Cosa è cambiato, cosa sta cambiando

di Isaia Sales

Propongo una riflessione sulla situazione politica che si è determinata dopo il voto alle elezioni nazionali di pochi mesi fa. Ebbene, penso che se nella storia del Sud si è parlato di terremoti elettorali è difficile immaginarne uno come quest’ultimo. Per trovare un risultato elettorale che sconvolge così profondamente gli assetti politici del Sud, bisogna andare solo al 1874-1876 cioè quando la Sinistra storica dal Mezzogiorno conquistò il Paese. Perché questo voto ha delle caratteristiche assolutamente nuove nella storia meridionale. La prima caratteristica è che si tratta di un voto antigovernativo e non filogovernativo, come è sempre stato nella nostra storia elettorale. È un voto antigovernativo come lo fu anche quello che portò la Sinistra storica al governo del paese ma sull’onda di interessi di classi sociali diverse. È un voto che non si è alimentato dei circuiti clientelari, che non ha usato mediatori nei vari comuni, non ha potuto contare su sezioni organizzate e quindi è un voto (che ci può piacere come non piacere) libero da condizionamenti tradizionali. Quindi è un voto libero, uno dei voti più liberi della storia del Mezzogiorno. Libero non vuol dire giusto, non vuol dire corretto da un certo punto di vista personale, ma semplicemente libero.
Ed è un voto che non riguarda i ceti popolari e bisognosi del Sud ma è un voto d’opinione che riguarda anche i benestanti. Quindi è lo stesso voto che ha sorretto altri cambiamenti politici nel Mezzogiorno, dalla metà degli anni settanta in poi.
È lo stesso voto d’opinione che portò al successo in molte città italiane i progressisti (e in particolare a Napoli nel 1975) ed è lo stesso voto d’opinione che ha portato nuovi sindaci al governo delle città nel Mezzogiorno dal 1993 in poi. Ha la stessa carica dirompente rispetto ai vecchi assetti. Non dimentichiamo che nel 1975 nella principale città del Sud, quella che viene considerata la capitale meridionale, cioè Napoli, arrivò al governo un sindaco comunista e non dimentichiamo che nel 1993 si determinò un fatto assolutamente nuovo, cioè le persone che combattevano e avevano combattuto le mafie arrivarono al governo delle città meridionali. Vorrei soltanto ricordarvi che in Sicilia, che proprio in quel periodo usciva da una situazione storica particolare con un’aggressione delle mafie spaventosa, arrivarono al governo delle città un numero di donne mai viste così numerose nella storia. Quindi furono elezioni che in qualche modo cambiarono la storia del Mezzogiorno, perché uscirono vittoriosi molti sindaci espressione del Partito comunista e molti esponenti del movimento antimafia. Quelli che hanno vinto adesso non si erano caratterizzati nel movimento antimafia, ma nei movimenti ambientalisti, come ad esempio nella cosiddetta Terra dei fuochi in Campania, nella lotta contro la Torino-Lione, o nel movimento No Tap in Puglia o nella lotta per la chiusura dello stabilimento Italsider di Taranto. Ma non avevano nessun radicamento sociale, politico di reti e di relazioni e non hanno vinto per il Reddito di cittadinanza. La proposta del Reddito di cittadinanza è solo uno degli strumenti che hanno consentito questo aprirsi del Mar Rosso del voto meridionale.
La situazione ancora più paradossale del Sud è nell’aver dato uno dei primi successi elettorali al movimento più antimeridionale della Storia italiana, cioè la Lega, che ha eletto alcuni parlamentari nel Mezzogiorno, creando così una situazione che alcuni anni fa nessuno avrebbe potuto prevedere, cioè che il destino del Mezzogiorno è affidato a una forza politica che non ha nessun radicamento sociale e territoriale e che si allea con la forza più antimeridionale che il Mezzogiorno ha visto all’opera. E affida la propria rappresentanza e identità a qualcosa che nel passato era stata sempre tenuta, se non in segreto, almeno in secondo piano, cioè l’aspetto assistenziale. Il Reddito di cittadinanza diventa l’identità con cui il Sud si presenta sulla scena nazionale.
Ripeto, il voto è caratterizzato da un movimento d’opinione, non è un voto economico. Perché quando si raggiungono percentuali pari alla migliore Democrazia Cristiana nel corso della sua storia, vuol dire che per tre quarti questo voto non è fatto da persone che si aspettano il Reddito di cittadinanza e che non hanno votato per questo obiettivo.
Hanno votato per un obiettivo particolare, cioè “vi siete scordati di noi e noi vi puniamo”. E se prima vi eravate scordati di noi ma tutto sommato avevamo più da perdere che da guadagnare ad abbandonare i partiti governativi, adesso che non c’è niente da perdere, non ne vogliamo più sapere. È lo stesso fenomeno che si è avuto in altre parti d’Europa, forse anche in Inghilterra, forse anche nel profondo dell’America che ha votato Trump, che Gianfranco Viesti ha definito come la “rivolta dei luoghi abbandonati”. È quindi un voto che si ricongiunge ai tanti che negli ultimi tempi hanno segnalato la rivolta dei luoghi abbandonati. E non possiamo definirlo un movimento tradizionale del Sud protestatario, perché il Sud protestatario nel corso della storia alla fine ha sempre votato per i partiti di governo. Una parte del Sud protestatario (una minoranza) di volta in volta si affidava al Fronte dell’uomo qualunque di Giannini, si affidava ai monarchici, si affidava per un periodo ai fascisti, poi si è affidato al Partito comunista. Questa volta è un voto protestatario di maggioranza, non è una protesta di minoranze, è una protesta di maggioranza, cioè l’insieme del Mezzogiorno protesta con il voto. Protesta al buio, senza aspettarsi contropartite in cambio. E, infatti, la stragrande maggioranza degli eletti nel Mezzogiorno sono totalmente sconosciuti. Anche in paesi di cinquantamila/ sessantamila abitanti. Nel mio paese io non conosco nessuna delle persone che fanno parte di quel movimento che ha avuto il 60% dei voti; non li conosco eppure ho dimestichezza con la vita politica.
Ciò che è avvenuto andrebbe, dunque, ben affrontato e scandagliato, perché se siamo arrivati a questo punto chiediamoci a che livelli di disperazione si è giunti nel Sud. Non solo di disperazione economica ma di esasperazione dei propri problemi. Se si arriva a votare per dei fantasmi, a votare senza nessuna rete protettiva, a votare al buio bisogna analizzare la situazione di partenza. Che abbiamo fatto al Sud di così grave per meritarci un voto di questo tipo?
Che cosa è successo al Sud in questi anni per arrivare a un esito di questo tipo in contrasto con tutta la storia elettorale del Mezzogiorno? Una situazione di queste dimensioni elettorali si giustifica solo se c’è una forte opinione pubblica meridionale scontenta e non solo per ragioni economiche: ai Cinque stelle è andato un voto di opinione e non di interessi.
Questa presenza del voto d’opinione nel Sud è una costante almeno dalla metà degli anni settanta. È dalla metà degli anni settanta, infatti, che la scolarizzazione di massa ha prodotto la crescita di una pubblica opinione. È quella pubblica opinione che dà vita, lentamente, a un movimento d’opinione e questa opinione pubblica si presenta per la prima volta sulla scena politica nelle elezioni del ’75-76, dopo il referendum sul divorzio
Non si dimentichi che nel Sud il referendum sul divorzio (e successivamente sull’aborto) ha dei risultati simili a quelli del Centro-Nord. È quindi attraverso il referendum che si presenta per la prima volta questa pubblica opinione meridionale. Per capire di che novità parliamo, basta ricordare che nel 1946, nel referendum monarchia/repubblica il Sud in maggioranza votò per la monarchia e che per tutto il primo periodo elettorale del dopoguerra il Sud affidò la sua protesta a movimenti particolari, come L’Uomo qualunque di Giannini. Quindi il voto d’opinione nel Sud esiste da tempo e si è manifestato in tutta la sua esplosività nelle elezioni del 2018
È un voto che attinge a qualcosa di profondo. È come se si fossero fatti diversi tentativi per affrontare delle questioni importanti che stavano a cuore ai meridionali e che alla fine nella disillusione generale dei vari tentativi fatti e falliti ci si affida per dispetto a qualcuno che è lontanissimo da coloro a cui prima quei problemi erano stati affidati e non risolti né tantomeno affrontati. Anche se dovessimo utilizzare l’espressione di “voto per dispetto”, non lo considero un termine spregiativo. È giustificato elettoralmente quello che è avvenuto? La mia risposta è sì. Il Pd quel voto contro se lo è meritato. Perché quando dei problemi risolvibili vengono portati all’esasperazione, è quasi naturale che si creino risposte di tal tipo, cioè un voto in netta contrapposizione alla storia precedente.
E quali sono i problemi non affrontati del Sud?
Il Sud oggi continua a essere terra di emigrazione e di immigrazione. Di immigrazione per ragioni banalmente geografiche: è il primo posto di approdo per chi arriva dall’altra parte del mondo. Per cui il Sud è tornato all’attenzione nazionale per questo fatto meramente geografico. Il Sud quindi è l’unica realtà che conosce bene entrambi gli effetti dell’immigrazione e della emigrazione. Si arriva nel Sud d’Italia dall’altra parte del mondo e i meridionali partono per altre destinazione.
Ci sono stati tre momenti storici importanti per la migrazione dal meridione che hanno sempre fatto seguito a grandi scossoni nella vita delle persone.
La prima ondata migratoria ha luogo dopo la tariffa protezionistica del 1887 che cambia radicalmente la storia dell’agricoltura meridionale, perché è quella tariffa che determina l’alleanza tra gli industriali del nord e una parte degli agrari del Sud. Il Sud emigra dopo i Fasci siciliani, un tentativo di rivolta che è finita con l’esercito che spara su ordine di un siciliano come Crispi. Dopo questi due eventi, cioè la sconfitta e la dura repressione dei Fasci siciliani e l’adozione della tariffa protezionistica, comincia un flusso migratorio impressionante: vanno via interi paesi, intere comunità, ed è questa l’emigrazione dei nonni. All’epoca emigravano quasi sempre le famiglie, perché se si andava in America era difficile che si tornasse indietro per portarsi poi la famiglia.
Poi c’è la seconda ondata migratoria, che è degli anni cinquanta e sessanta del Novecento, nella quale la destinazione è in gran parte l’Europa e poi il nord d’Italia. I dati sono altrettanto impressionanti, si parla di sette/otto milioni di persone che si muovono in gran parte dal Sud.
E c’è una terza ondata migratoria i cui dati sono altrettanto impressionanti: nel giro di un quindicennio sono andati via un milione e settecento/un milione e ottocentomila meridionali, la gran parte giovanissimi tra i quindici e i trentacinque anni, un terzo laureati che non hanno conosciuto nelle vicende politiche degli ultimi anni una minima attenzione. Ma quest’ultima è la prima emigrazione senza attenzione da parte della pubblica opinione nazionale, perché non è un’emigrazione in America, non è un’emigrazione con la valigia di cartone, è una emigrazione sui treni ad alta velocità, è un’emigrazione di gente colta con un titolo di studio; ed è anche la prima emigrazione nella storia in cui non ne hanno beneficiato né coloro che partono né coloro che restano. Io ho due figli a Milano, bene o male inseriti nel mondo lavorativo ma noi continuiamo a inviare soldi. Quindi è la prima volta che i figli che emigrano non portano soldi a casa, ma siamo noi che restiamo a dare soldi a coloro che sono emigrati perché con lo stipendio che prendono lì non ce la farebbero a tenere casa da soli o a poter tornare qualche volta in più a casa dei padri. Io dico che l’alta velocità è stata costruita per i padri, per avere i figli a casa qualche volta in più rispetto alla generazione precedente.
Quindi è la prima emigrazione nel corso della storia che non porta benefici ai luoghi da cui si emigra, perché andando via non è che si crea spazio lavorativo per gli altri che restano e non è che quelli che vanno via portano soldi. E i giovani migranti non sono neanche portatori di una nuova cultura. Gli americani nei paesi del Cilento quando tornavano erano “gli americani”, ti insegnavano l’inglese, avevano dei modi di comportarsi diversi dai paesani, rompevano la cultura di quella comunità. Erano più intraprendenti, politicamente erano più maturi e non accettavano più le situazioni che li avevano spinti a emigrare. L’immigrato di fine Ottocento o del secondo dopoguerra, l’emigrato anche della Fiat, portava cultura, voglia di rottura con le situazioni precedenti, un qualcosa di dirompente rispetto allo status quo.
I giovani di oggi spesso odiano i posti in cui emigrano, non portano una cultura diversa, non portano rotture ma a volte solo rancore. Sono arrabbiati, con i padri che li hanno costretti a emigrare e non hanno consentito di vivere nel posto dove sono nati e cresciuti; nei luoghi dove si trasferiscono non trovano la loro realizzazione perché non fanno mestieri al di sopra delle attività che potevano fare qua.
Un operaio non poteva lavorare nel luogo in cui era nato perché non c’erano fabbriche, questi invece vanno a fare dei mestieri che potrebbero fare tranquillamente qui: provando a insegnare ad esempio, o prendendo stipendi e salari che a volte sono uguali o leggermente superiori a quelli che potrebbero prendere stando nel Sud. Quindi è una migrazione a perdere. È la prima emigrazione a perdere della storia del Sud. Ed è quella emigrazione a perdere fatta di laureati che potevano rappresentare il serbatoio fondamentale di energie e di intelligenze del nuovo Sud.
La “meglio gioventù” va via, laureata, con un rapporto molto difficile con il luogo da cui partono e con un rapporto molto difficile con il luogo in cui vanno. Si sentono esiliati dall’una e dall’altra parte.
Io credo che una base di massa di chi ha vinto nel Mezzogiorno sia composta in gran parte da questi emigrati e dalle loro famiglie.
Altro elemento di cui tenere conto per analizzare la situazione del Sud è che nel corso della storia unitaria, dal 1861 in poi, non c’è nessuna realtà meridionale che abbia ottenuto un risultato migliore paragonato a una delle situazioni del Centro-Nord. Fino a oggi non c’è stata nessuna regione meridionale che ha avuto un risultato migliore di quella del Centro-Nord. Eppure fino alla prima guerra mondiale, sul piano dell’apparato industriale la Campania, ad esempio, era più sviluppata di alcune regioni del Nord e del centro.
L’unica regione meridionale che si è distanziata in qualche modo dalla situazione precedente è stata l’Abruzzo, che però ha conosciuto una situazione migliore grazie a una forte industrializzazione che è avvenuta grazie alla Cassa del Mezzogiorno. Ma appena si è deciso a Bruxelles di togliere gli incentivi fiscali e la fiscalizzazione degli oneri sociali (cioè gli imprenditori in Abruzzo non pagavano i contributi ai lavoratori ma li pagava lo Stato) questa regione dal 2005 è ritornata tra quelle sotto la soglia del 75% del reddito medio comunitario.
Quindi nella storia del Sud del secondo dopoguerra non c’è nessuna regione meridionale che abbia avuto in un campo, in un settore, in un’attività, delle performance superiori a quelle di una regione media del centro-nord. Questa situazione è peggiorata dalla nascita delle regioni che sono state viste in un periodo storico come una straordinaria possibilità dell’autogoverno meridionale e che hanno prodotto, invece, un risultato particolare: otto Sud in competizione tra di loro. Non un solo Sud ma otto diversi Sud in competizione tra di loro. Le regioni nel Sud hanno peggiorato la media dei servizi prima offerti dallo Stato e hanno frammentato e diviso in tante piccole questioni una questione che aveva un tratto unificante.
Tante piccole questioni meridionali che non fanno una grande questione meridionale.
Oggi il Sud d’Italia resta l’area più popolata e più omogeneamente arretrata d’Europa, ci sono altri territori di altre nazioni, come alcuni territori spagnoli, portoghesi, alcuni della Grecia, qualche territorio dell’Irlanda e qualche territorio degli ex stati socialisti, ma non esiste in nessuna realtà d’Europa un’area di venti milioni di abitanti omogeneamente tanto arretrata. Quindi da questo punto di vista siamo la questione d’Europa, siamo studiati in Europa per essere questo. Com’è che in una sola area geografica, compatta geograficamente, si addensa una situazione di questo tipo? Perché in altre nazioni europee i luoghi arretrati non hanno questa omogeneità?
In nessuna delle altre nazioni europee l’arretratezza economica corrisponde a una precisa e vasta area geografica. Geograficamente sotto il Tronto c’è l’area più arretrata e più popolata d’Europa. Nonostante nel corso di questi ultimi anni lo Stato italiano abbia cercato di spostare la soluzione di questa arretratezza dalle sue responsabilità a quelle dell’Europa. L’Europa è una delusione per i meridionali e in molte delle polemiche antieuropee di chi ha vinto le elezioni del Sud si rimarca questa delusione dell’opinione pubblica meridionale, che cioè l’Europa che ci era stata indicata come la madre in grado di portare a soluzione la questione meridionale, è diventata matrigna, cioè non si è dimostrata una soluzione per i nostri problemi. In realtà non poteva esserlo, perché con i fondi comunitari, anche se fossero spesi fino all’ultimo euro, il Sud non è in condizione di uscire dalla sua crisi storica. Proviamo a fare i conti con alcuni numeri. Prendiamo tutta la storia dell’intervento straordinario nel Sud, dal 1950 al 1992: si tratta di trecentoquaranta miliardi di euro, in più o meno cinquant’anni. Se prendiamo l’unica area arretrata d’Europa che ha avuto successo nel secondo dopoguerra, che è la Germania dell’Est, qui l’investimento fatto dal 1991 al 2015, è di mille e cinquecento miliardi di euro. Se paragoniamo queste due realtà, dal punto di vista delle risorse indispensabili, in cinquant’anni il Sud ha speso quattro volte in meno di quanto ha speso la Germania negli ultimi vent’anni. La Germania nel 1991 non era la principale nazione d’Europa, in quel periodo aveva avuto una crisi economica impressionante, era in difficoltà sul proprio destino e i tedeschi non scommettevano sul fatto di diventare la nazione europea più ricca e produttiva Se oggi la Merkel è la statista d’Europa più importante degli ultimi decenni è perché nel 1991 è stata fatta una scelta, cioè è stata utilizzata un’area come propellente della ricchezza nazionale. Investendo nella sua realtà dell’Est la Germania è diventata la prima nazione d’Europa.
E la Germania ha utilizzato una cosa che il Sud non ha potuto utilizzare, un riferimento geopolitico extranazionale, una delle poche politiche di successo che ha avuto l’Europa, cioè il formarsi di nuovo di un’area economica attorno alla Germania, strategia riuscita ma che è costata moltissimo alla Grecia, alla Spagna e al Portogallo e all’Italia. Tutta l’area degli ex paesi socialisti è diventata una struttura di supporto all’economia tedesca.
Grazie a tutto ciò la Germania è diventata la nazione di riferimento. Quello che si diceva della Germania Est al momento dell’unificazione è di gran lunga peggio di ciò che dicono i leghisti dei meridionali. I leghisti sono dei signori rispetto a quello che i tedeschi dell’Ovest dicevano dei tedeschi dell’Est : persone sfaticate, dedite all’ozio e all’assistenza dello Stato; insomma soldi persi investiti nell’Est. La Germania emise anche una tassa per tutti i tedeschi per finanziare la riunificazione, i tedeschi la stanno ancora pagando, e l’unificazione del marco sembrò all’epoca un’operazione totalmente avventata che ebbe l’opposizione della Banca nazionale tedesca.
Insomma la Germania ha dimostrato che investire sulla parte arretrata di un corpo fa rifiorire quel corpo. Invece questo l’Italia non lo fa e non lo fa non per questioni economiche ma per ragioni politiche e culturali. Se il Sud d’Italia, nelle attuali condizioni, dovesse porsi l’obiettivo della riunificazione economica come è avvenuto in Germania, sulla base però degli investimenti che si fanno oggi nel Sud, ci vorrebbero 156 anni per rendere l’economia meridionale paragonabile a quella del Nord.
Se il Sud crescesse dell’1% sopra la media di crescita del nord (e ricordiamoci che nel periodo della Cassa del Mezzogiorno il Sud cresceva due punti in più del Centro-Nord) ci vorrebbero 156 anni. Se invece crescesse a tassi superiori nel giro di venti o trent’anni il Sud potrebbe farcela. Cosa succederebbe in Italia se il Sud crescesse a tassi tedeschi?
Succederebbe che l’Italia sarebbe la principale nazione d’Europa. L’Italia sarebbe al di sopra della Francia, dell’Inghilterra e della stessa Germania. Se si facesse nel Sud quello che è stato fatto nella Germania dell’Est in questi anni, l’Italia sarebbe la prima nazione d’Europa. Questo è un dato che deve far riflettere, ma non è un dato che fa parte del dibattito politico, perché noi restiamo da un punto di vista dello sviluppo industriale un paese provinciale. Siamo una grande nazione che ragiona con il cervello piccolo del suo triangolo industriale. Siamo convinti che in una Italia, in un’economia globalizzata, si può fare a meno dell’elemento nazionale per la crescita economica, e quindi non è importante quello che avviene nel Sud, è importante quello che il Nord conquista negli altri mercati.
È una follia dal punto di vista dei consumi, è una follia dal punto di vista della forza industriale del nostro paese. Oggi l’Italia non riesce a fare quelle performance che sono state incredibili nel corso della sua storia. Nessuno si aspettava l’Italia tra i primi grandi paesi d’Europa nel 1861, sesto paese dal punto di vista economico d’Europa; nessuno si aspettava dall’Italia delle performance tra il 1900 e il 1915, e nessuno si aspettava delle performance nel pieno della massima espansione economica del capitalismo americano, cioè tra gli anni cinquanta e sessanta, così come la crescita degli anni ottanta, una crescita da inflazione, ma comunque una crescita.
Dal 1986-87 in poi l’Italia è un paese in recessione e non sembra in grado di uscirne perché non fa l’unica cosa semplice in una economia che deve trovare nuovi bacini di crescita. Se non trovi questi non puoi farcela. In Italia c’è un bacino trascurato come quello del Sud che non viene preso in considerazione nella maniera più assoluta. Il voto rappresenta la risposta dei paesi abbandonati che reagiscono nell’unico modo che hanno a disposizione, cioè con il voto.
Termino con un esempio per capire quello che è avvenuto e quello che avviene. Guardiamo per un attimo al Sud in Europa e poi guardiamo ai Sud del mondo. Se guardiamo al Sud in Europa da Bruxelles noi siamo assolutamente una parte di retroguardia, anche geograficamente. Ma se guardiamo il Sud dal punto di vista dei commerci mondiali e delle carte geografiche, cioè da una posizione non eurocentrica, ad esempio dal punto di vista della Cina, l’Italia è insieme alla Grecia il paese più interessante per i grandi traffici mondiali. Insomma Braudel aveva qualche ragione quando affermava che il Sud aveva perso un ruolo centrale nei grandi traffici nel Seicento quando divenne secondario il Mediterraneo per i commerci che dalla Spagna interessavano l’Atlantico. Dal taglio dell’istmo di Suez, la situazione sembrava che potesse cambiare. Oggi la Cina sta facendo delle cose che (possono piacerci o meno) rappresentano una differenza sostanziale con le grandi potenze coloniali. La Cina è l’unica grande realtà che sta intervenendo in Africa, e sta sviluppando delle politiche significative per collegarsi con i grandi mercati dell’occidente. Una nave che passa per il canale di Suez deve poi doppiare Gibilterra e arrivare nel porto più importante d’Europa (quello di Rotterdam) cinque giorni dopo; se approdasse sulle rive meridionali e trasferisse sulla linea ferroviaria dell’alta velocità i suoi container, le sue merci arriverebbero sui mercati del centro Europa cinque giorni prima.
Com’è possibile che un luogo lontano come Rotterdam possa essere il principale canale di approvvigionamento dell’intera Europa? È possibile per un solo motivo, perché non si investe sui porti meridionali che geograficamente sono più vicini a Suez..
C’è stato un interesse dei cinesi per il porto di Taranto, poi i cinesi delusi dai ritardi della burocrazia italiana hanno acquistato il Pireo. Nel periodo in cui l’Europa ha tartassato la Grecia ponendogli il problema di vendere le sue infrastrutture, è stato venduto il Pireo, che sarà il principale porto della Cina nel mediterraneo. Perciò gli accordi con la Cina sono fondamentali per il Sud d’Italia, a condizione di non avere Genova e Trieste come unici porti di riferimento. Taranto, Crotone, Gioia Tauro, Salerno, Napoli, potrebbero avere un ruolo fondamentale per concretizzare i nuovi luoghi della via della seta. La mia idea è che oggi la Cina potrebbe fare per il Sud d’Italia molto più di quello che ha fatto Bruxelles.
Se si vuole fare qualcosa di diverso per cambiare una collocazione storica che dal 1861 non è cambiata, bisogna solo guardare alle carte geografiche e alla nuova geopolitica che si muove nel mondo. Tra interessarsi alla Cina e il Reddito di cittadinanza c’è un abisso. Le vie della seta sono il futuro, non il Reddito di cittadinanza. Che ci sia necessità nel Sud, in attesa di una ripresa, di interessarsi delle fasce povere della popolazione è sacrosanto, e chi parla oggi contro il Reddito di cittadinanza dovrebbe fare una grandissima autocritica per le grandi opportunità che si sono avute per fare qualcosa per ridare dignità a chi è senza reddito e non lo ha fatto. Il Sud, l’area più importante ai fini della crescita economica, della geopolitica e dei traffici internazionali, viene oggi rappresentata da una forza politica che si allea con la forza più antimeridionale e che promuove come soluzione per i suoi problemi solo il Reddito di cittadinanza.

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