Contro Salvini, che è il peggio

di Oreste Pivetta

 

Ventiquattro ore dopo la conclusione delle votazioni per il nuovo parlamento europeo, Matteo Salvini è stato ospite per un tempo infinito di “Porta a porta”, interrogato da Vespa e da altri colleghi. La domanda più insidiosa è stata più o meno la seguente: “Si è spiegato come sia stato possibile che la Lega sia salita in pochi anni dal 6% al 34%?”. Salvini non ha esitato. Non l’ho mai visto esitare. Non ha chiamato in causa i sociologi o gli antropologi e neppure gli analisti dei flussi elettorali. Lui è un esemplare umano di indefettibile sicurezza. Ecco la sua risposta: “Ci ha premiato la bontà del lavoro nelle amministrazioni locali guidate dalla Lega”. Come se ovunque lungo la penisola stesse governando la Lega, come se le amministrazioni di centrodestra non fossero mai incappate in accuse di corruzione, di tangenti, di appropriazioni varie (proprio mentre un amministratore locale promosso a sottosegretario veniva condannato a tre anni e quattro mesi di reclusione per peculato e falso).
Al vice premier non è stato risparmiato ovviamente un quesito sull’Europa: “Come superare i vincoli di bilancio imposti da Bruxelles?”. Qui Salvini mi pare si sia esibito in una sorta di capolavoro. Ha rinfacciato ai suoi interlocutori continentali, ai giornalisti in studio e al pubblico, una cifra impressionante: “Il 52% dei giovani in Calabria sono disoccupati”. Come dargli torto? Ha esposto quindi la sua teoria: il vero vincolo è il livello della disoccupazione, finché non si abbassa al 5 o 6% si può spendere quanto si vuole. Facendo debiti, nel nostro caso, perché con la crescita allo 0% soldi freschi non ne arrivano. Che cosa significhi questo non ha spiegato e gli italiani in genere non lo sanno. Un quotidiano prelievo nelle loro tasche, un futuro fosco se non catastrofico e d’oro per i pochi che sapranno speculare sulle prossime rovine del paese.
Per il resto Salvini ha ripetuto con inesorabile costanza che sono “già al lavoro tutti i suoi parlamentari”, che “ce n’è da fare, ce n’è da fare” e quindi si dovranno fare il decreto sicurezza, la riforma fiscale, la riforma della giustizia, la riforma delle autonomie, la riforma della scuola e la riforma della sanità, più le riforme delle banche, dell’agricoltura e del commercio, mentre si dovrà dare il via alle “grandi opere” e si sta già effettuando “il controllo a tappeto delle strutture che ospitano animali e delle case famiglia perché ce ne sono alcune che lavorano bene e altre che invece maltrattano e sfruttano i bimbi”. Sensibile ai problemi dell’infanzia nazionale, avrà conquistato anche un paio di mamme. Infine: “Di tutto il resto parliamo dopo”. Ho vissuto la promessa di un nuovo appuntamento come una minaccia. Ma nessuno per ora ci potrà salvare dalle fluviali presenze di Salvini in tv. Che cosa escogiterà ancora il nostro ministro per arricchire il suo vocabolario delle riforme? Grembiulini a scuola? Cannabis vietata? Pallottole al distributore automatico? Come riformulerà l’eterna, inconcludente, narrazione dei problemi?
Ricordo ancora una sentenza del nostro ministro pronunciata in quella sede televisiva, di fronte al conduttore Vespa: “L’Italia non è razzista. Vuole solo regole”. Le regole ovviamente per gli immigrati. Gli italiani non amano le regole e sono per giunta storicamente razzisti: le leggi razziali o il “manifesto della razza” li abbiamo scritti noi italiani.
Ecco, gli italiani in campo… Mi è mancato d’ascoltare in quella serata un’altra delle più consolidate promesse di Salvini, ma forse mi ero distratto: “L’Italia agli italiani”. Slogan che ha da tempo fatto breccia nel cuore delle folle: a Casal Bruciato, di fronte a quell’arrogante famigliola rom che pretendeva di prendere possesso di una casa popolare assegnata a norma di legge, ho sentito urlare appunto, tra un muscolare agitare di braccia: “L’Italia agli italiani”. Attenzione: reclamavano non “la casa agli italiani”, ma “l’Italia agli italiani”, come se qualcuno avesse mai pensato di sottrarre isole e penisola agli italiani, forse nel passato dei fenici o degli spagnoli o dei francesi o dei nazifascisti. Ma oggi? Tenetevela la vostra Italia! A Casal Bruciato non c’erano solo a urlare i militari di Casa Pound, c’erano le casalinghe fiancheggiatrici. Mi venivano in mente quelle cilene con le pentole, prima del colpo di stato di Pinochet, borghesia medio piccola che temeva di dover rinunciare a qualche modesto privilegio. A Casal Bruciato c’erano solo le sottoproletarie, che reclamavano la loro Italia, la patria che non le aveva certo mai premiate.
Un paio di anni fa in occasione della festa della Repubblica, Salvini, ancora leghista del Nord, quando la patria era la Padania, sentenziò che non c’era proprio nulla da festeggiare. Pochi giorni fa, il 2 giugno, per la sfilata militare a Roma, in un suo post ci comunicò: “Ma che bella festa”. In un post successivo ci tramandò il suo ritratto, mano destra sul cuore, sullo sfondo di un cielo azzurrissimo le “frecce tricolori” in volo, sopra tutto la scritta: “A difesa dell’Italia”. Torna il concetto. In effetti Salvini ha fatto prove: lo ricordiamo con il fucile mitragliatore a tracolla e, quando si presentò in Ungheria dall’amico Orbán, piazzato in alto su una torretta di confine, impegnato a scrutare con il binocolo l’orizzonte e l’incedere delle avanguardie barbariche, come uno dei difensori di Fort Alamo.
Salvini si congratulò con Orbán per il muro. Purtroppo in Italia muri da alzare non ce ne sono. L’ansia patriottica dell’ex “lumbard” si è manifestata e si manifesta nel bloccare al largo barche cariche di immigrati, poveracci senza niente addosso e una infinita fatica alle spalle: questa è l’unica regola che è riuscito finora a dettare, mentre tutto il resto è la banale vacuità degli annunci e della minacce, tipo quella preelettorale di ricacciare a casa loro mezzo milione di clandestini.
Il guaio e la fortuna sua, di Salvini, è che gli italiani, quelli dell’Italia agli italiani, gli credono e lo apprezzano se mostra i muscoli contro gli immigrati, perché sono tutti stanchi di vedere immigrati e credono davvero che rappresentino un’aggressione, li immaginano moltiplicarsi per cento o per mille, come extraterresti nella guerra dei mondi (mi ha colpito giorni fa la foto di un salvataggio, con un soccorritore infilato in una tuta bianca, mascherina, cappuccio stretto sulla testa, con in braccio un bambino più sano dei nostri. Come dimostrano le indagini e l’esperienza gli immigrati non importano malattie).
Gli stessi italiani non sopportano le tasse e sperano che la flat tax sia una manna dal cielo (mentre è soltanto un obbrobrio d’iniquità), e se non ci sarà la flat tax va bene lo stesso, perché secondo la morale di Salvini il fisco è troppo esoso e quindi gli evasori non hanno poi tutti i torti a evadere, si difendono, bisogna assecondare le loro necessità (ma non si dovrebbe faticare a capire che la flat tax è un provvedimento che ancora una volta aiuterà i ricchi a discapito dei poveri). Gli italiani di cui sopra hanno paura e quindi sono convinti che “Il decreto sicurezza”, solo in virtù del nome, li libererà da ogni preoccupazione, magari fornendo una pistola e impunità in caso di autodifesa, mentre un’altra legge di Salvini cancellerà le accise sulla benzina e lo “sbloccacantieri” movimenterà risorse, creerà lavoro, risanerà il territorio, senza che mafia o ’ndrangheta possano ficcare il naso negli appalti.
L’Italia felix è alle porte. Basta crederci. La televisione nei suoi molteplici canali, con i suoi talk politici o con intrattenimenti danzanti o canori, sta offrendo il suo contributo, garantendo spensieratezza e modelli. I nostri eroi compaiono metodicamente sui teleschermi, trascinandosi appresso una consolidata pattuglia di intervistatori: hanno raramente qualcosa da dire e quindi non avvertono nessuna difficoltà a intrattenerci senza sosta. Se non sono in tv, penseranno le nostre gazzette (ormai dissanguate di lettori) a proporci le chiacchiere dell’uno e dell’altro, che non mancheranno poi di inondare i nostri computer di loro immagini e soprattutto di selfie scattati da adulatori festanti.
Salvini ha goduto del vantaggio di ereditare un’Italia infelice, che – dopo alcuni decenni durante i quali, se pure in modo contradditorio – dei passi nel campo delle riforme, della giustizia sociale e dei diritti erano stati compiuti, è sprofondata inesorabile nella palude degli egoismi, della volgarità, della corruzione, di una cultura del denaro a qualunque costo e del potere quando produce denaro. Salvini sta approfittando di un paese senza politica, un paese che ha smarrito l’abc della politica, che non ha rispetto delle istituzioni, screditate da troppe responsabilità, troppe colpe, troppe connivenze con il peggio della società, un paese dove si mercanteggia a colpi di tangenti, dove i nuovi arricchiti, evasori, ladri, truffatori, mediatori dettano i comportamenti, muovendo l’invidia dei più e soprattutto fornendo l’esempio. Un paese dove non esiste o quasi la grande industria e quindi non esistono gli imprenditori o gli operai di una volta, che facevano scuola nel sindacato, un paese dove la scuola, quella di base, quella che forma, è al disastro in un circolo vizioso, dal decadimento dell’istruzione alla completa disistima del suo ruolo, e dove l’informazione ha rinunciato a informare e soprattutto a esercitare la critica.
Confesso di aver conosciuto Salvini, alla preistoria della sua carriera politica, quando era semplicemente uno dei giovani di Bossi, mentre oggi potrebbe vantarsi d’essere tra i nostri più antichi politici. Per alcuni gesti, più che per le parole, mi sembrò presuntuoso e prepotente. Lo tolleravo, in ragione della sua esuberante giovinezza. Tale e quale lo ritrovo, ingrassato, presuntuoso e prepotente. Non vorrei definirlo “fascista”, termine che ha un significato storico, malgrado le sue esibizioni violente e il suo stesso vocabolario, malgrado le sue manifeste tolleranze nei confronti della peggior destra, malgrado l’attività del suo ministero, che offre molti argomenti all’accusa di fascismo, tra aggressioni della polizia a innocui manifestanti e addirittura a giornalisti al lavoro, ispezioni della Digos ovunque si pensi qualcuno possa criticarlo, lotta dura alle lenzuola, protezione invece alle teste rapate di Casa Pound o di Forza nuova. Salvini mi sembra qualcosa di peggio: lo definirei opportunista e basta. Pubblica un inutile libro sotto la sigla di Casa Pound, solo per catturare qualche voto a destra e qualche attenzione trasversale, anche avversa: l’importante è che si parli di lui. S’affaccia salutando dal balcone dal quale concionava Mussolini: non assomiglia a Mussolini, ma intanto evoca l’immagine dell’uomo forte che piace tanto ai nostri connazionali. Sventola la bandiera del fisco perché sa che così sollecita le più manifeste aspirazioni di diverse categorie, che sanno di non aver niente da temere da lui, che si vende “popolare”, ma con il dovuto rispetto per la grande finanza e per le centrali economiche (anche con i soldi pubblici, se ritiene il caso). Mostra il pugno duro di fronte all’immigrazione, senza realizzare nulla per fermare o governare l’immigrazione, consolando la gente indottrinata da sempre a proposito di invasioni, valanghe, ondate, mistificando i numeri (con l’ausilio di numerosi maître à penser televisivi: basti citale tale Giordano, onnipresente con i suoi cartelli), suscitando timori e al tempo stesso offrendo il braccio armato, ben sapendo quanto disarmata sia l’opposizione… Anche se parla di grembiulini conquista voti: ci sarà sempre tra l’elettorato chi rimpiange le bluse nere dei ragazzi e le camicette bianche delle fanciulle…
È un fuoriclasse del surf Salvini: cavalca le onde, con straordinario fiuto per le correnti, ondeggiando quando gli fa comodo tra laicismo e bigottismo (anche con Vespa è riuscito a estrarre dalla tasca della giacca il “crocefisso di nonna Maria”), resuscitando tra un rosario e l’altro il “menefrego” fascista, rivisitato a simbolo di una sua forza, di una sua indifferenza ai poteri esterni. Lo si direbbe “blasfemo”. La Chiesa romana lo contesta, ma è certo che una moltitudine di praticanti, non solo quelli adunati a Verona, lo plaude.
Non è un populista, è solo un piccolo demagogo provocatore e manipolatore che sfrutta il “posto” che il disastro culturale e morale di questi tempi gli ha concesso. Gli è stato chiesto quale sia il suo progetto per l’Europa, per il rinnovamento che ha tante volte reclamato, se l’Italia debba restare nell’Unione o lui sia favorevole all’Italexit. Non ha mai risposto… “Ne parliamo dopo”. Vuole “ricontrattare le regole europee”, ma in realtà gli interessa aver mano libera sui debiti italiani, assecondando il senso comune di quanti ritengono l’Europa semplicemente una nemica delle nostre tasche e lo spread un’invenzione diabolica per favorire la caduta di questo o quel governo. Salvini è un campione quando si tratta di eludere le domande. Il 2 giugno scorso, per la Festa della Repubblica, ai giardini del Quirinale, si era presentato con la sua nuova coraggiosa fidanzata (lasciati due figli, una moglie, due fidanzate, l’ultima dispersa tra i canali della Rai, tra una gara di cucina e “Ballando con le stelle”: Salvini non abbandona nessuno, tutti sistemati tra amministrazioni pubbliche e tv) e ha incontrato il suo compare (o satellite ormai) Luigi Di Maio, pure lui con la fidanzata. Una foto li ritrae assieme, tutti e quattro. Sorridenti entrambi i due ministri: uno ha fermato l’immigrazione, l’altro ha sconfitto la povertà (proclamandolo da un nobile balcone di fronte alla folla osannante). In grigio entrambi: un poco stazzonato al solito uno, irrigidito da operetta l’altro, gli sguardi padronali offerti ai fotografi. Sono il nuovo potere. Mancano le “spalle” ma c’è da giurare che nei giardini del Quirinale se ne sarebbero potute incontrare molte, per una foto di gruppo, che sarebbe diventata una lezione: i capi, i capetti, i vassalli, le comparse, le compagne. In questo caso si sarebbe davvero potuto tirare in ballo la sociologia e l’antropologia, più l’antropologia che la sociologia, per scoprire che di “rinnovato” c’è ben poco, che le sequenze si ripetono, talvolta inasprite però dalla grottesca ferocia degli affamati, degli ultimi arrivati, quelli che hanno appena raggiunto il pingue banchetto.
Chi sconfiggerà Salvini? L’orizzonte è pesto. Finché gli italiani si sentiranno sazi, Salvini non ha nulla da temere. Non deve temere i suoi alleati, azzerati dalla loro stessa modestia culturale, e non può temere il Pd o gli altri nani della sinistra. Paradossalmente potrebbe temere i pensionati, non quelli apparentemente beneficiati dalla norma di “quota 100”, ma quelli tangibilmente beffati dalle pensioni che non s’adeguano al costo della vita e che perdono valore di giorno in giorno, cassaforte alla quale il governo può sempre attingere, quando mancano i soldi perché non si lavora, non si pagano tasse, i debiti si accumulano. Cioè, come succede da sempre, saranno i valori dell’economia a sancire la fine di Salvini e dei suoi alleati e per nessuno, sostenitori o avversari, sarà una bella fine.

Trackback from your site.

Leave a comment