nel 2011, abbiamo visto un’incredibile ondata di persone da tutta l’Africa e dal Medio Oriente lasciare i loro paesi e venire in Europa come rifugiati. Questo collasso delle distanze, questa prossimità di causa ed effetto è quello a cui assistiamo da trent’anni a questa parte e in modo più drammatico dal 2015.

Le persone chiamate rifugiati vengono a riprendersi ciò che è stato loro rubato, non solo in termini di risorse, ma anche di dignità e vengono anche per reimmaginare e riformulare il presente e il futuro del mondo. Quando vediamo lo spostamento a destra dell’Europa e la diffusione di un protofascismo e di sentimenti anti –migranti propugnati da tipi come Salvini, ci dobbiamo chiedere perché queste persone devono lasciare i loro paesi. C’è un incredibile ignoranza o non volontà di capire le radici dei problemi di quelle società. Quanto alla questione delle trappole, oserei dire che chi mette queste trappole, nella speranza che gli africani ci cadano, finirà per caderci dentro. Il mondo africano come lo conosciamo oggi o l’africanizzazione del mondo è un risultato di quelle trappole. Gli africani sopravviveranno dovunque, nonostante le più terribili condizioni di schiavitù, colonialismo e neo colonialismo, e riveleranno al mondo le fratture e gli errori dei sistemi economici capitalisti neoliberisti.

Ha la sensazione che le nuove generazioni planetarie, e gli artisti tra loro, siano consapevoli della necessità di andare oltre il paradigma degli stati nazione, verso una democrazia del molteplice, del comune, che appartiene a ognuno come terrestre?

Devo dire che sta diventando sempre più evidente il fallimento del modello dello stato nazione. La disfatta che vediamo con la Brexit ne è una prova lampante, ma ci sono molti altri esempi e lo spostamento all’estrema destra in India, Polonia, Ungheria, Stati Uniti, Brasile ne è un’ulteriore prova. Quando certe piante stanno morendo, raccolgono le loro ultime energie e fanno qualche fiore, l’ultimo sforzo per esibire la loro bellezza. È l’ultimo respiro dello stato-nazione. Sono convinto che gli artisti svolgeranno un ruolo importante nell’immaginare un modello per le società del futuro che dovrà essere costruito sulla nozione di beni comuni. Dobbiamo guardare ai modelli comunitari delle società indigene per immaginare il pianeta futuro in cui esseri animati e inanimati contribuiscano e vengano rispettati allo stesso modo. Come abbiamo visto negli Stati Uniti, in Brasile, in India, in Italia, anche il concetto di democrazia dovrà essere reimmaginato nella direzione di un modello più umano e che tenga conto dell’ambiente. Verso la fine del suo saggio scritto per illustrare il progetto “Geografie dell’immaginazione”, la mia collega Antonia Alampi scrive : “come possiamo noi, intesi come umanità, trovare un senso di appartenenza che incoraggi e ci porti ad abbracciare tutte le condizioni presenti nel mondo, anche oltre le specie umane e verso la terra come una cosa unica. Come ci possiamo impegnare in quello che Angela Davis chiama “appartenenza planetaria”?” È su questa nota che vorrei concludere, perché è in questa direzione che dobbiamo andare.

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