E chi non parte, che fa?

di Tonino Perna

Con questo titolo ho dato la prima tesi su questo tema a una giovane laureanda nel 2011, con l’obiettivo di intervistare nel suo paese (Santa Teresa di Riva, in provincia di Messina) i giovani che non lavoravano e non studiavano (i famosi Neet). Va subito detto che il “Neet” puro sangue non esiste, o è un animale molto raro. Anche le tesi di laurea e ricerche successive su questo fenomeno – i giovani che non lavorano, non studiano, non frequentano corsi di formazione – conferma questa affermazione. Innanzitutto, c’è una questione di sincronismo. C’è chi ha già fatto dei corsi di formazione e li ha trovati inutili per trovare un lavoro, c’è chi ha fatto da poco un lavoretto e magari tra qualche mese troverà qualche altro lavoro precario e malpagato, c’è anche chi non lo cerca più un lavoro e chi continua a fare tutti i concorsi pubblici che escono.

Più in generale, proviamo a rovesciare il nostro punto di vista e a domandarci: che ci fa ancora un giovane in questo Sud, dove non c’è lavoro, le mafie continuano a comandare, i servizi pubblici sono pessimi ed è morta la speranza di un futuro migliore? In questo quadro di involuzione, in cui una parte rilevante dei Comuni meridionali è finita in dissesto finanziario o è stata sciolta per mafia-‘ndrangheta-camorra, in questo territorio da cui i meridionali fuggono appena hanno una malattia non banale, in cui enti di tutti tipi vengono commissariati e anestesizzati da grigi funzionari di Prefettura, in cui le tante imprese confiscate alle mafie vengono date ad avvocati e commercialisti che le portano tranquillamente in liquidazione, ci domandiamo: che ci fa e come può vivere un giovane ancora al Sud?

Dalla nostra esperienza di vita e dalle tante ricerche sul campo, proviamo, utilizzando il metodo weberiano dell’ideal-tipo, a tracciare alcuni profili di questi giovani, pochi, che sono rimasti nel Mezzogiorno in quest’ultimo decennio che ha visto questa parte dell’Italia perdere il 16% del reddito pro-capite (2010-2015) per poi recuperarne solo la metà, che ha visto una forte riduzione dei consumi (il doppio del Nord Italia) e un tasso di disoccupazione che è arrivato, in Sicilia e Calabria, a oltre il 22% e nel resto del Mezzogiorno al 18%. Pertanto, tenendo conto di questo scenario, procediamo a tracciare questi profili.

Il figlio di papà. In molte famiglie di ceto medio, in particolare con capofamiglia libero professionista (avvocato, commercialista, ingegnere) o medio imprenditore, si può dire che, in generale, c’è uno dei figli che continua l’attività paterna o materna. Difficilmente più di uno/una continuano queste attività, alcune delle quali, per altro, sono in crisi da tempo, in particolare le attività imprenditoriali nel commercio, edilizia e piccola industria. Abbiamo riscontrato spesso che i figli di questi imprenditori abbandonano l’attività dei genitori. Già a metà degli anni settanta in una ricerca emergeva che la gran parte dei figli degli imprenditori, in provincia di Messina e Reggio Calabria, non intendeva continuare l’attività paterna ma preferiva le libere professioni (Cfr. Mario Centorrino, Simonetta Piccone Stella, Laurea e Sottosviluppo, De Donato 1974. In particolare, la ricerca fu effettuata su un campione rappresentativo di laureati da almeno non più di tre anni all’Università di Messina nelle Facoltà di giurispredenza e economia e commercio). Non dobbiamo dimenticare, infatti, che nel ventennio 1951-71 le Pmi industriali nel Mezzogiorno hanno subito una dèbacle: un saldo negativo tra imprese fallite e nuove nate pari a oltre 17mila unità, di contro nel Centro-Nord Est – la cosiddetta Terza Italia che in quel ventennio faceva registrare una vera e propria rivoluzione industriale – il saldo è stato altamente positivo, pari a oltre 110mila unità! (I settori in cui si registrò questa rivoluzione industriale, l’ultima avvenuta in Europa, furono quelli tradizionali dell’alimentare, legno e mobilio, calzature, prodotti per l’edilizia. Vedi il cap. II nel mio Lo sviluppo insostenibile, Liguori 1994. Una nuova edizione, con un capitolo aggiuntivo che riguarda il periodo 1996-2016 è stato pubblicato per le edizioni “Città del sole “ nel 2017. Vedi anche la raccolta di saggi a cura di Daniele Petrosino e Onofrio Romano, Buonanotte Mezzogiorno, prefazione di Franco Cassano, Il Mulino 2017). Questa enorme divaricazione ha prodotto un duplice “effetto di dimostrazione”, per usare l’espressione cara a Duesemberry, valente economista del secolo scorso che ha dato un importante contributo all’analisi del comportamento del consumatore (Cfr. J.S. Duesemberry, Income, Saving and the Theory of Consumer Behaviour, Harvard University Press): nel Centro-Nord Est le nuove generazioni hanno visto nel mettersi in proprio, nel fare impresa, una possibilità di ascesa sociale, nel Mezzogiorno è avvenuto esattamente il contrario: le nuove generazioni hanno visto nella gestione imprenditoriale un rischio molto alto rispetto alla carriera nello Stato o nelle libere professioni. Questa è stata una delle cause del processo di de-industrializzazione del Mezzogiorno dopo la seconda guerra mondiale. Un fatto che è stato per troppo tempo ignorato ed ha inciso su una immagine deformata del Sud, visto come territorio essenzialmente rurale e arretrato.

Il reduce. È questa una delle figure più tristi che si possono incontrare oggi nel Mezzogiorno. Sono giovani che hanno tentato di lavorare nel centro-Nord Italia o all’estero (Inghilterra in primis) e sono rientrati dopo alcuni anni con la coda tra le gambe. Non ce l’hanno fatta. Costi della vita troppo alti, lavoro precario, troppa distanza tra casa e lavoro, solitudine: questi tra i motivi principali addotti. Spesso quando parliamo d’immigrazione nel nostro paese e vediamo giovani africani vivere in condizioni disumane a Rosarno, Nardò, Lentini, eccetera, ci domandiamo: ma perché non se ne tornano a casa? A parte il fatto che molti di loro sono partiti indebitando le famiglie sia prima che durante il viaggio (come ormai testimoniato da una vasta raccolta di storie di vita), e quindi debbono guadagnare per pagare il debito contratto, va anche ribadito il concetto che l’emigrante che rientra a mani vuote è male accolto dalla sua comunità in ogni parte del mondo. È considerato uno sconfitto e lui stesso ha interiorizzato questo giudizio.

Tra questi reduci un caso a parte costituiscono coloro che rientrano per ragioni affettive: il padre o la madre che si sono gravemente ammalati, o la morte di uno dei due e il bisogno di assistenza dell’altro, o un altro caso in famiglia che necessita del loro aiuto. Insomma, si tratta di un rientro per ragioni affettive che è spesso vissuto con sofferenza e un grande senso di frustrazione. Alcune volte queste cause diverse s’intrecciano ed è difficile distinguere quale sia prevalente. Quello che invece accumuna queste figure è una struggente nostalgia per il passato vissuto in altri lidi che nella memoria diventano mitici. Questo sentimento li rende vicini ai tanti che nel Mezzogiorno del xxi secolo hanno lo sguardo rivolto al passato, al tempo in cui regnavano i Borboni e il Sud era un “paradiso terrestre” che l’Unità d’Italia ha distrutto. Questa narrazione, portata avanti con successo da alcuni giornalisti che usano la storia a proprio uso e consumo (basti citare Pino Aprile e il suo “Terroni”, un best seller che ha fatto tanto male alle popolazioni meridionali perché le ha assolte da ogni responsabilità storica e presente per la condizione in cui si trova questa parte del nostro paese), ha avuto un impatto straordinario in quest’ultimo ventennio sulla coscienza della popolazioni meridionali. È certamente un indicatore significativo della crisi di prospettive che vive oggi la maggioranza della popolazione meridionale che si rifugia, come i nativi delle Americhe, in un mitico passato.

Il trasferito “pentito”. Molti di coloro che hanno vinto un concorso nella pubblica amministrazione e sono stati chiamati in una sede del Centro-Nord Italia cercano disperatamente di ritornare a casa. Una volta, parlo degli anni settanta e ottanta del secolo scorso, ci sono stati ministri che hanno costruito la loro fortuna elettorale gestendo questi trasferimenti, in particolare nella Scuola, nelle Poste e nella Ffss. Oggi, che le assunzioni nella pubblica amministrazione o in società a partecipazione statale sono sempre meno, rimangono comunque quelli che disperatamente cercano un’assegnazione “provvisoria” vicino casa. Non di rado ricorrono alla legge 104, quella che permette di avere la precedenza negli spostamenti in quanto necessari all’assistenza domiciliare di un parente di primo grado.

Quello che pochi sanno è che la stragrande maggioranza di questi “rimpatriati” sono dei pentiti: hanno trovato un ambiente di lavoro decisamente peggiore di quello che avevano sperimentato nel Nord. In più si erano abituati a una certa qualità dei servizi scolastici per i propri figli, dei servizi socio-sanitari e in generale della gestione pubblica. Certo, hanno costi inferiori nella vita quotidiana (soprattutto la spesa per l’alloggio e per l’alimentazione), ma non sopportano la “mentalità” della gente del Sud, il non rispetto delle regole, lo scarso attaccamento al lavoro e il poco senso di responsabilità. Non intendono impegnarsi in nessuna azione sociale e sono sfiduciati come pochi sul futuro di questa parte d’Italia. Insomma, sono quelli tra i più lamentosi e patetici: raccontano sempre di come stavano bene… là al Nord.

Il pendolare. La precarizzazione del mercato del lavoro ha portato a un numero crescente di pendolari. Mediamente, infatti, le assunzioni precarie nelle Poste (trimestrale), nella Scuola (supplenze) e in altri enti portano questi giovani a vivere una breve esperienza lavorativa nel Nord del nostro paese e poi ritornare al paesello in attesa di una nuova chiamata. Poi ci sono quelli che trovano anche nelle aziende private dei lavori stagionali (alberghi, resort, industria agro-alimentare) e quindi fanno un periodo di lavoro, mediamente da tre a sei mesi, e poi tornano a casa. Vanno e vengono e non mettono radici, non sono più meridionali ma neanche nordici, e non di rado entrano in concorrenza con una parte di immigrati che si offrono a condizioni più vantaggiose per il datore di lavoro. Aspettano Godot, ovvero il passaggio in ruolo, la chiamata definitiva al Regno dei garantiti. E hanno ragione perché la certezza che ti dà il “posto fisso” (come direbbe Checco Zalone nel noto film sul tema) non te la dà nient’altro. Ti libera dall’angoscia quotidiana e puoi dedicare le tue energie anche ad altro, coltivare altri interessi senza la paura di non sapere come arrivare a fine mese. Purtroppo, l’ideologia dominante che vede nel pubblico impiego solo una massa di parassiti ha portato dal 2010 a bloccare il turn over e ridurre l’occupazione nella Pubblica Amministrazione di circa 450 mila unità in Italia e oltre 230mila nel Mezzogiorno, con gravi conseguenze negli ospedali, Scuole, Università. Si sono sprecati miliardi di euro per aumentare l’occupazione dando incentivi alle imprese, finanziando progetti industriali e start-up con scarsissimi risultati (per esempio le start-up innovative, finanziate con risorse pubbliche, censite nel 2015 erano 3.561, di cui solo 530 nel Mezziogiono. Ma solo 25 di queste avevano più di 4 addetti!). Se questa massa di denaro fosse stata utilizzata per aumentare l’occupazione, qualificandola, negli ospedali, nelle Università, nei servizi sociali, negli enti che si occupano della difesa del territorio si sarebbe immediatamente aumentata l’occupazione e si sarebbero dati migliori servizi alle popolazioni meridionali. Per fare un esempio: con gli 80 euro elargiti dalla benevolenza del governo Renzi (che costano ogni anno circa 10 miliardi), che dovevano servire a fare aumentare i consumi e quindi la domanda per le imprese e relativamente l’occupazione, si sarebbero potuti assumere 180 mila giovani nei settori vitali della P.A.

Il disabile. Esiste ormai un esercito crescente di giovani con disabilità fisiche e, soprattutto, psichiche, con forme di depressione più o meno gravi, che non possono emigrare per ovvie ragioni. Già Carlo Levi nel suo famoso libro-denuncia Cristo si è fermato a Eboli metteva in evidenza come nei paesini della Basilicata dove era confinato si incontrava per strada un numero eccessivo di persone con disabilità che una sorta di selezione naturale rendeva come pochi adatti all’ambiente di questi piccoli centri rurali. E Levi prevedeva che se le cose non fossero cambiate nel tempo ci sarebbero rimasti solo loro, insieme ad anziani e pensionati, ad abitare queste aree interne del Sud desertificate sul piano sociale, economico e culturale. E così è avvenuto. Molti di questi paesi-presepio sono stati abbandonati e altri perdono da settant’anni numero di abitanti e divengono sempre più un ricovero per anziani e disabili (in senso lato).

Questa fascia giovanile, con queste caratteristiche, che rimane nel Mezzogiorno, assomiglia tanto a quel “peso morto” dell’esercito industriale di riserva di cui parla Marx nel Capitale: “Il sedimento più basso della sovrappopolazione relativa alberga nella sfera del pauperismo. (…) Il pauperismo costituisce il ricovero degli invalidi dell’esercito operaio attivo e il peso morto dell’esercito industriale di riserva” (K. Marx, Il Capitale, Vol. 3, pp. 93-95). A questi giovani emarginati dalle attuali strutture del mercato del lavoro si aggiungono gli immigrati che rimangono intrappolati in lavori pesanti, rischiosi e sottopagati, ma che non riescono ad andare al Nord per diverse ragioni, o addirittura sono venuti dalle città del Centro Nord dopo aver perso il lavoro o essere finiti nelle patrie galere, o semplicemente per non avere più il permesso di soggiorno. In una ricerca sugli immigrati in Calabria, con oltre ottocento questionari distribuiti in otto aree, coordinata da chi scrive e pubblicata sulla rivista “Sud-Sud” nel 1998, emergeva con chiarezza che una parte rilevante degli immigrati, soprattutto nella fascia jonica calabrese, era finita in questa terra marginale con salari da fame e pessime condizioni abitative perché non avevano permesso di soggiorno o avevano preso “il foglio di via”. “Qui al Sud si sta male… ti pagano poco… ma almeno la gente non ti denuncia e la polizia è più tollerante”. Questo ci raccontavano i migranti fino a che non è arrivato il Ministro dell’inferno che ha creato un clima di terrore per gli immigrati anche nel Sud e ha sdoganato i peggiori istinti delle nostre popolazioni. Addirittura, come si evince da una ricerca comparativa tra Calabria-Sicilia e Veneto, tra gli operai edili il tasso di razzismo è decisamente più alto in queste regioni meridionali che nel Veneto dove trionfa la Lega (la ricerca di Sergio Villari è stata pubblica nel marzo del 2015 dalla rivista “Sociologia del lavoro” e ripresa da chi scrive nell’ultimo capitolo del volume Lo sviluppo insostenibile).

Il capatosta. Questo, alle volte, è un personaggio simpatico, ma poi finisce per essere commiserato. Si è messo in testa che deve diventare una star del calcio e lascia la scuola, il lavoro che il padre gli aveva trovato, e si gioca il tutto per tutto per arrivare in alto. Ma, come sappiamo, pochissimi ci arrivano. Il fenomeno è nazionale, ma nel Mezzogiorno è più drammatico perché dopo che superano i trent’anni e finiscono, se gli va bene, in una squadra di promozione, non trovano altro lavoro. Così come pochi riescono ad arrivare a Sanremo fra i tanti che tentano di affermarsi come cantanti. O quelli che hanno studiato musica al Conservatorio, che sono bravissimi a suonare uno o più strumenti musicali, ma non riescono ad affermarsi e vivere con questo mestiere. Le cattedre per la musica sono sovraffollate, alcuni si arrangiano con le lezioni private, e tanti finiscono per suonare nei ristoranti la sera tra gente chiassosa o annoiata che non li degna di uno sguardo.

Infine, c’è il supercapatosta, quello che tenta i concorsi pubblici fino a quarant’anni. Questa figura è decisamente più presente nel Mezzogiorno. Spesso sono i genitori che spingono questi ragazzi che scettici prendono i treni e vanno e vengono tra un concorso e l’altro, entrando in concorrenza con migliaia di altri aspiranti, in aule sovraccariche di tensione, dove vengono stipati peggio delle sardine.

Fino ai primi anni di questo secolo, la classe politica meridionale gestiva il consenso promettendo sistemazioni a destra e a manca. Si era riprodotta per decenni in questo modo ed è quello che la gente, il mitico cittadino, chiedeva: “vi voto se mi sistemate il figlio/a!”. Poi, dal 2008, con l’esplosione della crisi economica e dei pesantissimi tagli agli enti locali, il blocco del turn over nella Pubblica amministrazione, il taglio drastico dell’occupazione nei settori “spugna” (Ffss e Poste) ha portato allo screditamento della classe politica meridionale che continuava a promettere, ma nessuno più ci credeva. Così è nata la rabbia e frustrazione dei meridionali che l’hanno espressa nel voto al M5s il 4 marzo del 2018.

Il fuori mercato. Esiste, infine, una fascia non trascurabile di over 50 che si trovano oggettivamente in una condizione out market. Ci sono piccoli e medi imprenditori la cui azienda non ha retto l’urto della crisi economica e sono stati costretti a metterla in liquidazione o sono addirittura falliti, e quindi non possono intraprendere una nuova attività. C’è chi ha perso il lavoro e non ha titolo di studio o curriculum per reinserirsi nel mercato del lavoro, né un mestiere richiesto in questa fase congiunturale. Sono figure sociali che ci sono in tutto il nostro paese e in buona parte dell’Ue, ma nel Mezzogiorno, come in Grecia o nel sud della Spagna, è molto più difficile che escano da questa situazione. E, data l’età, hanno difficoltà anche a emigrare per trovare qualche opportunità. Spesso questi fallimenti sul piano economico alimentano una catena di fallimenti sul piano affettivo (separazioni matrimoniali, perdita di amici cari) e, soprattutto, la perdita dell’autostima che impedisce loro di rifarsi una vita superati i cinquant’anni.

C’è a questo punto da chiedersi: quanto incidono queste figure sul totale della popolazione meridionale in età da lavoro? È difficile quantificare questo fenomeno, ma se consideriamo i dati della disoccupazione già richiamati e di quella giovanile – che è oltre il 50% – allora possiamo immaginare che una buona fetta di questi disoccupati rientrano tra le figure che abbiamo analizzato. Un fatto è certo: questa massa informe, piegata su sé stessa, ha perso la speranza nel futuro, non ha nessuna intenzione di lottare o scendere in piazza. Sono ben lontani i tempi i cui i giovani meridionali si riconoscevano nello slogan “lottare per restare, restare per lottare”. Non è un caso che le migliori esperienze di base siano nate proprio in quel periodo storico che va dal 1970 al 1985. Tre lustri in cui nel Mezzogiorno studenti e operai lottavano per cambiare la società. E ancora più lontani sono i tempi delle grandi lotte contadine, segnate da momenti tragici (come la strage di Portella delle ginestre e quella di Melissa), ma che riuscirono a strappare al governo democristiano una Riforma agraria e una Cassa del Mezzogiorno, che con tutti i loro limiti portarono benessere e diritti nel Sud.

Possiamo dire che oggi l’unica risposta politica al malessere profondo delle popolazioni meridionali sia il reddito di cittadinanza promosso e propagandato dal M5s, che non a caso ha raccolto nel Mezzogiorno un vastissimo consenso, paragonabile solo a quello della Democrazia cristiana degli anni ’50 del secolo scorso. Certamente il reddito di cittadinanza, che esiste in varie forme nei paesi del Centro-Nord Europa, è una conquista per l’Italia intera, ma nel Mezzogiorno è una misura insufficiente e rischia di essere anche farraginosa per come è stato concepito. Lo vedremo nella sua implementazione, ma quello di cui è difficile dubitare è che rimane aperta tutta la questione dell’occupazione giovanile qualificata.

Se vogliamo fermare l’emorragia che colpisce il nostro Sud allora bisogna pensare a un piano strategico di medio periodo che freni la fuga dal Mezzogiorno delle sue migliori energie. Innanzitutto, lo ribadiamo senza stancarci, serve una politica oculata ma consistente di assunzioni in settori nevralgici della Pubblica amministrazione. Condizione necessaria per garantire una serie di servizi pubblici essenziali, ma non sufficiente per la rinascita di questa terra. Occorre, infatti, pensare seriamente a un piano di investimenti nelle università meridionali che stanno morendo (le università del Sud hanno perso nell’ultimo decennio dal 30 al 40% di iscritti, con poche eccezioni. Vedi anche l’ultimo lavoro su questo tema di Gianfranco Viesti, La laurea negata, Laterza 2018), un potenziamento e sviluppo dei Centri di ricerca, in particolare quelli che riguardano il territorio e la nostra salute, un recupero dell’osso del Mezzogiorno, ovvero delle aree interne ormai abbandonate e lasciate al degrado. Proprio su questo obiettivo, chi scrive partecipò con un progetto alla rinascita di Badolato nel 1998 e Riace nel 1999 (la storia di Riace, oggi famoso nel mondo come paese dell’accoglienza grazie al suo sindaco, è stata magistralmente raccontata da Chiara Sasso, Riace, una storia italiana, Edizioni Gruppo Abele 2018). Grazie alla rete di associazioni italiane e straniere, promossa e coordinata dal Cric (una ong molto attiva in quel periodo), si riuscì a far rinascere questi antichi borghi inserendo degli immigrati (curdi) in attività artigianali e agricole e, soprattutto, grazie al turismo solidale che nei primi anni sostenne fortemente l’esperienza di Riace.

Se invece di pensare a una strategia di recupero territoriale e investimenti mirati nella valorizzazione dei giovani laureati e non, si punta all’autonomia finanziaria differenziata, come proposto dalla Lega, allora possiamo ben dire… adieu Midi d’Italie. Coerentemente con questa proposta, che darebbe un colpo mortale alle già esangui finanze degli enti pubblici meridionali, il leader della Lega ha trovato la sua ricetta per il Mezzogiorno: incentiviamo i pensionati a spostarsi al Sud detassandoli! Fantastico. Il Sud d’Italia, ovvero un terzo del suo territorio e della sua popolazione, diventerebbe un grande ricovero di anziani, curati e accuditi da badanti straniere. È questo il futuro che è riservato al Mezzogiorno dal leader della Lega che guiderà il prossimo governo della Repubblica italiana.

In questo entusiasmante scenario, la domanda “chi resta nel Sud ?” ha una facile risposta: anziani, malati, pensionati.

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