Risveglio di Daniela

di Roberto D’Alessandro

Various & Gould

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Sai che fra un’ora forse piangerai
poi la tua mano nasconderà un sorriso:
gioia e dolore hanno il confine incerto
nella stagione che illumina il viso.
(Fabrizio De Andrè)

 

Daniela avrebbe voluto fare la maestra. Era il suo sogno di bambina.

Abitava in una casa grande, troppo grande per lei rimasta sola. Tutto in quella casa, dai mobili, ai quadri alle pareti alle tappezzerie ingiallite dava un senso di tristezza, di malinconia, segni di una storia sbagliata, finita male. Dal sogno infranto alla realtà di un oggi precipitato in un vortice di tristezza e nauseanti pensieri, con la rabbia e la voglia di attaccarsi con le unghie e coi denti a un improbabile futuro migliore.

Sì, era arrabbiata con la vita, con la sfortuna, con il continuo rammarico per quello che avrebbe potuto essere e non era stato. Combatteva con quella parte di lei che la faceva sentire una donna di serie B, quella parte che pensava di non meritare altro che sfortuna, miseria, uomini sbagliati, uomini o troppo deboli o troppo forti e violenti.

Mi aveva mostrato delle foto di quando era ragazza, pettinata con i codini come usava una volta, con le amiche al mare, quanto tutto era normale, quanto tutto era ancora possibile.

Poi la droga, le storie di eroina, di sbattimenti, di compromessi, di vergogna, di morte. E lei si sentiva la morte addosso, sentiva il peso di quella malattia che come un contrappasso l’aveva colpita, l’aveva punita due volte. Nei nostri colloqui spesso sognava a occhi aperti, rincorreva immagini e pensieri che come bolle di sapone poi scomparivano nel nulla. E allora si limitava a vivere un oggi faticoso, un qui e ora, un presente che cercava di isolare come se non fosse attaccato a un passato e non fosse propedeutico a un futuro.

Cominciai a occuparmi di lei poco dopo che rimase incinta. Un evento inaspettato che riapriva per lei una speranza di essere viva per dare vita, di proiettarsi in un futuro nel prolungamento di se in un’altra persona. Quella notizia, se pur angosciante, serviva a soffocarla quella angoscia, quella fatica di vivere. Dava dopo tanto tempo un senso nuovo all’oggi. Certo, partiva da zero, solo dalla sua casa, dalla speranza di ritrovare se stessa, quella delle foto di scuola, con i codini e la faccia pulita.

Il padre del nascituro, Lorenzo, era un compagno di storie tossiche, un uomo che veniva da una storia familiare tremenda, fatta di miseria e violenza, di botte prese da un padre alcolista e condivise quotidianamente con una riga di fratellini e sorelline. Un uomo che aveva imparato dalla strada e dal carcere solo certi linguaggi. Un uomo cresciuto tanto nel fisico ma povero e anoressico nelle relazioni e nelle emozioni. Dalla vita aveva avuto solo schiaffi, paura, aveva dovuto imparare a difendersi, a mostrare la faccia dura.

Ma anche lui, per la prima volta nella sua vita, aveva il volto illuminato da una speranza, da quel senso di creazione in una storia di distruzione. Per la prima volta forse guardava la sua compagna non solo come la complice di giornate squallide da dimenticare. Ora aveva un legame nuovo, aveva la possibilità di essere padre, di aver tirato fuori da sè qualcosa di buono che lo riconciliava con il mondo. Non gli sembrava vero. Lui, proprio lui, quello che si sentiva addosso tutti i giorni l’etichetta dell’avanzo di galera, del deviante, del violento. Chissà cosa aveva acceso in cuor suo questo evento. Essere padre in un modo completamente diverso da quel padre che lui aveva avuto in sorte, oppure ripercorrere ineludibilmente quel modello che aveva assorbito sulla sua pelle fin da piccolo.

La sua era una di quelle famiglie che noi addetti ai lavori definiamo facilmente “multiproblematica”. Verrebbe da chiedersi se multiproblematici si nasce o si diventa. E potrei tradurre il tutto con lo slogan “cronaca di un disastro sociale annunciato”, ovvero l’incapacità delle istituzioni di affrontare situazioni di potenziale o conclamato disagio senza determinare a sua volta condizioni aggravanti lo stesso.

Quelle famiglie dove ci sono pochi anelli forti e tanti anelli deboli in una catena di legami difficili, ingrigiti dalla povertà materiale e dalla rabbia. Come tante delle famiglie collocate in Via Lugo, il cosiddetto Centro di Smistamento costruito nel primo dopoguerra, erano arrivati dal Sud, dalla Sicilia, con tante speranze e poche certezze. Via Lugo era stata progettata come una serie di palazzi a schiera con le porte degli appartamenti su lunghi corridoi che affiancavano tutta la facciata. Nell’intento di chi aveva ideato questa struttura senza una pianificazione seria e approfondita, essa avrebbe dovuto essere un luogo alberghiero di transito, in attesa di collocare le famiglie in abitazioni definitive. La complessità della situazione non tardò a manifestarsi e trasformò rapidamente la via in un (campo di) concentramento regolato da vincoli quasi carcerari. Le sistemazioni da provvisorie divennero a tempo indeterminato.

Appartamenti di dimensioni ridotte a fronte di famiglie numerose, un bagno per ogni piano, mobilio minimalista in lamiera incardinato nelle pareti e nei pavimenti affinchè non venisse asportato, ingresso protetto da muraglione e regolato dalla polizia municipale con verifica dell’identità delle persone per arginare la crescita a dismisura dell’arrivo di nuovi nuclei non autorizzati. Ben presto l’appellativo che si abbinò a tale luogo fu quello di ghetto. Tra le tante definizioni di questo termine citerei quella che lo descrive come “situazione o condizione tale da circoscrivere e limitare lo sviluppo dell’attività di individui o gruppi o dequalificarne l’incidenza sociale.” Per Lorenzo e i suoi fratelli tutto questo significava un clima di violenza dentro e fuori le mura troppo sottili di quelle improbabili abitazioni. Botte, urla, minacce, deprivazione, miseria culturale e materiale, un confronto impari con le famiglie benestanti della via di fronte, che ti guardavano marchiandoti appena entravi a scuola o nei negozi. “Sono quelli di Via Lugo, quelli delle Smista”. Così venivano chiamati questi bambini che alla violenza reagirono con altrettanta violenza e alla fine impararono a difendersi utilizzando il linguaggio che avevano conosciuto fatto da un dizionario limitato e rozzo. Giravano in bande terrorizzando il quartiere e isolandosi sempre di più. Nel grigiore di questa storia ci furono anche segnali opposti di una volontà di uscire dal ghetto , di integrarsi, di salvare il salvabile. Il quartiere nelle sue forze più vitali cominciò a interrogarsi e a reagire non solo difendendosi ma aprendo il dialogo. Come quando il Comune nel gettare la spugna rispetto a una situazione che non sapeva più come gestire ipotizzò di radere al suolo i palazzi, cancellare questa storia dalla propria coscienza , deportare gli abitanti in altri ghetti che nel frattempo stavano proliferando nelle periferie della città. Fu allora che abitanti di Via Lugo e forze sociali del quartiere reagirono insieme e iniziarono una lotta per cambiare la Via , una lotta che negli anni portò i suoi frutti fino alla ristrutturazione e alla modifica radicale dei palazzi. Ma il prezzo pagato fu altissimo. Generazioni intere di ragazzi cresciuti in questo contesto furono falcidiate dalla droga, dall’Aids, dalla devianza, dal carcere. Generazioni di giovani antisociali, storie sbagliate e dirottate su un binario morto.

Ma a Lorenzo per la prima volta sembrò di aver imbroccato lo scambio che le conduceva su un altro binario, senza riuscire a fare del tutto i conti con le proprie inadeguatezze, con il vuoto che dentro di sé gli chiedeva continuamente il conto. Rappresentava comunque una voglia di riscatto fortissima, disperata, urlata al cielo.

Anche Daniela in quel periodo era rinata, aveva progetti, voleva rimettere a posto la sua casa, fare posto per questa creatura, recuperare in pochi mesi una dimensione che aveva solo immaginato, tratteggiato nei sui sogni e nelle sue illusioni. Nessuno poteva negarle questa possibilità, sarebbe stato come ucciderla, toglierle l’aria. Ci chiedeva di aiutarla a realizzare forse l’unica cosa bella della sua vita. Ci voleva coraggio, incoscienza, fiducia, sia da parte sua che del piccolo gruppo di operatori che si occupavano di lei. Nessuna paura o timore, neanche la malattia poteva fare svanire quel sogno e farlo diventare vero.

Era un salto nel buio, forse la risposta alla disperata ricerca di qualcuno per il quale valeva la pena di cambiare vita, di gettare quella maledetta siringa, quel flusso caldo di morte che quotidianamente si faceva scorrere nelle vene. Sicuramente stava già dando a quella piccola creatura in embrione una responsabilità troppo grande, quella di salvarla, come se una piccola vita potesse fare il miracolo, quello che non era riuscito a nessuno prima. L’unica persona che l‘avrebbe conosciuta in un nuovo presente senza etichettarla per il suo passato. Si aspettava tanto da lei, forse troppo, ma già prima ancora di nascere dei piccoli grandi cambiamenti li aveva provocati. Poi c’era la sua responsabilità di madre, quelle era tutta da prendere sulle spalle, su spalle troppo deboli e fragili. Avrebbe dovuto portarla in braccio e imparare a non farsi portare in braccio da nessuno, non avere più alibi, più stampelle, più surrogati da iniettarsi nelle vene. La sfida era enorme, ma chi può meglio conoscere il significato della parola “sfida” di chi la cavalcava tutti i giorni in un quotidiano duello tra vita e morte?

Partimmo per questa avventura. Lei e lui si organizzarono come potevano, fecero appello a tutte le proprie risorse. C’era sicuramente sia in loro che in me quel velato senso di onnipotenza che ti fa pensare che tutto possa davvero cambiare con il tuo tocco, i tuoi movimenti, le tue decisioni e ti fa minimizzare e accantonare dubbi, sguardi più realistici e obiettivi, razionalità.

Con l’aiuto di un’associazione la casa venne rimessa a posto, almeno in parte, e preparata per l’evento. Capitò proprio a me di accompagnare in un piovoso tardo pomeriggio Daniela in ospedale, alle prime avvisaglie del travaglio. Aveva paura e faticai a convincerla ad andare in ospedale. Non ricordo perché il compagno non ci fosse in quei giorni, forse stava finendo di scontare una condanna definitiva in carcere. Daniela era nervosa, era sola con le sue paure che tentava di esorcizzare come poteva. Si sentiva però per la prima volta una donna come tutte le altre. Ma non era come tutte le altre.

In ospedale il suo letto non era circondato da crocicchi di persone chiassose e festanti come gli altri letti, dove tutti corrono a celebrare il ventre benedetto. Invece la sua era una storia maledetta. Lei era sola. In quel momento aveva solo un assistente sociale accanto. Non era una grande consolazione, ma era meglio di niente. Ora che il momento tanto atteso e temuto era arrivato Daniela stava malissimo. Doveva affrontare quella prova da sola, senza sostegni, senza parenti o amici, e senza quel potente anestetico che fino a pochi mesi prima si iniettava e che inghiottiva ogni sua angoscia. E anche senza il farmaco sostitutivo che in quegli anni alcuni ospedali si rifiutavano ideologicamente di somministrare. Era come un trapezista senza la rete sotto, sola nel vuoto, ma con quella sensazione di volare che per la prima volta la sollevava da terra, le faceva vedere le cose da un’altra prospettiva.

Nacque una bambina, la chiamarono Vanessa. Il compagno presto si riunì al nuovo nucleo. Era quasi Natale. In casa avevano fatto l’albero e un piccolo presepio. La precarietà della famiglia di Nazareth nella stalla ben si confaceva a quella precarietà, c’era una certa assonanza. In fondo come lei anche quella giovane donna mediorientale di un paese sperduto sulla carta geografica aveva detto un sì tremolante, pieno di dubbi e paure, aveva detto sì a un progetto molto più grande di lei e delle sue forze. Daniela disse che non faceva l’albero da moltissimi anni, ma ora sì, ora, come diceva con orgoglio, erano una famiglia normale. La casa si era colorata di una luce nuova. Il suo vissuto mortifero tuttavia non la abbandonava mai. Anche nelle espressioni che le sfuggivano come lapsus freudiani, come quando un giorno disse alla bimba che si dimenava in braccio a lei: “Cosa fai, ti vuoi suicidare?” O quando usò un terrificante epiteto per significare quanto era piccola e disse “Guardate, sembra un cadaverino”.

Il presagio di morte non tardò a prendere il sopravvento. La bambina non si era negativizzata come succedeva nella maggior parte dei casi e questa notizia coprì come un velo lugubre la loro casa, la loro breve storia di famiglia felice. Tra lei e il compagno crebbe la conflittualità. Lui non riusciva a reggere una responsabilità troppo grossa per le sue energie psichiche ed emotive, cominciò a usare il linguaggio che conosceva meglio, quello della rabbia che diventò violenza. L’incantesimo si stava rompendo. Quel sogno impossibile si stava infrangendo contro un destino tremendo e insopportabile, lo stesso destino che li aveva accompagnati dall’infanzia. A poco serviva il nostro sostegno, non dava risposte convincenti agli interrogativi che rabbiosamente Daniela ci scagliava contro. “Non è giusto!”, diceva. Ma con lo spirito che solo le madri sanno trovare tra le pieghe del dolore, amò la sua bambina fino in fondo, fino all’ultimo giorno.

Lo ricordo quel giorno. La bambina era stata ricoverata perché le sue condizioni erano peggiorate. Avrà avuto circa un anno. Andai in ospedale nel pomeriggio, nel corridoio non c’era nessuno, nella stanza neanche. Solo un grande silenzio. Fermai un’infermiera e chiesi notizie; mi guardò, stette un attimo in silenzio, poi mi disse che la bambina era deceduta al mattino e mi accompagnò nella stanza dove era stata deposta.

Entrai, c’era un silenzio totale. La luce era spenta e dalle finestre le tende lasciavano filtrare solo una penombra. Non mi era mai capitato di vegliare una bambina di un anno, distesa su un lettino, come addormentata. Restai in silenzio a guardare quel mistero, quel grosso punto interrogativo che mi penetrava e mi faceva stare male. Poi entrò Daniela. Non riuscii a trovare una parola che avesse senso, perché nessuna parola poteva avere senso, nessuna consolazione, nessuna giustificazione.

Lei mi guardò e tra le lacrime mi disse solo “Sembra che stia dormendo”, poi aggiunse ancora con una rabbia mitigata dal dolore “ Non è giusto”, ripetendolo più volte, come una litania, come un salmo doloroso, come il seguito di una storia fatta di tanti “non è giusto”.

Daniela lasciò il suo compagno travolto da altre storie di reati e di carcere. Dopo poco ritrovò un suo vecchio compagno, un uomo fragile e insicuro, ma era tutto quello che le era rimasto, dopo quella primavera che aveva per un breve periodo preso il posto del suo lungo inverno. Lei ritornò quella di prima, con un fallimento in più da portarsi appresso, con quella malattia che le aveva portato via la sua bambina e che presto avrebbe presentato il conto anche a lei.

Non vidi più Daniela per un po’ di tempo, avevo nel frattempo iniziato un incarico presso un altro ente che mi tenne distante dal servizio per circa due anni.

Un giorno mi telefonarono dal servizio. Mi dissero che Daniela stava male, si era aggravata ed era in ospedale. Andai a trovarla. Era negli ultimi giorni della sua vita. Non apriva più gli occhi, respirava affannosamente, il corpo era attraversato da un leggero costante tremolio. Stetti lì a guardarla, come ero stato a guardare la bimba addormentata sul lettino, senza parole, senza pensieri, senza un perché. Mi tornavano davanti agli occhi le sue foto di ragazza, con le compagne di scuola, quando tutto doveva ancora iniziare.

Mi sentivo inutile e impotente, combattuto dal dubbio se avessi fatto bene, se e quali errori avessi fatto, se avessi potuto fare altro, di meglio, di più. In quel respiro affannoso c’era tutta la fatica di una vita giovane spezzata, ferita, incompiuta. Forse Daniela era morta già molti anni prima, forse era stato tutto inutile, forse era stato un inganno quel risveglio alla vita in quei pochi momenti di felicità e apparente normalità.

Mi consolava pensare che se anche avesse vissuto un solo minuto di felicità, se avesse ritrovato anche solo per un attimo se stessa in quel mare di fango in cui era vissuta, allora forse era valsa la pena. Cosa porta, mi domandavo, una vita a finire su un binario morto? Quanto le condizioni di partenza e l’influenza del proprio ambiente determinano l’evolversi di una storia? E quanto una persona riesce ad autodeterminarsi e quanto invece è condotta alla deriva suo malgrado come la corrente di un fiume trascina un ramo? Perché questa mi sembrava davvero l’immagine più vicina a Daniela. In molti momenti e in molti modi aveva provato a resistere alla corrente che la trascinava via, qualche volta c’era riuscita, per brevi pause, aggrappandosi a qualche appiglio, a riprendere in mano la sua vita. Ci aveva provato, a modo suo, tra cadute e riprese, tra errori e sfortuna, tra sogno e realtà.

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