Le verità vanno controvento

di Elisabetta Tomazzolli

Maya Hayuk

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Lorenzoni ci porta ancora a Giove, tra le colline dell’Umbria, in una nuova avventura pedagogica. I protagonisti sono sempre loro, i bambini della scuola elementare del paese. Da vent’anni il maestro li accompagna dalla prima alla quinta, difendendo l’ormai così rara continuità educativa di una classe. Le pagine di I bambini ci guardano (Sellerio) segnano però questa volta un’interruzione: il congedo dalla scuola del maestro (ma non, ci auguriamo, da avventure pedagogiche altre). È il libro della resa dei conti, del mettersi in rapporto con un impegno durato molti anni. L’impegno ad ascoltare e rispondere allo sguardo dei bambini e l’impegno a educare per primi noi adulti all’assunzione delle nostre responsabilità, una cosa che in Italia si dovrebbe appunto imparare fin dai banchi della scuola perché è un valore, come dichiarava Mario Lodi nel bel documentario di Vittorio De Seta. Ma la resa dei conti, per un maestro “consapevole dell’assoluta relatività di ciò che si prova a costruire a scuola”, è fatta anche di questioni irrisolte e di sconfitte: “con Ale sento che non ho saputo osare a sufficienza, non ho saputo spostarmi davvero da dove ero” e “ma io, oggi, ho ancora una grande visione da proporre e condividere con le bambine e i bambini con cui lavoro?”. Sì, ciò di cui abbiamo più bisogno sono grandi visioni.

Con cura, scrive Lorenzoni, noi adulti dobbiamo accompagnare gli sguardi dei bambini “rivolti alle tragedie e alle meraviglie che abitano la terra”. E da dove lo sguardo al mondo può spaziare, vasto e profondo, se non da seduti sulle spalle dei giganti? Giotto, Socrate, Ipazia, Gandhi, Martin Luther King, ma anche Alex Langer, Malala e l’attivista africana Leymah Gbowee fanno da mentori lungo la strada della conoscenza. Ci insegnano ad attenuare i pregiudizi che tutti noi ci portiamo, spesso inconsciamente, addosso e sulle loro spalle impariamo a guardare oltre. “Caro San Cristoforo”, scriveva Langer, “la tua rinuncia alla forza e la decisione di metterti al servizio del bambino ci offre una bella parabola della ‘conversione ecologica’ oggi necessaria”. Attuale, emblematica e fondamentale appare in questo contesto la frase con cui Diego, in quinta, riflette sul senso della parola verità: “Forse le persone preferiscono la bugia semplice, comoda, invece della verità scomoda”. Considerazione che potrebbe aprire un intero corso in tutte le università, ma che ovviamente è troppo scomoda anche in molti di questi ambienti.

Il dialogo è la chiave di tutto questo libro, così come di tutto il pensiero pedagogico di Lorenzoni. “Ci siamo seduti in cerchio a terra, come facciamo sempre”. Quella di cui Lorenzoni racconta, attraverso i dialoghi da lui fedelmente registrati e trascritti come fa da quarant’anni, è una scuola che si occupa dei problemi sociali e che cerca a questi delle soluzioni. Il maestro ascolta monologhi e dialoghi dei bambini e, allo stesso tempo, con un orecchio sta attento a ciò che accade fuori, nel mondo. Il dialogo è allora la risposta all’“intollerabile atrocità”, al “vento dell’intolleranza”, alle “discriminazioni crescenti”, ai “nuovi veleni”, agli “umori aggressivi”, al “rancore sociale cresciuto negli anni della crisi”. E sono sempre davvero grandi i pensieri che Lorenzoni sparge nel libro, sono pensieri che si spostano continuamente su più punti di vista, in un viaggio che Buber chiamava sperimentare l’altro lato in una relazione di inclusione. E di cosa si dovrebbe parlare quando si parla di scuola se non di “quanto sia difficile dare vita in questo tempo a piccole comunità capaci di ascolto reciproco”?

Racconta anche di sé Lorenzoni, della sua famiglia e dei suoi stessi limiti che come persona si trova a fronteggiare. Lo fa attraverso le storie: tramandate oralmente, autobiografiche, inventate, lette nei libri. Tutte concorrono alla creazione di un pensiero pedagogico complesso, proprio quello di Morin, che tutti dovremmo sforzarci di applicare ogni volta che guardiamo al mondo con i nostri occhi adulti, l’unico che non ci fa cadere in “facili soluzioni” o scivolare verso “un unico punto di vista”. L’unico che porta un approccio educativo transdisciplinare dove “la matematica può facilitare un uso corretto del linguaggio”, come sosteneva l’amica Emma Castelnuovo. La vera conoscenza inizia nel complesso mondo fuori dalle mura scolastiche. Dentro la classe viene poi elaborata per ritornare al mondo reale, per migliorarlo. Le porte della scuola di Giove sono aperte a genitori, amici, richiedenti asilo, alla comunità intera perché la scuola è educazione alla convivenza e alla convivialità, come direbbe Illich.

Questa è per Lorenzoni la scuola “una esperienza educativa controvento”, come sottotitola il libro. Controvento perché basa l’educazione sul dialogo e non su “verifiche e interrogazioni che somigliano al vomito”. Controvento perché “consapevole dell’assoluta relatività di ciò che si prova a costruire a scuola” e perciò aperta alle sconfitte. Controvento perché le distanze sociali e biologiche vengono attenuate cercando “alleati nel tempo, nello spazio e nel ritmo”. Controvento perché è contro le schede e i libri preconfezionati all’interno dei quali si perpetua il programma (dover seguire il programma, essere indietro col programma, gli altri sono già ai romani e noi no), di continuo rievocato da insegnanti e genitori. Controvento perché si impara dagli animali a “sospendere il giudizio”, e con esso la paura di essere giudicati. Controvento perché inattuale, come voleva Bertin. Controvento perché sono anche i bambini a decidere cosa si fa, come quella volta in cui “Emilia e Maia propongono di inventare tutti insieme una storia”. Controvento perché parte dalla realtà dei bambini: non ci sono passaggi astratti per spiegare i problemi, ma sempre la realtà di cui i bambini possono fare esperienza diretta, perché “quella scoperta appartiene all’intera classe, perché è stata accompagnata da una salutare fatica compiuta da tutti”. Controvento perché non finisce a giugno e ricomincia a settembre. Controvento perché si scrivono e spediscono le lettere, si educa all’attesa. Controvento perché in questa esperienza educativa, come sosteneva Hannah Arendt, “nessuno ha il diritto di ubbidire”. Controvento perché segue il ritmo del lentius, profundius, suavius di Alex Langer…e della lumaca di Zavalloni! Controvento perché la matematica e la grammatica non fanno soffrire: come potrebbe far soffrire la matematica che “si nasconde dentro le mutande di un omino o sotto i piedi, dentro le scarpe di un adulto, dentro un albero, dentro le foglie”?…(ma è un passo tratto da un libro di Rodari? Ah no! L’ha scritto Dalila in prima elementare!). Controvento perché il teatro viene usato per dire la verità. Controvento perché contro la retorica dei buoni sentimenti. Controvento perché è una scuola che aiuta i bambini come Ale e Luigi, al grido montessoriano (o, meglio, al sussurro): “Aiutami a fare da solo”. Controvento perché si crede nella possibilità di cambiare il mondo “dando ragione non a uno ma a due” come faceva Gandhi.

Nietzsche si chiedeva quanta verità può sopportare, quanta verità può osare un uomo? Lorenzoni dimostra quanta ne possano sopportare e osare i bambini, guardando questo nostro mondo adulto.

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