Le cose che sto per scrivere

di Antonella Soldo

disegno di Claudia Palmarucci

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Le cose che sto per scrivere mi sono tornate in mente tutte insieme in queste settimane. Eppure ho esitato un po’ a metterle per iscritto perché so che alcune daranno dispiacere a mio padre, ché – come capita ad alcuni da queste parti – dei ricordi dei momenti di difficoltà prova un pudore estremo, quasi un senso di colpa per non aver potuto allora fare di più.

Per me non è così: ne sono orgogliosa perché, nella loro semplicità, sono state la prima educazione civica che ho ricevuto. E penso che in questo momento tutti dovrebbero rovistare nei ricordi delle proprie famiglie per ritrovare sentimenti e idee utili a ragionare al riparo dalla violenta propaganda in corso. Io e mio fratello siamo nati e cresciuti in una famiglia di giovanissimi genitori, prima disoccupati poi precari. In una terra con poco da offrire, che in quegli anni Ottanta era alle prese con la scia di scandali e di clientelismo del post terremoto dell’Irpinia. Una terra che tirava su case e paesi nuovi di zecca, mentre questi stessi si svuotavano per un’inarrestata emorragia demografica.

Dopo dieci anni di precariato in Autostrade arrivò per mio padre la telefonata di una proposta di assunzione a tempo indeterminato (era stato prima uno “stagionale” e poi un part-time). Rispose mia madre. Eravamo nella cartolibreria che avevano aperto, indebitandosi, quando non davano un centesimo alla piccola imprenditoria. Quella conversazione la ricordo parola per parola. Il tono di lei che si fa formale, ma proprio non riesce a tenere a bada l’esplosione di entusiasmo: “mio marito non è qui, ma sono certa che sarà assolutamente disponibile ad accettare la vostra proposta”. Era l’autunno del 1996. Sulle coste della nostra Puglia erano gli anni degli arrivi di migliaia di albanesi. Pochi mesi dopo, nel marzo 1997, sarebbe accaduto il fatto più drammatico di quell’esodo: l’affondamento, da parte della Marina militare italiana, della motovedetta Kater i Rades, e la morte di oltre un centinaio di profughi albanesi. Non di tutti furono ritrovati i corpi.

Noi, per festeggiare la fine del precariato di papà andammo a mangiare una pizza in un ristorante in paese. Io avevo vestiti tutti nuovi (una gonna verde mela, una maglietta di filo a righe colorate. una collanina di caucciù con un ciondolo d’argento) e i capelli tagliati (un caschetto, il mio taglio preferito). Avevo dieci anni. Oggi che, a mia volta, compio il decimo anno da precaria ma che, comunque, mi posso permettere di andare a cena fuori quando lo desidero, mi viene da sorridere a pensare alla piccola me: che si sentiva felicissima e molto mondana quella sera al “Picchio d’oro”.

Negli anni successivi, man mano che le cose andavano meglio, e potevamo permetterci piccole e grandi comodità in più, ogni volta che ci guardavamo indietro e potevamo ormai ridere ed esorcizzare i nostri vecchi timori, chiamavamo quelli passati come i nostri anni dell’Albania. L’espressione potrebbe suonare offensiva nei confronti del carico di sofferenze patite dal popolo albanese nella propria terra e nelle traversate in mare e nelle tragedie per raggiungere le nostre coste. E, a dire il vero, nella mia famiglia è abbastanza diffuso un umorismo cinico, come quello di alcune popolazioni balcaniche, capaci di fare ironia pure sulle proprie sventure. Il paragone era ovviamente sbilanciato: per quanto in difficoltà la mia famiglia non fuggiva per mare abbandonando tutto.

Tuttavia non vi era la minima intenzione di offesa: era quella una forma, certo tutta nostra, di empatia. Era sapere che cosa volesse dire “toccare terra”, tirare un sospiro di sollievo dopo l’ansia, la fatica, l’incertezza. La paura di non farcela. Era comprendere e accogliere una richiesta di aiuto perché si sapeva cosa significasse essere in difficoltà. Ai nostri occhi incollati alle immagini di quei barconi stracolmi, rimandate dai tg, associo il ricordo di una partecipazione intima, emotiva, dei miei. All’arrivo dei primi albanesi in paese, il ricordo dell’accoglienza. Di tutti. Anche di quelli che ora non ricordano più niente. Per queste ragioni oggi non posso credere che la povertà o il disagio siano motivi sufficienti a giustificare l’ondata d’odio. Perché è vero il contrario: che, cioè, i poveri capiscono i poveri, i disperati i disperati, i fragili i fragili.

Dico questo perché so che la storia della mia famiglia non è eccezionale ma estremamente ordinaria, e ci sono milioni di persone che potrebbero fare racconti simili. Ne verrebbe fuori un romanzo della nazione completamente diverso dal racconto truculento a cui siamo sottoposti.

Io so che, anche adesso, davanti al televisore c’è una famiglia che non arriva a fine mese che vede le immagini della nave Diciotti e spiega ai propri figli che loro e quei ragazzini sono sulla stessa barca. Che pure loro hanno diritto a sognare scuole di calcio e vacanze, case comode e sicure, cene in pizzeria con gli amici e abiti nuovi.

Il popolo italiano conosce e capisce. Vogliono farci credere che ci sia uno scontro tra popolo ed élite ma questo scontro non esiste. non è così. Quella in atto è una formidabile manipolazione: operata da alcune élite. Come può dirsi, appunto, lo zoccolo duro della Lega di Matteo Salvini, che risiede nelle aree più ricche e produttive del nord Italia. Tali élites si travestono da popolo per dare una legittimazione a idee e azioni antipopolari. Azioni che, al contrario, mirano proprio a “ripulire” il concetto di Popolo come soggetto politico, a renderlo puro e astratto: eliminando da esso proprio il popolo degli ultimi, degli esclusi, dei poverissimi. In questo caso, dei migranti. Dopo aver sdoganato xenofobia e il razzismo queste élites sono al governo e cercano di istituzionalizzarli, quel razzismo e quella xenofobia.

Perciò è il momento che ognuno guardi nella propria storia. Si troverebbe lì molta più verità di quella diffusa con i potenti social network finanziati dalla Russia, e rilanciata da altrettanto potenti e asserviti media. E magari si troverebbe anche il coraggio di raccontarla, quella storia e quella semplice verità, in strada a lavoro a scuola. Persino sui social. Non è molto. Ma solo cominciando a cambiare il racconto unico possiamo coltivare la speranza di cambiare la realtà sociale e politica di un paese che assume toni forme e contenuti sempre più foschi, sempre più spaventosi.

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Comments (1)

  • Giuseppe

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    Prima con i nord africani, con i tappeti in spalla alla fine degli anni 70, poi gli albanesi, i moldavi, i rumeni, adesso con gli africani, nei piccoli paesi della Basilicata, o quanto meno nel mio, ci si è sempre mescolati in piazza a bere birra e tirare tardi d’estate. Nessuno ha mai avvertito pericolo, d’altronde nessuno poteva rubare niente, perché niente c’era da rubare, tantomeno il lavoro. E ancora adesso, nonostante nessun africano lavori alla fiat o nell’indotto, i posti più ambiti da chi ha un minimo di voglia di lavorare, c’è un diffuso senso di fastidio nei confronti degli stranieri che si registra nei bar e tra le chiacchiere di paese senza che sia concretamente cambiato nulla nella quotidianità, viviamo ancora gomito a gomito con gli stranieri e i gesti di solidarietà nei confronti di questa gente sono all’ordine del giorno, cosi come era in passato e cosi come mi auguro continuerà ad essere in futuro

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