Il Mezzogiorno e la nuova emigrazione italiana

di Enrico Pugliese

Sono del tutto d’accordo con il breve documento di presentazione del convegno per come lega due tematiche di grande rilievo nel nostro paese che sono la ripresa dell’emigrazione dall’Italia quello che sul piano demografico e sociale sta avvenendo nel Mezzogiorno, in particolare i problemi dello spopolamento delle aree interne e non solo. Il documento recita: “Quella emigrazione che sembrava finita alla fine degli anni settanta è ricominciata negli anni ’90 ed è diventata un fenomeno di massa con la crisi cominciata nel 2008”. E questo suggerisce il fatto che si può parlare di un nuovo ciclo migratorio nel nostro paese: un fenomeno del quale si stenta a rendersi conto. Per quel che riguarda il Mezzogiorno il documento cita i lavori della Svimez e recita “. “Secondo l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, tra il 2002 e il 2016 sono emigrate dal Sud quasi due milioni di persone, il 16% delle quali sono andate all’estero”. La cifra dei due milioni è un po’ esagerata. Ma la portata del fenomeno rientra in quell’ordine di grandezza.
Questo contributo – basato sul mio libro Quelli che se ne vanno: la nuova emigrazione italiana (Il Mulino 2018)– cercherà di delineare gli aspetti più significativi del fenomeno. Ma prima vorrei spendere qualche parola sulla questione della emigrazione dal Mezzogiorno e sulla sua portata partendo da un paradosso: il fatto che le principali regioni italiane di emigrazione all’estero sono proprio le regioni più ricche del paese o comunque quelle a più intensa attività economica e istituzionale: vale a dire la Lombardia, il Veneto e il Lazio: l’emigrazione all’estero è prevalentemente settentrionale. Questo non significa che dal Mezzogiorno si emigri di meno che dal Nord: significa invece che dal Mezzogiorno partono due canali migratori: un verso l’estero e l’altro verso il Nord e il Centro-Italia e che il canale che si rivolge all’estero è minoritario. Continua a esserci una forte emigrazione dal Mezzogiorno con implicazioni di vero e proprio spopolamento.
Questo porta a riflettere su un ulteriore dato molto sorprendente. Le regioni d’Italia a più alto tasso di emigratorietà (neologismo usato dall’Istat per indicare le regioni dalle quali si emigra di più) sono le stesse che presentano il più alto tasso di immigratorietà. Insomma le regioni da dove si parte di più sono le stesse nelle quali si concentrano gli arrivi dei migranti. La verità è che l’Italia è al cuore di un vero e proprio crocevia migratorio nel quale si riflettono i due principali processi che riguardano il mercato del lavoro in questa nostra epoca: il processo di internazionalizzazione e quello di segmentazione del mercato del lavoro. L’Italia esporta e importa al contempo forza lavoro. I giovani italiani partono per destinazioni europee in cerca di collocazioni migliori rispetto a quelle che troverebbero in Italia mentre i lavoratori stranieri arrivano nel nostro paese trovando occupazioni assolutamente essenziali necessarie non solo per il funzionamento della nostra economia ma anche per il funzionamento della nostra società. Naturalmente le persone che emigrano e le persone che immigrano in generale non hanno le stesse competenze, le stesse aspirazioni, lo stesso capitale umano e sociale e in ultima analisi la stessa disponibilità ad accettare condizioni di lavoro che in questa fase diventano via via peggiori. Il processo di segmentazione del mercato lavoro altro non significa che alcuni segmenti della domanda di lavoro espressa dalle famiglie o dalle imprese – e sottolineo anche dalle famiglie – non riescono a essere soddisfatti dall’offerta di lavoro locale. Insomma nel nostro paese non ci sono molti italiani disposti a lavorare come badanti o braccianti agricoli precari con i salari e con le condizioni di lavoro che a queste categorie vengono offerte. Allo stesso tempo il sistema produttivo italiano non è capace di fornire un’occupazione dignitosa corrispondente più o meno al titolo di studio o alla qualificazione che i giovani locali posseggono e molto spesso non riesce neanche a offrire un lavoro a più basso livello, magari anche precario. Ed è proprio nelle regioni del Nord che si concentra oraquesta forza lavoro più altamente scolarizzata e qualificata spesso, come vedremo, essa stessa di provenienza meridionale.

L’evoluzione dell’emigrazione: Nord e Sud

D’altronde c’è poco da stupirsi rispetto a questo ruolo delle regioni del Nord le più ricche d’Italia, quali regioni di punta per l’emigrazione. I grandi fenomeni migratori che hanno interessato non sono mai iniziati a partire dai posti più poveri. La storia dell’emigrazione italiana dice esattamente questo: ci vuole un livello minimo di capitale umano, di capitale sociale e di realtà infrastrutturale perché i flussi abbiamo inizio. La grande migrazione italiana è cominciata quando ancora l’Italia come paese unitario non esisteva. E lo steso fenomeno della immigrazione italiana ha mostrato questo fenomeno: i primi immigrati filippini (anzi le immigrate filippine) ad esempio provenivano dalle aree urbane più sviluppate del paese. Poi in seguito cominciarono ad arrivare anche dalla provincia. Prima partono i più intraprendenti, poi però partono tutti. Quando si schiudono i canali di afflusso, come avrebbe detto Marx nel ventitreesimo capitolo del Capitale e la corrente trascina chiunque.
Cito ancora dal documento di introduzione al convegno “Partono studenti che vanno nelle università del nord, laureati che non trovano impieghi adeguati ai loro titoli di istruzione, operai, precari, disoccupati. Contrariamente al passato gli emigrati non inviano rimesse, non comprano terre, non costruiscono case nel paese d’origine. Semmai vivono altrove con il sostegno economico delle famiglie rimaste al Sud”. Parole e idee assolutamente condivisibili che mi portano in merito alle caratteristiche della nuova emigrazione italiana, alla individuazione più chiara di quelli che se ne vanno, delle loro motivazioni e della situazione nella quale essi vivono l’esperienza migratoria.
Condurrò l’analisi in maniera comparativa con riferimento all’altra grande emigrazione che l’Italia ha vissuto nel dopoguerra e che ha avuto il suo culmine a metà degli anni 60 per poi ridursi progressivamente per motivi interni paese – compresa la crescita economica, il miglioramento dei livelli di vita e lo sviluppo delle politiche sociali – ma anche esterni al paese: vale a dire per le difficoltà congiunturali dell’economia dei paesi di immigrazione che si traducevano spesso in licenziamenti o sospensioni di lavoratori immigrati. E questi all’epoca in provenivano soprattutto dall’Europa del Sud, in primo luogo dall’Italia.

La libertà di emigrare, la possibilità di emigrare

Ma vorrei fare qualche riferimento storico che aiuta a comprendere il senso della emigrazione: un fenomeno contraddittorio doloroso con grandi costi umani ma anche di emancipazione. Gli italiani di oggi possono uscire dal paese se provvisti di documentazione valida e andare sostanzialmente dove vogliono salvo problemi di visto per i quali non bisogna neanche aspettare troppo. Nella nostra ottica il problema di entrare in un paese straniero riguarda gli altri, ad esempio chi dal Marocco vuol venire in Italia. E anche ora con la ripresa della emigrazione all’estero tra i tanti problemi da affrontare non c’è quello della mancanza di uno sbocco migratorio; gli Italiani nel Nord e del Sud possono andare dove vogliono.
Non è stato sempre così. A parte quel che avveniva negli anni del Fascismo, quando non era neanche facile uscire dal paese, il grosso problema del dopoguerra era la mancanza di opportunità, la impossibilità di riprendere la via dell’America, degli Stati Uniti, per la chiusura di quei canali migratori che erano stati praticati per decenni da milioni di Italiani. È bene ricordare che le porte dei paesi di immigrazione più ambiti alla fine della guerra erano chiusi per gli italiani esattamente come sono chiuse le nostre frontiere per coloro i quali vorrebbero trovare rifugio e del lavoro in Italia. Alla fine della seconda guerra mondiale l’Italia era sovrappopolata soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno. Il mancato successo delle lotte contadine riduceva le prospettive occupazionali nel paese e nel Mezzogiorno in particolare. Ma non si trattava solo di quello: uno sbocco migratorio era assolutamente indispensabile per migliorare le condizioni di vita di braccianti, dei contadini e delle figure liste ma anche del proletariato urbano. Gli Stati Uniti avevano introdotto già da vent’anni un sistema di quote all’ingresso in base alla nazionalità di origine dei potenziali immigrati e l’Italia si era venuta a trovare in una condizione particolarmente svantaggiata. Ricordo nelle famiglie del mio paese che avevano qualche congiunto residente in America l’attesa lunghissima del famoso “atto di richiamo” che avrebbe potuto permettere l’emigrazione verso gli Stati Uniti. Il dramma di questa mancata possibilità di emigrare – che è lo stesso che vivono i nostri immigranti di oggi – era molto chiaro a chi con competenza e impegno politico studiava l’emigrazione in quegli anni come ad esempio Manlio Rossi-Doria, economista agrario, antifascista militante, grande meridionalista e futuro senatore socialista dell’Irpinia.
Come questo autore sosteneva, all’epoca il non poter emigrare aggravava le condizioni dei contadini rispetto a quelle dei loro padri venti anni prima, perché erano state le rimesse degli emigranti che avevano permesso loro di vivere meglio, di poter avere il “tetto di casa più alto”, secondo una sua celebre espressione. In quegli anni l’Italia si trovava in una situazione complementare rispetto agli altri paesi europei come la Francia, la Germania, il Belgio e la stessa Inghilterra. Tutti questi paesi avevano bisogno di manodopera anche per l’effetto delle morti in guerra di uomini adulti che riduceva drasticamente l’offerta di lavoro. Per converso l’Italia ricca di forza lavoro era povera di prodotti energetici, in particolare il carbone. Ma a questa complementarietà non corrispondeva una situazione pari dei rapporti di forza. Questa è la stagione dei cosiddetti “accordi sul reclutamento della manodopera” firmati dall’Italia con i paesi prima citati. Il primo fu quello con la Francia al quale seguirono quello con il Belgio e in ultimo quello con la Germania. L’Italia si impegnava a inviare in questi paesi mano d’opera avendo in cambio la possibilità di importare carbone. “Si scambiano uomini contro carbone” dicevano con tono critico le sinistre. Per altro gli accordi risultarono molto poco convenienti per gli emigranti italiani. E in parte lasciarono scontenti anche i datori di lavoro dei paesi di immigrazione.
Certo è che mentre vigevano questi accordi gli italiani preferivano partire secondo altre strade e altri canali rispetto a quelli istituzionali evitando mortificanti visite mediche, valutazione dell’attività fisica e altre forme di controllo. Fu la catena migratoria a imporsi rispetto agli accordi: gli italiani andavano dove c’erano i loro congiunti e amici anche a costo di emigrare da clandestini, com’è stato per larga parte dell’immigrazione in Francia di quegli anni: un’emigrazione efficacemente descritta nel fenomenale film di Pietro Germi, Il cammino della speranza. Il film andrebbe visto da chi studia ora l’immigrazione perché rappresenta in maniera particolarmente efficace l’analogia tra la situazione di chi partiva dall’Italia allora e chi cerca di entrare in Italia ora.
Questa fase iniziale dell’emigrazione italiana è stata particolarmente dura. Non a caso con riferimento all’emigrazione dell’immediato dopoguerra Andreina de Clementi ha parlato di “costo della ricostruzione”. Quest’ultimo termine si riferisce a un periodo temporale che va dall’immediato dopoguerra fino agli anni di grande sviluppo del decennio successivo. Ma esso vale anche per il suo significato letterale che si riferisce alla ricostruzione delle strutture produttive italiane e più in generale del paese dopo le devastazioni della guerra. Il costo della ricostruzione, quello scambio di uomini per carbone, fu pagato dai nostri emigranti.
Ma – bisogna dirlo – non si è trattato solo di quello: la grande migrazione del dopoguerra ha avuto anche delle implicazioni molto positive. Innanzitutto è riuscita a scuotere un ordine sociale ed economico oppressivo che dominava nel Mezzogiorno dando un contributo alle stesse lotte contadine. Ma ha permesso anche un miglioramento significativo delle condizioni di vita delle popolazioni meridionali e promosso processi di mobilità sociale in senso ascendente quali non se ne registreranno più nei decenni successivi.
A questo proposito Manlio Rossi Doria scriveva: “Debbo dichiarare che non avrei mai creduto di vivere tanto a lungo da vedere la fine della miseria contadina… Oggi la miseria contadina – la miseria di gente che non aveva scarpe, che viveva nelle capanne o in una sola stanza, che non aveva da mangiare a sufficienza – non esiste più nelle zone interne. E questo sostanziale progresso è dovuto alla emigrazione (ora in Scritti sul Mezzogiorno, Einaudi 1982).
Oltre all’emigrazione all’estero c’è stata anche l’emigrazione interna, soprattutto dal Sud al Nord. E anche questa ha avuto i suoi benefici e i suoi costi. Come scriveva al riguardo Goffredo Fofi nella introduzione alla nuova edizione dei L’immigrazione meridionale a Torino (Feltrinelli 1977) “Negli anni del miracolo l’ immigrazione, ancora più disordinata di quella recente, partiva soprattutto dalle zone dell’osso del Meridione: quelle dell’interno dell’appennino, dell’agricoltura di sopravvivenza e in misura non certo minore da quelle ‘città contadine’ soprattutto pugliesi dove il sovrappopolamento in rapporto alla possibilità produttiva spingeva un esodo sempre più massiccio. Artefici del miracolo, i contadini del Sud dovettero accettare il loro intensivo sfruttamento in condizioni sociali e di lavoro deplorevoli. Sono gli anni delle ‘cooperative di lavoro’, forme di subappalto gangsteristiche della manodopera immigrata; gli anni del ‘non si affitta a meridionali’, gli anni della divisione tra operai e immigrati”.

Credo che la migliore espressione del valore sociale e umano dell’emigrazione e dei costi umani che esso comporta sia espressa in una breve strofa di una celebre poesia di Rocco Scotellaro, che così recita:
Ho perduto la schiavitù contadina
Non mi farò più un bicchiere contento
Ho perduto la mia libertà

Credo che sia del tutto inutile spiegare come la contraddizione in questa strofa sia del tutto apparente.
Va invece la pena di riflettere su una frase recente dall’onorevole Di Maio il quale ha comunicato che “non bisogna emigrare”. Questa frase mi ha rimandato a una celebre espressione di San Giovanni Battista Scalabrini vissuto a cavallo tra Otto e Novecento, vescovo di Piacenza e fondatore dell’Ordine dei missionari di San Carlo (gli Scalabriniani). Scalabrini sosteneva che i popoli hanno il diritto di emigrare mentre gli Stati non hanno il diritto di far emigrare. Il senso è che non bisogna creare le condizioni che costringano la gente a emigrare. E il compito assegnato agli Scalabriniani era di assistere gli emigranti nel loro percorso migratorio. Ciò in coerenza con quanto sarà fatto successivamente anche da organizzazioni laiche come le associazioni di emigranti (penso alla Filef in generale fondata da Carlo Levi o alle ‘Colonie libere’ degli italiani in Svizzera) che hanno rappresentato gli emigranti e ne hanno difeso i diritti.
L’importanza di una politica non di incentivo all’emigrazione ma di sostegno agli emigranti è stato un elemento importante della linea della sinistra e dei sindacati e un punto centrale dell’analisi e della proposta politica sull’emigrazione di Manlio Rossi-Doria. Rossi-Doria, così come cinquant’anni prima Scalabrini, denunciava l’assenteismo dello Stato rispetto al dovere di proteggere gli emigranti nella loro difficile esperienza e invocava una legislazione protettiva in materia.
Questa vera e propria epopea dell’emigrazione meridionale all’interno e anche all’estero riguarda tutti gli anni cinquanta e sessanta e raggiunge il suo culmine proprio alla fine di quegli anni per poi cominciare inesorabilmente a declinare fino a raggiungere saldi migratori (partenze – ritorni) pari a zero nel corso degli anni.
E qui è bene fare una piccola notazione tecnica: quando si registrano saldi migratori molto bassi possono verificarsi due fenomeni completamente diversi. Uno è che il fenomeno migratorio in quel periodo si sia arrestato e che non parta più nessuno così come nessuno ritorna. Ma, cosa più probabile, è che si tratti di un fenomeno completamente diverso cioè di una sorta di andarivieni. Nel caso dell’emigrazione dall’Italia verso la Germania negli anni ottanta i saldi migratori tra i due paesi risultarono essere minimi ovvero nulli, ma il turnover era molto elevato per cui a un numero di partenze sia pur modesto corrispondeva un numero di ritorni altrettanto modesto. Ma il processo non si era fermato. Insomma, dall’Italia non si è smesso mai di partire neanche quanto venne decretata dagli studiosi ‘la fine dell’emigrazione’. Gli ultimi due decenni di fine secolo hanno fatto registrare sicuramente una stasi dell’emigrazione meridionale, ma già si cominciò a ripartire negli ultimi anni del secolo fino a che, agli inizi di questo decennio, comincia a registrarsi la ripresa delle partenze e l’inizio di un nuovo ciclo migratorio Se noi pensiamo alla grande migrazione intra-europea degli anni cinquanta e settanta, tutti partivano con l’idea che sarebbero tornati, tanto è vero che poi in larghissima parte sono tornati, perché purtroppo è stato un implicito accordo tra l’aspirazione popolare italiana, non del governo italiano, ma degli emigranti, di mettere dei soldi da parte e tornare per un investimento produttivo, poi l’investimento produttivo non c’è stato, per fortuna ci stavano le pensioni, però, diciamo pure, i sussidi di invalidità.
C’è un testo, che contiene anche un elemento teorico, che è quello di Michael Piore Birds of passage, “Uccelli di passaggio”. Gli emigranti partono con l’idea che poi ritornano, ed è stato così, quando partivano dall’Italia per le Americhe all’inizio del secolo scorso e prendevano la nave per qualsiasi destinazione, che poi erano le Americhe e in parte l’Australia. Si pensi a quanti erano quelli che partivano ogni anno. La cifra massima è nel 1913: 870mila, negli anni precedenti erano un po’ di meno. 870mila partenze sono tantissime soprattutto se si considera che l’Italia allora aveva meno abitanti di ora E ne tornavano dall’America circa 500mila. Come si vede la mobilità c’è sempre stata in realtà.
I ritorni sono sempre diversi, perché nella grande migrazione intra-europea degli anni cinquanta e settanta si tornava a Natale, si tornava ad agosto, si tornava alla festa del paese, si tornava alle elezioni, ai matrimoni. Allora invece si tornava in occasioni gravi: magari se moriva la mamma anche perché la morte della mamma, o di un qualunque parente stretto, implicava problemi ereditari. E se si stava troppo lontano erano guai. Lo sapevano le grandi compagnie di navigazione, per cui il biglietto al ritorno costava un terzo del biglietto per l’andata.
Quindi la mobilità c’è sempre stata e l’idea di tornare è, come diceva Piore, l’obiettivo, la concezione, la sicurezza dell’emigrante della prima generazione, il quale poi solo nel corso del tempo si rende conto che quella scelta, che era intesa come temporanea, finisce per diventare definitiva.

La nuova emigrazione e le sue caratteristiche

Dunque a partire dall’inizio di questo decennio l’emigrazione italiana riprende in maniera significativa. Ma nel frattempo sono mutati i protagonisti, con una composizione di classe più complessa e una rilevante presenza di giovani scolarizzati con scarsi rapporti con gli immigrati della generazione precedente e le loro associazioni.
Il nuovo flusso in partenza dall’Italia si dirige un po’ dappertutto ma con una estrema concentrazione su quattro o cinque destinazioni principali: la Germania e soprattutto l’Inghilterra sono ai primi posti, Francia e Svizzera seguono. Non mancano anche modesti ma significativi flussi transoceanici (l’Australia) o verso destinazioni europee minori ma i primi paesi assorbono oltre metà della emigrazione complessiva.
Secondo i dati ufficiali (Istat) il numero delle partenze di cittadini italiani nel 2016 è stato pari a 114mila unità, cui bisogna aggiungere altri 43 mila residenti nel paese ma non cittadini, per un totale di 157mila unità. C’è un generale accordo sul fatto che i dati Istat fondati sulle cancellazioni anagrafiche (cioè sui cambiamenti di residenza) sottostimino il fenomeno. E infatti c’è un particolare paradosso che riguarda la divergenza radicale tra le fonti statistiche che nei diversi paesi di ricezione rilevano gli andamenti delle migrazioni e quelle italiane. Nei principali paesi di destinazione risultano arrivare ogni anno un numero di italiani di gran lunga superiore a quelli che, in base ai dati forniti dall’Istat, risultano aver lasciato l’Italia: insomma, gli emigranti che arrivano a destinazione sarebbero più di quanti ne partono.
Questo è impossibile ovviamente e l’origine dell’equivoco va cercata nei differenti criteri di rilevazione usati in Italia e nei paesi di destinazione. Le rilevazioni italiane, fondate sulle sole cancellazioni anagrafiche, finiscono per sottostimare la portata del fenomeno anche perché l’iscrizione non è obbligatoria per i primi due anni. Per questo il numero degli arrivi, secondo le statistiche dei principali paesi di immigrazione è quanto meno doppio.
Data la situazione è preoccupante il disinteresse che si nota in Italia per un fenomeno che sta diventando sempre più rilevante. Se ne parla nei luoghi di incontro nei paesi, se ne parla nelle famiglie, ne parlano ovviamente tra di loro i giovani – quelli che partono e quelli che ancora non hanno deciso – mentre la problematica è pressoché assente nel discorso politico e istituzionale. Eppure il numero delle partenze annue dall’Italia hanno raggiunto un livello che non si raggiungeva più dagli inizi degli anni settanta, quando l’emigrazione era uno dei temi frequentemente al centro dell’attenzione e del discorso pubblico.
Ma sono soprattutto le caratteristiche qualitative del flusso che mostrano significative novità. Pensiamo alla composizione per genere: la componente femminile è particolarmente significativa in quest’ondata migratoria non solo e non tanto per l’incidenza numerica quanto per le condizioni in cui esse affrontano l’esperienza migratoria. Le donne, soprattutto giovani donne, partono con un progetto migratorio autonomo magari incoraggiato alla famiglia ma indipendentemente dalla famiglia. Non c’è bisogno di un padre, di un fratello o di un marito perché si possa emigrare. Si emigra esattamente come i coetanei maschi. E questo è un indubbio dato di novità.
Ma, come si è accennato, l’elemento di maggiore novità rispetto alla grande ondata migratoria del dopoguerra riguarda proprio la composizione sociale, il cambiamento e la composizione di classe. Si trattava allora in ultima analisi di una composizione popolare e in sostanza proletaria, un’emigrazione di gente destinata a occupazioni di natura specificamente o genericamente operaie negli ambiti più vari. L’immagine fornita dalla letteratura è quella dell’operaio fordista, dell’operaio della grande fabbrica, dell’operaio comune non qualificato magari addetto alla catena di montaggio Ma questa era anche una esagerazione: la composizione occupazionale anche di questa componente proletaria era essa stessa molto articolata.
I livelli di istruzione erano anch’essi molto bassi, comunque non più alti rispetto alla popolazione locale. Nella nuova emigrazione invece la componente scolarizzata è molto alta. Coloro i quali sono forniti di laurea o di titolo equivalente o superiore sono circa il 30% , un valore superiore a quella della popolazione nel suo complesso. Ma il livello d’istruzione è solo un indiretto e impreciso indicatore della situazione di classe. Possiamo dire che la componente borghese destinata a occupazioni non manuali, non assimilabile alla condizione operaia, è cresciuto moltissimo rispetto al passato e ora ha un ruolo determinante.
Questo ha generato anche qualche equivoco e la produzione di immagini distorte relative a questa nuova emigrazione dall’Italia. Si è parlato perciò di cervelli in fuga usando una espressione che in generale non è neanche gradita da coloro ai quali essa si riferisce (persone altamente scolarizzate e magari a elevato livello di qualificazione che non hanno trovato lavoro nel paese di provenienza). Questi sono certamente una componente significativa ma non rappresentano l’universo. così come lo è una parte composta da persone mosse da motivazioni extra economiche, come coloro quali vengono etichettati come europei mobili sottolineando con questo termine l’elemento di scelta nella esperienza migratoria. Ma su questo si tornerà.
Ci sono ancora altre novità. Questa è la prima emigrazione che ha come protagonista gente che non va verso posti sconosciuti. Molti di questi nuovi emigranti, soprattutto ma non solo quelli più altamente scolarizzati la “generazione Erasmus”, sono già stati all’estero. Ma questo vale anche gli altri, partiti per motivi turistici o per visitare parenti e amici.
Per converso, per quel che riguarda il lavoro la prospettiva si presenta tutt’altro che rassicurante. Alla progressiva stabilizzazione occupazionale che aveva avuto luogo nei primi decenni del dopoguerra, “nei trenta anni gloriosi” come dicono i francesi, si sostituisce ora una collocazione occupazionale generalmente precaria. E questo è uno degli aspetti più preoccupanti della nuova emigrazione italiana. D’altronde la precarietà occupazionale nei paesi di immigrazione riguarda anche i giovani locali. Inoltre, per quanto precarie, le condizioni di lavoro sono migliori che nei paesi da dove si parte.
Un ulteriore novità riguarda infine l’associazionismo: a quello tradizionale, delle antiche associazioni a carattere politico o regionale, si sostituisce l’associazionismo in rete. Con riferimento alla Francia queste tematiche della nuova immigrazione sono ben affrontate in un articolo su “La rivista delle politiche sociali” (2018) da Italo Stellon che scrive “La nuova emigrazione italiana ha perso i tratti distintivi conosciuti in passato: origine territoriale prevalente, matrice operaia e contadina, scolarità relativamente bassa, aggregazioni in comunità di italiani regionali se non locali. (…) La nuova emigrazione viaggia nella rete. In essa comunica, si aggrega, costruisce e in quanto virtuale causa dematerializzazione territoriale della propria presenza. Insomma i rapporti solidi, di appartenenza allo steso gruppo tipici dell’associazionismo tradizionale non riescono a concretizzarsi nel nuovo associazionismo in rete.

I soggetti che partono e le motivazioni

L’emigrazione è spinta da motivazioni diverse, economiche ed extra-economiche, dovute alla voglia di conoscere o semplicemente all’idea di trovare di meglio. Devo dire che, pur ritenendo quella economica (la ricerca di un lavoro migliore, o di un lavoro comunque ) la motivazione determinante, mi trovo in concordanza con quanto egli sostiene. Le sue motivazioni non economiche hanno a che fare sia con la disaffezione, con l’irritazione, con la rabbia per come vanno le cose nelle aree di partenza. Ma c’è anche un altro filone interpretativo che punta sulla volontarietà. Si tratta del filone che si basa su una particolare identificazione del nuovo migrante, come giovane in cerca di esperienza, con orientamenti cosmopoliti: certamente non spinto dal bisogno. Si tratterebbe dei “nuovi europei” la cui esperienza non sarebbe neanche di emigrazione ma di mobilità.
Da questo punto di vista è parsa molto utile una considerazione di Maddalena Tirabassi sul numero 500 della rivista “Il Mulino” basata sull’osservazione della evoluzione della situazione dei nuovi emigranti italiani all’estero nelle nazioni di principale destinazione
Scrive Tirabassi: “Si può affermare che, nonostante le numerose differenze che si possono riscontrare tra le vecchie e le nuove migrazioni italiane, il perdurare della crisi economica e sociale sembra assottigliare quella che era stata considerata la caratteristica principale che realizzava le nuove mobilità dalle migrazioni del secolo scorso: la libertà di scelta”.
Ci sono ancora altre motivazioni che spingono all’emigrazione: esigenze, che a volte sono anche politiche. In molti sottolineano con forza che l’emigrazione è anche una forma di protesta. Io ricordo che su questo puntava il movimento operaio italiano all’epoca della grande emigrazione del dopoguerra.
Era celebre e diffusa l’espressione secondo cui i proletari italiani soprattutto del Mezzogiorno avevano “votato con i piedi”. L’andar via, potendo finalmente partire, voleva rappresentare un segno di protesta. Un giudizio negativo sul governo che li costringeva a emigrare. “Torno per votare. Voto per tornare” c’era scritto sui cartelli esposti dai migranti nei treni nei viaggi organizzati dal Partito comunista negli anni della grande emigrazione del dopoguerra in occasione delle elezioni. Insomma la partenza come voice, come protesta e auspicio di un cambiamento della situazione da realizzarsi con il voto.

L’associazionismo, la sua crisi e i tentativi di rivitalizzazione

C’è una ulteriore cosa importante che riguarda l’associazionismo e la catena migratoria. Questa è un’emigrazione i cui protagonisti possono contare solo su sé stessi. Gli emigranti sono stati sempre poco protetti dallo Stato, anzi, lo Stato spesso è intervenuto male come negli accordi per il reclutamento. Chi ha dato protezione, aiuto e anche rappresentanza agli emigranti sono state tradizionalmente le loro associazioni. Si è trattato di associazioni laiche e cattoliche, di associazioni regionali o su base territoriale ancora più modesta. Dal punto di vista della rappresentanza e della difesa dei diritti associazioni quali la Filef fondata da Carlo Levi e diretta per molti anni da Paolo Cinanni, grande studioso dell’emigrazione, hanno svolto un ruolo di capitale importanza, così come ad esempio le Acli. Ad essa vanno aggiunti i patronati delle diverse organizzazioni sindacali. Insomma, le organizzazioni del movimento operaio sono state sempre presenti nel corso della grande emigrazione del dopoguerra e hanno lavorato in rappresentanza di difesa degli emigranti, a volte anche in condizioni di difficoltà.
Come abbiamo già accennato all’importante ruolo delle associazioni si è affiancato quello della catena migratoria, cioè di quel meccanismo che lega gli emigranti di una determinata zona alla comunità, al gruppo amicale o parentale di appartenenza e che ha sempre funzionato per dare informazioni consigli aiuto nelle prime fasi di arrivo degli emigranti.
Con la nuova emigrazione non è più così: allo stato attuale delle cose i nuovi emigranti per le loro caratteristiche sociali e culturali frequentano nuovi tipi di relazione e ricorrono a canali diversi per ottenere indicazioni e consigli. Per questo essi non sono particolarmente attratti dalle associazioni tradizionali alle quali ho fatto riferimento. Ed è innegabile che quest’ultime vivono momenti di crisi, di difficoltà, perché anche i loro tradizionali associati, la loro base di riferimento, sono andati cambiando: sono invecchiati, forse sono tornati e forse – se rimasti – il loro livello di integrazione é tale per cui si è determinato un allontanamento dall’Italia. Ma è l’aspetto demografico, il fatto che non ci sia un ricambio generazionale, il motivo principale di crisi.
Nuove catene migratorie si possono determinare anche attraverso la rete. E molte informazioni utili per l’inserimento lavorativo si trovano nella rete e nei gruppi Facebook di nuovi emigranti. Nel citato numero della “Rivista delle politiche sociali” un interessante articolo di Giuseppe D’Onofrio racconta come una donna neanche giovanissima trova lavoro attraverso un gruppo Facebook dal nome “Italiani a Manchester”. Non sto a raccontare i dettagli, d’altra parte sul tema delle condizioni dei nuovi emigranti sono state utili e condivisibili le considerazioni fatte da D’Onofrio. Continua comunque a stupire il fatto che da un paese del Mezzogiorno si emigri attraverso collegamenti in rete.
Però qual è il problema dell’associazionismo in rete? Il primo motivo è che esso è praticamente basato su un’unica tematica, single issue come si dice solitamente, che emerge di volta in volta. Risolto quello specifico problema per cui si era attivata, la struttura associativa in rete deve passare ad altro. Ma se le informazioni circolano, ora le informazioni non bastano più. Nella nuova emigrazione stanno avvenendo fenomeni nuovi e preoccupanti che richiedono da parte degli emigranti una continuità di strutture di associazione per la rappresentanza.
Ciò anche perché nell’ultimissimo periodo qualcosa è cambiato proprio nel carattere della nuova emigrazione italiana: si sta perdendo a livello europeo un dato che era forse un equivoco: la nuova emigrazione cominciata dopo la crisi, a livello di massa negli anni dieci, era in sostanza un’emigrazione interna: interna all’Europa. Quando uno non deve avere per partire il passaporto, non deve cambiare la moneta, e per di più si va in un luogo già conosciuta, l’esperienza migratoria è in sostanza quella di una emigrazione interna. E così è stato e così è in larga parte ora.

L’incipiente passo indietro

L’Europa è andata accorciandosi dall’inizio di questo secolo e ora partire per una destinazione europea non è molto più complicato di come non fosse stato in passato partire per una italiana. Per un giovane manovale calabrese andare, mezzo secolo addietro, a Grugliasco non era molto più facile di quanto sia ora per un suo nipote – giacché sono trascorsi due generazioni – andare in Svizzera o in Lussemburgo. Quindi c’è stata questa avvicinamento e la nuova emigrazione è stata un a sorta di emigrazione interna. Ma rischia di non essere così, per via della Brexit e per l’incipiente diffusione dei sovranismi
Sta succedendo che c’è un’inversione del trend, in questo elemento di caratterizzazione dell’emigrazione come emigrazione interna. E questa inversione è determinata dal sovranismo. Questa tendenza non è un’invenzione del fascismo romano o di Salvini e neanche di Orban. Il sovranismo è il male europeo, anche dei paesi più civili.
Bisogna ricordare che in Svizzera da decenni ogni tanto si fa un referendum contro gli immigrati soprattutto con l’intento di colpire gli italiani, poi, storto o diritto, la situazione si appara sempre, chiunque vinca o perda. In genere i referendum anti-immigrati si perdono. E in ogni caso non si possono mandare via gli stranieri perché collasserebbe la struttura produttiva svizzera. Però, la quantità di razzismo – che è un razzismo anti-italiano e soprattutto settentrionale perché riguarda anche i frontalieri e – diventa comunque insopportabile e comporta seri problemi. È stata molto virulenta la campagna all’insegna de “gli svizzeri prima”. Questa idea del prima gli svizzeri ha un riscontro inedito nel salviniano “prima gli italiani”. E questo rappresenta un passo indietro per tutta l’Europa.
Quando sono arrivati i primi immigrati in Italia, ci sono stati dei coordinamenti per creare la prima legge sull’immigrazione, che è quella dell’ 87, la prima, che è stata la più avanzata. I principi di quella legge sono tutt’ora compresi nel testo unico delle leggi sull’immigrazione e il principio più importante è quello della parità dei diritti tra lavoratori italiani e stranieri. Questo sembrava un’ovvietà nel 1987. Introdurre questo principio in un provvedimento legislativo. era naturale. E questa legge ebbe il consenso di tutto l’arco costituzionale.
Questi sono preoccupanti segnali nuovi. Quindi non è che solo noi deportiamo gli immigrati, deportano anche gli altri. Infatti, ci sono state decine di fogli di via dal Belgio per Italiani per motivi vari. E anche il tentativo di deportare una cittadina italiana, vedova di un cittadino tedesco, per povertà dalla Germania. Non ricordo in quale legislazione, se in quella belga o in quella inglese, uno può essere sbattuto via se la sua presenza pone troppi problemi al sistema di welfare nazionale. È una norma presente nella legislazione, forse c’era anche prima, ma queste cose non venivano applicate. Ora se si somma la tendenza sovranista – gli svizzeri prima, i tedeschi prima, i belgi prima o gli italiani prima –con qualche provvedimento di legge che limita l’accesso al welfare agli immigrati dei paesi interni all’Unione, si arriva alla fine del carattere di migrazione interna all’Europa (come contesto unitario) della nuova emigrazione italiana.

Il Mezzogiorno tra emigrazione, spopolamento e prospettiva di ripresa

Per concludere voglio riprendere il discorso sul Mezzogiorno e l’emigrazione. Innanzitutto va ribadito, come detto in premessa, che dal Sud si continua a emigrare significativamente all’interno oltre che all’estero. E tuttavia questa nuova emigrazione non riesce a ridurre i livelli di disoccupazione. L’assenza di opportunità spinge a partire i giovani in particolare con gravi effetti anche sulla struttura demografica. All’epoca delle grandi migrazioni del dopoguerra le partenenze venivano compensate dalle nuove nascite e questo ristabiliva un equilibrio demografico. Ora il meccanismo è cambiato: i tassi di natalità si abbassano e gli effetti di questo fenomeno si sommano agli effetti dell’emigrazione portando contemporaneamente a un invecchiamento e a una riduzione della popolazione. Già da anni la Svimez ha lanciato l’allarme parlando di uno tsunami demografico, qualcosa di più violento e distruttivo di un terremoto.
Il degrado della struttura demografica riguarda tutto il Mezzogiorno ma colpisce soprattutto le aree interne, rurali, montane, che ne soffrono maggiormente”. Vorrei sottolineare come i processi di spopolamento agiscono secondo un processo di causazione circolare. Volendo portare degli esempi concreti che riguardano la vita di tutti i giorni, se in un piccolo paese di montagna quel che resta di una famiglia emigra per ricongiungersi al nord e qualche volta anche all’estero con i familiari più giovani si riduce l’intensità delle relazioni all’interno della comunità locale, ad esempio le relazioni del vicolo.
Ma questo non è tutto perché l’esempio di chi parte perché non si può restare da soli nel quartiere, in un paesino sempre più deserto viene seguito da altri la riduzione della popolazione comporta anche la riduzione delle attività locali ad esempio quelle commerciali. L’assottigliamento e la riduzione del numero delle famiglie porta alla chiusura ad esempio di un negozio di generi alimentari e questo a sua volta rende meno vivibile la condizione del quartiere o del paesino il che di nuovo esercita una effetto di stimolo all’emigrazione. Se questa spirale economico-demografica non si interrompe la gente continuerà a partire e lo spopolamento a estendersi.
Rispetto allo spopolamento, in realtà, una persona che ha sempre creduto nell’emigrazione come Manlio Rossi-Doria è sempre stato cosciente dell’incombere di questo rischio e della necessità di politiche di intervento nelle aree interno. Goffredo Fofi in L’immigrazione meridionale a Torino cita Rossi-Doria che già agli inizi degli anni sessanta del secolo scorso sottolineava con forza i rischi dello spopolamento. Chi si occupa di Mezzogiorno sa benissimo che l’assenza di una politica di difesa del suolo nelle aree interne si ripercuote anche sulle aree di pianura, come era chiaro agli studiosi e ai tecnici della bonifica convinti che solo se si controlla il dissesto idrogeologico nelle aree montagnose prossime alla pianura si evitano i rischi ambientali nelle aree di pianura. Ma questa tematica con la cessazione dell’intervento pubblico e la chiusura della Cassa per il Mezzogiorno venti anni addietro ha smesso di essere presa in considerazione. Il Mezzogiorno , area sovrappopolata ha cominciato a essere un Mezzogiorno sempre più sottopopolato.
In alcune zone, e questo è dovuto anche al fatto che è mancata una politica della montagna, una politica territoriale per il Mezzogiorno. Più in generale con il venir meno dell’intervento straordinario, non compensato da una politica di intervento pubblico in generale, è iniziata una lunghissima fase di riduzione degli investimenti pubblici e privati . E di questo bisogna tener conto per comprendere il perché degli alti tassi di disoccupazione nelle regioni del Sud.
La rotta si può invertire tenendo conto della natura dei processi in corso. Si deve investire in attività economiche e culturali. Il fatto che in passato ci siano stati errori nell’intervento pubblico non significa che ogni intervento è inutile. Bisogna riprendere a parlare di Mezzogiorno sotto tutti i punti di vista. E in ciò l’utilità di questo convegno.

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