Economia: la trappola del divario col Nord

di Andrea Toma

Tutta la storia postunitaria del Sud è sempre stata contrassegnata dalla rincorsa, dalla riduzione del divario rispetto al Nord, dall’adattamento a un modello deciso altrove.
Come conseguenza si è continuamente alimentato un senso di inadeguatezza e di frustrazione che solo in alcune fasi degli ultimi decenni ha prodotto una sorta di reazione di orgoglio, mai però con una forza tale da vincere pregiudizi e preconcetti sulla capacità autonoma del Sud di tirarsi fuori dalle secche di una condizione di marginalità rispetto al resto dell’Italia.
Su questa marginalità si sono sovrapposte e contrapposte varie interpretazioni, nessuna è però prevalsa in maniera definitiva e tutte sembravano condizionate dal contesto culturale e politico dal quale emergevano, spesso, appunto, pregiudiziali se provenivano da chi viveva fuori dal Sud; spesso, invece, autoassolutorie se provenivano da chi invece viveva nel Sud.
Se si circoscrive l’ambito interpretativo all’interno delle categorie dello sviluppo e della crescita economica – cercando in questo modo di sfuggire dal preconcetto e dalla giustificazione e di porsi su un terreno di oggettività – sembra abbastanza facile desumere l’entità del divario e della distanza che separa ancora oggi le due aree dell’Italia.
Prendendo come parametro di riferimento la quota di popolazione che risiede al Sud (2017), pari al 34,2%, e riconducendo a questo parametro altre grandezze e indicatori in modo tale da ipotizzare – attraverso un esercizio puramente teorico – una sorta di equa ripartizione in funzione della popolazione, si percepisce il grado di asimmetria fra Nord e Sud: sul piano strettamente economico, il prodotto interno lordo è il 22,3% sul totale realizzato a livello nazionale, i consumi delle famiglie meridionali si fermano al 26%; gli investimenti localizzati al Sud sono appena un quinto del totale, mentre le esportazioni appena un decimo; per quanto riguarda il mercato del lavoro, gli occupati meridionali sono il 26,6%, ma i disoccupati sono oltre la metà: 50,7%. La distanza fra il tasso di attività del Centro Nord e quello del Sud è di 17 punti percentuali in meno, quella del tasso di occupazione di 22 punti, quella del tasso di disoccupazione di 16 punti, mentre se si guarda ai giovani fra i 15 e i 29 anni la distanza fra i tassi di disoccupazione sale a 24 punti; il livello individuale di ricchezza prodotta in Italia (il pil pro capite, sempre riferito al 2017) è in media di 26,4 migliaia di euro, ma al Centro Nord questo valore sale a 31,1, mentre al Sud si ferma a 17,3: in sostanza il reddito disponibile per chi vive al Sud è poco più della metà di chi vive al Nord (55,8%).
L’immediato riflesso di questa situazione è dato dalla diversa incidenza della povertà a livello territoriale: se in Italia in condizione di povertà assoluta (impossibilità di accedere a un “insieme di beni e servizi che, nel contesto italiano, vengono considerati essenziali per una determinata famiglia per conseguire uno standard di vita minimamente accettabile”) ci sono 7 famiglie su cento, al Sud questo valore passa a più di 10; se si guarda alla povertà relativa (chi non riesce a raggiungere la soglia di spesa media pro capite) il dato è di 12 famiglie su 100 a livello nazionale e 25 famiglie su 100 nel caso del Mezzogiorno.
Tre aspetti, fra gli altri, rendono il quadro del divario ancora più complicato. In prospettiva, ricostruendo gli scenari demografici al 2065, l’Istat ha previsto che la popolazione del Centro Nord raggiungerà il 71% del totale dall’attuale 66%, mentre di riflesso la popolazione meridionale scenderà dall’attuale 34% al 29% del 2065. Non solo. Salirà anche l’età media, ma al Sud in maniera più marcata, passando dagli attuali 44,2 anni ai 51,6 del 2065 (50,2 anni in media in Italia), determinando in questo modo un più forte invecchiamento della popolazione e ribaltando la situazione attuale.
Inoltre, se si guarda a uno degli elementi che potrebbero contenere divari e distanze fra le due aree del Paese, e cioè la componente della popolazione con livello elevato d’istruzione, ci si accorge come anche questo fattore stia contribuendo a rendere sempre più debole il Sud. Gli iscritti e gli immatricolati nelle università al Sud sono oggi rispettivamente il 33,3% e il 31,6% del totale in Italia, ma i laureati poco meno del 29% e i docenti meridionali rappresentano il 31,4% sul totale dei docenti al livello nazionale. Inoltre, fra il 2002 e il 2016, circa 220mila laureati meridionali si sono trasferiti al Nord o all’estero; l’emigrazione complessiva è stata pari a 783mila individui. Ma accanto al fenomeno della ripresa dell’emigrazione si è anche consolidato quello che viene chiamato dalla Svimez “il pendolarismo di lungo raggio”: nel 2017 circa 162mila meridionali, residenti quindi al Sud, lavoravano o studiavano nel Centro Nord (145mila) o all’estero (17mila); di questi il 29,9% era laureato, mentre oltre il 41% aveva un’età compresa fra i 15 e i 34 anni.
Passando dal quadro dei dati del divario alle cause che hanno determinato queste distanze – che sembrano oramai incolmabili, soprattutto dopo dieci anni di crisi che hanno ulteriormente fiaccato il Mezzogiorno – riesce difficile sottrarsi al pendolo di interpretazioni che – soprattutto se viste in una prospettiva storica – tendono a polarizzarsi intorno a due chiavi di lettura diventate vere e proprie ideologie.
La prima vede nell’azione politica dello Stato centrale un progressivo disimpegno nella creazione e nel mantenimento di condizioni di vantaggio e di riequilibrio fra un Nord più avanzato e integrato con le aree economiche dell’Europa e un Sud più arretrato e più lontano dai flussi di crescita che hanno permesso al Nord – nonostante due guerre mondiali i cui impatti si sono prevalentemente concentrati nelle regioni settentrionali – di diventare fra le aree più ricche dell’Occidente. Un disimpegno che si è tramutato nel corso degli anni in una resa e che ha addirittura legittimato la rilevanza di una “questione settentrionale”, derubricando l’elaborazione di politiche e interventi dedicati alla “questione meridionale” e portando a una “rimozione” più o meno consapevole del problema del Sud.
La seconda chiave di lettura mette, invece, in evidenza l’incapacità del Sud nel proporre e produrre un modello autonomo di crescita e sviluppo e nel riuscire a valorizzare le tante risorse comunque disponibili nel territorio e un posizionamento geografico al centro del Mediterraneo, luogo storico per eccellenza della diffusione di scambi fra culture, civiltà, saperi. Alla base di questa incapacità sono stati individuati molti fattori culturali di diversa matrice e variamente intrecciati come l’inadeguatezza della classe dirigente, soggetto attivo e passivo della corruzione; la presenza di un eccessivo individualismo disattento della dimensione pubblica e collettiva (a partire dal familismo amorale di Banfield); una contrapposizione sotterranea al resto del Paese che è emersa in varie fasi – e in maniera violenta – sotto le vesti del brigantaggio, dell’autonomismo, della criminalità organizzata e che affiora – in maniera più blanda, seppure ostinata – nella richiesta di risarcimenti, indennizzi e compensazioni, una domanda di assistenza che spesso è degenerata in assistenzialismo.
Ma a ben vedere – e tentando di liberarsi dalla trappola dei pregiudizi e dell’autoassoluzione – la condizione attuale del Sud non è soltanto l’esito irrisolto del confronto delle due ideologie. A un livello più alto e da una prospettiva globale – e soprattutto dopo l’esperienza di oltre sessant’anni di “successo” del modello occidentale di sviluppo capitalistico – il “caso” del Mezzogiorno italiano appare paradigmatico nel confermare il fallimento di un’altra ideologia, quella della convergenza e della coesione.
Questa ideologia è stata finora uno degli assi portanti della costruzione dell’Unione Europea. Dall’inizio degli anni novanta il riequilibrio fra aree povere e aree ricche dell’Unione è diventato uno dei principali ambiti di intervento guidati da Bruxelles, e in parte sottratti ai governi nazionali, e attuati direttamente dalle regioni.
Il principio di solidarietà e di redistribuzione fra territori, che doveva guidare la formazione di un’entità economica e politica nel continente europeo, si è però infranto contro il muro risorgente degli egoismi nazionali, a loro volta alimentati da una crisi che ha portato l’azione di molti governi su posizioni di difesa degli interessi presenti all’interno dei propri confini, posizioni spesso rafforzate dai modesti risultati conseguiti dalle stesse politiche di riequilibrio territoriale (e per questo il Sud d’Italia viene spesso preso a esempio).
E il fatto stesso che alle “politiche di coesione”, in base all’ultimo quadro finanziario pluriennale 2020-2027, l’Unione Europea destini appena 53 miliardi all’anno da distribuire su 27 paesi (lo 0,35% del Pil dell’Unione a 27), legittima il disincanto sull’efficacia del ruolo di riequilibrio e integrazione che dovrebbe svolgere l’Unione.
Lo stesso atto di fiducia negli effetti impliciti di coesione era stato, del resto, espresso, a partire dalla fine degli anni ’90, nei confronti della globalizzazione, processo questo che ha, sì, fatto accedere a un minimo di benessere materiale milioni di persone, prima escluse, ma nello stesso tempo ha accentuato le disuguaglianze all’interno dei paesi e fra paesi, generando, fra l’altro, un costo in termini ambientali la cui entità sfugge a qualsiasi misurazione e responsabilità e la cui persistenza amplifica ancora di più le differenze e i divari fra territori, comunità, individui.
L’impasse in cui versa oggi l’Unione Europea e l’incertezza che deriva dalla reazione alla globalizzazione sotto le vesti di un nuovo protezionismo (sovranismo, se ci si sposta dal piano economico a quello politico) sembrano proprio confermare, ancora una volta, che l’essenza stessa del capitalismo di mercato, lasciato a se stesso, stia proprio nell’ineliminabile meccanismo di concentrazione della ricchezza e di divaricazione delle opportunità e nella diseguaglianza cha da tutto ciò deriva: i forti diventano sempre più forti, i deboli diventano sempre più deboli.
Allo stesso modo, l’afasia che da qualche anno colpisce i governi italiani nei confronti del Sud nasconde nient’altro che l’impossibilità di garantire, stanti i presupposti ideologici su cui si basa l’attuale mainstream economico, nuove opportunità di recupero degli standard di crescita economica per il Mezzogiorno.

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