Perché i “collassologi” vanno presi sul serio

di Laura Centemeri

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Avete aderito alle teorie del collasso, raccontateci come lo vivete”. Con questo appello lanciato sul suo sito online, il quotidiano “Le Monde” ha recentemente promosso un’inchiesta sul movimento della “collassologia”, nato in Francia sulla scia della pubblicazione, nel 2015, del libro di Pablo Servigne e Raphaël Stevens Come tutto può crollare (Comment tout peut s’effondrer. Petit manuel de collapsologie à l’usage des générations présentes, Edition du Seuil): sessantamila copie vendute, prevalentemente in Francia e Belgio.

Per “collassologia” – termine scelto dagli autori “con una certa volontà di autoderisione” ammettono – si intende “l’esercizio transdisciplinare di studio del collasso della nostra civiltà industriale, e di ciò che le potrà accadere, appoggiandosi ai due modi cognitivi che sono la ragione e l’intuizione e sui lavori di scienziati riconosciuti”.

Il libro è organizzato in tre parti. La prima traccia un quadro diagnostico dei gravi squilibri che il modello economico dominante, di cui si discute la natura sempre più globalizzata e finanziarizzata, non cessa di aggravare. Consumo di risorse non rinnovabili, riscaldamento globale, perdita di biodiversità, aumento di disuguaglianze sociali: gli indicatori sono tutti su livelli di allarme. Se ne deduce che la crescita fisica delle nostre società non può continuare, che abbiamo alterato il funzionamento del sistema-Terra in modo irreversibile, e che ci attendono periodi di ancora più forte instabilità sociale. La seconda parte riporta in auge l’esercizio della futurologia (Raphaël Stevens è un esperto di studi prospettivi) e affronta la questione dei modelli di previsione, discutendone alcuni, tra cui il modello World3 che fu utilizzato nel celebre rapporto su I limiti dello sviluppo. Apprendiamo, da questa sezione, che il sistema collasserà, come correttamente previsto già da Meadows e gli altri autori del rapporto, anche se non sappiamo cosa scatenerà il crollo e quando. La terza parte, che si intitola Collassologia, si interessa in modo più diretto al “fattore umano”, cercando di rispondere a domande come: “Quanti saremo alla fine del secolo? (demografia del collasso)”, “Ci uccideremo tra di noi (sociologia del collasso)?”, “Perché i più non ci credono (psicologia del collasso)?”, “Ora che ci crediamo, che facciamo? (politica del collasso)”. Rassicurati dal fatto che no, il crollo delle istituzioni non ci condurrà a ucciderci tra di noi, i lettori sono incoraggiati, nelle conclusioni, a prendere atto “delle catastrofi che già hanno luogo” (sottolineatura degli autori) e a “fare il lutto di tutto ciò di cui questi avvenimenti ci priveranno”. In particolare, gli autori ci tengono a precisare che “pensare che tutti i problemi saranno risolti dal ritorno della crescita economica è un grave errore strategico”. Evitando il pessimismo, l’invito è a unirsi alle “numerose iniziative che si situano già nel mondo del dopo”, per esempio gli ecovillaggi o le ZAD, cioè le Zones à défendre, occupazioni che si moltiplicano sui siti di grandi opere inutili o altri progetti a forte impatto ecologico.

Oltre 300 testimonianze sono arrivate a “Le Monde” nel giro di poche ore dalla pubblicazione dell’appello, lasciando stupite perfino le due giornaliste all’origine dell’iniziativa. A rispondere, in prevalenza, uomini che esercitano una professione intellettuale e vivono in ambito urbano. Le loro storie sono accomunate dal momento epifanico dell’incontro con la collassologia, che provoca la caduta del velo di ignoranza sull’insostenibilità di quella che Servigne & Co. definiscono come la “nostra civilizzazione termo-industriale fondata sulle energie fossili”, fondendo pericolosamente insieme modernità, produttivismo e capitalismo. Superata una prima fase di sconforto, ha luogo una rinascita, attraverso delle decisioni concrete di cambiamento che coinvolgono la sfera del lavoro (lo si riduce, lo si abbandona, lo si reinventa), dell’abitare, dei consumi (con la scelta di una loro riduzione volontaria), ma anche quella relazionale e affettiva, e sociale, con il coinvolgimento in modo attivo in reti locali impegnate sui temi della transizione ecologica, dell’economia alternativa, della solidarietà.

L’inchiesta di “Le Monde” ha così contribuito a portare all’attenzione del pubblico la realtà di un movimento difficile da quantificare ma che sembra incontrare il favore di molti francesi. La collassologia ha ricevuto però anche molte critiche tese principalmente a evidenziarne i limiti concettuali e i rischi politici in cui si incorre nel fare del collasso la nozione chiave per comprendere il presente e motivare all’azione. Ne è nata una nutrita letteratura in cui ritroviamo molti degli argomenti mossi a critica di un’altra nozione controversa, quella di Antropocene, abbondantemente utilizzata dai collassologi.

Della collassologia si denuncia l’antropocentrismo; il suo essere occidentalocentrica, com’è rivelato dall’insistente e disturbante uso del “noi” come sinonimo di umanità; il suo essere un ambientalismo dei ricchi; il suo effetto depoliticizzante nel rappresentare il cambiamento come frutto di dinamiche sistemiche inesorabili, a cui adattarsi con resilienza.

Alcuni commentatori, pur dando atto agli accoliti francesi del collasso di sforzarsi di far esistere una “collassologia di sinistra”, sottolineano come questa nozione sia intrecciata a doppio filo, e inesorabilmente, con posizioni tecnocratiche, razziste, neo-malthusiane, apocalittico-reazionarie che da sempre attraversano il campo dell’ecologia. Secondo alcune letture, la collassologia avrebbe allora successo perché tutto sommato innocua, inducendo al rafforzamento di tendenze ampiamente alimentate dal neoliberismo imperante: la precarietà, il senso di insicurezza, la paura dell’invasione, il ripiegamento su se stessi.

Queste critiche sono fondate e ne riprenderò diverse. Al tempo stesso, mi sembra importante interrogare, come cerca di fare “Le Monde”, non solo la collassologia come quadro concettuale, ma anche quello che la collassologia sembra concretamente capace di far fare alle persone.

 

La “novità” della collassologia

Partiamo dalla presunta novità della collassologia. È innegabile che i collassologi francesi siano i figli degli esperti di teoria dei sistemi che partorirono, nel 1972, il già citato criticatissimo e insieme epocale rapporto su I limiti dello sviluppo. Come loro, sono spesso ingegneri o biologi o ecologi. Delle visioni sistemiche continuano a perpetuare le ambiguità e i limiti, le oscillazioni tra utopia e tecnocrazia. Sono anche i figli dei movimenti che, più di quarant’anni fa, presero sul serio quel rapporto e le tendenze al collasso che già vi erano delineate, per aprire un nuovo fronte di impegno ambientalista, imperniato sulla nozione di design. Convinti dell’inefficacia di agire unicamente a livello della contestazione, questi movimenti, nati nel mondo anglosassone ma precocemente trasnazionali (di cui i più noti sono il movimento della permacultura e quello degli ecovillaggi), hanno promosso lo sviluppo e la diffusione di pratiche concrete di trasformazione in senso ecologico (ecodesign) dei sistemi organizzativi di risposta, individuali e collettivi, ai bisogni di base.

Nella collassologia, dunque, c’è in realtà poco di sostanzialmente nuovo, specie nella parte descrittivo-diagnostica, trattandosi di discorsi che circolano da anni nell’ambito del movimento della permacultura, poi delle “Città in transizione” (che della permacultura sono un prolungamento) ma anche nella nebulosa dei diversi movimenti della decrescita.

Quello che i collassologi rivendicano come originalità è in realtà la pretesa di fornire “un quadro teorico per dare ascolto, comprendere e accogliere tutte le piccole iniziative che vivono già nel mondo ‘post-carbone’ e che emergono con incredibile rapidità”.

E qui c’è un problema. Perché i collassologi fanno come se queste iniziative non fossero già ampiamente impegnate, a livello locale e trasnazionale, a fabbricare quadri teorici adeguati a rappresentarle. Diverse tradizioni di movimento (ecologista, femminista, anarchista, marxista, cattolica) sono all’origine di iniziative che si ritrovano oggi riunite in una comunanza di pratiche, in una condivisa volontà di promuovere un cambiamento radicale ma ancora in difetto di un immaginario politico capace di combinare ecologismo, femminismo, pacifismo, giustizia sociale, e legame alla terra, inteso come recupero del senso dell’interdipendenza tra umani e altri esseri viventi.

Lungi dall’essere “piccole iniziative” isolate, queste realtà che “prefigurano” dei modi di funzionamento che si vogliono non solo espressione del mondo di domani ma soprattutto sovversivi del mondo di oggi, sono spesso riunite in reti e contribuiscono ad alimentare innumerevoli coalizioni, locali e globali, che vedono coinvolte anche le amministrazioni pubbliche. Che ci sia poi una difficoltà a ritrovarsi su un quadro comune non ci piove. Ma da qui a risolvere il tutto con il collasso ce ne passa.

La società, questa sconosciuta

C’è da dire che il livello dell’azione collettiva, con le sue dinamiche e i suoi attori, le sue storie, le sue reti e le sue complesse tessiture, Servigne & Co. non lo conoscono molto, non lo prendono in considerazione e non lo sanno descrivere, perché non è facile da modellizzare. Loro vedono di preferenza sistemi e iniziative isolate, individui confrontati al dramma psicologico dello svelamento del proprio privilegio e dell’impossibilità del suo perpetuarsi, ai quali ci si sforza di offrire strumenti di sviluppo personale (il famoso “lavorare su se stessi”) e un quadro che fornisce al loro agire individuale, come per magia, un’efficacia sistemica.

Quella che Servigne & Co. descrivono è la realtà dell’individuo neoliberale confrontato a un sistema fuori controllo. A questo individuo si offre una prospettiva: il crollo del sistema, inesorabile perché iscritto nei suoi modi di funzionamento, e l’invito a prepararsi per tempo. Bisogna allora disincastrarsi dal sistema e riunirsi ad altri simili, in comunità di mutuo aiuto, gioiose e resilienti, in cui ritrovare il senso della vita e, quando il peggio sarà passato, impegnarsi nella creazione del nuovo sistema. Il collasso come opportunità: ma anche in questo caso i collassologi non inventano niente di nuovo.

Questo invito a disincastrarsi da un sistema, visto come un tutto qualitativamente univoco e indifferenziato, rischia di diventare un invito a disinteressarsi al destino dei molti attori e delle molte strutture che, all’interno di questo sistema diversificato e complesso, operano per obiettivi di giustizia sociale ed ecologica e per garantire dei diritti universali: si pensi all’istruzione e alla sanità pubbliche. Il che significa l’invito all’abbandono definitivo delle istituzioni come luogo del confronto, del conflitto e della costruzione di un mondo comune. Certo, in questa luce, le reboanti dimissioni del ministro dell’ambiente del governo Macron, Nicolas Hulot, con tanto di denuncia di un governo asservito agli interessi delle grandi imprese, suonano come un miserere all’impegno istituzionale, prospettiva così dichiarata ormai ufficialmente morta. E non sorprende che Hulot abbia simpatie collassologiche.

L’effetto di sovraesposizione mediatica di Servigne & Co. rischia allora di rendere difficoltoso, in questo mondo in ebollizione delle mobilitazioni socio-ecologiche dal basso, il riconoscimento di altri quadri interpretativi che motivano molte delle iniziative a cui i collassologi vogliono dare il loro senso. In questi altri quadri interpretativi la dimensione sociale, grande nemica del neoliberismo, ritrova una sua centralità. E per dimensione sociale non intendo la biosociologia che equipara le società umane ai formicai, e che è la sociologia di cui Servigne – che ha un dottorato in etologia con specializzazione sul comportamento delle formiche – è appassionato. Faccio riferimento, per esempio, alle letture ecosocialiste della crisi ecologica, all’eco-femminismo materialista, a quella “prospettiva della sussistenza” aperta da Maria Mies – che è poi la prospettiva del lavoro riproduttivo – che ci invita a ritrovare il senso sostanziale dell’economia. Per i collassologi, invece, le scienze cognitivo-comportamentiste sono la risorsa cruciale per il cambiamento, mostrando una grande affinità, in questo, con lo spirito del tempo.

 

Quello che i collassologi non dicono (ma fanno)

Sicuramente queste affinità elettive spiegano perché il manuale di collassologia abbia suscitato tanto interesse nei media mainstream come in molti circuiti detti alternativi. Ma di sicuro ha pesato anche la crescente realtà, esperita infine perfino alle nostre latitudini, degli effetti dello squilibrio climatico, in stridente contrasto con il parallelo stallo delle iniziative intergovernative sul tema. Per dire che il pessimissmo è giustificato.

C’è poi da aggiungere che il pubblico sensibile alla proposta collassologica mi sembra, in parte, sovrapporsi a quello che si è manifestato in occasione di un altro fenomeno squisitamente franco-francese: il successo riscosso dal documentario Demain, una specie di inno alle iniziative di transizione dal basso, firmato, insieme all’attrice Mélanie Laurent, da Cyril Dion, attivista ecologista, cofondatore con Pierre Rabhi del movimento Colibris e oggi sostenitore della collassologia.

Quello che accomuna Demain e i collassologi è il fatto di prendere sul serio e di cercare di alleviare la sofferenza di una classe media intellettuale, composta da individui riflessivi, che si informano sul mondo a partire dai loro computer, schiacciati da lavori cosiddetti creativi, malpagati e svolti in condizione di auto-sfruttamento, invasi dal senso di impotenza, di inutilità e di isolamento in cui li ha gettati la riconfigurazione in stile neoliberale della nostra società. Invece di bacchettarli per i loro privilegi, di richiederne l’ennesimo slancio di indignazione svelando l’ennesima tragedia silenziosa, i collassologi dicono: “Tranquilli, siamo come voi, sappiamo che è difficile dare un senso a tutto ciò, ma ecco una via di uscita: trasformate il vostro quotidiano e contribuite a far esistere il mondo di domani”. E c’è da dare atto che queste proposte di invito all’azione sono riuscite spesso a sortire un effetto interessante.

I ricercatori che indagano le pratiche dei collassologi, come Cyprien Tasset (Per esempio in questo articolo: https://www.academia.edu/38455491/Les_effondrés_anonymes_S_associer_autour_d_un_constat_de_dépassement_des_limites_planétaires), fanno notare che, intorno alla collassologia (come con le proiezioni di Demain), nascono occasioni non solo virtuali ma reali di incontro, di discussione e di azione nei territori. In queste esperienze le persone dibattono, si confrontano, si scambiano consigli di lettura, maturano idee. I collassologi, poi, sembrano fare tesoro delle critiche, in questo fedeli al loro credo sistemistico che valorizza molto i feedback.

L’esplicito posizionamento a sinistra delle figure di spicco del movimento, reso paradossalmente necessario dall’avere scelto un termine così carico di echi reazionari, fa sì che in questi luoghi di discussione si aprano prospettive inedite e forse utili a immaginare una sinistra ecologica e plurale, capace di portare avanti con determinazione una proposta radicale di riforma dell’economia. I collassologi concordano che, dati alla mano, lo scenario da “capitalismo verde” si è già dimostrato fallimentare. Ma poi confermano l’idea che sia più facile pensare la fine della civiltà che la fine del capitalismo.

Perché questa possibilità si concretizzi, sarebbe necessario – come invita a fare Tasset – prendere i collassologi sul serio, intervenire nel loro dibattito, pluralizzarlo, puntualizzarlo, discutere dei limiti politici della loro proposta, di altre prospettive possibili, collaborando insieme a escogitare nuovi modi di azione e mobilitazione.

Cosa possa uscire da queste “frizioni” è imprevedibile, ma si sono aperte delle possibilità. In Belgio, dove Servigne ha studiato e si è poi dedicato all’educazione popolare – in programmi di grande interesse finanziati da soldi pubblici – e dove, forse non a caso, c’è una rete molto ricca di iniziative di transizione, si registrano, per esempio, le adesioni più elevate agli scioperi degli studenti per il clima. Ad indicare che la questione ecologica si esprime oggi in una varietà di forme spesso complementari, intrecciate, e variamente comunicanti ma che avere uno Stato che finanzia ancora le associazioni e riconosce il diritto al sussidio di disoccupazione di sicuro aiuta la causa.

 

Sul successo della collassologia come proposta culturale

Per concludere, credo sia importante dire qualcosa sulle condizioni che hanno permesso alla collasologia di emergere come proposta culturale. Un ruolo cruciale l’ha giocato l’Institut Momentum, “laboratorio di idee sulle uscite dalla società industriale e le transizioni necessarie ad ammortizzare lo shock iniziale della fine del petrolio”. Il laboratorio è nato nel 2011 dall’iniziativa della giornalista Agnès Sinaï – che tiene un corso sulla decrescita alla prestigiosa università Sciences-Po – insieme a Yves Cochet, ex deputato Verde, ex ministro dell’ambiente nel governo Jospin e autore di un editoriale su “Libération” in cui annunciava, nel 2017, la fine del mondo per il 2030 e la rinascita nel 2050.

Questa associazione riunisce ricercatori, giornalisti e attori associativi, proponendosi come gruppo di riflessione e ricerca sui temi della transizione, della decrescita e del collasso. A queste riflessioni partecipa, tra gli altri, anche lo storico Christophe Bonneuil, che dirige dal 2013 la collana Anthropocène, pubblicata dalla prestigiosa casa editrice Seuil. Il manuale di collassologia è uno dei titoli di questa collezione, che esprime nel suo insieme una linea editoriale sui temi dell’ecologia di cui è difficile negare l’originalità: un po’ collassologica, un po’ ecosocialista, un po’ neo-materialista.

Ovviamente hanno contato anche i giornalisti, mediamente attenti in Francia alle questioni ecologiche e ai temi dibattuti in un mondo della ricerca ancora vivo e vivace. Il che fa sì che un cittadino francese mediamente informato sappia almeno a grandi linee cos’è il cambiamento climatico, l’antropocene, l’agroecologia, il mercato delle emissioni, la permacultura, la transizione energetica, cosa significhino le sigle Cop e Giec(versione francese di Ipcc). Ha poi di certo contato la bravura di Servigne e Stevens nel confezionare un testo sintetico, efficace, ben documentato, scritto con un linguaggio “giovane”. E ha poi forse anche il suo peso la persona di Servigne, il volto più esposto della collassologia, i suoi modi sempre misurati e pacati, le sue doti nel comunicare, la facilità con cui passa da un “duello culturale” con Edgar Morin alla riunione dell’associazione di quartiere e, dulcis in fundo, la sua fotogenia. Mi sia concessa la parentesi: a me Servigne fa un po’ pensare ad Alberto Angela, non a caso apprezzatissimo divulgatore scientifico.

Resta che questa sovraesposizione di Servigne e del verbo collassologico di cui è portatore tradisce quella che François Thoreau e Benedikte Zitouni denunciano (Si veda l’articolo disponibile online : https://lundi.am/Un-recit-hegemonique) come la pretesa egemonica della collassologia, e che in modo più benevolo tenderei personalmente a interpretare come una tentazione egemonica su cui si può ancora intervenire. D’altronde, se sono consapevoli che il nome collassologia fa un po’ ridere forse c’è speranza.

La speranza è che la collassologia moderi la sua fede incondizionata nella sistemistica, di certo utile per descrivere i sistemi fisici ma inadeguata se applicata ai processi di morfogenesi sociale. Il sociale non è un meccanismo e non è un organismo; non è un sistema cibernetico né un sistema auto-organizzato. Il sociale ha questo di particolare: che dipende dalla nostra capacità, irriducibile a qualsiasi modellizzazione con pretesa totalizzante, di immaginare delle possibilità. Limitare l’esercizio dell’immaginazione al collasso e a un mondo di tribù di sopravvissuti che ricreano un ordine post-carbone, rischia di alimentare un approccio tecnico-ingegneristico che pensa il mondo sociale con le categorie del probabile, invece che del possibile. Senza contare l’incitazione implicita a una forma di disattenzione e disaffezione per quel livello specifico di realtà, ormai in via di estinzione, che è la società.

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