Chi resta: come e perché

di Marina Galati

Chi resta? La domanda evoca in me un vecchio titolo del percorso scout che ha segnato le esperienze dei miei diciott’anni. “Lottare per restare, restare per costruire” fu il motto in cui molti giovani della mia età si riconoscevano. A fine anni settanta sentivamo l’esigenza di rimanere in Calabria a lottare per costruire una terra migliore, iniziando a trasformarla proprio noi giovani. Se dovessi fare oggi un piccolo bilancio delle mie esperienze, impregnate di idee educative e valoriali apprese in quegli anni nello scoutismo, poi arricchite con la vita di gruppo nella Comunità progetto sud e tra le reti sociali incontrate nel tempo, individuo alcuni apprendimenti di senso forse proponibili anche ai giovani di oggi. Il restare è stato un progettare in forma collettiva più che isolata. Tra giovani, maschi e femmine, del Sud ma anche del Nord, studenti e disoccupati, esclusi e inclusi dai circuiti sociali, ci siamo avventurati in una progettualità cresciuta insieme, anche ad altri, in un territorio preciso come Lamezia Terme e la Calabria. Questa scelta collettiva ci ha consentito di portare avanti proposte concrete per contrastare l’istituzionalizzazione e la “deportazione” fuori regione di alcuni di noi e delle persone con disabilità fisiche e problemi di sofferenza mentale. Il nostro restare è stato caratterizzato da costanti connessioni, collegamenti, scambi con persone e gruppi di altri territori in Italia e all’estero. La vita in comune, l’abitare ospitando persone provenienti da storie e mondi diversi mi ha insegnato tanto altro, in aggiunta a quella che era la mia realtà iniziale, mi ha aperto la mente mettendomi in relazione con gente nuova e svariati territori. È diventato il mio modo di stare al mondo.

Alcuni dati di contesto

La Calabria è sempre più povera di giovani e sempre più giovani diventano poveri. La fecondità è in calo, il numero dei figli è sceso e vi è una continua perdita migratoria. Il rapporto Svimez dice che ogni anno qui al Sud è come se sparisse una città di medie dimensioni, che quest’area diventerà la più vecchia d’Italia poiché a rimanere saranno per lo più persone anziane, continuando lo spopolamento già riscontrato nei nostri paesi interni. Il Mezzogiorno sembra destinato a perdere una considerevole parte di popolazione, infatti il rapporto citato sottolinea che avremo, nel 2065, 1 milione e 146 mila bambini e adolescenti al di sotto dei 14 anni in meno, mentre tra quelli in età da lavoro stima una perdita di oltre cinque milioni.
Il lavoro in Calabria è sempre più precario. I lavoratori giovani sono appena il 22% ed è accresciuto il divario generazionale. Sicuramente su ciò hanno pesato alcune scelte governative, quali ad esempio: l’estensione dei termini di pensionamento; il blocco delle assunzioni nella pubblica amministrazione, che porta a non rimpiazzare tutti coloro che vanno in pensione; la debolezza del sistema informativo e di orientamento professionale e un considerevole disinvestimento nella formazione universitaria. La scarsa presenza di giovani nei contesti lavorativi impatta fortemente sull’innovazione del sistema produttivo rallentando l’introduzione di nuove competenze come, ad esempio, quelle digitali. I dati rilasciati da Eurostat indicano che in Calabria il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è del 55,6%. Questo dato aumenta per le ragazze e in certe province calabresi (Cosenza) si arriva all’85%.
Nel Mezzogiorno il 18,5% dei giovani abbandona il sistema formativo. Il rapporto Svimez evidenzia che circa 300 mila giovani al Sud dopo la licenza media restano fuori dal sistema di istruzione e formazione professionale. Vi è un forte divario con il resto del paese, come rilevano l’indagine Pisa-Ocse e i test Invalsi, rispetto al livello della performance nelle rilevazioni sull’intera gamma di indicatori delle principali competenze di base. In Calabria il gap di competenze riguarda quasi un minore su due. Va tenuto anche conto che gli Enti locali nel Sud non riescono a contribuire alla qualità dei servizi scolastici, come in altre parti d’Italia, ad esempio attraverso i trasporti, le mense, gli strumenti didattici. Nel 2017 solo il 21,8% dei giovani, tra i 25-34 anni, al Sud aveva conseguito un titolo universitario.
La debolezza del sistema formativo rallenta, di fatto, i processi di cambiamento necessari per rafforzare il sistema imprenditoriale meridionale già fragilissimo. Il rischio è di un ulteriore arretramento complessivo dei territori meridionali, poiché senza capitale umano “formato” non si potrà determinare una accelerazione nei processi di crescita tecnologica e di innovazione.

Chi resta al Sud: una prima distinzione tra chi ha la libertà di scegliere e chi no

Poter scegliere di restare o partire dipende anche dalle varietà di risorse individuali, familiari, di rete su cui si può contare. Essere intraprendenti o meno; poter accedere a delle disponibilità economiche; appartenere a una famiglia che culturalmente stimola alle scelte individuali; far parte di una rete di amici, parenti, gruppi sociali che ti supportano culturalmente e materialmente sono tutti elementi che influenzano e spesso determinano le “visioni” e le scelte personali e di gruppo.
Tra i profili di giovani che rimangono e non hanno avuto la libertà di scegliere a me pare che si possano includere i “catturati”, gli “immobilizzati” e i “rassegnati”.
“I catturati” / giovani reclutati dalla criminalità organizzata. Sono quei giovani, spesso minorenni, divenuti leve della criminalità organizzata che talvolta ardiscono di sostituirsi alla precedente generazione criminale. Alcuni recenti processi in Calabria hanno registrato l’affiliazione di ragazzi per mantenere il controllo del territorio. Tra le giovanissime leve aderenti alle cosche criminali troviamo sia giovani componenti delle famiglie mafiose, imbevuti fin dalla nascita della cultura parentale e tenuti a dover da subito eseguire e far rispettare l’onore mafioso della propria famiglia; sia giovani non espressione interna dei clan, alcuni perfino provenienti da famiglie oneste. Le mafie li catturano fin dall’infanzia educandoli alla loro tipica cultura. Vi sono anche giovani di famiglie estranee ai malavitosi, ma spesso senza occupazione, che vengono attratti dai soldi e dal fascino del potere esibito dai clan. Alcuni sono cresciuti in quartieri “a rischio”, o entrati nel circuito malavitoso attraverso il traffico di droghe. Si sa pure dell’esistenza di giovani di famiglie mafiose che oggi studiano, si laureano, acquisiscono competenze che li rendono in grado di interfacciarsi con i mondi dell’imprenditoria, delle multinazionali e della finanza. Questi abitano già le città italiane ed estere più ricche. Nella relazione svolta al Parlamento dalla Direzione investigativa antimafia nel primo semestre del 2018 i dati statistici evidenziano che i reati di mafia, nell’ultimo quinquennio, nella fascia di età tra i 18-40 anni hanno assunto una dimensione considerevole (12.513 persone denunciate/arrestate). Nel dossier Under-Giovani, mafie, periferie (2017) dell’Associazione daSud si evidenziano i dati dei giovanissimi criminali under 18 anni denunciati (nel 1984 erano 578, nel 2016 sono arrivati a 5.123). Sempre nella relazione della direzione investigativa antimafia si sottolinea un sensibile abbassamento dell’età di iniziazione mafiosa. Questi giovani soggetti emergenti dei clan sono spesso meno professionali, con comportamenti da subcultura mafiosa, spregiudicati e pronti a ricorrere alle armi per dimostrare semplicemente la loro forza, con un competente uso dei social per aggregare e confermare gli affiliati al sodalizio. In altro modo sono giovani “catturati” da un certo stile di vita, dal denaro e da un insano fascino del potere.
Gli “immobilizzati” / i Neet. Un giovane su tre al Sud si caratterizza come Neet (“not in education, employment or training”), ossia non studia e non lavora (dati Istat-Rapporto Bes), caratterizzati da immobilismo e dall’assenza di aspirazioni e di progetti. Stanno in un limbo sociale: non potenziano la propria formazione né si propongono sul mercato del lavoro. Al Sud sono nella media del 34,2% con differenze tra una provincia e un’altra: ad esempio, a Crotone la percentuale sale al 44,7%. In altri territori europei la percentuale di Neet è calata avendo promosso reali politiche di contrasto. Il rischio è che questi “immobilizzati” diventino marginalizzati cronici, perché sono deprivati materialmente e manifestano limiti di prospettive, diventando facilmente psicologicamente depressi e vivendo disagi e sofferenze emotive. Da una indagine svolta dall’Istituto Toniolo (Rapporto sui giovani) su questo target si evidenzia un abbassamento della fiducia nelle persone e nelle istituzioni e una forte insicurezza verso il futuro. Oltretutto anche le famiglie si trovano sempre più in difficoltà a svolgere a lungo il ruolo di ammortizzatori sociali nei loro confronti; passo dopo passo, questa condizione alimenta forme miste di frustrazioni personali e risentimento sociale. Come accompagnare e potenziare un capitale umano così inutilizzato? Per ora l’impatto sociale sullo sviluppo del Mezzogiorno non fa intravedere alcun miglioramento. Anzi!
I “rassegnati”. Tra questi mi pare di intravedere una parte di coloro che lavorano nei call center, non tutti perché alcuni si sono intenzionalmente programmati per un periodo breve. Non pochi studenti universitari vi operano sia durante che dopo gli studi. Ho letto su www.linkiesta.it che in Italia abbiamo circa 80 mila addetti nei call center e che ben 15 mila operano in Calabria. Le grandi aziende che ricoprono buona parte del mercato (67%) hanno una loro filiale in Calabria. Molte di queste ditte sono arrivate da fuori per usufruire degli sgravi contributivi e spesso finite queste agevolazioni chiudono. Sembra che quello del call center sia il secondo settore di impiego in Calabria, dopo la Pubblica Amministrazione. Alcune di queste aziende nascono e muoiono in pochi anni, lasciando tanti giovani in cassa integrazione anche se avevano ricevuto ingenti incentivi pubblici. C’è chi sottolinea “per fortuna ci sono i call center” come opportunità attraverso la quale fruire di una entrata economica, ma se non produci un minimo di contratti al mese l’azienda ti manda via. Vi è una cospicua presenza di donne, al punto che è possibile trovare in questi centri donne di più generazioni della stessa famiglia.
Tra i profili di giovani che restano al Sud con la libertà di scegliere, comprenderei gli “appassionati”, le “eccellenze”, gli “sperimentatori”.
“Gli appassionati” / i “meridiani”. Metterei tra gli “appassionati” coloro che si presentano come sviluppatori del pensiero “meridiano”. Evitando le non poche semplificazioni e senza mitizzare il cosiddetto “pensiero meridiano”, questi giovani si inseriscono in idee e pratiche attente a una certa cultura mediterranea, alla natura e alla bellezza, alla scoperta dei cicli della terra, dei ritmi di crescita a misura delle persone e nel rispetto dell’ambiente. Diversi di questi fanno parte di reti sociali e ambientali nate intorno alla terra e a una agricoltura biologica e sociale. Negli ultimi anni si intravede un ritorno alla terra, esperienze di giovani che intraprendono attività agricole e occupazioni collegate con la trasformazione dei prodotti della terra e la ristorazione. Sembra che in Calabria, in base ad alcuni dati forniti dalla Coldiretti, ci siano 3.688 imprese agroalimentari condotte da giovani under 35 anni (la Calabria risulterebbe al secondo posto tra le venti regioni per incidenza di giovani imprenditori agricoli). L’agricoltura multifunzionale sta attirando sempre di più i giovani, dando, insieme all’apporto degli immigrati, una spinta al settore, che risulta in crescita in questi anni (ma non dimentichiamo tutte le questioni legate al “lavoro indecente” in agricoltura, dove a volte le eccellenze, i marchi di qualità di grandi imprese, si sviluppano dentro contesti di sfruttamento lavorativo dei migranti). Nel 2018 per i piani di sviluppo rurale sono pervenute 30 mila domande in Italia da giovani tra i 18-40 anni e 18 mila provenivano dal Sud. Sembra che vi sia un cambio di visione dei giovani rispetto alla terra. Fino a poco tempo fa il lavoro del contadino era visto come duro e poco gratificante. Oggi i giovani arrivano all’agricoltura con una consapevolezza differente. La terra diventa anche una scelta e non solo un ripiego o una condizione da cui fuggire. Secondo la Coldiretti è in aumento di circa il 36% anche l’iscrizione alle scuole agrarie (45.566): “giovani generazioni, istruite e con voglia di fare tanto, danno vita al ritorno epocale del mestiere della terra”. È pure vero che a oggi un significativo profitto in agricoltura lo si riscontra solo nelle grandi aziende. Però stanno nascendo attività sostenibili basate sulla qualità del prodotto di nicchia e in rete con gruppi sociali, presenti da nord a Sud, dediti a produrre cibo sano e buono dentro strutture e filiere etiche.
Le “eccellenze”. Pur avendo opportunità di divenire eccellenze in territori del nord Italia o in Paesi esteri, costoro scelgono di rimanere al Sud. Giovani neolaureati e specializzati, che spesso hanno costruito o perfezionato le loro professionalità fuori regione, scelgono di investire le loro competenze qui al Sud. Forti anche dall’avere riferimenti nazionali e internazionali, tornano al Sud con il desiderio di portare innovazione. Sanno di trovare territori “scoperti” di servizi, da quelli sanitari a quelli tecnologici, dove potrebbero promuovere attività professionali e imprenditoriali carenti nella nostra regione. Giovani che, se trovano l’opportunità di avere spazi e supporti, possono determinare l’innovazione qui al Sud e accrescere il livello di offerta locale. Prendo ad esempio alcune esperienze della mia organizzazione nel campo della sanità e precisamente di servizi specialistici. Con alcuni giovani, professionalizzati in università del centro-nord che hanno scelto di ritornare, abbiamo progettato servizi specialistici per l’autismo da far nascere e diffondere in Calabria. Solitamente le famiglie devono recarsi al nord per poter accedere a diagnosi e interventi riabilitativi di alta specializzazione con un grande dispendio di risorse economiche familiari e di risorse della sanità pubblica calabrese che vengono trasferiti fuori regione. Sono giovani che instaurano rapporti di lavoro qui, ma mantengono rapporti e relazioni professionali con altri territori nazionali ed esteri, arricchendo e apportando nuovi saperi e mettendo in rete professionisti, servizi e attività imprenditoriali tra nord e Sud. Alcuni, tra le eccellenze, preferiscono fare i “pendolari”, dimorano qui e vanno e vengono da altri territori nazionali e esteri.
Gli “sperimentatori”. Vi sono giovani che partono con il desiderio di ritornare, ma a volte ottengono lavoro fuori e vi rimangono, altri tornano con grandi sogni e aspettative ma poi impattano con questa realtà che trovano difficile, bloccata e frenante, e ritornano a partire. Però vi sono anche giovani che riescono a scovare contesti organizzativi virtuosi e propositivi in Calabria, e rimangono anche con la voglia e la spinta a “sperimentarsi”. Sono in aumento i giovani che si sperimentano, fanno nascere startup che prima non si intravedevano (startup su piattaforme digitali, sull’agroalimentare, sulle energie rinnovabili, sui nuovi mezzi di comunicazione). Queste realtà basano la loro sostenibilità di impresa nella capacità di porsi in rete con altri, di fare network, di intraprendere connessioni e sinergie anche tra professionalità diverse. Si sviluppano in ambienti dove è possibile trovare dei supporti. Un ruolo importante ce l’ha la finanza etica per il sostegno di questi giovani imprenditori. Difatti al Sud il sistema bancario tradizionale raccoglie denaro più di quanto ne impegni nel credito locale. Banca etica è l’unica banca che impiega più denaro nel meridione di quanto ne raccolga. E molti di questi impieghi vanno a sostegno di imprese per i giovani. La scelta di fare gli sperimentatori mette in conto di abbracciare incertezze e precarietà che potranno risolversi solo nel lungo tempo, consapevoli che non sempre si potranno ottenere gli esiti sperati. Ma questi giovani sono consapevoli che per crescere si debba rischiare.

Che fare?

È una domanda necessaria da porsi anche se è arduo avere direttrici chiare sul che fare in un contesto difficile e complesso come il Sud, con politiche pubbliche che navigano a vista, con limitate e limitanti visioni di futuro. Di seguito indico alcuni percorsi che potrebbero essere utili alla luce di alcune riflessioni sopracitate. Ricorro a proposte operative parziali che potrebbero però sviluppare direttrici su cui costruire delle progettualità.
Formare per costruire competenze. Una delle strade per affrontare la questione dei giovani Neet è indubbiamente la possibilità di farli accedere a progetti formativi individualizzati per l’acquisizione di competenze spendibili sul lavoro. In Calabria c’è una condizione di immobilismo rispetto alla formazione professionale finanziata dalla Regione Calabria. La Regione ha preferito investire su altri strumenti come Garanzia giovani, la dote lavoro e i piani locali per il lavoro. Nonostante l’investimento in borse lavoro, in percorsi personalizzati o incentivi previsti nel programma “Io resto al Sud” non c’è stato un miglioramento rispetto ai Neet. Difatti di questi strumenti hanno usufruito per lo più giovani in grado di avere competenze per orientarsi e sapere da chi farsi sostenere nel costruire il proprio progetto individualizzato. I Neet bisogna innanzitutto intercettarli, perché non frequentano i luoghi formali, non vanno più a scuola e non li trovi nemmeno iscritti al centro per l’impiego. Andrebbe sviluppata una convergenza tra scuola e centro per l’impiego, vi è bisogno di un lavoro di rete inter-istituzionale. In Calabria non vi sono programmi e agenzie dedicate alla valutazione degli apprendimenti professionali, con conseguente certificazione degli apprendimenti acquisiti durante le esperienze di lavoro. Se avessimo questo strumento un’altra connessione potrebbe effettuarsi tra le associazioni datoriali, le imprese e gli enti titolati per il riconoscimento delle competenze. Così che giovani, a seguito del riconoscimento delle loro competenze apprese durante il periodo formativo o lavorativo di tipo esperienziale, potrebbero acquisire crediti formativi fino a raggiungere un titolo di studio. Alcune esperienze significative svolte nella Scuola del sociale dell’Associazione comunità progetto sud vanno nella promozione di percorsi personalizzati per le fasce vulnerabili, dai migranti a giovani che non studiano e non lavorano, sull’acquisizione di mestieri richiesti dal mercato (per attività dedite all’apicoltura, alla produzione agricola, alla trasformazione dei prodotti agricoli, alle energie alternative, alla domotica). Si individuano insieme a degli imprenditori di settore e ai formatori percorsi per costruire profili formativi, in base al mestiere da apprendere, che siano spendibili sul mercato del lavoro anche al Sud.
Fare periodi esperienziali all’estero e in nord Italia e viceversa. Esperienze da incentivare sarebbero quelle simili ai programmi Erasmus, rivolte a giovani sia del Sud che del nord, sia dall’estero che per l’estero. I giovani potrebbero fare delle esperienze in realtà produttive per un periodo di un anno o poco meno, allo stesso modo in cui si articola il servizio civile incentivato dallo stato o dalla regione. Queste iniziative andrebbero svolte in vari territori italiani e all’estero, sollecitando altri giovani che dall’estero e dal Nord possano venire al Sud. Queste esperienze di scambi e di saperi reciproci aiuterebbero lo sviluppo di capacità, di autonomia e di nuovi apprendimenti, ma anche faciliterebbero relazioni che potrebbero dare impulso a progettualità future, a laboratori di idee culturali, sociali, ambientali e a potenziali intraprese economiche tra questi giovani. Le imprese esistenti potrebbero offrire spazi di confronto sul lavoro, le organizzazioni sociali potrebbero mettere a disposizione aree idonee a orientare i giovani creando occasioni di scambio e di dialogo, attività di formazione e facilitazione per l’intrapresa individuale, di matching tra talenti e organizzazioni imprenditoriali e sociali, supportando eventuali condizioni di isolamento e disagio di taluni giovani. E così creare una rete internazionale agevolati anche dalle tecnologie e dai new media. La Calabria e il Sud devono stare più e meglio connessi con altre aree e oggi questo è maggiormente facilitato, tra i giovani, dall’uso dei media e delle lingue che vengono praticate con molta più attitudine di quanto lo facessero le generazioni precedenti.
Creare connessioni per lo sviluppo dei territori abbandonati. Nella regione Calabria vi sono paesi con alto spopolamento, piccoli comuni molti dei quali sono sparpagliati nell’entroterra calabrese. Bisogna che sempre più si pensi a strategie per queste aree interne. La presenza giovanile è sempre più sporadica. Non riusciremo a trattenere i giovani alimentando una narrativa sul fascino del ritorno alla vita rurale o in quella dei piccoli borghi se a essa non affiancheremo opportunità concrete per abitare questi territori. Vanno create condizioni che permettano a un giovane di poter restare sia con risorse economiche che con infrastrutture civili che consentano una dignitosa qualità della vita. Una proposta percorribile potrebbe essere quella di avviare percorsi di dialogo e scambi con territori di altre regioni toccate da problematiche di spopolamento simili alle nostre, oppure con esperienze in territori che in passato hanno affrontato i rischi dello spopolamento e hanno innescato processi di rinnovamento e politiche di lunga visione. Insieme potrebbero scaturire idee, visioni, proposte concrete di cooperazione e collaborazione. Il rilancio di queste realtà non può basarsi solo sulla bellezza dei luoghi e sui settori economici tradizionali, ma vanno create connessioni con i settori terziari avanzati o quaternari che includono filiere economiche legate alle nuove tecnologie e alla new economy. Si tratta di creare le condizioni affinché si possa attivare nuova imprenditoria capace di produrre nuova sostenibilità economica mettendo un piccolo paese dell’entroterra in connessione con altre parti del mondo (ad esempio attività di e-commerce, servizi basati sull’utilizzo dell’informazione e dei sistemi telematici in attività di turismo, della sanità). Le nuove strumentazioni tecnologiche, così come sta avvenendo in paesi del continente africano, stanno determinando opportunità di sviluppo economico e possono avere un grande impatto anche sulla desiderata qualità della vita. I giovani hanno bisogno di sentirsi presenti, se non al centro del mondo, e oggi i new media ti immettono in un contesto globale in rete. Bisogna costruire strategie e percorsi che consentano loro di potersi sentire abitanti del mondo pur stando in Calabria, in una dimensione di glocalità.
Promuovere percorsi identitari e nuove narrazioni. Forse è tempo di riscrivere narrazioni nuove sull’identità dei calabresi e della gente del Sud a partire dalle conoscenze ed esperienze di chi parte, di chi arriva e di chi resta in questo vasto territorio. Si potrebbe partire dal racconto di giovani che parlano ad altri giovani: giovani che arrivano, anche stranieri, e che offrono nuovi sguardi e danno prospettive e valori aggiuntivi ai giovani locali; giovani che scelgono di partire ma rimangono connessi con la loro terra e a volte costruiscono ponti significativi, scambi culturali, occasioni inedite per realizzare collegamenti tra territori lontani e differenti; giovani che si sperimentano nel restare, ricercando forme diverse di lavorare, di abitare, di vivere la vita sociale.

Trackback from your site.

Leave a comment